Alle porte d'Italia

Part 6

Chapter 63,519 wordsPublic domain

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Pregustando con l'immaginazione il piacere di penetrare dentro a quei misteri terribili, arrivammo alla piccola e giovane città di Fenestrelle. Ero curioso molto di vederla, quella cittadina solitaria, dopo averla intesa rammentare tante volte da impiegati e da ufficiali freddolosi, che lamentavano con voce lugubre i suoi inverni di nove mesi, e la descrivevano come un villaggio perduto della Groenlandia. Ebbene, rimasi tutto meravigliato percorrendo quell'unica via stretta e tortuosa, lungo la quale si schierano le sue piccole case. Ha l'aria di un villaggio olandese, tanto è dipinta gaiamente da ogni parte. Da ogni davanzale sporgon dei fiori, e muri, terrazzi, imposte, contorni di finestre, battenti di porte, tutto è tinto di colori vistosi e freschi, come se là pure, come in Olanda, cercassero di consolarsi della tristezza del clima con le allegrie del pennello. Perchè la somiglianza ci apparisse meglio, scendemmo in un curiosissimo albergo della _Rosa rossa_, che ha daccanto all'entrata una specie di loggetta, o teatro di burattini, tappezzata di mille colori e ornata di mille gingilli, e sotto il portone un quissimile di lanterna chinese, e nel cortile, tutto intorno ai quattro muri, i ritratti dei grandi italiani, e teste d'angelo sotto i terrazzi, e vasi decorativi sopra le porte, e pitture intorno alle finestre, e automi messi in moto dalle fontane, e ogni sorta d'ornamenti da baracca carnovalesca, d'un gusto perverso e amenissimo, che paiono immaginati da un ragazzo o da un matto; e per giunta due gatti bianchi come la neve, con due paia d'occhi d'un azzurro così meraviglioso, da far sospettare che abbiano in corpo gli spiriti cabalistici di due streghine delle Alpi Cozie. Del resto, ci si trova delle trote da monsignori, un sugo di pergola squisito, e un liquore dei _fiori del prato di Catinat_, che farebbe digerire una bomba lessa. Tutta la città è curiosa a quel modo; variopinta e gaia a primo aspetto; ma come ristretta in sè, per tenersi calda, e aduggita, impaurita quasi dai monti altissimi che la dominano d'ogni lato. A ogni passo ci s'incontrano soldati in vestito di tela, visi abbronzati d'alpinisti, facce rosate di montanari; e i due soliti carabinieri che vi ficcan negli occhi uno sguardo insolitamente profondo, uno sguardo da _servizio di frontiera_.

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Spacciate le trote, salimmo verso il forte di San Carlo, per il quale s'entra nel recinto della fortezza. Passammo sopra un altro ponte levatoio, in mezzo a muri enormi, a bastioni petrosi: tutto grigio, freddo, arcigno, spaurevole. — Si vede che nulla di tutto questo, diceva il Giacosa, è stato costrutto con un'intenzione benevola. — Entrati, vedemmo di sfuggita il quartiere degli ufficiali, la cappella, l'ospedale, le prigioni, la casa del Governatore, un gruppo di edifizi di malumore, che ci guardarono poco benignamente a traverso alle palpebre socchiuse delle loro finestre; e ci disponemmo a far l'ascensione della formidabile scala di quattromila scalini, intagliata nella roccia, e coperta da una vòlta a prova di bomba, che va su dal forte di San Carlo fino alla cima del monte. Un simpatico sergente d'artiglieria, che l'ottimo Comandante ci diede per scorta, mosso a pietà delle nostre gravi persone, ci domandò cortesemente se volevamo salire per la scala coperta, o per la via esterna, che è meno faticosa. Ma noi rispondemmo con l'incauta baldanza di chi s'è levato allora da tavola: — Per la scala coperta. — Sta bene, rispose il sergente, con un certo risolino che voleva dire: — Se n'accorgeranno a suo tempo; — e infilò un androne oscuro, facendoci cenno di tenergli dietro.

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Salimmo una prima scala di pietra, col passo allegro di chi va su a un terzo piano, a fare una visita galante. — Arriveremo in cima senza avvedercene, dicevamo. — Ma quando a quella prima scala succedette la seconda, e a questa la terza, e alla terza la quarta, di cento scalini ciascuna, allora si cominciò a tirare un poco indietro le corna dell'orgoglio, _come face la lumacia_. — O dio, si disse, nessuno ci fa fretta, possiamo salire con comodo: intanto si discorre. — In quel momento appunto ci si presentava davanti una scala lunghissima, di più di cento e cinquanta scalini, grigi, rigidi, affilati, che pareva dicessero: — Ci assaggerete. — Si spronò le scarpe, e su, di buon animo. Le barzellette ci aiutavano. Ci divertivamo a inventare dei supplizi atroci per certi critici, amici nostri; uno dei quali fu condannato a guadagnarsi la vita facendo da cameriere in un albergo immaginario che aveva la cucina nel forte di Carlo Alberto, e le sale da mangiare sulla vetta, affollate d'avventori impazienti. Ma la conversazione a getto continuo durò ben poco. Le scale sono uggiose, sempre eguali, rischiarate scarsamente, a intervalli, dalle feritoie altissime e strettissime; scale di convento o di carcere, per le quali uno s'aspetta ogni momento di incontrare dei frati stecchiti, o dei prigionieri di Stato in catene. Passando accanto alle feritoie, vedevamo di sfuggita il forte sottoposto, altre feritoie, altri muri grigi, dei cortili tristi, e di là i monti vicinissimi, neri di pini, che coprivano il cielo. Qualche gocciola birbona, che cominciava a filarci giù dalle tempie, ci preannunziava una camiciata memoranda. Il Giacosa, per distrarsi, prese a contar gli scalini; ma dopo averne contati meno di trecento, sconsolato dal pensiero che ne rimanevano ancora più di tremila, si mise a cercare un altro divertimento. — Andiamo, andiamo, ci dicevamo a vicenda, tutto ha una fine, su questa terra. — E giusto allora, a uno svolto, ci si allungava davanti un'altra così formidabile scala erta e sinistra, che ci guardammo l'un l'altro con quella particolare espressione del viso, che si potrebbe chiamare: il sorriso del terrore. Ma il sergente che ci andava dinanzi snello, salendo gli scalini a due, a tre alla volta, come una creatura indipendente dalla legge di gravità, asciutto in viso che pareva arrivato allora con la funicolare, ci tirava su per il gancio dell'amor proprio. Certi tratti di scala eran più chiari, e ci si saliva con piacere; altri, oscuri come gallerie di strada ferrata, pareva che entrassero nelle viscere della montagna, e ci obbligavano a tastare il muro con le mani. L'aspetto singolare del luogo ci attirava: la luce fioca, il colore delle pareti e delle vòlte, la solitudine, la tristezza, mi richiamavano alla mente l'Escuriale. A ogni pianerottolo, soffermandoci a pigliar respiro, vedevamo da una parte una scala interminabile che ci si sprofondava sotto i piedi, perdendosi nel buio, e dalla parte opposta un'altra scala senza fine di cui la vòlta nascondeva la sommità, alla quale pareva che non si potesse arrivar che strisciando. E sali, e sali. Agli scalini rettangolari succedono gli scalini inclinati, alle branche a scala, le branche piane, poi ricominciano gli scalini, poi tornano da capo gli anditi lisci che salgono dolcemente, con gli scalini appena segnati da liste di pietre. In uno di questi tratti ci soffermammo, assaliti da un orrendo sospetto. — Contano nei quattromila, domandammo al sergente, questi scalini senza rilievo? — Oh no, signori! — rispose con uno spietato sorriso il bravo giovanotto. — Ma allora non li facciamo! — noi gridammo. — Siamo truffati! Non eran nei patti questi altri! — Ma un'umile rassegnazione succedette subito a quell'impeto vano di sdegno e ci rimettemmo la inesorabile scala tra i piedi. Trasudavamo come due girasoli e soffiavamo come due mantici. Dalle feritoie ci venivano nelle costole dei soffi d'aria gelata, che ci facevan correre dei brividi maledetti sotto la pelle. Di tanto in tanto ci sentivamo sonar sotto i piedi il tavolato d'un ponte levatoio, messo là per tagliar la via agli assalitori nel caso di una difesa disperata all'interno. Sul nostro capo, lungo la vòlta, correva il filo del telefono che trasmette gli ordini del comandante ai presidii dei forti superiori. A destra e a sinistra, c'eran degli enormi anelli di ferro, confitti nei muri giganteschi, per farci passar le corde con le quali si tirano su i cannoni, anche i più grossi, rapidamente. Ma noi non badavamo gran fatto a tutto questo, occupati come eravamo a regolare sapientemente la nostra non soave respirazione. Avevamo una palla da cannone da dodici attaccata ai piedi, e le ginocchia ci ballavano sotto, con dei movimenti curiosissimi da cerniera di schiaccianoci, nei quali non aveva la ben che minima parte la nostra facoltà volitiva. In molti punti la scala era disfatta per lunghi tratti e il suolo tutto ingombro di calcinacci e di sassi, e ripido da doverci posare i piedi ben pari, per non fare uno sdrucciolone che ci avrebbe levato la penna di mano per un trimestre. Qua e là pareva che la scala s'impietosisse, gli scalini si schiacciavano, si saliva per qualche minuto cristianamente; ma poi, a una giravolta, ricominciava una scalinata da patibolo, che ci rompeva le articolazioni delle cosce. Ci eran delle branche di scala che sarebbero arrivate in linea retta dal pian terreno ai tetti di uno dei più alti casoni di Napoli, e delle branche corte, ma disagevoli in compenso, rotte, buie, maligne, che riuscivan più lunghe delle altre. E com'era tutto ingegnosamente combinato per far dell'ascensione un supplizio! Avremmo voluto riposarci un poco, di tempo in tempo; ma le feritoie eran così fitte, che in qualunque punto ci soffermassimo, subito ci veniva addosso uno spiffero, una frecciata di vento autunnale, che ci mormorava all'orecchio: Che cosa desidera? Una flussione ai denti? Un reuma alle reni? Una polmonite? Un accidente? e ci spingeva su, come un aguzzino. E noi su, e avanti, stronfiando, con le gambe di piombo, con cento rivoletti deliziosi che ci s'incrociavano sulla schiena e sul petto, e con la testa ciondoloni, come dei malati d'amore. Mi ripassava pel capo quel brutto sogno del padre Dombey nel celebre romanzo del Dickens, quando sale le scale di casa sua, per ore e per ore, e si trova sempre nel medesimo punto, e una certa acqua forte, del Goya, se non sbaglio, dov'è rappresentato un giovanetto, un puntino nero, che sale su per una montagna prodigiosa, in vetta alla quale non arriverà che invecchiato. Che scala con l'effe, corpaccio d'un cane! bisognava ripetere a ogni gomito. — L'unica consolazione, diceva quel capo ameno del sergente, è di pensar che è sicura. — Salivamo adagio adagio, tacendo per lunghi tratti, con tutte le apparenze d'una profonda venerazione per il luogo, come se salissimo per le scale d'una reggia, in cima alla quale ci aspettasse un monarca d'Oriente, col nostro destino nel pugno. Per un pezzo c'eravamo confortati con dei versi, e bastandoci ancora la lena, avevamo cominciato a dire degli esametri; ma poi via via che s'accorciava il respiro, eravamo venuti stringendo i metri, fino a non recitar più che il famoso sonetto francese

Frêle, Belle, Elle Dort!

e infine ci parvero troppo lunghi anche questi. Gli stessi _calembours_ cadevano a terra spossati appena sfuggiti dalla bocca. Per le feritoie vedevamo giù dei pezzetti verdi di valle, dei tratti bianchi di strada su cui si movevano delle figure umane minuscole; e a pochi metri da noi, per aria, delle fortunate secchie di muratori, che andavano e venivano in tre quarti d'ora dalla sommità della fortezza al fondo della valle, sospese a due fili di ferro, mossi da un congegno a pulegge. A quando a quando, sentivamo parlare degli operai genovesi e lombardi, che lavoravano di fuori, invisibili a noi. Due o tre volte, ci raggiunsero per le scale e ci passarono accanto dei soldati che portavan dei sacchi e dei cesti, e li seguitammo fin che sparvero in alto, con uno sguardo pieno d'invidia per la loro leggerezza ventenne. Poi tutto ricadeva nel silenzio, e alle scale succedevano le scale vuote, mute, tetre, interminate. Il sergente, per alleggerirci il supplizio, ci raccontava la storia d'un asino maraviglioso, morto da poco, cieco, poveretto, il quale faceva più volte al giorno quella salita, portando provvigioni ai forti alti, di dove ridiscendeva per quelle medesime scale, sempre solo, senza romper nulla, e senza sbagliar mai il cammino. Il racconto era commovente; ma noi invidiavamo troppo quell'asino. E continuavamo a salire, ansanti e sgocciolanti, raffigurandoci lo spettacolo di quella strada segreta nei momenti d'una difesa suprema, colorata di fuoco dalle torce a vento, fracassata dalle bombe, scossa dagli scoppi dei magazzini, intronata dagli urli delle mischie, e corsa da rigagnoli caldi di sangue, cadenti giù nelle tenebre, di scalino in scalino, a intepidir le guance dei moribondi.... Ma anche l'immaginazione sfiatava. Per riposarci qualche momento, senza sfigurare in faccia al sergente, ci soffermavamo come per ammirare la valle. Che bellezza! O meglio, quante bellezze! Avevamo una grande passione per il paesaggio. Ma un suo sorriso rapidissimo ci mise un amaro sospetto, che ci impedì anche quei brevi riposi. — Signori! esclamò il sergente a un certo punto, non ce n'è più che ottocento! — Poh! rispose il Giacosa, è una miseria. — È niente per noi, soggiunsi, con un anelito. — Ma poi scoppiammo in esclamazioni, in imprecazioni violente, tirando giù tutti i personaggi del Calendario, passandoci intorno al collo il fazzoletto inzuppato, furibondi contro Carlo Emanuele III e tutti i suoi ingegneri. Espressi però al Giacosa la mia meraviglia di vederlo uscir dai gangheri anche lui, appassionato alpinista. — Ma che storie! — rispose, — chi sale, sagra; ho sempre visto così. — Oramai le piante dei piedi s'inchiodavano nella pietra, le gambe ci rientravano in corpo, e le braccia ci spenzolavano come due cenci: chi ci avesse visti dal basso, ci avrebbe presi per due malati di spina che si trascinassero ad un santuario di montagna a domandare la grazia. L'aria soffiava sempre più viva, e portava delle buone fragranze di piante resinose; il paese che si vedeva dalle feritoie, doveva essere stupendo; ma noi non badavamo più a nulla. Eravamo pervenuti a quel periodo stupido della fatica, nel quale, anche a sentirsi mettere sulle spalle tutto il vocabolario della Crusca, non si avrebbe più fiato in corpo da protestare. E andavamo su, per forza d'inerzia, col mento sul petto, con la lentezza funebre degli incappati di Dante, quando il sergente, che era d'un lungo tratto più avanti di noi, ci gridò: — Ancora un quarto d'ora. — Io capii tre quarti, e voltandomi verso il Giacosa che era molto più in giù, gli domandai con voce lamentevole: — Ha detto tre quarti? — E il Giacosa mi rispose con voce tonante:

_Uno_ ei gridò, e d'un angelo Mi parve la sua voce!

Ricominciammo a salire, rincorati, a salire.... a salire.... Ma caspita! Era un quarto d'ora ardito, o gonfio, come dicono i toscani. Non si finiva più. Era troppo oramai. Era un prodigio quella scala. Si sarebbe saliti per tutta la vita, dunque. E appunto mentre si diceva questo, una nuova branca infinita ci si drizzava davanti, di centinaia di scalini, soffocata da una vòlta bassa e lugubre che s'immergeva in una oscurità lontana di spelonca.... Abbiamo da continuare, ci domandammo con voce fioca, seguitando a salire, dobbiamo crepare onoratamente per via, o affrontar l'infamia di una seduta? — Ci siamo, finalmente! — gridò in quel momento il nostro duca, da una porta altissima, segnata da una riga luminosa. E allora lo raggiungemmo in pochi minuti, ed uscimmo all'aria aperta, sopra uno spianato battuto dal sole, in faccia alle montagne; e alzando gli occhi per cercar la cima del forte, ci vedemmo dinanzi un'altra serie sterminata di scale, che si perdevano in mezzo alle rocce.

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Per qualche momento tutto quel bianco delle pietre battute dal sole ci levò il lume degli occhi. Poi ripigliammo la salita per la scala chiamata _reale_, costrutta sopra la vòlta della strada coperta; una bella scala di pietra da taglio, per la quale salivano i re di Sardegna, andando a visitare i forti della cima. Neanche quella salita era dolce; ma per la varietà degli spettacoli, piacevolissima. Si passò in mezzo a un gruppo di case, simile a un villaggio, con la sua chiesetta imbiancata, per vicoli tortuosi fiancheggiati d'alti muri, per anditi umidi e bui, per piazzette allegre, piene di luce, sempre salendo; e poi si attraversò un luogo stranissimo, cento volte più strano e più bello delle più bizzarre immaginazioni dei romanzieri medievali. Da un passaggio oscuro, aperto dentro a una roccia isolata, si riesce sopra un ponte levatoio, da cui si vedono precipitare a destra e a sinistra, sotto gli archi di due _capponiere_ aeree, i fianchi ripidissimi del monte giù fino a una profondità dove non arriva lo sguardo; e passato il ponte, s'entra in un altro passaggio oscuro, scavato in un'altra roccia isolata e murata come un castello, dalla quale si sbocca sopra un altro ponte levatoio, disteso come il primo tra due abissi, in mezzo ad altre due _capponiere_ sospese nel vuoto; e poi da capo un'altra roccia, e poi di nuovo un altro ponte: tre bicocche solitarie di tre feudatari fratelli, alleati, ma diffidenti. Del rimanente non si raccapezza nulla. I magazzini, le casematte, le batterie, le scale oblique, i passaggi, gli sbocchi, presentano una tale apparenza di confusione, che neanche un ingegnere militare, in una rapida visita, credo ne caverebbe molto costrutto. Si sale, si sale sempre: questo lo ricordo assai bene. Per le porte semiaperte si vedono i magazzini pieni riboccanti di granate cilindriche, di granate sferiche, di scatole di mitraglia, di _shrapnel_, di bombe, che han l'aria d'aspettare, annoiandosi, il giorno di far del chiasso. Qua e là, dai loro stanzini aperti verso l'interno, della forma di tempietti, i cannoni enormi allungano il loro collo orribile fuori delle finestrelle quadrate, come guardando curiosamente nella valle, se c'è dei mal capitati da rimandare a casa. Dei robusti soldati d'artiglieria andavano e venivano tra le batterie e i magazzini, sbrigando le faccende domestiche di quella strana casa che riceve così male i suoi visitatori quando si presentano in troppi; scopavano le scalette, tingevano in nero delle vecchie granate, ammucchiavano dei ciottoli da tiro, battevan la mano sui cannoni, passando; parevano affezionati alla loro fortezza, come i marinai al naviglio, e contenti di lavorar lassù, in quell'alta solitudine, nella freschezza odorosa del vento. Passo passo, eravamo saliti dal forte di San Carlo al forte dei Tredenti, dai Tredenti alla ridotta di Santa Barbara, da questa a quella di Sant'Antonio, e poi al forte di Sant'Elmo; e finalmente, dopo un'altra buona pettata, toccammo il Forte delle valli, il quale non ha più sul capo che il cielo.

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E là fummo ricompensati ad usura dei nostri.... non nobili sudori. La valle profonda che vaneggia sotto, come una voragine, e per cui lo sguardo va diritto, e come imprigionato fra le vette, fino alla pianura lontanissima, dove si vedono le macchie bianchicce delle città bagnate dal Po; quelle montagne superbe che sorgon di faccia, l'Albergian fra le quali, vestite di foltissimi boschi neri, coronate di nuvole bianche, e come squarciate da valloni scoscesi e selvaggi, per cui dirocciano le acque simili a rigagnoli d'argento fuso; e più lontano gli altri monti altissimi e brulli, sfumati di mille tinte cinerine; e tutto in giro, alle falde dei monti, e pei colli, quegli innumerevoli piccoli scacchi delle coltivazioni, tutti eguali di grandezza, ma svariati di cento colori giallastri, verdi, rossicci, dorati, che paion parati di velluto e di seta distesi per una festa misteriosa da un popolo sconosciuto; ecco uno spettacolo grande, severo, strano, triste e bellissimo, che leva l'animo in alto come un inno di guerra accompagnato da una musica sacra. Tutta quella varietà di grandi linee ripide, e come violentemente spezzate, quegli angoli enormi, quelle verticali temerarie, quei contorni grandiosamente disordinati come d'un ammasso formidabile di macigni precipitanti, dànno l'immagine d'un linguaggio muto che dica cose solenni e tremende, le quali si sentano confusamente, senza comprenderle, ma che, comprese, ci farebbero tremare le ossa, come la rivelazione d'un mistero sovrumano. Giù, vicino alla città, si vedon sopra un'altura le rovine sparse del forte di Mutino, eretto da Luigi XIV. Dalla parte opposta, alle spalle della fortezza, al livello quasi del forte delle valli, di là da un altissimo ponte levatoio, si stende con un dolce declivio verso Fenestrelle la vasta prateria che il Catinat rese famosa, svernandovi con diecimila soldati nel 1692; una bella distesa di verzura, che par fatta per la parata d'un esercito, e che nel mese di giugno si smalta tutta di fiori meravigliosi, che le dan l'aspetto d'un immenso tappeto turco, spiegato per un ballo di regine. Dalle due parti della fortezza, i fianchi del monte van giù quasi a picco, irti di pini e di abeti, che s'arrampicano su fino ai piedi delle cortine, come per dar la scalata. Si vedono i villaggi in fondo alla valle grandi come la palma della mano, e popolati di formiche; e il Chisone e la strada, come un nastrino argentato e un nastrino bianco, che serpeggiano un tratto l'uno accanto all'altro, e poi si nascondono fra i monti. Il grande silenzio del luogo era appena turbato dal brontolìo fioco del torrente, quasi vergognoso della sua misera vena d'acqua in mezzo a quelle maestose immagini di grandezza e di forza. Le montagne erano già velate qua e là di vaste ombre; dei grandi boschi s'andavano immergendo in una oscurità paurosa; altri, dorati dal sole, trionfavano; e mentre pei villaggi delle gole faceva notte, delle case romite, a grandi altezze, brillavano come accese. Il giorno moriva con un sorriso dolce e malinconico, e in cima a un bel colle a ponente, si disegnava come un piccolo tratto nero sul cielo, la più bella, la più memoranda, la più amata cosa di quante ne abbracciavamo con lo sguardo: il monumento ai morti dell'Assietta.

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