Part 24
Era il battaglione gemello di quel di Val Dora, levato nella stessa Comba di Susa e nelle tre valli sorelle per cui scendono a salti sonanti i tre rami della Stura di Lanzo, e sui poggi ameni di Corio, di Rivara, di Fiano, di Ceres, seminati di borghi floridi e di ville. O belle memorie di scampagnate domenicali, di cene sotto le pergole e di balli nei giardini illuminati! Bei valloni boscosi e freschi, e santuari altissimi, luccicanti come perle bianche sull'immenso manto verde della montagna! A veder le facce di melagrana di quei soldati, venivano al pensiero le fiorenti balie di Viù, ingioiellate come madonne, che spandono intorno un odor di latte e di salute, e le vezzose montanine di Lemie, col loro cappello di feltro nero calcato baldanzosamente sur un orecchio. Mi parve di riconoscerne molti, di averli veduti ragazzi, con le racchette ai piedi, scendere per le viottole coperte di neve, che conducono a quelle povere scuole della valle, dalle cui finestre non si vede cielo. Certo v'eran fra loro dei frequentatori della Comba selvaggia, dove andavano a cacciar l'orso i principi Savoiardi, e di quei che vivono sotto la minaccia perpetua di Roccapendente, e dei nati in quel triste villaggio di Bonzo, al quale per sessantanove giorni dell'anno non si mostra il disco del sole. Quante ne dovevano aver già passate a vent'anni, quali dure prove doveva aver già vinto quella loro gagliardissima tempra! I figli dell'ultima Balme, più di tutti; molti dei quali avrebber potuto raccontare orrende istorie di parenti schiacciati dalle frane, e di tristissimi mesi di prigionia, trascorsi nelle case sepolte, in mezzo alle provvigioni accumulate come per un assedio, che poteva finir con la morte. — Qui ci son degli orfani delle valanghe, — disse il Rogelli, scotendo il capo. La signora Penrith buttò giù una manata di semprevivi. — Viva Lanzo! — gridò improvvisamente la folla. — Viva Viù! — Viva Groscavallo! — Anche i figli di Groscavallo passavano, i discendenti degli audaci minatori che i Duchi di Savoia portavan con sè nelle guerre, i figli di Chialamberto, del piano d'Usseglio, d'Ala di Stura, che scendono l'inverno a fare i brentatori o gli spaccalegna, o vanno fuori di Stato a guadagnarsi la vita coi più duri mestieri, con quell'unica suprema ambizione di riuscire a mettere l'una sull'altra quattro pietre dei loro monti, per morirvi sotto, dicendo: — Muoio nella mia valle e in casa mia! — Ed era ancora l'amore appassionato dei loro monti che metteva in tutti quei capi un solo proposito, visibile negli occhi intenti e nelle fronti corrugate; l'impegno di mantenere le file diritte e parallele a prova di spago, perchè si dicesse: — Come hanno sfilato bene quelli delle tre valli di Stura! — E i cinquecento montanari passarono, allineati come veterani, rispondendo appena con un leggerissimo sorriso degli occhi immobili all'acclamazione della folla; la quale li seguitò con lo sguardo e col grido, fin che apparve dall'altra parte della piazza una nuova penna candida di colonnello, che annunziava i figli d'altre valli e d'altre montagne.
Dal movimento che si fece nella folla si poteva argomentare che il primo battaglione che veniva innanzi dovess'essere un battaglione di conoscenti e di vicini. Era quello di _Val Pellice_, infatti; formato di giovani di Torre, di Bobbio, di Rorà, d'Angrogna, del fiore dei montanari scomunicati; ma già dimentichi del passato, nati già oltre a dieci anni dopo la redenzione civile dei loro padri; e frammisti ai figli della Rocca di Cavour, ai compaesani del Pellico, del Denina e del Brignone, e ai soldati di Cumiana e di Villafranca. Appena il primo plotone comparve, qualcuno gettò un grido: — I Valdesi! — E quel grido, quell'idea di veder confusi con gli altri quei soldati, in un battaglione nominato dalla loro valle, destinato a combattere sulle loro montagne, in difesa della patria di tutti, fu come una scintilla che fece divampare e prorompere in grida altissime mille sentimenti generosi. Si videro agitarsi tra la folla centinaia di cuffiette bianche di Valdesi; da una finestra cadde una corona con l'emblema della candela della fede; e mistress Penrith, balzata in piedi, ricacciò dentro a stento un grido d'entusiasmo protestante. Cinque barbuti ministri delle valli, ch'erano in un angolo del nostro palco, s'alzarono, scoprendosi il capo. Ma al Rogelli passò un triste pensiero. — A chi sa quanti di costoro, — disse, — è già entrata in capo l'America! — All'agronomo era entrato in capo il vino di Bricherasio, come se l'alito di quei soldati gliene avesse portato alle nari l'aroma. — E rimangon così calmi, — osservò la signora, — così placidi, in mezzo a tante dimostrazioni! — Che vuol lei! — riprese il Rogelli; — sono Alpini. Son tutti così. Ma vedono e sentono tutto, non dubiti. Come in montagna. Vanno su zufolando, e paion distratti; ma nulla sfugge al loro sguardo e al loro orecchio: nè il pietrone accanto alla via, che l'anno passato non c'era; nè una scorciatoia che faccia risparmiar cinque passi; nè il suono d'una voce lontanissima che noi non udremmo neppure un miglio più avanti. Ah! i sensi degli Alpini, signori! Dove noi non distinguiamo una casa da un masso, essi distinguono una donna da un uomo; odorano l'erbe da insalata a dieci passi di distanza, sentono al fiuto l'acqua nascosta e la nebbia che s'alza; indovinano il sentiero invisibile, prevedono il burrone lontano, capiscon dallo scroscio del torrente se si può o no guadare, vi segnano la pioggia e la neve dove voi non vedreste una grandine di formaggi d'Olanda, e riconoscerebbero le orme d'una cavalletta. E son quei lupi di montagna lì, quelli lì proprio! — esclamò, accennando i soldati. E in quel momento appunto i _lupi_ della prima compagnia sfilavano davanti al palco reale, e quelli dell'ultima davanti al nostro, rilevando il largo busto e la fronte ardita sotto la calda carezza della patria.
Avanti il battaglione _Val d'Orco!_ Avanti il bel Canavese verde, padre dei vini generosi e dei gagliardi lavoratori, dall'anima aperta e dal sangue bollente, impetuosi nell'ire e nell'allegrezza come le piene dell'Acqua d'oro! Avanti i calderai infaticati di Cuorgnè sonora, i fabbricanti di cucchiai d'abete della romita Ceresole, e i vignaioli dalle gaie canzoni, che rompono i silenzi dei castelli d'Agliè e di Valperga! In mezzo a questi, venivano i montagnoli dell'industriosa Val Soana, gli zingari del Piemonte, buoni ad ogni arte e ad ogni mestiere, e parlanti fra loro uno strano gergo furbesco; e quelli di Valchiusella, curiosi e cortesi, e di bell'aspetto; — i più tenaci faticatori delle tre valli; — i quali, per compenso di non poter pronunciare le _esse_, posseggono le più appetitose ragazze della regione; dei visetti provocanti di santarelle fallite; — quelle di Rueglio; — vestite d'una sottana che stringe il ventre e s'arruffa dietro in mille piegoline, e d'un giubbetto ricamato, su cui s'appoggiano e tremano i più sodi tesori del Canavese. La folla salutò il battaglione con grida gloriose di: — Viva Ivrea! Viva Castellamonte! Viva Locana! — quando una voce stentorea dal palco vicino urlò: — Viva Pietro Micca! — Perdio, aveva ragione: v'erano nel battaglione i figliuoli della Manchester d'Italia, i compaesani di Quintino Sella; v'erano i giovani di Val d'Andorno. Mille grida echeggiarono: — Viva Micca! Viva Andorno! — E tutti gli occhi cercarono in mezzo alle file gli abitanti di quel fresco paradiso di Val del Cervo, ordinato e pulito come un parco reale, dove tutti san leggere e nessuno tende la mano; cercarono quei muratori nati, quei minatori d'istinto, quelli scalpellini partoriti apposta, che vanno a fare il gruzzolo e a onorar la fibra italiana in tutte le plaghe dei venti; altrettanti rozzi Quintini per ardimento, pertinacia e buon senso; e a tutti passarono per la mente le loro grandi ragazze, curve sotto l'ampia gerla, in cui porterebbero l'amante sulla Mologna; biancorosate che paion dipinte dal Rubens; con quegli occhi color di zaffiro, e quel fazzoletto a colori serrato intorno alla fronte bianca, e quelle maniche di camicia tagliate al gomito, che lascian vedere le braccia di lottatrici. — Ah che bellezza di battaglione! — esclamò il Rogelli. — Ah! il buon vino di Valdengo! — sospirò l'agronomo. E la signora buttò una rosa per aria dicendo: — A Pietro Micca! — E la moltitudine vibrò un lunghissimo grido, in cui si sentì un fremito d'affetto per il salvator di Torino. E tutti quei giovani passarono, sorridendo di gratitudine, come per dire che nei lontani paesi dove sarebbero andati a guadagnarsi il pane per la vecchiaia, non avrebbero dimenticato quel grido.
E allora si sollevarono dinanzi a noi i quattro prodigi delle Alpi: fu come una rapidissima sfolgorante visione del Monte Rosa e del Monte Bianco, del Cervino e del Gran Paradiso, di dieci valli, di cento laghi, di mille picchi, e di formidabili abissi, e di castelli merlati, e di torri e d'archi romani, e di vasti boschi d'abeti e di pini, imbiancati dalla luna e squassati dal vento dei ghiacciai. Benvenuti i granitici figli della grande vallata. A tutti parve di veder guizzare tra le file le gonnelle rosse delle ragazze di Gressoney, e alzarsi i larghi cappelli rotondi e i capricciosi berretti neri delle montanare di Challant e di Cogne. E tutti intesero gridare il nome del loro paese, le guide di Valsavaranche e i pastori di Valpellina, i vignaioli di Valtournanche e gli spazzacamini di Rhêmes, i tessitori di Valgrisanche e i figliuoli d'Aosta, italiani tutti nel cuore, qualunque sia il linguaggio che suoni sulle loro labbra, e prodi, certo, alla prova, come i loro padri della vecchia brigata, che il Piemonte venera ancora. — _Viva Aosta la veja!_ — gridò la folla, rimescolandosi. — Viva Crodo! Viva Domodossola! Viva Val Sesia! — Poichè v'erano pure nel battaglione i figli di quella nobile valle, sulla quale spira come un'aura gentile la gloria di Gaudenzio Ferrari, che suscita e tien vivo nelle anime più incolte un sentimento amoroso dell'arte; di quei recessi profondi e tranquilli, di dove si vede lì come a un trar di mano sorridere e arrossire il Monte Rosa sotto il primo bacio del sole; di tutti quei bei villaggi di linguaggio e d'aspetto tedesco, che presentano ciascuno, come un fiore proprio, un costume di donna tutto grazia, colori e bizzarria. Passavano dei cacciatori d'aquile e di marmotte, degli stuccatori e dei marmoristi, dei giovani altissimi, delle teste bionde come il grano, dei nativi di Fobello, che ha fama di dar le più belle ragazze delle Alpi, graziosamente incoronate di nastri verdi e vermigli, ricadenti sopra le spalle: dei fratelli, dei fidanzati forse di quelle forti Margherite dell'alta valle di Sesia, che veston i giustacuori neri e scarlatti, trapunti d'oro e d'argento, scintillanti al sole come corazze di principesse guerriere. E la moltitudine gridava: — Viva Ivrea! Viva Vercelli! Viva Novara! — Era l'ultimo battaglione piemontese che passava, gli ultimi figli del grand'arco dell'Alpi che va dal Monte Rosa al Colle di Cadibona; i cuori batteron più forte, i fiori piovvero più fitti, i saluti presero il suono d'un addio, e si prolungarono.... Quando a un squillo delle nuove trombe che venne d'in fondo alla piazza, tutta la folla si voltò da quella parte impetuosamente, e il cielo risonò d'un grido solo: — La Lombardia!
Fu un'apparizione splendida e cara, un'ondata di poesia manzoniana che c'entrò nell'anima. Il battaglione Valtellina, i figliuoli del Resegone, chi non li conosceva? i compaesani di Lucia, d'Azzeccagarbugli e di Don Abbondio; le cui sorelle e le amanti portano ancora nelle trecce la raggera di lunghi spilli e il busto di broccato a fiori e la gonnella corta di filaticcio di seta. Ah! quelli sì avrebbero fatto la meritata accoglienza ai lanzichenecchi del Conte Rambaldo! Buona e prode Valtellina, che si gloria di non aver lasciato combattere battaglia nazionale, dal quarant'otto al sessantasei, senza farvi correre un rigagnolo del suo nobilissimo sangue. _Devota morti pectora liberae,_ ancora, come contro alle legioni di Claudio Marcello e di Publio Silo. Venivano, e a noi pareva d'attirarli con la forza della simpatia profonda che c'ispiravano. La folla salutò il battaglione con un grido d'allegrezza. Erano bei soldati, d'aspetto montanino; ma singolarmente sereni, e quasi brillanti nel viso, che facevan pensare a cinquecento Renzi vestiti a festa, che andassero a domandare _il giorno_ al curato. L'agronomo, invece, pensò al buon moscadello bianco e grigio dei loro paesi, lamentando la crittogama che aveva rovinato quei preziosi vigneti per dieci anni. — Ah! se fosse vivo Donizetti! — esclamò il Rogelli; — Donizetti che _sentiva_ la montagna, che marce avrebbe composto per il suo battaglione alpino! — V'eran lì dei compaesani di Tommaso Grossi, dei giovani cresciuti fra i giardini deliziosi di Bellagio, dei figli delle tre pievi della riva occidentale, e della _pianura infame,_ e della malaugurosa gola di via Mala, confusi a pescatori di Riva, e lavoratori della bella e selvatica Valassina chiusa nell'abbracciamento amoroso del lago, e a pastori dei monti bergamaschi, avvezzi al fragore della cascata del Brembo, o scesi dai villaggi che sentirono primi il fremito e l'eco del giuramento di Pontida. — Buona e brava gente, — disse il Rogelli; — dai petti di ferro e dai cuori d'oro, belli egualmente a vedere quando porgono la mano all'ospite e quando l'alzano sul nemico. Molti di quei soldati avevano padri e fratelli nella Nuova Zelanda o in Australia, dove lavorano al taglio dei boschi o alle miniere, e ricevevan denari di là; e non pochi di essi vi sarebbero andati, forse; ma per ritornare, certamente, poichè per la patria essi rovesciano il proverbio: Lontana dagli occhi, vicina al cuore. Una rosa alla Valtellina, mistress Penrith! — Viva i Valtellinesi! — gridò la folla. — Viva Lecco! — Viva Bergamo! — Viva Chiavenna! — E ci parevan più belli e più trionfanti quei soldati italiani, perchè vedevamo con la fantasia, di là da loro, come il fondo oscuro d'un quadro lieto, la miseranda Lombardia del seicento; e pioveva fiori da tutte le finestre e da tutti i palchi; e brillava negli occhi di tutti un sorriso, un'espressione di gaiezza insolita, come se vedessero tutti all'orizzonte la riva maravigliosa del lago di Como, fuggente sulle acque azzurre e sotto il cielo rosato.
Un altro battaglione, un'altra visione. Si levano a destra i monti scoscesi ed altissimi che fanno cintura da settentrione a Val Brembana e a Val Camonica e le cime bianche della giogaia del Tonale, di là dalla quale è il Tirolo tedesco; a sinistra la muraglia immensa delle Alpi, una fuga di coni e di guglie che fendon le nuvole, un ammasso prodigioso di ghiacciai, oltre i quali è il Canton dei Grigioni; e fra queste due formidabili pareti salta l'Adda giovane e sfrenata, disputando il fondo della valle alla grande strada che risale dalla pianura lombarda ai gioghi dello Stelvio, e trapassa l'intera catena. — Viva l'alta Valtellina! — s'udì gridar da ogni parte, e da un capo all'altro della piazza. — Viva _la madre delle valli!_ — gridò il Rogelli. — Qui ci sono i figliuoli di quei temerari tiratori bormiesi che condussero per il passo della Reit la colonna dello Zambelli a sorprender la compagnia austriaca nel fortissimo sito dei Bagni vecchi. C'è dei giovani della gola del _Ponte del diavolo_ che hanno visto da fanciulli fuggir gli austriaci sotto le fucilate delle guardie nazionali del Guicciardi. — E voi non v'entusiasmate? — domandai all'agronomo. Questi rispose che non conosceva i vini della valle. Ma ammirava l'aspetto guerresco dei soldati: carnagioni più sanguigne, occhi e capelli più chiari di quelli del battaglione della valle bassa, visi ossuti e gravi, su cui pareva improntata l'austerità selvaggia dei loro luoghi nativi. Erano vigorosi montanari del bel bacino di Sondrio e delle valli solinghe del Livrio e di Venina, giovani nati nella spaurevole bellezza di Val Malenco e alle falde del monte delle Disgrazie; figli della turrita Bormio, triste della sua gloria caduta; cresciuti in quel labirinto di valli, di balze, di gole, d'abissi, gioia e disperazione degli alpinisti, che si stende e s'inalza intorno a Bormio fino al gruppo dei giganti dal capo eternamente candido, a cui impera l'Ortler titano. — _Ludri!_ — gridava Rogelli pien d'entusiasmo; — ragazzi con le gambe d'acciaio e col fegato di bronzo, che cimentan la vita per andar a strappar gli ultimi fili d'erba sull'ultime roccie che pendon sui loro villaggi; lestofanti che, dopo una marcia da ammazzare i muli, domandano un permesso di dodici ore per andarne a passare una e mezza a casa loro, e partiti a piedi a mezzanotte, ritornano al campo a mezzogiorno, a restituire la penna d'aquila che si son fatti imprestare dal compagno per far colpo sull'amorosa. Questo particolare fece sventolare il fazzoletto alla signora Penrith, che s'attirò uno sguardo riconoscente d'un caporale della terza compagnia. Molte persone si levarono in piedi, le grida raddoppiarono. Alcuni gridavano a caso dei nomi sconosciuti di paesetti rimpiattati fra le rupi, — nidi di fabbricatori invernali di sedie e di culle, nei quali il parroco è maestro, medico, oste e scrivano; — e qualche soldato, al suon di quei nomi, voltava il viso, con una vaga espressione di curiosità e di compiacenza; e allora molte voci e molte mani lo salutavano. E così passò l'ultima compagnia assordata dagli evviva, ricacciando a destra e a sinistra, coi suoi plotoni inflessibili, le onde irrompenti della folla.
Seguirono alcuni momenti di silenzio e poi scoppiò una di quelle tempeste di voci umane, di cui si porta l'eco nell'anima per la vita. Erano i figli della _lionessa d'Italia,_ era il battaglione della valorosa Val Camonica, che s'avvicinava, bello, serrato, superbo; svariato di tipi singolarissimi, dai giovani tarchiati, di viso largo e diritto, di naso ricurvo e d'occhi neri, rivelanti l'antica immigrazione umbra ed etrusca in Val dell'Oglio; alle alte figure bionde, dal viso rotondo e dagli occhi celesti, che tradiscono gl'innesti slavi, longobardi e alemanni; un mirabile battaglione davvero, un torrente di sangue caldo e generoso, di gioventù audace e possente, altera del nome bresciano, pronta in pari modo alle violenze dell'ira e alle ispirazioni d'ogni affetto più nobile; dal cui linguaggio tronco e vibrato traspare la bontà risoluta e sincera. Nell'altissimo grido: — Viva Brescia! — che alzò la moltitudine, v'era un saluto agli eroi della grande difesa del 49: — i soldati capirono; — e tutti quegli occhi corruscarono come carboni accesi. Erano abitatori degli aspri monti forati come madrepore dalle cave di ferro; figlioli del solitario Bagolino, discendenti dei _bellicosissimi hominum,_ rispettati da Bruto; ardimentosi cacciatori d'orso di Monte Vaccio; e aitanti mandriani di Mù e di Saviore; eran lavoratori di metallo di Val Gobbia, lavoratori di marmo di Rezzato, tagliatori di pietra di Cortenèdolo, e carbonai di Pezzo, cresciuti sotto la selva sacra degli abeti e dei larici giganteschi, da cui scende a valle di notte il prete favoloso che cresce di statura a ogni passo. E ci balenava alla fantasia il romantico lago d'Iseo, mentre passavano, e l'Idro alto e triste, e la faccia tetra del Lago nero, e i riflessi argentei del Lago bianco; e la piccola Salò, madre gentile di figliuoli forti; e tutti quei poggi e tutte quelle valli, già rosseggianti di divise e di sangue garibaldino, i cui nomi ci avevan fatto tanto battere il cuore nel 66; e sentivamo tra gli squilli delle trombe sibilare al vento le fitte selve di quel piccolo Eden alpestre di Val di Scalve, e ruggire precipitando l'Ario furioso, coronato di mille arcobaleni. Chi sa che non ci fosse un soldato di quell'indimenticabile villaggio di Cimbergo, appiccicato alle altissime rupi come un nido d'aquila? o l'ufficiale che battezzò il _passo della tredicesima_ ai piedi del Monte Adamello? Il Rogelli conosceva tutti, chiamava dei sergenti per nome, salutò con espansione il comandante della fortunata compagnia che si gode l'estate all'ombra dei colossali castagni d'Edolo, nell'antico luogo di passo dei pellegrini diretti a Roma e a Terra Santa; e non sentiva la voce insistente dell'agronomo che gli chiedeva notizie del vin di Volpino; mentre la folla gridava freneticamente, agitando fazzoletti e cappelli: — viva Val Camonica! viva Brescia! viva gli eroi del 49! e gli ultimi due plotoni passavano, con l'anima e gli occhi rivolti al Re, lasciando come un ribollimente di procella in tutto quel sangue italiano.
Altre trombe squillarono, un nome sonò, e mille nuove immagini, come un getto di scintille di mille colori, ci luccicarono alla mente: colli verdi, antiche torri, un gran fiume, e Giulietta, e l'Arena, e le tombe, e Dante esule, e Catullo, e i grandi quadri del Veronese: quanta Italia! S'avanzavano le compagnie dei _Monti Lessini_, dei giovani alti, di forme fatticce e svelte, e d'occhio vivo: nati in buona parte su quei benedetti colli che sentirono tuonare il cannone della speranza nel 48, nel 59 e nel 66, e tre volte videro la speranza svanire all'orizzonte col fumo delle ultime cannonate. La folla li accolse con una musica strepitosa di battimani e d'evviva, dominata dal bel nome di Verona. — Son facce simpatiche, — disse la signora; — ci son già dei tipi veneziani. — Ci son dei nativi di Valpolicella, — osservò l'agronomo, scotendo il capo, come per dire: — fortunati mortali! — Il Rogelli inneggiò alle bellezze dei Monti Lessini, vestiti d'un verde di smeraldo, picchiolati di centinaia di fattorie, dove si beve un latte da principini ereditari, di cui gli alpini si fanno delle spanciate da vitelli. Egli era stato l'anno innanzi con una compagnia alpina nella valle di Bertoldo, dove l'illustre Bertoldo è nato, ed era andato ad affacciarsi al grande baratro del vallon di Campegno, a quello spaventevole pozzo, dove si conserva il ghiaccio eterno; — e aveva tirato indietro per i capelli, appena in tempo, uno di quegli scervellati ragazzi, che faceva la marionetta sull'orlo. Aveva praticato tutt'e quattro le compagnie. V'erano giovani di tutte le parti del Veronese; di quelli degli ultimi gioghi del regno, nati alle porte sospirate del Trentino; coltivatori dei campi di battaglia di Pastrengo e di Rivoli; e colligiani cresciuti sulle ariose alture da cui minacciano ancor la campagna i castelli diroccati degli Scaligeri. — O bel paese! — esclamò. — O Caprino! O Bardolino! O San Pietro Incariano! — Ah sì, gli si poteva far eco. O bel monte della Rocca di Garda, dai burroni fasciati d'ulivi e di mirti, che si dipingon sull'acque! O bell'orto d'Italia, monte Baldo glorioso, dalle smisurate radici, che vedi da una parte ai tuoi piedi la calata maestosa dell'Adige, aspettato all'amplesso dalla sua metropoli armata, e dall'altra quella bellezza infinita d'isole e di penisole, di castella e di porti, e d'inaccessibili rupi e di fosche selve, e i battelli scorrenti sull'acque limpidissime del Benaco, o i cavalloni furibondi che sollevano sino al tuo capo il muggito della tempesta! Bella e cara terra, amata d'un amor sacro e triste da chi ti vide per la prima volta dalle alture insanguinate di Monte Croce! — _Bei e cari fioi pieni de cor e buon umor!_ — esclamò il Rogelli. Marcerebbero tutto il giorno per poter ballare tutta la notte! E raccontò che mentre egli arrivava morto alla tappa, essi facevano sbucare le montanine non si sa donde, e ballavano a suon di tromba e a lume di luna per tre ore gonfiate, e poi andavano ancora a implorar dal capitano un'ultima polka, con l'aria di chi chiede la grazia della vita. — Viva gli Alpini, _ost...!_ — gridò. — E mille voci ripeterono: — Viva gli Alpini! Viva i Monti Lessini! Viva Verona! — E un visibilio di fiori cadde sui talloni delle ultime file, che disparvero nel polverio della piazza, insieme alla visione del Lago di Garda.