Alle porte d'Italia

Part 22

Chapter 223,671 wordsPublic domain

La vecchia non aveva ancora toccata la punta del castello, che i miei due amici si scalmanavano in una grande discussione, seduti con me a una tavola della _Posta_, in una di quelle stanze tipiche degli alberghi di borgata, che il padrone suole accordare graziosamente alle “buone pratiche„ perchè pranzino tranquillamente lontano dal chiasso dei beoni e dalle tanfate di rifritto: un letto matrimoniale da una parte, due salici piangenti di carta sopra il cammino, Vittorio Emanuele e Garibaldi sulle pareti, e la bandiera nazionale ravvoltolata in un angolo, che aspetta la festa dello Statuto. L'argomento della discussione era gravissimo. Il professore sosteneva la primazia del vino di Campiglione e l'agronomo, che aveva dei terreni a Bricherasio, negava, voleva che si riconoscesse la superiorità del vino di Bricherasio. La questione era trattata da una parte e dall'altra con una serietà, con un calore, con uno sfoggio di argomenti e di termini tecnici, che non se ne può fare neanche un'idea chi non è nato nel paese del Grignolino e del Barolo. Chi avesse visto le faccie e i gesti senza intender le parole, avrebbe creduto che discutessero uno dei più alti problemi di filosofia. Tutti e due, ragionando, movevano davanti a sè la mano destra, con le punte del pollice e dell'indice riunite, e l'altre dita distese, a modo dei predicatori; e alzavano di tratto in tratto gli occhi al cielo, allargando le braccia, in atto di dire: — Santissimo Iddio, perdonategli questa bestemmia! — Infine, — disse l'agronomo, — il nostro amico giudicherà; — e chiamò l'albergatore, vinaio illustre e consigliere comunale, per domandargli se era in grado di fornirci gli elementi del giudizio. L'albergatore sorrise in atto di compatimento: ci aveva dell'uno e dell'altro, di cinque o sei anni, dinnonplussutra, come dicon le ciane fiorentine. Eran domande da fare a un par suo? Tutto il circondario conosceva la sua cantina. Ci servì subito. Fui eletto arbitro. Mi misero una bottiglia di Bricherasio a destra e una di Campiglione a sinistra, e mi fecero un cenno tutti e due, che significava: “Giusto giudicio dal tuo labbro caggia.„ Quella solennità mi fece ridere. Ma l'agronomo non scherzava; si ebbe anzi quasi a male del mio ridere. — No, scusi, — mi disse, col viso serio, — la quistione è abbastanza importante perchè... lei scrive, e se dà un giudizio... non ponderato, mi perdoni, potrebbe anche far del danno all'esportazione. Mi faccia il favore di provare, rifletta, e poi dia un giudizio spassionato. — Allora mi feci serio anch'io, e cominciai a bere alternatamente un bicchiere di qui e un bicchiere di là, sotto gli sguardi fissi e interrogativi dei due commensali. Ma come fare a dar un giudizio? Ero incerto davvero. Dentro di me davo sempre la palma all'ultimo. Mi trovavo come un giudice fra due litiganti egualmente arguti e facondi, che prova un gusto matto a sentirli, e li fa ripigliar daccapo cento volte, fingendo di non aver capito. Eran due vini superbi, qualche cosa che abbracciava lo stomaco, e andava giù, come dice il portinaio dell'_Assommoir_, fino alle caviglie, accomodando per via tutti gli affari dell'anima e del corpo. Finalmente, a un certo punto, decisi... di decidere. Ma era troppo tardi. Gli elementi del giudizio s'eran già confusi. I due litiganti dicevano le loro ragioni dentro parlando tutti e due insieme, in maniera che non raccapezzavo più nulla. — Ma insomma, — domandò l'agronomo, incrociando le braccia sulla tavola; — che cosa scriverà? — E non ci sarebbe stato più scampo, se, per fortuna, i miei due commensali non avessero fatto anch'essi una serie interminabile d'assaggi, con lo scopo di confermarsi sempre più nel loro parere; per il che non mi fu difficile di stornare garbatamente il discorso. E lo stornai così bene che cominciò a saltare di qua e di là a rompicollo, dalle ultime elezioni comunali alla maschera di ferro, e dall'attore Toselli a un nuovo sistema di cavatappi, fin che andò a cadere e a rialzarsi in una appassionata discussione intorno ad un uomo celebre, il cui nome si ricorda a ogni passo per quella pianura e su quei monti, perchè vi raccolse la gloria e vi fu maledetto, e vi lasciò di sè un concetto sempre disputato e ancora incerto: il maresciallo Catinat.

* * *

— Un tristo condottiero, come gli altri! — gridava il professore, infocandosi. Egli non capiva come avesse potuto acquistare “una nominanza„ d'uomo generoso e mite, un generale che aveva permesso l'eccidio di Cavour, che aveva lasciato perpetrar le stragi di Val San Martino, dove teneva al suo seguito un giustiziere e due birri, che aveva fatto ammazzare le donne valdesi “per aver molestato i soldati coi sassi„ e che abusava della corda in maniera, da far dire persino ai francesi che “impiccava troppo.„ _Il pend trop!_ E tutti a gonfiare il buon Catinat, il generoso Catinat, “grande, buono, semplice e sublime,„ come diceva il suo bugiardo elogio funebre; “il saggio, il filosofo,„ _les talents du guerrier et les vertus du sage_, anche il Voltaire, col suo impudente distico dell'_Henriade_. E il bello era che aveva finito con crederlo anche lui, tanto da sperare che — l'umanità con cui aveva trattato i valdesi gli avrebbe procacciato l'amor degli uomini — e da dire che n'era più altero che delle vittorie della Marsaglia e della Staffarda! Ci voleva della disinvoltura! _Sciagurato!_ — Come se le più infauste pagine delle istorie subalpine non recassero vergato in fronte il suo più infausto nome! Sentiamo, che cosa avrebbe ella da allegare in contrario? — E ingollava una bicchierata di Campiglione per premiarsi della sua eloquenza. Veramente, io avevo una gran voglia, anzi un gran bisogno di ribattere le sue ragioni con lo stesso impeto e con altrettanta voce; ma risposi invece con molta mansuetudine, considerando che il sentimento patriottico, quando è rinvigorito da un buon vino, anzi da due buoni vini, va particolarmente rispettato. No, non la pensavo come lui, nient'affatto. Mi pareva che si potesse dire come il Carutti: — Il bravo e buon Catinat. — Bisognava giudicarlo in relazione col suo tempo, come tutti gli uomini. Le stragi che si commisero in nome suo, sarebbe ingiustizia addebitarle a lui. Tutte le volte che gli fu possibile, le impedì, come nelle Provincie di Juliers e di Limburgo, malgrado gli ordini espressi del Luvois; più volte, anzi, s'attirò addosso le collere dell'implacabile ministro, per aver risparmiato la vita, come fece a Susa, ai presidii vinti delle fortezze. Ma non _poteva_ impedire. Ecco il punto. Quando scese in Italia la prima volta, meno che mai. Gli eserciti lo amavano, perchè era affabile coi soldati, perchè soccorreva e consolava i malati e i feriti, perchè si privava del necessario per loro, perchè era buono e giusto, in fin dei conti. Ma nel furore degli assalti e delle vittorie, non gli obbedivano più, gli sfuggivano affatto di mano, e nè lui nè altri avrebbe avuto la forza e i mezzi di tenerli in freno. Soldati usciti dalla peggior canaglia delle città grandi, imbarbariti dalle guerre selvaggie d'oltralpi, indisciplinati per consuetudine, in specie quelli che condusse in Piemonte, consapevoli degli ordini del Louvois che voleva una guerra sterminatrice, corrotti, eccitati alla indisciplina dagl'intrighi di Corte di cui erano testimoni nello stesso campo del loro generale, — intrighi orditi a danno di lui e per maggior disgrazia del paese che invadevano, — come gli avrebbero obbedito, quando irrompevano vincitori in una città o in un villaggio nemico, dopo un combattimento feroce? E chi teneva in freno gli eserciti di quel secolo, gli imperiali a Mantova nel 1630, le truppe del duca di Lorena in Francia durante la minorità di Luigi XIV, i soldati del Wallenstein nei loro medesimi paesi? Ciò non di meno, egli dava spesso degli esempi terribili; faceva impiccare i _maraudeurs,_ era “senza pietà coi soldati senza pietà„; andava molte volte, travestito, a interrogare i contadini, anche in paese nemico, per sapere se avessero patito sevizie; e rendeva delle giustizie solenni. Ma quello che valeva a tenere i soldati in soggezione nei campi, non valeva più una volta ch'erano sguinzagliati al sangue e alla morte, e che non c'era più un solo uffiziale che potesse tener nel pugno un solo soldato. No, tutta la sua vita lo difendeva dall'accusa di barbarie: la modestia mostrata in tutte le occasioni, l'affetto che ebbero per lui il Fénélon, il Vauban, il La Rochefoucauld, gli uomini più illuminati e più gentili del suo tempo; la solitudine austera in cui visse gli ultimi anni, nella sua terra di Saint-Gratien, riverito e amato dai suoi contadini; la sua coltura, il suo amore per la famiglia, il suo disinteresse, la semplicità della sua vita, tutte le sentenze e i motti che rimangon di lui, segnati dell'impronta di un'intelligenza alta e serena.... No, non era un barbaro. Sarebbe una vera ingiustizia il mettergli il marchio del sangue sopra la fronte. Scoraggiato, indignato, qualche volta egli può non aver neppure tentato d'impedire gli eccessi del suo esercito, per non uscire esautorato da un tentativo di repressione impotente; ma egli ne sentì sempre orrore in cuor suo, e li deplorò sempre con amarezza, o non si ha più diritto di giudicare la natura umana. Non aveva scritto a Parigi, dopo la battaglia di Staffarda: “Bisogna pure aver compassione di questi disgraziatissimi popoli: che cosa s'ha da fare?„ E tutti sanno quello che gli risposero: “Bruciare, bruciare, bruciare.„ No, che cosa volete! Mi è simpatico. Anche la sua figura, quel parruccone arricciolato che gli casca fin sulla corazza, quella fronte spaziosa, quegli occhi grandi e buoni, quella bocca filosofica, quell'aria in cui si riconosce qualche cosa dell'ingenuità dell'antico avvocato che abbandona l'avvocatura per aver perduto una causa che riteneva giusta, mi piace. Ci siamo battuti con lui per vent'anni, ce n'ha date, se n'è prese, è stato vittima dell'ingiustizia nella vecchiezza, ha sopportato l'avversità con animo altero, pigliava fra le braccia i soldati che morivano, morì disprezzando gli onori e la gloria. Rispettiamolo. È così bello esser giusti con un nemico!

— Sta bene, — concluse il mio agronomo, scrollando il capo; — ma ha fatto del gran danno alle campagne.

* * *

Il Catinat ci fece far notte. Quando uscimmo, la rocca di Cavour non era più che una macchiaccia nera che si staccava sul cielo di cattivo umore “incombendo sinistramente„ come diceva il mio professore, alla città già illuminata. Nella stazione del tranvai, dove il piccolo treno aspettava, non c'era che una famiglia di contadini, una nidiata di ragazze e di ragazzetti, carichi d'involti, che s'installarono in un carrozzone di seconda classe, in silenzio. Una donna dai capelli grigi, che pareva la madre, piangeva. Di lì a poco arrivò di corsa un contadino, d'una cinquantina d'anni, secco, una faccia di uomo logorato dal lavoro, ma d'espressione risoluta; salì sul treno, diede un'occhiata alla famiglia, e poi venne ad appoggiarsi al parapetto esterno in faccia a noi. Il nostro agronomo lo riconobbe: era un contadino delle parti di Bagnolo, dove possedeva una piccola vigna e un piccolo prato, una casetta, e un po' di bosco.

— Dove si va, compar Drea, con tutta la baracca? — gli domandò il mio compagno.

— Eh! eh! — rispose quello, placidamente, accendendo la pipa; — vado lontano. — Poi soggiunse con un gesto vago: — In America.

L'agronomo rise. — Voi scherzate, — gli disse — E la vigna?

— Venduta.

— Siete matto. Com'è possibile? Possedete della terra qui e la lasciate per andare in America?

— Che cosa vuole? Son due o tre anni che mi accorgo di _far del brodo consumato_. N'esce più di quello che entra. Bisogna bene che mi dia le mani dattorno fin che sono ancora in tempo.

— Ma come mai, se le terre di quelle parti son così buone?

— Buone, va bene. Ma senta un po'. La mia vigna, a volerla far rendere, bisogna rinnovar le viti. Io non ho quattrini. Non posso far la spesa delle viti e dei pali. E poi c'è il mantenimento della famiglia: undici bocche. Sicchè lei vede.

— Ma la vostra famiglia lavorerà, m'immagino.

— Ma che lavorare! Son quasi tutte femmine. Si sa bene il lavoro che possono fare le femmine. Il primo maschio è entrato negli undici anni alla Madonna d'agosto.

— Ma le ragazze, non avete pensato a mandarle a servire, le ragazze? Sarebbero tante bocche di meno.

— Tante bocche di meno; lo so anch'io. Ci ho pensato sicuro. Ma veda un po' come andò. La maggiore non sa fare che tre pietanze, e i signori non s'accontentavano. La seconda, lasciando stare che non sa di cucina, ha un umore un po'... duro, sa, la sua maniera di fare che è il motivo che non potè mai reggere con nessuno più di tre o quattro giorni. La terza, una settimana dopo partita, gli s'è attacata la _pecòndria_, e me la son vista ricascar a casa come le altre.

— Oh insomma! mi pare impossibile che non ci sia una maniera di cavarsela, senz'andare in America! Un uomo alla vostra età con tutta quella famiglia.... È un affar serio, sapete. Pensateci bene. Sareste ancora in tempo a cambiar idea.

— Cosa vuol cambiare idea, santo Iddio! Se avessi trovato quattromila lire in prestito a un piccolo interesse, da poter far la spesa delle viti e il resto, sarei rimasto qui, si capisce. Ma dove trovarlo quel galantuomo?

Gli domandammo in quale America andava. Ci disse:

— Bonosaire.

Gli domandammo se sapeva almeno presso a poco in che parte del mondo si ritrovasse quel paese.

— Cosa vuole ch'io sappia? — rispose. — So che c'è trenta giorni d'acqua.

— Avete mai viaggiato per mare?

— Non l'ho mai visto.

— Avete delle lettere di raccomandazione?

— Che lettere vuol ch'io abbia?

— Conoscete qualcheduno laggiù?

— Nessuno.

— E che cosa farete appena sbarcato?

— Ma!

Ci guardammo. Era proprio il caso, come dicono i giornali, di omettere i commenti.

Egli fumava tranquillamente la sua pipa, guardando l'orizzonte nero. La sua famiglia se ne stava rincantucciata nella carrozza, con gl'involti sulle ginocchia, tutti pensierosi. La madre aveva in braccio un bimbo di pochi mesi, e un altro bimbo d'un paio d'anni che le dormiva col capo sulle ginocchia.

Forse mentre scrivo queste parole essi son tutti in un mucchio, sfiniti dal digiuno, con gli occhi fuor del capo, pallidi come cadaveri, rotolanti da due o tre giorni l'un sull'altro nel sudiciume, e agghiacciati dal terrore del naufragio, dentro a un camerone di terza classe d'un bastimento italiano, sbatacchiato come un guscio di noce dalle onde enormi dell'Atlantico, a duemila miglia di lontananza dai due mondi.

Oh! arrivino salvi alla nuova terra, con quei due bimbi sani, povera gente, e vi siano accolti con carità, e vi trovino il pane e la pace.

I DIFENSORI DELLE ALPI

_Al Colonnello Federico Queirazza_ Comandante del 2º Reggimento alpino.

Riuscii a infilarmi nell'ultimo grande palco di destra nel punto che v'entrava il signor Rogelli, spingendosi innanzi la lunga cugina inglese, la signora Penrith, venuta apposta da Torino, e non trovammo più che tre palmi di panca all'entrata, dove stava aspettando da un'ora quella beata faccia d'agronomo, che mi aveva accompagnato a Cavour. Il buon Rogelli era trionfante. Quell'idea del ministro della guerra, di radunare nella sua città natale, nell'occasione delle grandi esercitazioni estive, tutti e venti i battaglioni alpini, per celebrare il decimo anniversario della loro istituzione con una sfilata solenne davanti al Re d'Italia, era, per lui, un'idea sublime; e da quindici giorni urlava quell'aggettivo per tutti i caffè di Pinerolo, offerendo del Campiglione a quanti gli facevano coro, e dicendo roba da chiodi dei giornali che avevan gridato allo sperpero del danaro pubblico. Vi son dei capi originali dei cittadini maturi e pacifici, che s'innamorano d'un Corpo dell'esercito, come certi artisti dilettanti, d'una data scuola di pittura; e non bazzicano che quelli ufficiali, s'infarinano dei loro studi, ripetono i loro discorsi, in modo che a vederli e a sentirli chi non li conosce li scambia con antichi ufficiali del Corpo che adorano: il che è la più dolce delle loro soddisfazioni. Il signor Rogelli era di questi, e aveva la passione degli Alpini: una passione che gli vuotava la borsa, ma gli riempiva la vita. Egli era amico intrinseco di maggiori e di capitani, teneva dietro alle compagnie nelle escursioni in montagna, pagava da bere ai soldati, raccoglieva fotografie di gruppi, conosceva a fondo il servizio, e aveva sulla palma della mano la topografia delle zone e sulla punta delle dita la tabella del reclutamento. Non vedeva nell'esercito che gli Alpini, e gli pareva che riposassero sopra di loro tutte le speranze d'Italia. Non era proprio un ramo, era un ramocello di pazzia: il suo amor di patria aveva le mostre verdi e portava la penna di corvo. Una passione schietta, peraltro, e nobile, in fondo: nata dall'amor della montagna, dov'era cresciuto, e dalla simpatia per l'esercito, in cui aveva un fratello, e da vari altri gusti e sentimenti, di cacciatore, d'acquarellista, di gran mangiatore e di buon figliuolo, mescolati e riscaldati da una fiammella segreta di poesia, che mandava fuori una volta all'anno la scintilla d'un cattivo sonetto. E per ciò era raggiante di gioia quella mattina, e appena mi vide, mi gettò un sonoro: — Ci siamo! — accennandomi la lunga fila di palchi imbandierati che il Municipio aveva fatto inalzare nella gran piazza, a destra e a sinistra del padiglione del Re. Il Municipio aveva fatto le cose per bene. Il signor Rogelli si stropicciò le mani, levò dal braccio della signora il canestrino di fiori, per ridarglielo al momento opportuno, e prese posto in piedi, appoggiato a una delle antenne della tenda, nell'atteggiamento d'un generale vittorioso.

La sfilata doveva cominciare alle dieci. I palchi eran già tutti neri di giubbe, variopinti di signore, scintillanti di divise, brulicanti come vasti alveari; e un mare di gente, in cui mettevan foce molti torrenti, fiottava, rumoreggiando, su tutto lo spazio che corre dalla porta di Torino alla porta di Francia. Nelle grandi case della piazza pareva che si fossero ammontati tutti gli abitanti di Pinerolo, e che volessero schizzar fuori dalle finestre, come gocce di liquido compresso dalle commettiture del recipiente; i terrazzi rassomigliavano a enormi giardiniere, riboccanti d'ogni specie di fiori di montagna; e nei palchi e per la piazza innumerevoli fogli volanti, sui quali erano stampati i nomi dei venti battaglioni, e dei paesi dove si levano, s'agitavan per aria e giravano per tutte le mani, macchiettando la folla di mille colori, come grandi farfalle prigioniere. Dal giorno dell'entrata d'Emanuele Filiberto, Pinerolo non aveva più visto, certo, ribollire tanto sangue, fremere tanta festa tra le sue mura. A grande stento era tenuto sgombro un angusto spazio per il passaggio dei battaglioni, tra i palchi e i portici, ed anche quel piccolo solco, aperto di viva forza nella piena umana, continuamente si richiudeva, quasi che la folla ne soffrisse come d'una ferita. Gli Alpini dovevano sfilar per plotoni, venendo giù dalla valle del Chisone: da due giorni erano accampati là, dall'abbadìa fino a Perosa, e ne formicolava tutta la valle, come se fosse calato un esercito dal Delfinato. La testa della colonna era già alle prime case di Pinerolo. Tutto era proceduto e procedeva bene, anche lassù, dove s'eran dileguate fin dall'alba, sotto gli sguardi severi del Rogelli, le ultime nuvole d'un breve temporale della notte.

Allo scoccar delle dieci, annunziato dagli squilli di cento trombe e accolto da un applauso che parve il fuoco di fila d'una divisione, comparve il Re.

Nello stesso punto si videro spuntare in fondo alla piazza la penna bianca del Comandante del primo reggimento, e le penne nere del primo battaglione.

Un aiutante di campo portò l'ordine di cominciar la sfilata, le bande suonarono, la folla immensa si scosse, come corsa da una scintilla elettrica, e poi tacque per alcuni secondi, profondamente.

Il colonnello del primo reggimento s'avanzò. Il battaglione _Alto Tanaro_ si mosse.

All'apparire delle nappine bianche della prima compagnia, scoppiò un applauso e un evviva che fece rintronare la piazza, e dalle finestre e dai palchi venne giù un diluvio di fiori. Tutti quei soldati alti, forti, e la più parte biondi, con quei cappelli alla calabrese, con quelle penne ritte, con quelle mostre verdi, d'un aspetto poderoso a un tempo e leggiero, e quasi arieggianti un'altra razza, e pure così italiani negli occhi, destarono un primo senso vivissimo di maraviglia e di simpatia. E anche l'applauso fu più caldo perchè era un battaglione singolare, composto di piemontesi e di liguri, levati in quel triangolo delle antiche Provincie, che poggia a Oneglia e a Savona, e tocca col vertice Mondovì: figli della montagna e giovani della marina, dai visi bianchi e dai visi bruni, diversissimi d'occhi, di lineamenti, di capelli. La folla acclamò alla rinfusa i paesi delle due parti delle Alpi: — Viva Garessio, viva Albenga, Bagnasco, Finalborgo, Pamparato, Diano! — E a tutti balenò alla mente, come visto per uno squarcio della catena, un declivio grigio d'olivi, e il villaggio bianco, circondato d'orti e di boschetti d'aranci, spiccanti sul mare azzurro, picchiettato di vele. Sfilavano in una maniera ammirabile. E nel voltarsi tutti a sinistra, di tratto in tratto, per correggere l'allineamento, mostravan le teste ben costrutte, i colli taurini, le guance vivamente colorite. La signora Penrith, piena di benevolenza protettrice per l'Italia, prorompeva in esclamazioni ammirative, dicendo che non avrebbero sfigurato accanto alle guardie della regina Vittoria. Il Rogelli non toccava più terra, pareva che li avesse impastati e modellati lui tutti quanti. E sclamava: — Guardi che casse forti di toraci! — Veda che travatura di corpi! — Magnificava il sistema di reclutamento: quello dell'esercito dell'avvenire. Non eran battaglioni misti di gente d'ogni provincia: erano pezzi viventi d'Italia che passavano, coi loro nomi e con le loro tradizioni; e avevan ciascuno una propria alterezza di famiglia, innestata sul largo sentimento dell'amor di patria e dell'onor nazionale. — Guardino che frontispizi di galantuomini! — Montanari di cervello dritto, coi concetti del tuo e del mio ben distinti, logici come quattro e quattr'otto, dai quali s'ottiene tutto ragionando, persuadendoli che le mancanze sono “cattive speculazioni„; affezionati ai loro uffiziali, coi quali prendon familiarità, senz'abusarne, nella vita comune della montagna; punto attaccabrighe, neppur quando trincano; sani e schietti come l'aria delle loro vallate. — Viva il battaglione _Alto Tanaro!_ — gridò, alzando il cappello. — Viva Savona! Viva Mondovì! Viva Oneglia! — gridò la folla. E tutto il primo battaglione passò, — fra quelle rumorose acclamazioni della patria, ch'egli sentiva per la prima volta, — tranquillamente, — come se non fosse il fatto suo; e portò al Re d'Italia il primo saluto delle Alpi e del mare.