Alle porte d'Italia

Part 26

Chapter 263,841 wordsPublic domain

E quell'anno di Pinerolo rimane nella memoria di tutti gli ufficiali di cavalleria come uno degli anni più saporiti della giovinezza, forse appunto per ciò, che il più caro dei piaceri, quello della libertà, non vi si beveva che a stille, a traverso ai buchi del regolamento, ed ogni stilla riusciva come un'essenza potente che dava il profumo e l'ebbrezza di dieci calici. Molte volte, fra le cure e le amarezze che crescon via via, col crescere dei fili d'argento sopra il berretto e di sotto, essi lo ricordano con desiderio quell'anno fresco e vivace, che spicca come un fiore vermiglio nella filza in gran parte scolorita di tutti gli altri. E ritrovandosi dopo lungo tempo nei campi e nei presìdi, subito, e sempre, si rammentano l'uno all'altro con loquace allegrezza le sciabolate date insieme alle teste di cuoio nel campo degli ostacoli, e le cavalcate su per la collina di santa Brigida e per i sentieri da capre del monte dei Muretti, e i capitomboli fatti e scansati, e quella sala da pranzo chiara e sonora, che intese tante proteste gastronomiche, smentite dal lavorìo precipitoso degli “avorii„ giovanili, e quelle eterne clamorose discussioni tecniche sul cavallo ungherese e sull'italiano, e sulla sella antica e la nova, e sull'incrociamento orientale od inglese, e sulla cadenza delle andature e sull'equitazione di campagna e di maneggio e tutti quei bei sogni ad occhi aperti, tutte quelle dorate immaginazioni di guerra e d'amori, di cariche vittoriose e di ritorni trionfali, che si spensero poi ad una ad una sull'orizzonte decrescente della vita, come le fiammelle d'una luminaria lontana. Ah sì, e quel fabbricone della Scuola era uggioso e quell'orario spietato; ma un verso festoso risonava in ogni parte e rallegrava ogni cosa, ed era quello che il cuore canta una volta sola in settant'anni. Ed ella pure, signorina, ha da aver per la Scuola un po' di gratitudine, perchè qui imparò il suo tenente, e non sotto alle sue finestre, a stare a cavallo come ci sta, senza rompere la comandata perpendicolare che scendendo dalla punta della spalla e rasentando a mezza via quello che è prescritto passa a quattro dita dal tallone; e se vuol dire la verità, ella s'è prima innamorata della perpendicolare che dell'anima. E deve qualche cosa alla Scuola anche lei, signora contessa; le deve la soddisfazione che provò all'ultimo _paper-hunt_, di vedere il suo capitano far così maravigliosamente la volpe a traverso a fossi, e a tronchi d'alberi e a siepi, e metter tanto spazio in pochi istanti fra sè e i cacciatori, ch'ella sola, spronando a furia la morella, riescì a scoprirlo e a raggiungerlo in una solitudine verde; la quale risonò d'una nota armoniosa, che non era la nota d'un usignuolo.

Ed anche Pinerolo ama la sua Scuola, che mantien vive le sue tradizioni di città militare, e ch'è oramai così intimamente legata con essa, che al suono di quel nome — Pinerolo — passa per la fantasia d'ogni italiano una cavalcata sfolgorante di ufficiali ventenni. Ed essa li accoglie assai più che come ospiti, come figli, da vecchia gentildonna piemontese, nata di valorosi e cresciuta fra l'armi; e volta il capo in là con un sorriso, a suo tempo, da madre ragionevole e indulgente, che intende la giovinezza. E la Scuola le aggiunge vita e leggiadria. Il movimento degli elmi argentini e dei colbac neri, e delle divise strisciate di bianco, di rosso, di ranciato, di giallo, e il via vai rumoroso dei cavalli e dei soldati dello _squadrone d'istruzione,_ le dà l'aspetto d'una città di frontiera quando è imminente la guerra. Oltre che quell'accolta di giovani è come un focolare continuamente riatizzato, che tien l'aria accesa di faville amorose, a cui volgon gli occhi ed aprono il cuore le figliuole gentili della _fortissima hosti_. Perchè grande è ancora la virtù seduttrice di quell'Arma, la quale unica forse, negli eserciti moderni, serbò un riflesso dell'antica poesia guerriera, e un certo nome di romanzesca spensieratezza, sdegnosa delle gretterie della vita. Quel pensiero della _tomba aperta_ desta nei cuori femminili un vago senso di trepidazione, che è un principio d'amore. Lo scalpitare del cavallo adombrato chiama alla finestra un visino inquieto. Gli sguardi s'annodano. Qualche testa bruna di cavaliere, già accaldata dai colbac, s'accende; e più d'una testina dalle trecce bionde sogna un titolo patrizio e il golfo di Napoli o la Conca d'oro; e molte speranze paterne germogliano e fioriscono come pianticelle coltivate in segreto. Ma sopraggiungon gli esami, lo scoppio del primo temporal d'estate rompe i sogni, il primo vento d'autunno porta via i fiori, e qualche lagrima verginale cade a terra, e qualche sospiro paterno s'alza al cielo. Ma ecco, al cader delle foglie, altri elmi, altri colbac, altri blasoni, e nuovi baietti e morelli e saurini, e allora i sogni ricominciano, e i fiori rispuntano. Ma il raggio degli occhi azzurri penetra qualche volta così addentro sotto alla divisa del cavaliere, che il _no_ dei parenti lontani non gli fa che inasprir la ferita, e terminato a un tempo il celibato e la scuola, egli porta via in groppa la sua subalpina; e allora la città, che commentò per un anno tutte le vicende del romanzo cavalleresco, applaude alla chiusa felice come alla carriera finale d'un torneo, mentre la Maldicenza cancella due nomi dal registro giallo, scrivendoci sopra — Saldato.

E si va aggiungendo in tal modo qualche filo di seta ai vecchi e forti legami che stringono la Scuola a Pinerolo; la quale dimostrò nobilmente l'animo suo, tre anni sono, piangendo come una sventura cittadina la morte del bravo ufficiale, che era ai suoi occhi quasi l'immagine vivente di quell'istituto. Egli era stato un mirabile esempio del come la rettitudine dell'animo e l'adempimento amoroso e costante dei propri doveri possano accumulare per sè soli sopra un uomo modesto ed oscuro tanta simpatia, tanta onorabilità, da confondersi quasi con la gloria. Nato di famiglia povera, aveva cominciato la sua vita militare a sedici anni, trombettiere nei Cavalleggeri di Saluzzo; ed era entrato sergente _istruttore d'equitazione,_ poco più che ventenne, alla Scuola; nella quale, esercitando sempre lo stesso ufficio, aveva raggiunto il grado di maggiore, e finito la carriera e la vita. Egli aveva insegnato l'equitazione a tutti gli ufficiali di cavalleria dell'esercito italiano, che tutti, anche lontani e dopo molti anni, lo ricordavano sempre con affetto e con gratitudine. Maestro impareggiabile a cavallo, appassionato dell'arte sua in fondo all'anima, aveva un aspetto soldatesco, un gesto imperioso, un comando fulmineo, che parevan l'espressione d'un anima di ferro; ed era buono e ingenuo come un ragazzo. Fuori di servizio, gli ufficiali gli andavano attorno, celiando, come a un babbo buon diavolo, di cui si faccia quel che si vuole. In fatto di coltura, era rimasto poco più che soldato; maggiore, parlava ancora piemontese ai napoletani e ai toscani che s'ingegnavan di capirlo dai gesti. Ma così fatta era la stima che ispirava l'uomo e il maestro, che sarebbe parso ignobile il sorridere di quello che mancava all'ufficiale. Tutta Pinerolo lo conosceva, ed egli conosceva tutti, e passava in mezzo ai saluti e ai sorrisi della città amica, che lo vedeva tutti i giorni, da quasi trent'anni, semplice e affabile nella sua dignità matura d'ufficiale superiore, come era stato nella sua alterezza giovanile di sergente. Un giorno che egli tornava da una passeggiata, il cavallo gli s'inalberò all'improvviso, e gli cadde addosso riverso, dandogli col capo nel ventre una percossa mortale. Portato a casa insanguinato e fuor dei sensi, fu assistito dì e notte dai suoi ufficiali, che si diedero il cambio al capezzale, finchè visse. E i suoi ultimi pensieri, le sue ultime parole furon per loro. Delirando, s'affannava per un allievo che gli pareva pericolante all'esame, e lo difendeva con la Commissione, gridando che lo dovevan provare con un cavallo anziano, non con un cavallo giovane; o ne vedeva un altro cader di sella nel campo degli ostacoli, coi piedi impigliati nelle staffe, e gridava: — Fermate! fermate! — cacciandosi le mani nei capelli, povero Baralis. E così, tutto al suo dovere anche nell'agonia, spirò. E l'antico trombettiere ebbe le onoranze d'un principe. La città intera si affollò dietro al suo feretro, e la cavalleria italiana gli pose sulla fossa un busto di marmo, che il suo valoroso e gentile colonnello, Eugenio Pautassi, scoprì, salutandolo con le più nobili parole che possano uscir dal cuore d'un soldato.

E così i comandanti e i maestri invecchiano e muoiono, e la Scuola è sempre giovane: essa riceve ogni anno un'onda di sangue vivo e ardente, che gorgoglia alcuni mesi fra le sue mura, e si rispande poi per tutta Italia a inturgidire e a rinfiammar le vene dei venti reggimenti di cavalleria, un po' svigoriti e tediati dalla lunga aspettazione della prova. Poichè lo stato d'animo d'un esercito che dura nella pace da molti anni, è molto simile a quello d'una ragazza, a cui il tempo fugge e l'amor non arriva. E la stessa dubbiezza stanca e impaziente ad un tempo è nell'animo di chi ne parla o ne scrive, perchè se è inumano da un lato il desiderar la guerra per la guerra, non ci è possibile dall'altro il salutare e ammirare questo tesoro sacro di giovinezza, di forza e di ferro, senza che ci trascini l'affetto, ogni momento, al desiderio di vederlo operante e glorioso. O terribile domani, pieno di oscurità e di silenzio, che cosa nascondi? Quale sarebbe il grido che ci fuggirebbe dall'anima se ti rischiarasse un lampo, un lampo solo, ai nostri occhi? E forse ci vedresti già segnata la tua sentenza, o bell'ufficiale dei lancieri, che spingi il tuo grande baio oscuro sulla via di San Secondo: invano tu spererai sul tuo letto d'ambulanza di portar saldata ai baci dell'amante l'orrenda ferita che t'aprirà la fronte. E tu ti sentirai piegar sotto, fulminato in mezzo al petto, quello stesso saurino che ora accarezzi, o futuro dragone di _Piemonte,_ e saranno gli stessi cavalli del tuo squadrone, sventurato, che a pochi passi dal quadrato nemico frangeranno il tuo bel corpo giacente. E a te, o bel cavaliere dalle mostre gialle, sarà un colpo di lancia vibrato nelle tenebre quello che ti segnerà sul petto il posto della medaglia dal nastro azzurro, la quale non giungerà in tempo a sentire il palpito del tuo cuore. Ma questa previsione non vi turba, bravi giovani; voi rispondete con un sorriso: — Che importa! — e, spronato il cavallo, vi slanciate a briglia sciolta nell'avvenire, offrendo gioiosamente la fronte al bacio della Patria e della Morte.

DAL BASTIONE MALICY

Ecco perchè finisco il libro sul bastione Malicy. Il giardino della villa Accusani copre per l'appunto il terrapieno dell'antico bastione Malicy dov'era una delle più grandi fonderie della Francia, e il muro alto che lo sostiene è ancora quello della fortezza di Luigi XIV. A un'estremità di questo muro c'è una finta facciata di castello, dalla quale sporge un terrazzino, che dà sull'aperta campagna. Di lì si vede, a destra, l'imboccatura della valle del Lemina, di fronte, quella della valle del Chisone, più in là a sinistra, quelle delle valli di Luserna, del Po e della Varaita, e al di sopra di un mezzo cerchio di colli e di monti floridi, le alpi Cozie, dominate dal Monviso, il quale par piccolo, come sogliono i grandi a chi li avvicina. Sotto al terrazzo, alle falde del colle di San Maurizio, ci son due poderi di due sorelle, la morte e la guerra: da una parte il cimitero, dall'altra la piazza d'armi, e in mezzo, fiancheggiata dalle ultime case sparse di Pinerolo, passa la strada diritta che conduce a Penosa e a Fenestrelle, attraversando il bel villaggio dell'Abbadia. Più lontano si vede San Secondo, al piede d'un monte, e nel piano, la rocca di Cavour. Un paesaggio vasto, vario, fresco, che sale, trasformandosi gradatamente, dal sorriso verde dei campi e dei giardini, alla maestà bianca e celeste delle più alte montagne d'Italia. Fu quella bellezza che mi fece scrivere. Non si direbbe; ma è della bella natura come delle belle donne, che fanno commettere delle corbellerie. Composi quasi tutto il mio libro sul bastione Malicy: per questo ce lo finisco. Non ci ho quasi colpa; ci fui forzato. Vadano a picchiar dei pugni nel bastione, i critici.

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Ci passai tante belle ore, solo e tranquillo, a meditare dei capolavori che non farò mai e a fabbricarmi delle ville che non avranno mai fondamenta! È vero che anche là, qualche volta, m'arrivano delle amarezze e delle noie, in busta e sotto fascia, suggellate e raccomandate, con francobolli di tutte le forme e di tutti i colori. Ma che volete? Non attaccano. Il vento se le porta via, insieme a tutte quelle piccole teste multicolori di re, di imperatori e di presidenti di repubbliche, che dopo avere un po' volteggiato per aria, si vanno a posar sui pampini del vigneto di sotto. E poi, ho delle cose ben più importanti da pensare, la mattina per tempo, quando m'avvio al terrazzo con la posta sotto il braccio. Ci sarà o non ci sarà il Monviso stamani? Sarà tutto ammantato, o solamente incoronato, o avrà le spalle coperte e il capo nudo? Con che grillo si sarà levata sua maestà? A che ora potrò riverire il Cornour, il Frioland, il Servin, e le altre eccellenze canute? Che spettacolo avremo a Corte quest'oggi? Il terrazzo è chiuso da una porta. Alle volte, apro la porta del paradiso: è uno splendore immenso di verde, di azzurro, di neve, di sole, e come l'effetto d'un prodigio, che abbia spinto le Alpi innanzi di dieci miglia. Altre volte, è un malumore universale, una musoneria così chiusa e cocciuta, che lascio subito ogni speranza: non mi attento neanche a domandare il più piccolo favore. Certe altre mattine, invece, è una mutabilità di umore, un via vai di nuvoloni, un errare incerto di fiocchi bianchi e di grandi veli grigi lacerati, un lavorìo, un fare e disfare inquieto e faticoso, col quale mi sembra che la natura risponda alla mia domanda: — Non so.... vedremo.... sto cercando.... vede bene che non sto con le mani in mano.... Ripassi fra un'ora. — Ma io resto là, appunto per veder le prove, coi gomiti sulla ringhiera del mio palchetto, fino all'ultima scena del quint'atto, in cui tutto viene in chiaro e s'aggiusta.

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Sotto il terrazzo passa una stradetta, fiancheggiata da un muricciolo, la quale forcheggia in quel punto: un ramo va giù verso il cimitero, l'altro discende, nascondendosi quasi subito, per il fianco del colle di San Maurizio, fino a Pinerolo. Il bivio forma come una terrazza, da cui si vede la pianura e le montagne. Per questo passan di lì, salendo e scendendo, quasi tutti i pinerolesi peripatetici, che fanno il giro del colle verso sera. Anche ai tempi della fortezza, ci doveva correre una strada, o un sentiero, un po' più lontano, prediletto dagli amanti dell'aria libera, che facevan delle passeggiate _extra muros_. Ecco, per esempio, è un gran divertimento, per me, nelle lunghe ore che passo là, veder venire innanzi i giovani fratelli Bochiardi, Paolo e Antonino, stretti a braccetto, tutti e due grandi e belli, che concertano a bassa voce il viaggio da Pinerolo al Corno d'oro, dove difenderanno eroicamente la porta d'Adrianopoli contro l'esercito del secondo Maometto; e poi scendere lentamente, tenendosi su la tonaca di domenicano, e fantasticando forse qualche nuova birberia da affibbiare a Zanni di Bergamo, quel capo ameno di Matteo Bandello; e dietro di lui, un'amazzone snella e ardita, la contessa Ortensia di Piossasco, ancora tutta trionfante d'aver salvato la città dalla scalata notturna dei soldati del Lesdiguières; e poco dopo, una cavalcata pomposa dello stato maggiore del cardinale Richelieu, e una frotta d'ufficiali cappelluti del Direttorio, e una folla d'italiani d'ogni provincia, i nostri bei volontari di cavalleria del cinquantanove, che passano declamando i versi del Berchet e di Gabriele Rossetti.... L'ultimo è sempre il generale Brignone, grigio e curvo, con quell'aria di sant'uomo; che passa solo solo, a passi brevi e stanchi, meditando sulle sue battaglie e sulle sue sventure.

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La mattina, peraltro, c'è quasi sempre vita nel piano. Nella piazza d'armi galoppano rumorosamente, lampeggiando, dei drappelli di lancieri, comandati dagli ufficiali della Scuola; ci son non so dove (vicino al camposanto, mi pare) i trombettieri del distretto che s'esercitano a straziare gli orecchi e le anime; e dal cortile d'una caserma, in cui vedo dentro, vengon su sonore e distinte le voci dei soldati che rispondono all'appello su cento tuoni, come una tastiera di cembalo picchiata a caso da un bimbo. Intanto vien giù per la strada di Fenestrelle un gran tintinnìo di sonagli, un armento dietro l'altro, dei torrenti enormi di lana, che traboccano nei fossi, e par che minaccin d'allagare la campagna; scendon file di carri carichi di lastre del Malanaggio; sull'aie vicine si batte il grano coi correggiati; arriva il tranvai di Perosa, sbuffando; il Lemina brontola, e qua e là in mezzo ai campi fumano, come tede gigantesche, gli altissimi camini rossi delle officine. Qualche volta, in quell'ora, passa là sotto fra gli alberi, per la strada bassa del cimitero, un feretro, seguito da molta gente con le candele accese; e allora fa un contrasto stranamente drammatico quel mormorìo lamentevole di preghiere, che vuol dire: — Tutto è finito, — con quei nitriti violenti, con quelle grida giovanili d'ufficiali, per cui la vita incomincia: — Aaaaavanti! Caaaaricate! — grida alle quali tien dietro la pesta precipitosa di cento cavalli sfrenati.

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Poi seguon dell'ore di silenzio e di solitudine, e allora il mio spettacolo preferito è una casetta rustica, lì accanto, abitata da una piccola famiglia: una vecchia vedova, che fa la lattaia; un suo figliuolo, che lavora da muratore; la moglie del figliuolo, che fa la balia, e una ragazzetta, figliola della vecchia. Tutto il loro avere è un pezzetto di prato e un par di vacche. Campan di nulla, e paion contenti. La sposa è una trovatella, presa bambina dalla lattaia, e allevata da lei. Il figliuolo se ne innamorò e la volle. L'adorano tutti. È allegra, canta dalla mattina alla sera, col suo bacherozzolo in braccio. Io tengo dietro a tutte le loro faccende e conosco tutte le loro abitudini. Quando ritorna dal lavoro, il figliuolo conduce le vacche nel prato, e così, per spasso, gira il braccio intorno al collo ora all'una ora all'altra, mentre è chinata che pascola, le arrovescia la testa in su, e la bacia nel muso amorosamente. Sull'imbrunire, mangiano una minestra, seduti davanti all'uscio. Dopo cena, gli sposi fanno una passeggiata di trenta passi, fino al bivio, dove rimangon un po' di tempo appoggiati al muro, a guardare i monti. Rincasano; brilla un lume a una finestrina per un quarto d'ora; poi si spegne, e tutto è finito. E così tutti i giorni, e tutto l'anno. E io provo un piacere, una commozione di fanciullo, a raffigurarmi cento volte un vecchio milionario malato, che va a bussare una sera a quella porta con una carta della Maternità fra le mani, ed entra in quella casa; e sento un grido: — mio padre! — e uno scoppio di pianto, e il rumore d'una caduta, e voci confuse di meraviglia e di gioia, e il frullo dell'ali della pace che vola via da quel nido per sempre....

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Quel gran silenzio della mattina, qualche volta, è rotto da molte voci insolite, dai discorsi di un gruppo d'amici, venuti di lontano, che discutono concitatamente per dimenticare una colezione infelice; e quelle mattine si spandono dal terrazzo per la campagna, come uccellacci esotici portati là in una gabbia, le più bizzarre frasi del mondo, delle parole d'una lingua misteriosa e sinistra, che fanno correre un fremito per le fibre dei gelsi vicini.... — .... ma quell'animazione antropomorfa che s'infiltra per tutti i meati del mondo zolesco.... — .... no, tu confondi coi piccoli omotteri della famiglia dei coccidi che si trovan negl'internodii delle piante monoiche.... — dice che l'anima dell'individuo, entrando per opera dell'amor platonico negli ordini operativi, partecipa alla vita universale della psiche cosmica e si congiunge col Logo.... — .... sai che interessa interiormente l'estremità posteriore delle tre circonvoluzioni temporo-sferoidali e una parte della porzione posteriore della circonvoluzione parietale inferiore.... — Ed è un ridere allora a vedere lo stupore profondo delle due vacche della lattaia, e l'aria triste d'incredulità con cui scrollan la testa, come per dire col Manzoni: — Neghiamo tutto e non proponiamo nulla....

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Appena c'è un po' d'ombra, s'ammucchia lì sotto tutta la spazzatura di bimbi del vicinato. È un altro spettacolo che non darei per molte commedie in cinque atti. Oramai li conosco quasi tutti, quei tometti. C'è dei bei ragazzi, cresciuti all'aria forte di San Maurizio, che arrivano a gran passi, _abbambinando_ fra le gambe larghe i fratellini d'un anno; delle cecine alte tanto da terra, che portano in collo dei bofficioni, con delle faccie come melanzane; e poi dei mangiapagnotte di tutte le misure, delle pance tonde, delle vere palle di cavolfiore, dei minuzzoli che si reggono appena, dei cosi lunghi che si poppano il dito grosso, col cappello a sghimbescio, una bretella sola, la giacchetta tutt'occhi, i calzoncini a bracaloni, le calze a giambardella, le scarpe a ciabatta, e la camicina che sboccia di dietro. Povere mamme! che canaglia! Bisogna vederli, come si svoltolano nella polvere e strascicano il sedere sui sassi e struscian la pancia sul muricciolo, tutti in riga, col capo spenzolato in fuori e la coda di tela per aria, giocando a chi sputa più lontano. E stan lì delle mezz'ore, a contrattare il baratto d'un bottone, d'un chiodo, d'un osso di pesca, d'un cencino rosso, facendo un chiocchiolìo interminabile per ogni uccello e per ogni cane che passa, finchè delle voci minacciose li chiaman per nome di lontano; e allora si sparpaglian tutti ciabattando, ranchettando e ballonzolando, fuorchè uno o due, le anime perse della compagnia, ribelli a ogni legge umana e divina; i quali rimangono appoggiati al muro in atteggiamento affettato di noncuranza, succhiando i mozziconi dei miei virginia.

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Più tardi passano delle coppie d'amanti rustici; delle ragazze tozzotte, con due tendoni di capelli lustri appiccicati alle tempie, e con un nastrino di velluto nero intorno al collo; dei giovani col cappello a cencio e coi calzoni alla francese. Quando arrivan lì, credon sempre di esser soli. Guardano bene intorno, molte volte; ma, poveri giovani! al solito non si ricordan mai di guardare in alto. E poi che si può vedere, con quegli occhi in solluchero? Le teste si chinano sulle spalle, le braccia girano intorno alle vite.... e il fotografo, dal terrazzo, conta i minuti secondi. Qualche volta c'è degl'indiscreti, e allora le ragazze piegano indietro il busto tutto d'un pezzo, come popattole spezzate alla cintura, e ributtano i nasi temerarii con dei colpi di ventaglio da cavare il sangue; e i battuti si vendicano azzeccando dei pizzicotti da intaccar la pelle ai rinoceronti. Poi s'acquetano, e s'appoggiano al muricciolo; discorrono lungamente; la ragazza con gli occhi bassi, facendo scorrere tra le dita l'orlo del grembiale nero; lui, coi gomiti appuntati, in atto d'adorazione; e s'indovina dalle risa dell'uno e dall'occhiate di rimprovero e dai rossori dell'altra, le scioccherie grasse e i complimentacci impertinenti.... coi quali ricomincian gli assalti e le ventagliate.... fin che la ragazza alza gli occhi al terrazzo; e allora restan là, due statue di sale, in un atteggiamento così miserevole, che mi sento preso da paterna pietà, e rientro rapidamente nel mio casotto, come un grosso automa d'orologio.

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