Alle porte d'Italia

Part 25

Chapter 253,781 wordsPublic domain

E s'avvicinò il battaglione Val di Schio. A noi parve d'udire uno strepito diffuso d'opifici, e di veder sorgere alle falde dei bei monti vicentini centinaia di case d'operai, fiancheggiate d'orti: una piccola città americana, piena di scuole e d'istituti benefici, formicolante d'operai lanaioli, con la gazzetta spiegata fra le mani; e davanti tutte le alture, la forma graziosa di Monte Summano, colorito di fiori. La folla si cacciò innanzi dalle due parti, curiosa, gridando viva Vicenza, viva Schio, viva Thiene. Eran soldati vivaci, facce espressive, fisonomie di montanari sagaci e ragionatori. Il Rogelli si vantava di distinguere una valle dall'altra, di riconoscere i valdagnesi d'origine nordica, scesi dai monti dirupati di Recoaro, da quelli dell'angusta valle dell'Astico, nati all'ombra del _Capel del Dose_. Ma era pura millanteria. Il battaglione, peraltro, presentava una varietà notevole di volti, e tutte le sfumature immaginabili del biondo dei capelli e del rosso delle carni. Erano bei fusti di giovanotti, degni rampolli di quegl'indefessi contadini del Canale di Brenta che lavorano da tre secoli a convertire in campi fecondi le nude rocce; figli della antica lega dei Sette Comuni, gloriosa dei suoi cinquecento anni di governo autonomo, e della sua fedeltà cavalleresca a San Marco; ingagliarditi alle aure “pregne di vita„ dei boschi e dei pascoli sull'ubertoso altipiano che si leva tra la provincia di Vicenza e Valsugana. Chi sa! Ve n'eran forse parecchi nati in quei villaggi fuori di mano, dove si parla ancora il dialetto cimbro; v'era certo qualcuno di quegli ossuti ed agili montanari che tiran giù le slitte al fondo della valle dal bel villaggio d'Enego; e non pochi, senza dubbio, che avevan già fabbricate molte migliaia di quei milioni di scatole e di secchie che portano sin di là dall'Oceano il modesto nome del loro paese. Vaghi paesi, leggiadre borgate dai tetti aguzzi, dove suona il canto melanconico delle bionde intrecciatrici di paglia, solitudini predilette dalle fate bianche che regalano le matasse miracolose, o infestate dai nani rossi, che scarmigliano i capelli alle ragazze; riposte valli dalle leggende eroiche e dalle tradizioni misteriose, piene di poesia e di bellezza, troppo ignorate da noi, vagabondi cercatori d'ispirazioni straniere! E tu pure ci avevi in quelle file il tuo sangue, o bella madre di pittori, vecchia Bassano dai verdi poggi, donde

scende la Brenta al mar tacita e bruna,

e tu Marostica industre, che tendi al cielo, come un braccio titanico, il nero torrione di Can Grande; e tu, tomba famosa dell'insuperabile cantor maccheronico, o Campese; e tu, Asiago ridente, che spandi per monti e per valli gli accordi armoniosi delle tue campane, vibranti ancora nell'anima dei tuoi figli lontani come la dolce voce dei parenti! — Viva Bassano! — gridò la folla. — Viva Recoaro! — Viva Valdagno! — Il Rogelli urlò: — Viva i Sette Comuni! — Ma la signora l'interruppe per domandargli se sapeva delle parole cimbre. Ed egli disse rapidamente: — _Kersa, pluma, langez, sbalbala, taupa, veuer, stearn, sela, engel, Got_. — E siccome l'entusiasmo lo metteva in vena di galanteria, tradusse con un crescendo appassionato: — ciliegia, fiore, primavera, rondine, colomba, foco, stella, anima, sole, angelo, Dio. — E matto, come si dice? — domandò mistress Penrith. — _Narre!_ egli rispose, esaltandosi. Ebbene? Sì, oggi son matto, e dico che un vecchio italiano che non diventa un po' matto, al veder passar tutti insieme per la prima volta i figliuoli armati delle Alpi, ha meno cervello in capo di quelli che lo perdono! Ah! poveri patriotti morti, poveri nostri vecchi sepolti, che non li potete vedere! — Ed eccitato com'era, si sarebbe lasciato soverchiar dalla commozione, se gli applausi fragorosi che salutavano Val di Schio, non fossero stati interrotti improvvisamente da uno squarciato grido: — Val Brenta! — che annunziò un nuovo battaglione.

— Val Brenta! — rigridò la folla voltando le diecimila teste verso il battaglione che s'avvicinava. Fu come un soffio d'aria di Venezia che ci venne in viso. — L'agronomo fece l'atto della deglutizione, socchiudendo gli occhi, e sclamò: — Ah! l'eccellente _Verdiso!_ — Ecco gli Alpini di

là dove il Sile a Cagnan s'accompagna.

Era Treviso che veniva innanzi, la prediletta amica di Venezia, la giovanile e arguta Treviso, felice della divina ricchezza d'acqua, d'aria e di verde che le dà salute e fragranza. Eran soldati d'aspetto geniale, d'occhi sfavillanti, d'andatura viva e sciolta; figure di montanari, molti, ma come ingentiliti anche di fuori dallo spettacolo d'una bella natura, illeggiadrita dall'arte; molti visi che facevano supporre una vena di bizzarria piacevole, estri di capi originali, fantasie vivide e mobili come fiammelle agitate. — Questi son di buon umore! — esclamò il Rogelli. — Non c'è caso che lascin languire la conversazione al bivacco o morire il canto per via. E una destrezza a menar le forbici! Ma da ragazzi di garbo, senza forare la pelle. Hanno il folletto in corpo. È uno spasso. — La folla li assordava d'evviva, essi sorridevano. Si pronunziavano da ogni parte, come nomi d'amici, i nomi dei loro paesi, così noti e simpatici a tutti; e la prode Conegliano passò, con le sue torri e i suoi cipressi, bella come un sogno di pittore, e quel beato angolo di terra di Valdobbiadene, quasi diviso dal mondo, e i colli di Montebelluna, sparsi di ville, vestiti di pampini, irti di frutteti, e l'adolescente Vittorio, chiusa fra le braccia dell'Alpi. — Ah signori, Asolo! — esclamò la signora Penrith, appuntando il dito bianco sulla tabella di reclutamento. — Pensare che ci saranno dei soldati di Asolo! Cugino, indicatemi i soldati d'Asolo! — Questo superava la percezione e la presunzione anche del Rogelli. Ma la signora non insistette, chè già l'aveva portata l'immaginazione all'Asolo del cinquecento, davanti alla pomposa Regina di Cipro, seduta all'ombra dei baldacchini di broccato d'oro, in mezzo a una corona di letterati e di principi; e udiva le grida delle cacce e delle giostre, e come la musica, lontana di quel breve regno gentile. — Viva Treviso! — gridò la folla. — Viva Conegliano! — Viva _l'amorosa marca!_ — gridò il Rogelli. — Signori, vent'anni sono, in questo medesimo giorno, entrava in Treviso il primo drappello dell'esercito italiano! — Queste per Asolo! — disse la signora, gettando una pugnata di viole ciocche. E tutta la moltitudine, come obbedendo al cenno d'un solo, gridò in coro anche una volta: — Viva Val Brenta! — E gli ultimi soldati passarono, poderosi ed alteri come le quercie della loro “magna selva Fetontea„ girando sugli spettatori le pupille chiare e potenti, come quando nei dì sereni si voltano dalle loro alture a guardare all'orizzonte Venezia, somigliante a un'isoletta azzurra perduta tra i vapori dell'Adriatico.

E altri squilli di tromba echeggiarono, e un altro battaglione s'avanzò, d'un aspetto nuovo.... Salve, Belluno antica, cinta di monti superbi che affondan le fronti bianche nel cielo; salve, o piccola Pieve immortale, sfolgorante della gloria del tuo Tiziano; orrida gola del Cordévole, tagliata a picco nelle alte rupi dolomiche, dalle forme mostruose; salve, o conca paradisiaca d'Agordo, cerchiata di montagne splendide, simili a sterminate piramidi di candido marmo, o maravigliosa muraglia di Monte Civita, o gigante Antelào, o inespugnabile nodo di gioghi e di boschi, Scozia d'Italia, popolata di villaggi di legno, su cui brillano le chiesuole nivee, e s'alzano come lance i campanili snelli ed acuti, gloria a voi, poetiche valli dal sorriso triste, così belle allo sguardo, così dure alla vita; e ai figli vostri, e ai figli dei lottatori impavidi del 48, ai Cadorini dal saldo petto, così pronti sempre a invermigliare di sangue le loro rocce per ricacciar gl'invasori. La folla li salutò con uno slancio d'affetto caldissimo, gridando parole che scotevan tutte le fibre, ed essi passavano composti, con una cert'aria di curiosità riflessiva, come di gente venuta da lontano. — Viva Auronzo! si gridava da ogni parte. Viva Pieve di Cadore! — Viva Perarolo! — Viva Lorenzago! — E a quei nomi alzavan la faccia, e guardavan qua e là, come se dovessero veder qualche cosa dei loro paesi; ed eran facce che dicevano una vita di sacrifizi e di ardimenti: facce di cavatori di rame dei monti d'Agordo, di conduttori di zattere del Piave, di boschieri, abituati a parlarsi a cenni nello strepito assordante delle cascate d'acque e dei venti, e a giocar la vita ogni giorno fra i torrenti e le rupi; facce d'antichi _scottoni,_ che da fanciulli avevan portato il cibo ai boscaiuoli, a prezzo di pericoli mortali e di stenti terribili, visi dai lineamenti risentiti e gravi, che nella loro freschezza giovanile raccontavan già la storia di molte emigrazioni oltre l'Alpi, di fatiche, di privazioni di molti anni accumulate in pochi mesi, per metter da parte e riportare a casa qualche scudo; visi d'una bellezza loro propria, irradiata dall'anima indomita, che faceva correr la mano al saluto reverente prima che all'applauso festoso. Era il penultimo battaglione, eran del Cadore; la folla li costrinse due volte a fermarsi; una tempesta di fiori cadde su quelle larghe spalle e su quelle braccia di ferro; le acclamazioni copersero il suon delle trombe. La signora Penrith, consapevole della particolare simpatia dei concittadini pel Cadore, si credette obbligata a mostrare una commozione insolita, ricordando con rotte parole la sua gita a Pieve, alla casa del Tiziano, convertita in beccheria. Il Rogelli gettava ai soldati delle frasi cadorine: _Fra nos, nos bos, nos vacis, faron nos fatis;_ ma morivan a mezz'aria negli applausi. Il comandante dell'ultima compagnia lo riconobbe, passando, e gli fece un cenno. — Ah! capitano, — gli gridò dietro il Rogelli, esaltato da un ricordo improvviso, — la nostra gita a Caprile con gli alpinisti! L'abbraccio alla vecchia colonna col leone di San Marco! La colezione davanti alle due bandiere della Serenissima! Ah! il mio Cadore adorato! — Ma gli portò via la parola il doppio acutissimo grido della moltitudine, che mandava l'ultimo addio a _Val Cadore_ e il primo evviva a _Val Tagliamento_.

Ed ecco il Friuli, finalmente; il Piemonte orientale d'Italia, gli ultimi figli delle Alpi carniche, i lavoratori invitti e pazienti, ponderati e accorti, forti come tori, e mansueti, quando il vino non c'entra, e buoni, quando il cuore li muove, come i canti affettuosi e mestissimi delle loro montagne; e quando calano il pugno, tremendi; alti della persona, e di viso onesto; belli agli occhi nostri della poesia dei lontani, e della fierezza pensosa di avanguardie della patria. Al primo scoppio di grida, succedette nella moltitudine un mormorio lungo e quasi carezzevole, come d'un mare che bacia le sponde; e in mezzo a quella musica sommessa di saluti, più eloquente e più cara d'ogni plauso, s'avanzarono a passi pesanti, coi visi alti e seri, atteggiati a una certa espressione di stupore di gente ignara del mondo, i bravi figliuoli di Cividale, di Gemona, di Tolmezzo, i nati ai piedi delle Alpi Giulie, in faccia alle sentinelle avanzate dell'Austria, i campagnuoli delle terre di Venzone, che restituiscono intatte dai secoli le salme umane, i pastori cresciuti fra gli urli selvaggi del Tagliamento, e nel triste canale del Ferro, ai confini delle nevi eterne, frammisti ai biondi Slavi di San Pietro al Natisone e agli Slavi solitari dell'altopiano di Resia. Salute! Salute a voi, fratelli austeri e fedeli! Salute ai vostri operosi padri emigranti alla valle del Danubio! Salute alle vostre donne fortissime e dolci, che la fatica atterra e l'amore risolleva! Salute, Friuli bello e onorato! Tutto questo sentiva ed esprimeva confusamente la folla con le grida potenti che le usciron dal profondo dell'anima quando passaron le ultime file. E allora l'entusiasmo divampò come un incendio al soffio d'un aquilone, e in mezzo a quel delirio di tutti, nessuno s'accorse del buon Rogelli, che scaraventò il cilindro in mezzo alla piazza. Non era più il popolo d'una provincia, era l'Italia intera che salutava i suoi nuovi battaglioni, che battezzava il suo nuovo corpo di difensori, che consacrava il principio della sua storia; era la grande patria, che gli affidava solennemente i varchi della sua sacra frontiera, e gli diceva: — Confido in te, e sii benedetto! — Tutte le fronti si scoprirono, gli spettatori dei palchi sorsero in piedi, la moltitudine innumerevole agitò le braccia convulse, sprigionando un ultimo formidabile grido. E poi, come per incanto, tutto tacque. Tutti rimasero muti ed intenti a guardare quella fiumana d'armati che si perdeva lampeggiando nel polverìo dello stradon di Torino, — tutti immobili, e come stupefatti ancora d'un sogno prodigioso, come se dietro a quei venti battaglioni avesse girato rapidamente intorno a loro, dal colle di Cadibona al Picco dei due signori, sonando le glorie di tutti i suoi popoli con le campane di tutte le sue valli, la giogaia sublime che ci divide dal mondo.

LA SCUOLA DI CAVALLERIA

Bella signorina che, a quanto pare, finirà con legarsi per la vita e per il vitino a un ufficiale di cavalleria, e sarà punta a suo tempo, come molt'altre, dal sottilissimo acúleo della gelosia retrospettiva, non si dimentichi, quando vorrà strappar le confessioni a suo marito, di domandargli conto dei suoi amori o del suo amore di Pinerolo, perchè uno almeno ci dev'essere stato, come è certo che splende il sole. E s'egli negherà, ed ella insista, assalendolo risoluta, come se fosse sicura del fatto suo. Ma non avrà bisogno di ricordarsi dei miei consigli maligni, poichè sarà condotta al sospetto da altre voci e per altre vie. E già mi par di vederla e d'udirla, accesa nel viso, sfoderar la sua requisitoria coniugale con quella esagerazione amenissima, che rende così cara, anche a chi ne è vittima, l'eloquenza d'una donnina sdegnata. — Se si può negare! Ma se siete stati innamorati tutti, in quell'anno, chè è una regola, un articolo sottinteso del regolamento. No? Non sarà stato a Pinerolo, sarà stato a Torino; ma Pinerolo era la base d'operazione, in ogni modo. Dunque.... è vero. Un amor doppio, forse.... o senza forse. Uno che _mosse il màntaco ai sospiri,_ ed uno.... od altri.... d'altra natura. Bisogna che per quelle quindici miglia di strada ferrata si vedano passar cappelli e penne di tutti i colori: una vera esposizione ornitologica ambulante ha da essere, con biglietto d'andata e ritorno. E la chiamano “scuola di perfezionamento.„ Oh! il passato della cavalleria. E dire quante ragazze del mezzogiorno d'Italia penseranno all'amico o al cugino lontano con questo conforto, che è lontano, sì, ma fuor d'ogni tentazione e d'ogni pericolo, in quella piccola città severa, quasi perduta fra le montagne, con le nevi eterne a due passi, e sei mesi d'inverno polare. Povere grulle! Eh! taci. È inutile. T'odio.

Chi sa quante belle bocche avranno detto qualche cosa di simile, dal quarantanove in qua! Poichè fin dal quarantanove v'è la Scuola di cavalleria a Pinerolo, fin dall'anno in cui fu sciolta la Scuola d'equitazione della Venaria reale, di già antica memoria. Questa era stata aperta nel 1823, era vissuta sempre sotto le cure dirette dei Sovrani, e non si può dire che facesse mala prova, grazie, in parte, al famoso Vagner, che vi fu capo cavallerizzo molti anni, e vi fondò un metodo eccellente d'insegnamento, non sapendo d'italiano che due parole: _no_ e _bestia,_ che gli bastavano; a quel Vagner che, partito di qua capitano, andò poi a offrire il suo frustino a Pio IX, il quale gli diè il comando d'un reggimento di dragoni, da cui uscì generale. Lo scopo di quella Scuola era il medesimo di quella d'ora; ma gli usi conformi ai tempi, che è quanto dire molto diversi. Gli ufficiali andavano a Corte al baciamano in calzoni bianchi, il professore di lingua francese e italiana aveva trenta lire di gratificazione ogni due mesi, e i cavalli invalidi erano dati ai frati, che ne facevano regolare richiesta a Sua Maestà. Ma non tutti gli usi eran diversi, poichè fin d'allora Sua Maestà voleva impedire le _troppo frequenti corse degli ufficiali a Torino_, dove par che smontassero in piazza Emanuele Filiberto, all'albergo della _Rosa bianca_, che fu celebre; e le brillanti scapestrerie non eran rare, benchè fossero scarsi gli allievi. Da questa piccola Scuola piemontese, durata un quarto di secolo, nacque più grande, arricchita di altri studi, e italiana, la Scuola di Pinerolo, a traverso alla quale, più volte ampliata, trasformata e ricorretta, passarono tutti gli ufficiali di cavalleria del nuovo esercito, dal più vecchio generale al più giovane sottotenente, tutti quelli venuti dall'esercito meridionale, o dall'austriaco, o da quello dell'Emilia. Nove comandanti, dei quali son raccolti i ritratti, come quei dei dogi di Venezia, in una sala del club, ancora minaccianti arresti e fortezze, si succedettero finora nella direzione di questa grande fabbrica d'ufficiali, che da trentasette anni lavora senza riposo. Ed ebbe anni di produzione copiosa e affannosa, nei quali i cavalleggeri, i lanceri, le guide, gli usseri uscivano rapidamente di sotto alle sue ruote, abbozzati appena, ma scintillanti d'entusiasmo, gettando il loro grido di guerra in tutti i dialetti d'Italia; ed ebbe i suoi anni pacati, come questi, in cui lavora lenta e in silenzio, fortificando e ripulendo con cura l'opera sua, per dare all'esercito cavalieri perfetti “elegantemente saldi e spensieratamente arditi.„

Trentasette anni sono trascorsi, un esercito d'uffiziali è passato; di mille vite avventurose e strane, splendide e tristi, qui balenarono i presagi e tempestarono le prime passioni. Quando di sul colle di San Maurizio si fissa lo sguardo giù sopra i tetti di quel vasto edifizio, risuonante di nitriti e di squilli di tromba, la fantasia vede confusamente ufficiali di cavalleria lanciati alla carriera per vaste pianure verdi, rigate di bianco dalle divise tedesche; e sale da ballo dorate, dove altri ufficiali trionfano, in mezzo a una flora volante di donne belle; e boscaglie illuminate dalla luna, fumanti ancora di una mischia solitaria d'esploratori dove dei cavalli mutilati si dibattono nell'agonia; e poi sciabole incrociate e visi accesi di duellanti, in giardini su cui spunta l'aurora; ed altri visi immoti e pallidi, intorno a tavolini da gioco; e dietro tutti questi, più lontani e più confusi, altri cavalieri, altri balli, altri duelli, altre sale da gioco, altri cavalli che agonizzano in mezzo a boscaglie solitarie, su cui la luna risplende. Ma pure la luna di Pinerolo ha da averne visto la parte sua, di scene tragiche no, ma di lepide e ardite follie, al tempo in cui la gioventù militare era più scapigliata e più allegra. E sarebbe ameno d'andare a chiedere a un vecchio generale severo: Si ricorda ancora di quando scendeva a cavallo da Santa Brigida, di notte, vestito all'Ernani, rischiando la vita in una corsa disperata, e svegliando la città a colpi di pistola? O a un altro generale canuto e venerabile: Se la sentirebbe ancora, generale, d'arrampicarsi in cima a un albero d'una piazza, una notte di pioggia, per vedere a traverso ai vetri d'una finestra su che fianco s'addormenta una signorina? O a un vecchio colonnello, pien di gravità e di dolori: — Non le pare che le farebbe bene, colonnello, di rituffarsi nudo nel Chisone in una bella notte di gennaio, com'ella faceva nel buon tempo antico? Molti di quegli ufficiali giovanissimi, che Pinerolo vide brillare per le sue vie, accumularono gli anni e i galloni; altri, ancor nel fiore dell'età, li tolse all'esercito una ferita gloriosa; parecchi morirono eroicamente sotto le sciabole della cavalleria austriaca, a Montebello, a San Martino, a Custoza, usciti appena dalla Scuola. Gittar l'anima di là dall'ostacolo, prescrive il cavallerizzo tedesco, e slanciarsi subito ad afferrarla: essi la gittarono fra i nemici, e non la riafferrarono più. E ci sentiamo battere il cuore ritrovando nei registri della Scuola i loro nomi, con l'elenco delle punizioni subite per le loro scappate giovanili, nate da un bisogno imperioso di divorar la vita, come se la presentissero breve. E ritroviamo con quelli i nomi di tutto il patriziato d'Italia, i quali ci risveglian nell'anima un'eco di quella divina musica del cinquantanove, al cui suono correvano ad arrolarsi i duchi, i conti e i marchesi, e strigliavano allegramente i cavalli, impazienti d'imperlare i loro stemmi di sangue.

La Scuola d'allora formava l'ufficiale; quella d'oggi non fa che compirlo; ma è più faticosa e più austera dell'antica. Licurgo troverebbe poco a ridire sopra l'orario. Gli ufficiali inforcan gli arcioni appena arrivati, e si può dire che restano in sella per nove mesi: non scendon da cavallo che per andare agli attrezzi di ginnastica, passano dalla ginnastica alla sala di scherma, scappano dalla scherma alla scuola d'armi da tiro e d'ippologia, corrono dal maneggio al campo degli ostacoli, dal campo degli ostacoli alla scuola di campagna, dalla scuola di campagna al quartiere, continuamente incalzati, sobbalzati, scrollati, svegliati prima dell'alba, spossati prima di sera, tenuti a mensa tutti insieme, vigilati da vicino e da lontano dall'occhio paternamente terribile d'un colonnello che li conosce un per uno come figliuoli, e li governa col regolamento da una mano e l'orologio dall'altra. Venuti dalla Scuola di Modena, dove prevale la penna al fucile e il tavolino al cavallo, ricevono qui una scossa violenta, quasi brutale, che li sopraffà a tutta prima; ma che riconoscon ben presto necessaria e benefica nella forza duplicata dei muscoli e in un nuovo e come impetuoso sentimento della salute. In quei pochi mesi segue in quasi tutti una trasformazione fisica, come per effetto d'una seconda e rapida adolescenza. Vengono giovanotti, ripartono uomini; entrano studenti, escon soldati. E questo si propone la Scuola, e per questo da rude educatrice li affatica e li sferza, quasi mirando a domar la carne e a castigar le passioni.... Ma non doma e non castiga nulla. Tutta quella gioventù smaniosa di vita non bastano a contenerla nè i lacci serrati della disciplina, nè la mano ferrea del colonnello, nè la cerchia angusta di Pinerolo: essa ribolle e zampilla fuori come vino spumante da una botte forata. Torino l'accende, come un grande specchio ustorio, e l'attira, come una gigantesca tromba aspirante. E le gite lecite e le corse clandestine s'avvicendano, come s'alternano tra i fidanzati, sotto gli occhi dei parenti, le carezze permesse e palesi e gli ardenti baci furtivi. Ah le belle scappate! beato ultimo treno del sabato! deliziosi tuffi a capofitto nel veglione vietato, dati con la voluttà del nuotatore fanciullo che si slancia nudo nel fiume, in barba alla guardia municipale! E saran terribili i ritorni, nell'ore più fredde della notte, in calesse, col vento e la neve in faccia, con l'ansia di non arrivare in tempo pel primo esercizio della mattina; nè riuscirà difficile al colonnello, che avrà udito da letto lo scalpitio accusatore dei cavalli, riconoscere sull'alba i profughi, o ai morsi dei cavalli capovolti, o ai colbac messi al rovescio nel dormiveglia, o agli occhi pesti e ai capelli arruffati dalla mano febbrile del carnevale. E ci sarà pure il rischio, sonnecchiando in sella, di perder l'equilibrio al primo salto di montone del maremmano ombroso, e di risvegliarsi in grembo alla madre terra, fra quel maledetto urlìo dei compagni: — Paga! Paga! Paga! — Ma che monta! Si faranno le frizioni di spirito canforato e si pagherà il fio e lo Champagne.... ma si sarà slanciata l'anima a volo come un cavallo alato a traverso a una notte ardente di Torino, si saranno tracannate d'un fiato otto ore di libertà e di pazzia, con la gioia frenetica della ribellione e del trionfo.