Part 5
Grazie alla cortesia del signor Todros, potemmo entrare nel giardino, e salire sulla torre della villa. Lassù il De Beaulieu mise fuori una di quelle voci lente e prolungate di stupore con le quali si suole accompagnare il volo circolare dello sguardo lungo gli orizzonti d'un panorama meraviglioso. Subito lo colpì quella bella conca ridente di Cumiana, che vien fuori inaspettata dalla parte sinistra, col suo semicerchio di monti boscosi, coi suoi poggi coronati di chiesuole, colle sue borgate che fan capolino fra le macchie. — Dove sono i boschi della Volvera? — mi domandò. — Ah, so quel che cerchi! — pensai. Ma non ebbi il tempo di fargli l'indicazione. Egli conosceva meglio di me tutto quel vastissimo teatro del grande attore Catinat. — _Voilà Piossasco, je crois_, — esclamò, accennando giusto. Là era la chiave della battaglia di Marsaglia, il monte San Giorgio, a cui aveva appoggiata l'ala destra il generale francese, facendo fronte al principe di Commercy, che fu poi il primo sbaragliato. Eugenio era nel centro, Vittorio Amedeo nei boschi di Volvera; tutti furono sfondati e travolti. Una miseranda giornata, mondo ladro. Il maggiore non disse parola; ma vidi che, richiamato senza dubbio dall'analogia dei ricordi, cercava dall'altra parte la città di Saluzzo, e quindi la pianura di Staffarda. — Cercate il campo delle vostre vittorie, — gli dissi. E lui, pronto, da vero gentiluomo francese: — Osservate però che non ho ancora osato guardare dalla parte di Superga. — Era un'allusione alla difesa vittoriosa di Torino, una risposta gentile alla botta scherzosa. — Touché, — gli dovetti rispondere, facendo il saluto da schermitore.
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Per un pezzo non lo potei levare di lassù. Egli non si stancava mai di contemplare quello sterminato tappeto verde, picchiettato di vermiglio dai villaggi, rigato di bianco dalle strade, strisciato d'argento dai corsi d'acqua, orlato d'azzurro all'orizzonte, e tutto ricamato a rilievo e come trapunto dalla vegetazione, da mettere la voglia di passarci sopra la mano; e reso più bello anche da un cielo limpidissimo, striato di lunghissime nuvole sottili ed accese, simili a immense pennellate color di rosa, che tingevano del loro riflesso delicato le acque immobili del giardino della villa. — No, — diceva, dondolando il capo, e guardando giù per il fianco del monte, come se parlasse per sè solo; — dopo la presa di Santa Brigida, se non sopravveniva il Catinat, Pinerolo non poteva più reggere. Col rinforzo di seimila spagnuoli e coi dodici nuovi cannoni di grosso calibro che aveva ricevuti, il Duca di Savoia era sicuro del fatto suo. La piazza non era approvvigionata che per tre mesi. Egli aveva alla mano più di cento pezzi d'artiglieria. Con la batteria di mortai che piantò qua sotto, e con l'altre due che aveva fatto drizzare dalla parte opposta, sulla pianura, avrebbe ben presto avuto ragione del Tessé, nonostante il fuoco d'inferno della cittadella. La torre maestra, bersagliata notte e giorno da ventiquattro bocche di bronzo, era ridotta in pessimo stato, al primo d'ottobre.... Ma sapete che era originale, e dura molto, la condizione di quei poveri abitanti di Pinerolo, bombardati per dieci giorni di seguito dal loro Duca, e costretti a desiderare con tutto il cuore che tirasse avanti! No, davvero, dopo due mesi e mezzo di quella dannata vita, e dopo sessantatrè anni di dominazione straniera, essi avrebbero meritato la soddisfazione di veder l'entrata trionfale di Vittorio Amedeo. Non era giusto che la dovessero sospirare altri tre anni. Il conte di Tessé non sperava certamente di cavarsela così a buon mercato.
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Parve molto curioso al De Beaulieu un particolare che gli richiamai alla mente riguardo al Duca di Savoia. Uno degli edifizi di Pinerolo, visibile di lassù, che era stato malconcio più degli altri dal bombardamento, era il monastero della Visitazione. Che cosa avrebbe detto Vittorio Amedeo II, se mentre tirava a palle infocate sul monastero, gli avessero profetato che sotto a quel tetto, fra quelle mura fulminate, sarebbe morta settantasei anni dopo, quasi nonagenaria, la più cara delle sue amanti, quella marchesa di Spigno e di San Sebastiano che fu poi sua sposa, che si raccolse con lui a Chambéry dopo l'abdicazione, e che lo spinse, si dice, a metter sottosopra lo Stato per ritogliere il trono al figliuolo? — _Une femme charmante_, non è vero? — disse il maggiore. Quel diavolo di francese la conosceva personalmente. Andando la mattina a comprare la _Guida delle Alpi Cozie_ nella libreria del caro Mascarelli, ci aveva visto la fotografia della marchesa, presa da un ritratto a olio che si conserva ancora nel monastero; e quella testina ravvolta in un ampio velo come dentro a una nuvola bianca, quei begli occhi languidi, quella bocca voluttuosa e maligna, l'avevano stregato, lui pure.
— Bel tipo anche quell'Amedeo! — soggiunse, con una certa espressione d'invidia. _On n'en fait plus_. Inchiodato sul cavallo da un'alba all'altra, con quella enorme parrucca bionda che gli cascava di sotto al piccolo cappello a tre punte fin sopra le spalle, con quegli occhi azzurri mobilissimi, con quel naso forcuto, butterato dal vaiolo preso nella campagna del Delfinato, vestito alla diavola, spoglio fin anche del collare dell'Annunziata, che aveva fatto a pezzi l'anno innanzi per darlo ai poveri di Carmagnola, celione coi soldati e burbero coi pezzi grossi, e libero di lingua come un caporale, che stupendo soggetto per la “fotografia aneddotica„ d'un corrispondente di giornale che avesse potuto seguirlo da vicino! E a me pareva di vederlo, là su quella vetta, accompagnare ogni colpo di cannone con un pugno sulla sella, sagrando a mezza voce coi denti stretti: — Ah, io sono la bestia nera di Louvois! Ah, io sono il paggio del re di Francia! Ah, non mi è permesso di fare un viaggio a Venezia! Ah, _maniga d'baloss_! Pigliatevi queste, per ora.
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— Con tutto questo, riprese il maggiore, quasi seguitando il filo del mio pensiero, — quando non s'ammazzavano, si usavano mille cortesie delicatissime. Che ne dite del duca di Savoia che lascia libera ai francesi la corrispondenza postale fra la città assediata e Casale, e che manda il suo fido conte di Groppello, travestito da bifolco, a consigliare al Tessé di far scendere il Catinat dalle montagne, per dare a lui, Amedeo, un pretesto onorevole di non bombardare Pinerolo? — La più bella, per altro, la più grandiosa, la più buffa io non la sapevo: una lettera del Tessé al San Tommaso, prima che Amedeo arrivasse al campo: Sento che Sua Altezza reale deve giungere. Vorrei far qualche cosa per il suo ricevimento. Suggeritemi voi. Vi offro intanto tutto quello che posso. Sua Altezza vorrà passeggiare, passare in rivista il suo esercito. Ditemi da che parte andrà: abbiamo molti cannoni appostati; ordinerò che non tirino da quella parte, nè cannoni, nè archibugi, perchè l'Altezza Sua non abbia la minima noia. Sta bene? Si può essere più amabili? — Che maravigliosi burloni! — conchiuse ridendo il maggiore, e si sarebbero squartati coi denti.
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Infine, si dovette scendere. Ma che indimenticabile spettacolo aveva goduto di là il signor De Beaulieu! pensavamo tutti e due, uscendo dalla villa. Nelle brevi ore di tregua, affacciandosi al parapetto dei bastioni, egli vedeva il rimescolìo dei soldati dentro ai fortini giù per la china del monte, le mezzelune di Pinerolo brulicanti di moschetti, le torri della cittadella coronate d'ufficiali alla vedetta; e da ogni parte, per i vigneti rasi, fra le case diroccate, per gli orti sconvolti dagli scavi delle trincee e pesti dai cavalli e dalle ruote, sui campi sparsi di gabbioni rotti, di travi fumanti, di sacchi di lana sventrati, tutt'intorno alla città, migliaia di tende e di padiglioni d'ogni colore, villaggi di baracche preparate per il blocco invernale, e più lontano vasti parchi di carriaggi e armenti enormi addensati, e masse ondeggianti di cavalleria che foraggiavano per la campagna dalle parti di San Secondo e del Belvedere; e nelle ore di battaglia, quando rombavano insieme le artiglierie del forte, della cittadella, della piazza, dei ridotti, delle batterie di pianura, facendo una corona densa di fumo e di fuoco in giro a Pinerolo, quelle larghe onde furiose di soldati che venivan su per il monte, i battaglioni biondi d'Inghilterra, le fanterie brune di Spagna, le larghe facce sbiancate degli olandesi, gli alti dragoni di Savoia, le colonne pesanti e serrate dei tedeschi, una marea montante di carne umana, variopinta di cappelli piumati e di larghe tracolle, lampeggiante di baionette e di scuri, irta di fascine, di scale, di bandiere lacere, di spade brandite di colonnelli, ubbriacata dalle proprie grida e da un clamore infernale di tamburi, di pifferi e di timballi.... E appunto in quel momento, giù per la vasta pianura florida e tranquilla, facevano un vivo contrasto con le nostre tumultuose immaginazioni i bei pennacchi di fumo dei treni di Torino e di Torre Pellice, e dei tranvai di Perosa e di Saluzzo, immagini di pace e di lavoro, che trascorrevano rapidamente fra gli alberi, come lunghissimi veli candidi di amazzoni gigantesche lanciate a corsa gioiosa per la campagna.
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Stava per cadere il sole. Ci soffermammo ancora un momento a guardare la cima del Freydour e i Tre Denti, che ci sorgevano proprio di faccia, come bastioni verticali d'una fortezza prodigiosa, davanti alla quale i combattimenti di Santa Brigida non sarebbero stati che lotte di formiche; ed erano maravigliose, a quell'ora, quelle montagne di nuda roccia, di cui si vedono nettissimamente tutti i rilievi, tutte le incavature, tutte le crespe, che parevan fatte col cesello, e tinte di color di ferro, di grigio perla, d'amaranto, di viola, di sfumature di corallo e di rosa. E ammirammo anche la valle del Lemina, così verde e raccolta, che pare una valle chiusa ai profani, la quale appartenga tutta a un convento. Era una bella sera di domenica. Si vedeva tutt'intorno quella vasta pace sorridente dei dì di festa, che s'indovina, in campagna, anche quando non si mostra per alcun segno visibile. Sotto i pergolati delle ville passeggiavano coppie di signore a braccetto; dalle casette lungo la strada uscivano suoni di bicchieri urtati e di voci allegre; incontravamo dei bimbi paffuti, delle belle ragazze e dei vecchi arzilli che ridevano. Quando tutt'a un tratto, vicino alla villa Vagnone, udimmo un canto graziosissimo di due voci di tenore, non educate, ma d'un metallo insolito da queste parti; e poco dopo vedemmo spuntare di fra gli alberi due soldati di cavalleria della Scuola, con le loro belle mostre color d'arancio.
— Non son mica piemontesi quei due soldati, — disse il De Beaulieu.
— Son romani, — risposi.
— Da che li riconoscete? — mi domandò curiosamente.
— Dalla pronunzia, dall'intonazione del canto, dalle parole stesse della canzone. E son romani di Roma, se non m'inganno.
— Soldati volontari, forse?
— Ma no; soldati di leva. Son più di dieci anni che abbiamo nell'esercito i soldati di Roma.
Si soffermò, e si voltò a guardar quei soldati. La mia risposta aveva riportato d'un colpo la sua immaginazione dal Piemonte di Vittorio Amedeo all'Italia con Roma capitale, e dietro a quei due giovani egli vedeva confusamente, con una specie di stupore, gli archi gloriosi e i colonnati carichi di secoli della città immortale. E me lo disse. Quanta poesia spandevan su per il monte di Santa Brigida le voci armoniose di quei due ragazzi! Che favolosa mutazione s'era compiuta! Eppure, il sangue sparso dai soldati di Vittorio Amedeo su quella vetta aveva giovato anch'esso al compimento del miracolo che la presenza di quei due figliuoli di Roma significava. Certo, quei soldati del diciassettesimo secolo non avevan creduto di battersi per l'Italia; s'eran battuti per devozione al loro principe, per l'onore delle armi, per amore della propria provincia. Ma eran quelli i sentimenti e quelle le tradizioni da cui nasceva due secoli dopo, fecondata dalle nuove idee, l'audacia patriottica del Piemonte e la popolarità italiana di casa Savoia. La forza nazionale di Torino del 48 e del 59 derivava in gran parte dalla coscienza di quel passato. Santa Brigida era anch'essa un'avanguardia lontana di San Martino. Il sangue sparso al Pilone della Morta si univa per una sterminata striscia vermiglia al sangue versato a Porta Pia. Non mi si destavano quelli stessi pensieri all'udir la voce di Roma sul campo di battaglia di Amedeo?
Sì, gli stessi pensieri mi si destavano. Ma pensavo pure, arrivando sul colle di San Maurizio e osservando lo sguardo quasi di gratitudine che girava il maggiore sui dintorni, pensavo alla efficacia grande e benefica del valore, che ingentilisce e innalza ogni cosa. Era la memoria d'un valoroso che, dopo due secoli, rendeva simpatico a me uno straniero, e faceva amare a lui una città sconosciuta, e metteva sulla bocca all'uno delle parole nobili e onorevoli per la patria dell'altro, e suscitava da questi sentimenti, in poche ore, un'amicizia gentile.
La quale, dopo molti altri discorsi sull'assedio, fu poi suggellata a tavola con una vecchia bottiglia di Campiglione.
— Al governatore De Beaulieu! — dissi, alzando il bicchiere.
E il maggiore, balzando in piedi subito, con voce vibrata e cordiale:
— Agli espugnatori di Santa Brigida!
IL FORTE DI FENESTRELLE
Pinerolo, settembre 1883
Il vetturino schioccò la frusta, e i cavalli partirono allegramente, stimolati dalla brezzolina dell'alba, che inargentava il Monviso. Una gita da Pinerolo a Fenestrelle, con quella bella giornata ariosa e limpida, in compagnia di mio fratello Giacosa, era uno di quei gusti.... l'unico che potesse farmi levar più presto del sole. La campagna si svegliava appena, e gli illustri abati e il buon Francesco di Sales dormivano ancora fra i muri severi dell'Abbadia d'Adelaide. Più su, il ponte di Napoleone era deserto; intorno a Turina, dove combattè il bravo Caprara, tutto taceva, e fra le belle cave del Malanaggio, che Dio ci liberi, non c'era anima viva. Cominciammo a vedere alcune contadine valdesi, con le loro cuffiette bianche da vecchierelle, tutte pulite, vicino al villaggio di San Germano, in mezzo a quei monti graziosi, coperti di vigneti alle falde, vestiti d'eriche e di faggi più in alto, dove si arrampicano allo spuntar del giorno, coi libretti sotto il braccio, i piccoli “barbetti„ per andar alla scuola del maestro girovago, nei casali romiti delle vette. E da quel punto in su trovammo la valle animata da quei cento rumori sparsi e lenti, di carri, d'armenti, di sonagliere, d'officine solitarie, che accarezzano l'orecchio e acquietano il cuore come il canto pacato d'una buona madre che lavora. Ecco Villar-Perosa, ospite di Re, che mostra in mezzo al verde la sua piccola copia candida della basilica di Superga; ecco le praterie floride di Pinasca, dove si raccolse gettando sangue dalla bocca, col petto attraversato da una palla cattolica, Janavel, l'eroe dei Valdesi, scampato ai macelli di Val d'Angrogna.... Ma, veramente, la vista di quei luoghi, invece delle antiche battaglie, mi richiamava alla mente i discorsi che avevo intesi l'anno prima il giorno della festa d'inaugurazione del tranvai, discorsi di sindaci campagnuoli, d'industriali e di maestri, sonatine originali di rettorica alpestre, interrotte da scappate intempestive di bande musicali, o da sincopi improvvise di paura; e mi pareva di risentire quelle voci tremanti, e di rivedere quei visi pallidi, in mezzo ai contadini vestiti da festa e alle villanelle infiorate, che facevan corona alla larga figura dittatoria del senatore Bertea. Mentre la carrozza correva, tutte quelle frasi mi venivano incontro, come una folata di quei piccioni tinti che fan volare per le piazze i venditori di numeri buoni; e mi mettevano in fuga i ricordi storici. Ma era meglio così, perchè non bisogna pedanteggiare con la natura: essa si vendica sempre in qualche modo dei descrittori di passeggiate che appiccicano una data a ogni albero e un nome a ogni sasso. E poi la valle del Chisone è così bella in quel tratto. Passato Pinasca, si ristringe, si infosca, alza da una parte dei grandi macigni nerastri, strisciati di licheni, e piglia quell'aspetto particolare di tristezza delle valli anguste e quiete, dove sembra che la natura prepari in silenzio qualche sorpresa; e i viaggiatori si raccolgono e tacciono senz'avvedersene, guardando davanti a sè, con un sentimento vago di aspettazione. La sorpresa è là vicina, in fatti. La valle si riapre a poco a poco, la vegetazione s'addensa, poggi ameni si elevano, le case spesseggiano, sbucan ragazzi da ogni parte, ed ecco un'ampia conca, circondata di rocce ardite e di coltivazioni ridenti, popolata di opifici, di giardinetti e di ville, nella quale biancheggia e fuma Perosa; e là in fondo, si schiude da una parte la valle profonda di Fenestrelle, e dall'altra la valle solitaria di San Martino, guardata all'imboccatura dal villaggio di Pomaretto, che pare un mucchio di case ruzzolate giù dalle alture. Oh, il bel luogo fresco e gentile per venirci a nascondere un amore o a ponzare un romanzo! _Un rincon de paraiso entre los Alpes_, dice un poeta spagnuolo che vi combattè co' suoi connazionali nel 1693. Qui ci avevano un castello di confine i principi d'Acaja. Qui passarono, s'accamparono, e scaramucciarono cento eserciti, dai romani della repubblica ai francesi dell'impero. Qui si fabbricano dei dolci liquori, delle buone sete, delle belle ragazze, dei saldi soldati. — Animo, sforniamo un sonetto, mentre i cavalli rifiatano, — mi disse il Giacosa. Ma dopo aver buttate fuori undici sillabe ciascuno, sperando che venisse via il resto con la solita furia, dovemmo smettere; era troppo presto; le ruote della macchina poetica intaccavano ancora, arrugginite dai vapori notturni; e bisognò rassegnarsi, e continuare a discorrere in prosa come il signor Jourdain del Molière. Ma non ci parve che le montagne se ne mostrassero afflitte.
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Da Perosa in su, i monti si serrano di tratto in tratto, in maniera che la valle par chiusa, e c'è da credere in vari punti di dover voltare indietro i cavalli. La strada serpeggia, si stringe al torrente, guizza sotto le rocce, passa in mezzo a casipole schiacciate e mute, che dànno l'immagine di una vita di tristezza e di stenti, attraversa dei recessi oscuri, di aspetto sinistro, che fan pensare a viaggiatori spogliati e sgozzati, fiancheggia dei mulini di steatite mossi da larghe vene d'acqua, percorre dei tratti ombreggiati da una vegetazione superba, dove fioriscono dei gerani, dei sedii, dei cespugli di rose selvatiche, che hanno la sventura di strapparci finalmente di bocca le prime quartine. Poco lontano da Perosa, passiamo accanto alla roccia enorme di Bec-Dauphin, che segnò già il confine tra Francia e Savoia, e che per un momento ci pende quasi tutta sul capo coll'aria di dire: — Se mi salta il grillo! — e poi entriamo da capo nel verde, in mezzo a grandi noci e a grandi castagni, che ci immergono in un'ombra cupa di grotta, risollevando tra me e il mio amico una vecchia disputa sulla bellezza comparata del castagno e della palma. Ecco il villaggio pensieroso di Meano, ecco i primi frassini, ecco i monti erti e brulli, dalle alte cime coniche, dalle bricche rotte e bitorzolute, dalle sottili guglie cesellate, che s'alzano snelle e recise per l'aria, colorite di viola, e svariate d'ombre nette e vigorose, sopra un tratto di paese quasi vergine, dove si ritrovano voci ed usanze romane, che noi vituperiamo di nuove strofe. Gli aspetti propri della montagna vengon pigliando forma e colori sempre più visibili. I castagni spariscono, le piccole conifere s'affollano, i sassi e i petroni si ammucchiano, il Chisone rimpiccolito saltella fra i grandi macigni, accavalciato da ponticelli rustici, che ricordano i modelli scolastici del paesaggio montano, il fondo della valle si colora d'un verde più unito e più vivo; e ci bisogna torcere il collo sempre di più, per arrivare con lo sguardo alle cime altissime, sparse di casette appena visibili, somiglianti a romitori d'anacoreti, e di piccoli quadrati di neve, rimasugli bianchi di valanghe, che paion tovaglie dimenticate di colazioni d'alpinisti. Siamo finalmente nella montagna “vera„ come dice il Giacosa, che mi rimprovera sempre di non aver mai visto che montagne “false.„ L'aria gagliarda, la sonorità dell'acqua, i fiori di color vivissimo, i profumi della _lavandula spica_ e della _nepeta nepetella_ ce lo annunziano. Fiancheggiamo ancora Mentoulles, a cui domandiamo, passando, se ha dormito bene Francesco I, e vediamo di là dal torrente la selva di Chambon, la più bella delle Alpi Cozie, vasta, fittissima e bruna, come una moltitudine innumerata di giganti, affollati sui colli e pei fianchi delle montagne, che aspettino un comando misterioso per scendere, e inondare la valle e irrompere nel Piemonte.
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Ma già di lontano avevamo visto uno dei più straordinari edifizi che possa aver mai immaginato un pittore di paesaggi fantastici: una sorta di gradinata titanica, come una cascata enorme di muraglie a scaglioni, che dalla cima d'un monte alto quasi duemila metri vien giù fin nella valle, presentando il contorno d'uno di quei bizzarri colossi architettonici che vedeva Gustavo Doré coi suoi grandi occhi di mago: l'immagine di un vastissimo chiostro medievale, d'un tempio smisurato di Cheope, d'una immane reggia babilonese; che so io? un ammasso gigantesco e triste di costruzioni, che offre non so che aspetto misto di sacro e di barbarico, come una necropoli guerresca o una rocca mostruosa, innalzata per arrestare un'invasione di popoli, o per contener col terrore milioni di ribelli. Una cosa strana, grande, bella davvero. Era la fortezza di Fenestrelle.
E fu anche più gradevole l'impressione quando arrivammo ai piedi del monte, e ci trovammo davanti al forte di Carlo Alberto, piantato là sul Chisone, a traverso alla strada, come un castello antico che intercetti il cammino, con la sua poderosa saracinesca sospesa sul ponte levatoio, tutto bucato di feritoie, da ciascuna delle quali pare che debba uscire una voce minacciosa per domandare “le carte.„ Il Giacosa si sentì risonar dentro tutti gli echi armoniosi del suo medioevo. Si direbbe che l'ha disegnato e messo là un poeta, quel forte; non un colonnello del genio: il soldato di fanteria che faceva sentinella al portone, stonava tra quei muri come una frase di regolamento in mezzo a una ottava dell'Ariosto. La carrozza passò sul ponte, che brontolò cupamente, come risentito d'un'offesa, e tirò via verso Fenestrelle. E per un buon tratto di strada, voltandoci indietro, vedemmo tutta la vasta fortezza che si alzava maestosamente sopra di noi, un disordine grandioso di edifizi nudi e foschi, sorgenti l'uno sul capo dell'altro, tortuosamente, come se rampicassero su per la montagna, dandosi di spalla a vicenda; alti muri rivolti in cento direzioni, dei quali non si capisce a primo aspetto lo scopo; tetti sormontati da tetti, imprigionati fra i bastioni, rocce che sporgono al di sopra degli spalti, fortini che alzan la testa al di sopra delle rocce, irti di parafulmini, forati di cannoniere, fiancheggiati di scale, congiunti come dalle ramificazioni d'un labirinto di pietra, tutto angoli acuti e saliscendi e rigiri; una fortezza non mai veduta, infine, che sembra composta di tante fortezze sovrapposte e legate a caso, costrutte tumultuariamente, nella furia del pericolo, in mille occasioni diverse, o intricate a quel modo, senza legge, di deliberato proposito, per confonder la testa agli assalitori. Una veduta, creda chi non c'è stato, da far nascer la voglia di comporre un ballo storico fenestrelliano, unicamente per metterci in fondo quella scena, che farebbe la fortuna di un impresario.