Part 23
E vennero innanzi le nappine rosse di _Val Tanaro,_ salutate due volte da diecimila grida. Mi parve di riveder passare il primo battaglione. Ma non v'erano più i visi bruni della marina. In questo erano i figli di tutti quei villaggi segnati dalla storia, i cui nomi sono per noi come schianti e lampi di fulmine, che rischiarano il viso pallido di Buonaparte: i figli di Cairo, di Montenotte, di Dego, di Millesimo; di quei memorabili monti, dove i piemontesi contrastarono per quattro anni, di rupe in rupe e di gola in gola, il passo alla Francia. Erano soldati delle terre dove il Genovesato e il Piemonte si toccano, confondendo i linguaggi e le costumanze; nati fra gli alti boschi di castagni e di faggi, tormentati dai venti del mare, che spandono per le solitudini un lamento pauroso e solenne; degni veramente di chiamarsi liguri fra i loro vicini della marina e piemontesi tra i loro fratelli del Monferrato; saldi al lavoro, arrendevoli alla disciplina, bravi come i molti padri loro che onorarono il sangue italiano nella legione immortale di Montevideo. E venivan tra loro i piemontesi pretti di Murazzano, di Donesiglio, di Dogliani, i figliuoli dell'altera Ceva, già dura ai denti di Napoleone, e quelli che le madri portarono in fascie a baciar l'altare della Madonna di Vico. — Viva Ormea! — gridò la folla. — Viva Bossolasco! Viva Sassello! — L'agronomo avrebbe voluto gridare: — Viva il vino Dolcetto; — ma confidò il suo pensiero a me solo. Il Rogelli, pratico di quei paesi, ricordava le belle prese di pernici e le grandi canestrate di tartufi bianchi. E riprese a decantare il reclutamento alpino, grazie a cui una buona parte dei giovani nei battaglioni son conoscenti vecchi. Vi si trovano accanto il padron di casa e il suo inquilino; e molte volte il proprietario d'un podere, soldato semplice, e il suo affittavolo, caporale; o i figliuoli di due consiglieri comunali nemici, che si riconciliano al fuoco del bivacco; od anche i corteggiatori d'una stessa ragazza, per i quali il servizio nell'esercito è come un periodo di pace armata, dopo di che ricomincierà più ardente la lotta. Bisogna sentire le loro conversazioni, che _sapor locale!_ E come commentano il _Popolo_ del sabato, che porta la cronaca del comunello! — Guardino quei zappatori! — esclamò, e gongolò in fondo all'anima all'applauso che salutò i zappatori dell'ultima compagnia: otto colossi, che parevan stati scelti fra mille, e che s'avanzavano maestosamente, a passi da commendatori di pietra, col coltellaccio alla cintura, armati di badile, di gravina, di picozza e di maranese, sorridenti e disinvolti sotto quel carico come se portassero degli oggetti d'ornamento. E gittò un grido squillante: — Viva _Val Tanaro!_ — al quale rispose la moltitudine in coro; e poi si voltò dall'altra parte urlando: — Viva _Val Pesio!_ — e la folla rispose: — Viva _Val Pesio!_ — e si girò verso il nuovo battaglione, che mostrava già in fondo alla piazza le sue cinquecento nappine verdi.
Il battaglione _Val Pesio_ s'avvicinò, in mezzo ai battimani e alle grida. Eran daccapo piemontesi e liguri confusi, compaesani dello statista Botero e del romanziere Ruffini, del presidente Biancheri e dell'autore di _Monsù Travet;_ figliuoli di Taggia piena di viole, di Bordighera coronata di palme, di San Remo inghirlandata di ville, di tutti i più incantevoli paesi della riviera di ponente; e con loro i soldati di Carrù, di Trinità, di Villanova, della Chiusa, dalle rudi voci, dagli aspri dialetti, dai fieri volti. — Giovani di nerbo e di testa, — esclamò il Rogelli; — dopo cinque settimane di servizio son soldati! — Vini forti e secchi, — disse l'agronomo; — dopo cinque anni di bottiglia, sono un'essenza da principi! — Sono bella gente, — osservò la signora. — Sono Alpini, — rispose modestamente il cugino. — E come ci tengono! Lei dovrebbe vedere alla visita di leva, quando si dice a un aspirante Alpino: — Sei troppo debole, — come si fanno rossi dal dispetto e dalla vergogna. — Ma io ne porto un paio di zaini! — rispondono; perchè vogliono entrar negli Alpini a ogni costo; anche per non allontanarsi da casa, si capisce; ma molto più per amor proprio, in faccia alle ragazze del paese, a cui voglion far la corte con la penna in capo. La signora avrebbe voluto ritrarre il battaglione con la fotografia istantanea. — Ma che! — esclamò il Rogelli. — Questi non sono Alpini! — Bisognava coglierli in marcia, all'apparire d'un villaggio, dove sperano di ballare la sera, quando tutti si rianimano e s'aggiustano sul cappello le _stelle di montagna_, che non c'è verso di fargliele levare, a quei don Giovanni alpestri ambiziosi. Bisognava vederli dall'alto, quando formano una striscia nera e serpeggiante su per i fianchi nevosi del monte, lunga a perdita d'occhi, che si spezza, si riannoda e lampeggia, facendo risonare la valle deserta di risa e di canti, ripercossi dall'eco di cento gole. Bisogna vederli sfilare come fantasmi sulle vette altissime, velati e ingigantiti dalla nebbia, o far la catena nei passi pericolosi, con la neve fino all'anche, stretti per mano gli uni agli altri, o legati con le corde alla cintura; o camminar brancicando nella _tormenta_, col berretto calato sugli occhi, col fazzoletto annodato intorno al capo, col bastone in pugno e le _crapette_ ai piedi avvolti e accecati dal nevischio; o correre di notte per la montagna, come un branco di pazzi, in mezzo ai tuoni e ai baleni, dietro alle tende portate via dall'uragano. Bisogna vederli quando precipita un loro compagno non si sa dove, e occorrendo quattro arditi per andarlo a prendere, venti buttan via il cappello e la daga, e sono già sotto a rischiar la pelle, che gli ufficiali gridano ancora: — Prudenza! — Là si vedon gli Alpini! — E come se avesse inteso quelle parole, la folla salutò l'ultimo plotone di _Val di Pesio_ con uno scoppio tonante di evviva, che parve l'urrà d'un assalto.
Un'altra penna di colonnello biancheggiò in fondo alla piazza, e vennero innanzi le nappine bianche del battaglione _Col di Tenda_, i giovani nati tra le foreste brune e le forre cupe delle due alte valli, in cui scrosciano il Gesso e la Vermenagna; i grossi Limontini dalle facce color di giuncata e di sangue, i fratelli delle Tendesi robuste che portano come un diadema intorno al capo biondo il nastro di velluto nero, e i pastori del vasto altopiano di Vallasco, tempestato di fiori azzurri e bianchi, e delle montagne di Valdieri; molti dei quali, giovinetti, incontrarono mille volte per le loro erte viottole Vittorio Emanuele solitario, vestito da alpigiano, che li salutò col _ciau_ famigliare. Duri soldati, nati in villaggi di duri nomi, stridenti come comandi soldateschi: Entraque, Roccavione, Robillante, Roaschia; cocciuti come quel loro comune famoso, che negò al Re per molti anni il privilegio di cacciare nelle sue terre. E venivano innanzi a passi lunghi, calcando il piede come per provar la saldezza del terreno, e guardando diritto davanti a sè, senza badare agli applausi e agli evviva. — Questi sono solidi! — esclamò il Rogelli. — Frammenti di roccia; tutte ossature di zappatori; trentatrè chilogrammi addosso e via come caprioli; quattr'ore a quattro gambe per la neve a cercare i sentieri coperti; tre giorni filati in mezzo alla furia dei temporali; dei capitomboli da sbriciolarsi il capo, e su, dopo una fregatina di neve alle orecchie, come se niente fosse, con un compagno ferito sul dorso, se occorre; e gelati dal vento che fende la faccia o saettati dal sole che affoca le rocce, su ancora, su sempre; e quando arrivano alla tappa, capaci di scaraventar lo zaino in un burrone per far la scommessa d'andarlo a riprendere, o di scivolar per tre miglia giù da un monte, facendo slitta della giacchetta, afferrati alle maniche come a due briglie. E con questo, in _ottantasette giorni_ di seguito, non un malato nella compagnia! Degli appetiti da Gargantua, e tutti matti per la vite. Li sanno a mente come i dì della settimana, per nome e cognome, i sindaci e i farmacisti che hanno la buona abitudine di offrire il bicchiere ai bravi Alpini! E nelle osterie meglio provviste ci fanno piazza pulita in un quarto d'ora. — E a una domanda della signora: — Dei soldi? — rispose; — sono i Nabab dei soldati degli Alpini; ci pensano i padri e i fratelli che fan quattrini fuor di patria; piovono i vaglia internazionali. Viva il battaglione _Col di Tenda!_ — E quel grido, risuonando in un momento di silenzio, destò l'eco d'altre mille grida, e fece cadere un nuvolo di fiori davanti ai soldati dell'ultimo plotone, che li guardavano stupiti, come per dire: — Fiori?... Bottiglie avrebbero ad essere. E il plotone passò, urtando con l'ala sinistra, spinta in fuori da un ondeggiamento del centro, contro lo steccato d'un palco, che scricchiolò come per un colpo di catapulta, provocando un nuovo scoppio di grida festose e d'applausi.
Ed ecco le trombe arrabbiate e la lunga penna d'aquila del comandante del battaglione _Val di Stura_. Io vidi lontano il villaggio severo di Vinadio, aggruppato sul pendio della montagna, come un pugno d'armati alla difesa, e il forte minaccioso in alto, e la strada ferrata in fondo alla valle, serpeggiante sui ponti mobili e sotto i voltoni a feritoie, accanto al torrente rotto dalle rocce; e più in là la gola sinistra delle Barricate, allagata di sangue francese; e il colle dell'Argentera, sfavillante delle legioni di Pompeo. L'agronomo vide invece il villaggio di Castelmagno in Val di Grana, celebre pel suo formaggio azzurreggiante, e le belle colline di Caraglio, di cui conosceva il vino, _grosso, ma buono_. Il battaglione procedeva nella piazza, franco e ordinato, mostrando le sue cinquecento facce rosate e virili, su cui pareva espresso un pensiero solo. Mistress Penrith credette di vedervi un'espressione generale di tristezza, e domandò se quella fosse l'indole degli abitanti delle due valli. — Lei mi fa celia! — rispose il Rogelli, ridendo; — qui fanno gli impostori. — Era da vedersi, come aveva visto lui, con che matta furia, dopo dieci ore di marcia “effettiva„ davano la caccia ai corvi, per l'ambizione di quelle benedette penne, o gareggiavano a far ruzzolar pietroni dai precipizi per snidar camosci dai nascondigli, con la speranza d'assaggiare un boccone da buongustai. E descriveva le scene amenissime dei pasti: gli Alpini su in cima che salutano festosamente l'apparizione dei muli carichi giù nella valle, chiamandoli per nome un per uno, come fratelli; lo squillo del rancio accolto con cento grida di gioia; e via tutti di volo a cercar legna e rododendri a mezzo miglio all'intorno; e in pochi minuti rieccoli carichi di fasci enormi e di tronchi d'alberi interi; i fuochi brillano, le gamelle bollono, gli esperti di culinaria tiran fuori l'erbe colte per la via, lo zucchino o il pomodoro portato in tasca per sette miglia, qualche volta il porcospino o lo scoiattolo cacciati la mattina; e allora salti e allegrie; e chi trita, e chi pesta, e chi soffia: impasticcian salse maravigliose e soffritti incredibili; s'ingozzano di fragole spiaccicate, s'annerano il viso di sugo di more e di bacche di mirtillo, succhiano la borraccia fino all'ultima gocciola, e su, che è risonata la tromba: tutto quel festino è durato trenta minuti, tra apparecchi e primo chilo, e sono già in fila un'altra volta, che ricomincian la salita, affettando e macinando pane placidamente per spazzare il canale cibario, che tornerà a gridar soccorso fra un'ora. — Brochi! Brochi! O Brochi! — gridò improvvisamente il Rogelli, dando in una risata di cuore. — Chi è? Cos'è? — domandarono intorno. Aveva visto nell'ultimo plotone un soldato di sua conoscenza, un mangiatore famigerato, privilegiato di doppia razione e sempre rimpinzato dai compagni, e pure eternamente famelico. Ma il suo grido andò perduto nel clamore della moltitudine che dava l'ultimo saluto a _Val di Stura_.
I figli del Monviso, signori! — gridò uno studente. Era il battaglione Val Maira che veniva avanti; un battaglione levato nella valle di quel nome e nelle due valli di Saluzzo; i nati su
Le alpestri rocce di cui, Po, tu labi;
cresciuti lungo le umili sponde del rigagnolo che porterà all'Adriatico il tributo di dieci fiumi e di mille torrenti. Giovani di alta statura, di viso pacato e benevolo, con quell'andatura _a ondate_ della gente avvezza a salire; soliti in buona parte di emigrare in Francia l'inverno, o di scendere al piano per le mietiture e per le vendemmie. La folla gridò: Viva val Varaita! Viva Saluzzo! — La prima compagnia ricevette una canestrata di miosotidi da un gruppo di signore saluzzesi affacciate a un terrazzo. Molti soldati avean tra la folla le loro famiglie scese dai monti per salutarli. C'eran dei nativi di Crissolo, che da ragazzi s'erano avventurati tremando nelle tenebre della grande caverna del Rio Martino, echeggiante di fragori misteriosi; e dei Paesanesi, usati a indicare al forestiero la casa leggendaria dove spirò Desiderio; e montanari di Casteldelfino, pratici della foresta stupenda di pini cembri, a cui il Monviso deve il bell'aggettivo di Virgilio. Villaggi, borgate, dove durano ancora costumanze bizzarre antichissime. Parecchi di quei soldati, per esempio, — quelli di Sampeyre, — li aveva portati a battesimo il padrino, con le spalle ravvolte in un fazzoletto bianco, simboleggiante il suo ufficio donnesco. Essi medesimi, al desinare degli sponsali, sarebbero passati in piedi sopra la tavola per andar a schioccar un bacio alla sposa, sotto la cuffia carica di trine fatte in casa. Altri riceveranno da lei, il dì prima del matrimonio, il regalo consacrato del pagliericcio e il loro corteo nuziale sarà romanamente preceduto da un giovinetto portante una conocchia fasciata di lana. E per molti il letto matrimoniale sarà il primo letto in cui avran la consolazione d'allungarsi, poichè nei paesi loro, per tradizione, il celibato non ha diritto che al fenile. — Sono sposi di buona stoffa, — disse il Rogelli; — lo garantisco io! — E tutti risero; ma egli non rise. Sì, certo, egli li aveva visti lavorar senza zaino. Con lo zaino, maraviglie; senza zaino, prodigi. Salgono su per l'erte più ripide, diritti come statue, col respiro inalterato; camminano su per massi mobili di roccia bilicati sull'orlo dei precipizi; s'arrampicano su per le nevi ghiacciate, per pareti di sasso quasi verticali, attaccandosi a crepe, a sporgenze leggerissime, a bassorilievi di pietra liscia appena afferrabili, e sotto i loro piedi c'è la morte, e sopra il loro capo una croce; che importa! Dove gettan la mano, è un artiglio; dove piantano il piede, è inchiodato; e mentre chi li guarda trema, essi ridono! — Evviva! Viva! Viva! — gridò con quanto n'aveva in gola. E vedendo che la folla non aveva bisogno d'eccitamento all'applauso, il buon _chauvin_ delle Alpi rimase un minuto immobile, con lo sguardo come smarrito dietro alla fantasia prepotente, che lo trasportava forse nei valloni silenziosi e profondi e nelle grandi foreste di larici e di abeti, da cui eran discesi i suoi “figliuoli.„ Lo riscossero le trombe “laceratrici„ di _Val Chisone_.
Allora si vide una festa di famiglia bellissima, un battaglione che entrava trionfalmente in casa propria, soldati nati a un passo fuor di Pinerolo, figliuoli della forte Fenestrelle, della ridente Perosa, della bella Giaveno, ricevuti nella loro piccola capitale, dove li aspettavano i parenti, gli amici, le belle, che s'erano conquistati i primi posti tra la folla a furia di gomitate, e che aspettavano da varie ore quel sognato momento: non v'erano d'estranei che quei di Cesana e della città di Rivoli, l'Auteuil di Torino. Si vedevan nella calca molte donne dell'alta valle di Fenestrelle con quegli strani cuffioni bianchi, che paiono grandi elmi di carta; molte di quelle vispe montanine di Pragellato, che nei loro balli tradizionali, a una nota convenuta del violinista, s'arrestano, e danno e pigliano dal ballerino un lungo bacio sulla bocca; e centinaia di ragazze degli opifici, con gli occhi lustri e antiche facce di nonni, ch'eran forse calati dai loro villaggi per l'ultima volta. Non aspettarono che passasse le prima compagnia: scoppiarono all'apparire dei zappatori. Pareva che non li avessero più visti da anni. Urlavano e ridevano, agitavan le braccia, chiamavano i soldati per nome, si cacciavano in mezzo ai plotoni, volevano romper le file. Gli altri spettatori, commossi, non applaudivano più. La signora inglese inumidì le frange del suo ventaglio. Essa credeva che quell'espansione affettuosa fosse l'effetto di una lunga separazione. Ma il Rogelli la disingannò. Si vedevan molto sovente, anche troppo. Era il lato debole degli Alpini quello di passar troppo spesso vicino a casa. Si poteva dire che le uniche mancanze loro erano gli scappamenti. Innamorati del loro angolo di mondo, come tutti i montanari, quando vedono di lontano il campanile del villaggio, sono affascinati: sanno quello che li aspetta dopo la scappata, non monta; svignano che il diavolo li porta, e ritornano poi col capo basso e col viso lungo, rassegnati al castigo previsto, che scontano senza rifiatare, ruminando i lieti ricordi; e se qualche cosa li trattiene talvolta, non è il timor del castigo, è il terrore d'esser ripescati a casa dall'arma benemerita, e di farsi vedere nella propria valle in mezzo ai cappelli a due punte. — Poveri uccelli di montagna! — esclamò il Rogelli. — Bisogna vederli poi l'inverno nelle città grandi, dove non han mai messo piede, che altra gente diventano, come paion piovuti dalle nuvole! Tornano dal teatro sbalorditi, si smarriscono per le vie di pieno giorno, corron come matti al suono della ritirata, scantonando a casaccio, presi dalla furia e dall'affanno; e guai alle costole degli urtati! E sempre sospirano l'estate che li ricondurrà alle loro montagne e ai loro parenti; ai quali, nel frattempo, scrivono delle lunghe lettere faticose, su fogli comprati uno alla volta, col soldato alpino sul margine. E intanto il battaglione _Val Chisone_ era passato, e i soldati degli ultimi plotoni si scotevano in fretta dai cappelli e dalle spalle i rododendri e le margherite, che cadevano insieme ai pensieri della famiglia e dell'amante, nel cospetto del Re.
Un'altra indiavolata musica di trombe, un altro battaglione d'atleti rosei, e di nuovo mille grida in un grido: — Ecco i Valsusini. — S'avanzava il battaglione Val Dora, il meglio dei figliuoli della valle famosa, del canale d'eserciti, a cui dà il nome la vecchia Susa, _chiave d'Italia_ e _porta della guerra,_ che vigila le vie del Monginevra e del Moncenisio, e guarda le Alpi Graie e le Cozie. Eran giovani d'ogni parte della lunga valle, dal ventaglio di vallette che s'apre intorno alla fredda Bardonecchia, fino ai bei laghi di giardino, che danno grazia e fama a Avigliana. — Che pezzi di colonne! — esclamò il Rogelli, inorgoglito; — veri pilastri di cattedrale! — Tali erano infatti. Si trovavano là in mezzo degli intrepidi pastori che avevan passato l'adolescenza a guidar pecore fra gli aquiloni che flagellano le cime del Rocciamelone e della Ciaramella, dei tenaci lavoratori delle cave di Bussoleno; dei membruti contadini d'Oulx, nati in fondo a un sepolcro immane di montagne. L'agronomo lanciò un'esclamazione solitaria, ch'era come il frammento vocale d'un soliloquio muto: — Il vino di Chiomonte.... ah lo credo! — Lepide usanze! — disse, come fra sè, il Rogelli. C'eran lì i soldati di Gravere, che quando si presenteranno alla casa della sposa per condurla in chiesa, troveranno sull'uscio una vecchia sformata e cenciosa, la quale vorrà darsi in cambio della ragazza, e ne seguirà un diverbio di commedia, fin che la vecchia butterà una mestolata di riso in faccia al giovane, che scapperà coi compagni ridendo. Quelli di Monpatero, invece, avranno il comodo di poter calcolare la dote delle ragazze dal numero di strisce rosse che portano in fondo al gonnellino nero nei dì di festa. Altri vedranno scappar la sposa di chiesa dopo il _sì,_ e dovranno andarsela a cercare per molte ore, fin che la troveranno in un nascondiglio... che sapranno prima. V'erano nel battaglione anche dei giovani di San Giorio, i quali, nel giorno del Santo Patrono della cavalleria, accompagnano la processione, vestiti d'ogni sorta di carnovalesche divise, brandendo mostruosi spadoni, e battendosi per via, a capriole e a versacci, fin che si ribellano al loro duce, e ammazzatolo, lo copron d'erba, e ne eleggono e portano un altro in trionfo. Chi avrebbe sognato mai quelle fantocciate guardando quei visi composti e quegli occhi fissi! Curiosa gente, a cui le montagne enormi, e i giochi strani della luce e le oscurità spaventose dei luoghi ove vivono, volgono la mente alle superstizioni. E credono e raccontano storie miracolose d'inabissamenti di monti e di apparizioni terribili, e consultan gli stregoni e ragionan coi morti la notte. — Con quelle facce lì, sì signori! — gridò il Rogelli guardandoli, col suo largo riso paterno. — E porteranno nelle marce le tasche piene di minerali per il loro tenente, od anche una marmotta viva, o un miriagramma di muffa per farsi il letto; ma un teschio trovato fra le rocce, per il museo alpino del maggiore, ah! mai al mondo.... Ah i miei cari semplicioni! Evviva la faccia vostra! Evviva _Val Dora!_ — E la folla ripetè entusiasticamente: — Evviva _Val Dora!_ Evviva Susa! Evviva Avigliana! — fin che fu intronata alla sua volta dalla fanfara infernale di Val Moncenisio.