Alle porte d'Italia

Part 27

Chapter 273,265 wordsPublic domain

Passano anche delle coppie coniugali, borghesi, belline; per metà, s'intende; e scordan quasi tutte, anche queste, di guardarsi dal bastione di Malicy. Una signora fa quattro passi di polka; un'altra si stacca dal braccio del marito per contraffare l'andatura d'un'amica grassa. Sento dei frammenti di diverbio, delle botte e risposte secche, di quelle che fan fare i lucciconi alla signora, e mangiare il sigaro all'altro. — Hai torto, hai torto, hai torto. — Oppure: — Questa non la spunti, sai, Giorgetta! Tientelo a mente. — Delle coppie vanno per un tratto divise, l'uno a destra e l'altro a sinistra della strada, sbadigliando, e guardando da due parti opposte, con tutta l'aria d'esser mortalmente seccati del settimo sacramento; e poi, all'improvviso, sentendo dei passi davanti o di dietro, si avvicinano in fretta, e si parlano, sorridendo da buoni amici, per salvare il decoro del cuore. Delle signore si fermano qualche volta per richiudere un orecchino che scappa, o stringere una cintura che si scioglie, o levare una pietruzza dalla scarpetta scollata. E sarebbe mandata da Dio quella pietra. Ma è un caso tristo: c'è sempre il marito davanti.... e son così opachi! Ma non importa, mi ci diverto; con qualche danno, peraltro; come la malaugurata sera di quel barbone, che riannodando il velo del cappello alla moglie, per di dietro, le stampò nella nuca un maledetto bacio, di cui sentii fra capo e collo il contraccolpo, come un pugno ben assestato di _boxeur_ inglese.

* * *

Passano dei solitarii, e non son quelli che mi diverton meno. Li so già tutti a memoria, quasi. So che a quell'ora precisa vedrò spuntare il tale e il tale altro: degli ufficiali pensionati, degli impiegati in riposo, dei convalescenti che fan la salita tutti i giorni, per ordine del medico; dei “benestanti„ larghi e lenti, che vengon su con lo stecco in bocca, con le mani strette dietro la schiena, guardando qua e là con un sorriso vago, e andando a cercare i ciottoli per buttarli da parte col piede: desiderabili segni di quelle chilificazioni soavissime, che si fanno soltanto nelle città piccole, dopo una giornata di lavoro tranquillo. C'è un vecchio prete mingherlino che passa ogni sera alle sette e tre quarti, tira a destra per la strada del camposanto, ripassa sotto il terrazzo alle otto e mezzo, col breviario aperto fra le mani, senza mai alzar gli occhi, senza mai cambiare il passo, senza soffermarsi mai un secondo; e fa quella passeggiatina in quel modo da più di trent'anni. Un vecchio signore panciuto passa costantemente con la canna ritta contro il braccio destro, e il panama infilato nella canna. Un altro piglia infallibilmente la sua presa di tabacco nel momento che passa accanto a un tiglio che ombreggia la strada. E io mi diverto a indovinare le altre abitudini di quei buoni signori, i pasti regolati appuntino, quelle ore di sonno sacramentali, l'aborrimento profondo di certe salse, certe fissazioni strane invincibili in fatto d'igiene, la fascia di lana intorno alla vita, la piccola cantina scelta pei casi di malattie, e la piccola farmacia di casa, rifornita a tempo con grande cura. E sporgendo il capo indolenzito e stanco dallo scribacchiamento di tutto il giorno, li seguito tutti fin che spariscono, con un sospiro d'invidia.

* * *

Verso sera, passan pure dei soldati, che vanno a spasso per la campagna, quasi sempre a due a due. Sento degli accenti napoletani, siciliani, toscani, lombardi. Alcuni cantano. C'è un toscano che solfeggia _dove vai, dove vai, ricciolina_, deliziosamente, e molto bene accompagnato da un tappetto di fantaccino che dimena le spalle alla becera. Discorrono delle loro faccende: la consegna, la riparazione alle scarpe, il nuovo orario, _la arne attiva, u capurale, quel bagolon d'un furée_.... — Qualche volta esprimono dei sentimenti d'ammirazione per delle signore incontrate poco prima. — _Chilla è bona!_ — _Ah! che bonbonin!_ — Ce ne passan degli scompagnati, che si fermano a piluccare le more delle siepi con una ghiottoneria di bambini. Corron dietro alle lucertole, si chinano a frucar coi fuscelli nei formicai. Son capaci di perdere un'ora a cercare un uccello di cui sentono il verso dentro a un cespuglio o tra i rami d'un albero, grondando di sudore a forza di girare, di accoccolarsi, di torcersi come le biscie. Scendon giù verso i campi, tornano indietro con dei mazzi di fiori selvatici infilati nella tunica, felici di poter far quattro passi fuor delle scatole, col cinturino sulla spalla e con le mani nelle tasche, aspirando gli odori dei prati e dell'aie, dove son nati e cresciuti. E qualcheduno si volta a guardare in su, con una espressione di curiosità amichevole, che mi compensa di un mese di rompimenti.

* * *

A una cert'ora, ci ho un altro spettacolo: vedo risalire per la strada di val di Lemina dei gruppi di vecchi e di vecchie del vicino Ricovero, vestiti di rigatino grigio, che ritornan dalla passeggiata. Poveri vecchi! Passando sotto il terrazzo, quelli che possono, alzano il viso; e allora posso dire anch'io che “quaranta secoli mi contemplano.„ Par che tornino da una battaglia. Vengono prima gli uomini, delle facce d'arancie seccate sopra le caminiere, dei corpi segaligni, nodosi come le calocchie, dei nani sbilenchi che paiono usciti di sotto un torchio, delle anime lunghe che spenzolano da tutte le parti, delle figure bizzarre, in cui non si raccapezza più la fisonomia, e rammentano i famosi struldbruggs di Laputa, condannati alla decrepitudine eterna, nel libro del Gulliver; delle andature che presentano insieme tutti i ciondolii e tutti i tentennamenti d'un mazzo di marionette tenuto dalla mano d'un paralitico. Quanto trista e maligna è la natura a imporci insieme a quel modo l'ilarità e la compassione! Poi vengon le povere donne, dei cubi, delle piramidi equilatere, delle esse, degli otto, dei visi pelosi e infunghiti; fra i quali pure si riconoscono degli occhi pieni di benevolenza e di dolcezza, che esprimono ancora un amore lieto della vita, e promettono ancora delle buone azioni, dei piccoli sacrifizi utili a qualcheduno. Ma chi mi dà a pensare più di tutti è uno sbilungone tutto rotto, vecchio come il primo topo, con una barba che pare un granatino sudicio, una faccia buffa, che dev'essere il bell'umore della compagnia, che racconta sempre qualche cosa, con una voce di trombone affiochito, degli aneddoti lepidi, da quanto sembra, perchè provoca intorno delle risate faticose, degli scotimenti di gobbe, degli accessi di tosse, dei milioni di rughe, uno scombussolìo da mandare per il medico. Che cosa diavolo dice? È una curiosità che mi tormenta. Deve ancora raccontare degli aneddoti lubrici, quel mummione, delle avventure del 1820, chi sa che birbonate.... e che finezze! Qualche parola m'arriva; ma il senso mi scappa, e mi ci danno.

* * *

Passano alle volte delle squadre di collegiali coi berretti rigati d'oro, in due file, accompagnati dall'assistente; i primi, piccoli, d'otto o dieci anni, gli ultimi sulla quindicina, beati di essere all'aperto, e di aspirare quell'aria a sorsate come un vino generoso; passano allargando e allungando le file, voltandosi da tutte le parti, parlando tutti insieme, con una gradazione ascendente di forza vocale, dalle note femminee della prima ginnasiale ai vocioni velati del liceo, disputando a tre a tre, a quattro a quattro, e spandendo per la strada delle regole di grammatica latina, degli enunciati di teoremi, delle risate, dei nomi storici, dei trilli, dei calcoli di ventesimi, confusamente, con quella mimica sbracciata e angolosa degli scolari, che somiglia un po' alla gesticolazione delle marionette. Ah! quanto è lontano quel tempo.... che è tanto vicino!... Ci ritrovo delle teste ricciute di antichi miei compagni di scuola in quelle file, ci riconosco delle voci di venticinque anni fa, dei gesti che mi ricordano mille cose. Ma non c'è mica da fidarsi a star sul terrazzo mentre passano, perchè si può dare il caso, come una sera, che i primi discutano del miglior modo d'acchiappare le mosche, e quei di mezzo tacciano, e gli ultimi ragionino ad alta voce, e _senz'alcun sospetto,_ di colui che pende, non visto, sul loro capo; e, certo, può accadere di sentirsi dire delle cose gradevoli, ma si corre anche il rischio....

* * *

Altre volte, dopo una mezz'ora di silenzio, sento un bisbiglio di voci armoniose, e vedo a traverso ai rami degli alberi una confusione variopinta di penne, di fiori, d'ombrellini, di veli; tre o quattro famiglie affollate; delle ragazze di dieci anni, delle signorine di venti, delle signore di trenta, la scala vivente del paradiso, che vien su. E fanno un bel quadro, per alcuni minuti, tutti quei visi rosei sul fondo verde delle viti e delle acacie, e le calzine bianche fra l'erba; e un po' più in qua, i cappellini vermigli e rosati che spiccano sull'azzurro delle montagne; e anche più vicino gli occhi celesti che scintillano sotto le ciglia nere. E a proposito, com'è il sangue di Pinerolo? Non saprei che dire. Tra il sangue di Torino e quello di Pinerolo non c'è che un'ora di strada ferrata. Arrotondate un po' più le spalle e colorite un po' più le guancie.... Intanto le signore son lì sotto; la fatica della salita fa ondulare i seni, l'aria dei monti agita i capelli sulle tempie, e le braccia che si alzano a ravviarli mostrano i contorni graziosi e la pelle bianca.... Ma è la visione d'un momento. Il mormorìo armonioso s'allontana, i veli e le ombrelline si rinascondon fra gli alberi, e non resta più che un po' di profumo nell'aria e qualche orma di piedino sulla via.

* * *

Poi passano delle coppie d'amici, a molta distanza l'una dall'altra, lentamente, parlando forte, in modo ch'io sento le parole prima di vedere i visi, e raccolgo dei brani di discorsi curiosi, tagliati poi d'un colpo, o continuati con un abbassamento improvviso di voce, quando la coppia arriva in vista dell'osservatorio. — .... Capisce! — dice una voce rimbombante che s'avvicina, — mi _siringa_ trecento quaranta lire di ricchezza mobile! E io li schiaffo lì per lì tanto di ricorso, dimostrando come e qualmente.... — Scompariscono: non sento più nulla. Dopo cinque minuti, una voce lenta e placida che espone una biografia: — .... in seconde nozze la signorina Gloriocci, figlia di primo letto del commendator Gloriocci, ch'era capo divisione agl'interni nel 1860; _dimodochè_ egli venne ad essere cognato della contessa Vespretti, precisamente l'anno dopo che s'era separata dal marito per il famoso scandalo col capitano.... — Passano, succede un lungo silenzio, e poi una voce stridula e concitata: — .... a parlar di calunnie e d'intrighi, birbone che non è altro! Con che diritto? Con quali prove? Come ha tanta faccia di accusare gli altri dopo quella birbonata del settantasette? Come non capisce che un giorno o l'altro.... — Poi daccapo una voce grassa e pacata: — .... in un involto di carta, oppure dentro a un pezzo di tela, e lo mette in pentola: ma senz'acqua, badi! e deve cuocere in quattro o cinque ore, a sola bragia, per effetto dei vapori che si svolgono, e che restan lì chiusi: lei mangierà il miglior lesso che sia mai stato assaggiato al mondo dacchè si parla di mangiare e di bere....

* * *

E tutti si fermano un minuto al muricciolo ad ammirare il tramonto. Quando tutta la pianura è già nell'ombra turchina della sera, scendono ancora per la valle del Chisone, per la valle di Luserna e per la valle del Po, come per tre immense finestre, dei fasci di luce calda, che rischiarano tre lunghissime striscie di campagna, indorando case, boschi e torrenti. I monti bassi son già quasi neri; i monti alti d'un azzurro cupo; le montagne altissime ancora chiare, d'un azzurrino limpido, unito e dolce come l'acqua della grotta di Capri; e tutte ornate a ponente di tante mantelline di seta rosea tempestate di gemme e di stelle d'oro. Poi tutte queste mantelline s'accorciano, si stringono, si riducono a una collana, non son più che un diamante, svaniscono. Ultimo resta ancora il Monviso sotto la larga carezza del sole. E il sole lo accarezza, — lo tocca, — lo lambe, — lo abbandona. E allora tutta l'enorme catena bruna si intaglia violentemente nel cielo, e lo squarcia e lo morde coi suoi mille archi acuti e con le sue mille piramidi, disegnando nel fuoco una delle più belle e più formidabili immagini di grandezza che sian mai balenate alla mente umana.

* * *

A quell'ora i contadini tornan dal lavoro e i ragazzi e le vaccaie dai pascoli. Da tutte le parti mi arrivan dei canti all'orecchio; quei canti dei contadini piemontesi, così strani e tristi, cantati a voce altissima, e strascicati con un lungo sforzo, come per farsi sentire a grandissime distanze, e rotti da certi trilli gutturali, fiorettati di certi vezzi, direi quasi, violenti, che fan soffermare per la viottola il cittadino che passa, offeso nell'orecchio, e pure curioso di risentirli. Alcune voci mi suonano vicine, delle voci femminili, piene e poderose, che mi fanno immaginare delle grandi ragazze con la bocca squarciata e col seno ansante; altre più vicine, di cui distinguo le parole, una voce tremula, una canzone patetica, che comincia _l'America è grande l'Italia è piccolina,_ e dice d'un mazzetto di fiori che sarà portato a traverso all'Oceano; altre, lontanissime, delle voci lunghe e dolenti, simili alle cantilene dei marinai e alle grida degli spazzacamini, le quali s'avvicinano, si allontanano, muoiono, e poi tornano a suonar più lontano; e pare che tutte quelle voci si chiamino e si rispondano di qua e di là dal Lemina, e dalla pianura alle colline; grida d'amore tradito, sospiri di miserie senza speranze, addii a soldati lontani, e implorazioni di soccorso: cento voci, la grande voce diffusa e stanca della campagna che si lamenta delle fatiche mal compensate, dei balzelli, della leva, delle guerre, e invoca il sonno consolatore.

* * *

Tutt'a un tratto, un vento impetuoso che vien dall'Alpi disperde tutte quelle voci. E allora, davanti a me, comincia la grande sommossa della folla verde, agitata da mille idee e da mille passioni contrarie. È un rimescolìo di tempesta: delle dispute appassionate di tigli che s'insultano; delle denegazioni rabbiose di gelsi offesi che gridano; no — no — mai, mai in eterno; — degli atti disperati e convulsi di acacie atterrite; degl'impeti di furore di pioppi che si curvano per far violenza ad alberelle sottili, le quali si arrovesciano e si divincolano; e delle piccole mischie feroci d'alberelli che s'odiano, e più in là un tentennìo lento di grandi alberi saggi che disapprovano tutto quel sottosopra. A poco a poco, tutto si queta. Poi, da capo, come al soppraggiungere improvviso d'una mala notizia, un nuovo scoppio d'ira e di dolore, uno scatenamento di proteste e d'imprecazioni, una disperazione, un dimenìo, un non volersi dar pace, un tumulto di moltitudine minacciante, la quale pure, a grado a grado, si rabbonisce, abbassa le braccia e la voce, si lascia quasi persuadere, s'acqueta a certe condizioni, facendo ancora dei segni di dubbio, con un mormorìo leggero di malcontento, per non parer troppo facile a contentarsi. Quand'ecco, giunge un telegramma che smentisce tutto.... e allora scoppia formidabilmente, per non più placarsi nè interrompersi, la rivoluzione sociale.

* * *

Allora, solo sul terrazzo, nell'oscurità che sale, flagellato dal vento, come sul cassero d'un naviglio, mi godo tutto quel fragore d'uragano, pieno di grida, di sibili, di gemiti, di parole dolorose, che mi suonano all'orecchio come susurrate da spettri invisibili che mi passino accanto di volo. Il fragore viene a ondate: sono urrà di Eugenio di Savoia che si slancia all'assalto di Santa Brigida, urli dei prigionieri del Saint-Mars flagellati, pianti dei fanciulli astigiani sepolti nella torre degli Acaja, rantoli di cavorresi sgozzati sulla rocca; e poi, dopo un breve mormorio sordo e come compresso, ecco, la marchesa di Spigno scoppia in singhiozzi, i Valdesi cantano i salmi della vittoria sulle vette d'Angrogna, i cannoni della Varaita tuonano, gli emigranti mandano l'ultimo addio alla patria, trentamila grida di gioia salutano il vincitore di San Quintino; tutto il passato si ridesta e mi parla; tutti quei benedetti dolori, tutte quelle sante gioie, tutta quella grande storia di sangue, di fuoco e di pianto, alla quale io debbo la mia soddisfazione di quel momento: la soddisfazione d'un italiano libero, che contempla i confini della sua patria libera, sul finire d'una giornata operosa, nella quale scrivendo, ricevendo saluti d'amici lontani, e scorrendo giornali e libri d'ogni provincia, è vissuto un poco in tutte col pensiero e col cuore, e ha come sentito sulla fronte il grande alito caldo della Madre comune.

* * *

Intanto, s'è fatto notte; le finestre delle officine e delle caserme, giù nel piano, son tutte accese, e qua e là, per i campi e sulle colline, brillano pochi lumi, come occhi infiammati, che battan le palpebre, sul punto di chiudersi al sonno. Allora, in quella oscurità fitta, in cui le falde dei monti scompaiono, par che tutta la campagna vastissima salga, e sia già falda delle Alpi; e le Alpi nere appaiono immense sul cielo grigio, come le onde d'un mare prodigioso che si sia levato per sommergere il mondo, e rimanga immobile lassù, minacciando. Quelli sono i momenti in cui mi sento più incatenato ad ammirarle, poichè non c'è più nulla sulla terra che distolga da loro gli occhi o il pensiero. E le guardo, le adoro, le chiamo madri di soldati di ferro e sorgenti eterne di poesia e di salute, terribili, bellissime e buone, nostra alterezza, nostro amore, e nostra forza. E starei chi sa quanto a parlar con loro, se a un certo momento non mi sentissi quattro piccole mani sulle spalle e due voci leggiere negli orecchi, che mi domandano: — Ebbene, che cosa fai qui? A che cosa pensi? — A che cosa penso! Come ve lo posso dire? Penso a queste montagne che han visto tante cose, a questo angolo d'Italia dove si è tanto sofferto e combattuto, e ch'io vorrei far conoscere e amare da tutti, e che un giorno potreste esser chiamati a difendere, anche voi due, miei cari figliuoli. Voi non capite ancora queste cose; ma io scriverò un libro nel quale ci sarà tutto, perchè lo leggiate poi fra molti anni, in faccia alle Alpi; e lo intitolerò _Alle porte d'Italia_. — E provo un grande piacere allora a udir gridare quelle quattro parole da quelle due voci infantili, con un accento in cui si sente quasi un primo fremito inconsapevole del più grande degli affetti; e m'immagino tutta la loro generazione che le ripeta insieme a una voce, in un giorno di pericolo, dei milioni di voci confuse in un grido amoroso e tremendo, il quale passi sopra la patria come il soffio precursore della vittoria.

FINE.

INDICE.

Pinerolo sotto Luigi XIV Pag. 1 I Principi d'Acaja 19 Il Forte di Santa Brigida 49 Il Forte di Fenestrelle 72 Emanuele Filiberto a Pinerolo 103 La Ginevra Italiana 153 Le Termopili Valdesi 198 La Marchesa di Spigno 251 La Rocca di Cavour 288 I Difensori delle Alpi 326 La Scuola di cavalleria 370 Dal Bastione Malicy 384

DEL MEDESIMO AUTORE:

_Edizioni in-16._

_La vita militare_. 11ª impressione della nuova edizione del 1880 riveduta e completamente rifusa dall'autore con l'aggiunta di due bozzetti 4 — _Marocco_. 11ª edizione 5 — _Costantinopoli_. 14ª edizione. Due volumi 6 50 _Olanda_. 11ª edizione riveduta dall'autore 4 — _Novelle_. 7ª impressione della nuova edizione del 1878 ampliata dall'autore, con 7 disegni di V. Bignami 4 — _Ricordi di Parigi_. 6ª edizione 3 50 _Ricordi di Londra_. 9ª edizione illustrata da 22 inc. 1 50 _Poesie_. Edizione diamante. 3ª edizione 4 — _Ritratti Letterari_. 2ª edizione 4 — _Gli Amici_. 8ª edizione. Due volumi 7 — _Cuore_. Libro per i ragazzi. 69ª edizione 2 —

_In-8 illustrate._

_Marocco_. Con 171 disegni di Stefano Ussi e Cesare Biseo 15 — _Costantinopoli_. Con 202 disegni di Cesare Biseo 20 — _La Vita Militare_. Con disegni di V. Bignami, E. Matania, D. Paolocci e E. Ximenes 15 — _Olanda_. Con 41 disegni e la carta del Zuiderzee 10 —

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (mormorio/mormorìo e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's Alle porte d'Italia, by Edmondo De Amicis