Alle porte d'Italia

Part 20

Chapter 203,645 wordsPublic domain

Seguì un profondo silenzio. La superiora non aveva più nulla a dire. La signorina riprese il suo ritratto e lo fece ripassare dall'altra parte della ruota, dove una mano invisibile lo raccolse. Le due monache fecero un saluto del capo, e sparirono, come due larve. E noi uscimmo in silenzio. In quel breve tempo la marchesa di Spigno s'era interamente trasformata nella mia mente. Fino allora, la prima immagine che mi aveva sempre destato il suo nome, era quella di una signora vezzosa e superba, che passava per la sala d'una reggia, in mezzo a due ali di dame, sfolgorando di gioia. Dopo d'allora non vedo più che una vecchia novantenne, che attraversa, brancolando, i corridoi tristi d'un chiostro, fulminata dal dolore. E perchè la stessa trasformazione, che è l'effetto d'un cambiamento di giudizio storico, s'operi in qualchedun altro, ho scritto queste pagine.

Le dedico alla nobile, gloriosa, benedetta memoria del tenente-colonnello delle guardie, conte Paolo Federico di San Sebastiano.

LA ROCCA DI CAVOUR

La campagna era velata da una nebbia leggiera, in cui erravano dei grandi nuvoli di fumo, sollevati da mucchi accesi di gramigna. Il sole, appena uscito, pareva che avesse una mezza idea di tornare in casa, e andava tentando l'aria con dei raggi pallidi, che ritirava subito indietro, come tentacoli scottati dal freddo. L'aria mordeva in fatti: i pochi viaggiatori seduti nei carrozzoni del tranvai a vapore avevano il becco rosso, e i miei due compagni non finivano più di fregarsi le mani, come se partendo da Pinerolo avessero ricevuto un sacco di buone notizie. Uno era un grosso proprietario, una specie di borghese campagnuolo, appassionato per l'agricoltura, per quella pratica, come diceva lui, non per quella dei professori: una faccia paciona di cinquant'anni, atteggiata a un perpetuo sorriso canzonatorio; l'altro, un ex professore ginnasiale, grande amatore di storia patria, e parlatore compassato e forbito, che s'era offerto gentilmente di farmi da guida storica. Eran gli ultimi giorni d'ottobre, quando la campagna piemontese spiega in tutta la loro bellezza i colori pomposi e tristi dell'autunno. Il treno correva in mezzo a vigneti color di porpora, a macchie di pioppi e di roveri svariati di giallo e di vermiglio, a boschi d'oro, a lunghe file di gelsi color di zolfo e di terra di ocra, macchiate qua e là dalle chiome ancora verdi di qualche albero ostinato a non invecchiare; e di là dagli alberi, fuggivano dalle due parti della via i prati vaporosi e i campi lavorati, nei quali spuntava il grano, come una barbetta rada e fine d'adolescente. La campagna era solitaria; solo qualche villanella bionda, appoggiata al rastrello, alzava gli occhi verso il treno con quell'espressione.... con nessuna espressione. La gente faceva ancora il sonnellino di giunta della mattina, aspettando a svegliarsi del tutto che il sole desse il buon esempio, e i villaggi per cui passavamo, cominciavano appena a schiuder gli occhi e a stirare le braccia. Vedemmo però in un vicolo d'una borgata, passando, una comitiva nuziale di contadini, che aspettavan davanti a una porta: una sposa rossa, con grandi nastri bianchi sulla cuffia, le comari in pompa magna, gli uomini vestiti di nero, tutti immobili impalati, ma con gli occhi accesi dal dolce pensiero della scorpacciata e della sbornia. Siano felici senza moltiplicarsi! A tutte le fermate salivan delle contadine con dei grandi cesti pieni d'ova e di polli; in poco tempo ci fu tanta roba da sfamare una compagnia di soldati alpini. Andavan tutti al mercato di Cavour, che è dei più grossi del circondario; e si capiva dai visi immobili, e dal modo come si fissavano gli uni con gli altri senza guardarsi, ch'eran tutti occupati a sommare, a sottrarre e a dividere i quattrini che speravan di guadagnare: alcuni ragionavan tra sè movendo le labbra, altri facevano il conto con le dita, senza alzar la mano dal ginocchio, per non farsi scorgere. Nessuno discorreva. Si sentiva un odore acuto di cacio pecorino e di tartufi bianchi. Mi pareva di trovarmi in un treno speciale di Francesco Cirio, mandato sotto la mia alta direzione a portar le provviste del banchetto a una festa inaugurativa.

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Scendemmo all'entrata di Cavour, in pieno mercato d'animali neri, o canarini da ghiande, come si chiamano con gentile metafora in dialetto piemontese. La borgata, che conta circa ottomila abitanti, è tutta fabbricata sul piano, ai piedi della rocca famosa, alla quale deve la sua gloria e le sue sventure. Come tutti i piccini a cui manca l'occasione di paragonarsi, quella rocca ha l'aria di credersi una gran cosa; e in fatti, vista di là sotto, benchè non sia alta più di due volte il campanile di Giotto, e se ne possa fare il giro in mezz'ora, presenta l'apparenza d'una montagna, certe forme larghe e maestose di gigantessa alpina; e pare anche più grande all'occhio per effetto del mantello denso di vegetazione che le avvolge le spalle e i fianchi rocciosi. A primo aspetto, fa colpo, non c'è che dire. Chi capitasse là senza sapere, la crederebbe un monte artificiale, innalzato dal capriccio mostruoso d'un tiranno antico; una specie di colossale osservatorio guerresco, fabbricato per tener d'occhio tutti i feudatarii della pianura, dalle rive del Po alle rive del Sangone. Si capisce come sia stata sempre oggetto di meraviglia, cominciando da Plinio, che scrisse di non aver mai visto _montem a montibus separatum nisi montem Caburri,_ e venendo fino a Carlo Denina, il quale la credette un masso precipitato dalle Alpi, e ad altri che la ritennero uscita tutta sola fuor dalle viscere della terra, quasi all'improvviso, come la testa d'un titano sepolto, curioso di vedere coi suoi occhi come andassero le faccende di Casa Savoia. La sua origine, con tutto questo, non ha nulla di meraviglioso: è l'estrema punta, o come suol dirsi, l'ultimo sperone del contrafforte alpino il quale scende dal monte Granero a dividere la valle del Po da quella del Pellice; sperone il quale si innalza in modo notevole rispetto alla giogaia di cui è termine (il che si vede di frequente), con questo di singolare peraltro: che appare isolato perchè la catena di rocce che lo riunisce al contrafforte delle Alpi è tutta coperta e perfettamente nascosta dai materiali d'alluvione che vi si sono accumulati in tempi antichi. Non è dunque un'avanguardia solitaria, una sentinella perduta dell'immenso esercito alpino; ma la testa d'una colonna non interrotta che fa la sua strada sotto terra. È un peccato. Sarebbe certamente più poetica se fosse ruzzolata giù dal Monviso come il masso della similitudine manzoniana, tanto più che i Cavorresi potrebbero vivere sicuri di non vederla mai riportare in alto da una _virtude amica_. Ma pure senza la origine meravigliosa, questo enorme blocco di gneiss (celebre fra i naturalisti per i bellissimi cristalli di quarzo affumicato che si ritrovarono nelle crepe delle sue rocce) è una fortuna per il paese: è il suo monumento storico e la sua bellezza, gli fa ombra e fresco d'estate, e lo ripara dai venti australi, e serve di rifugio agli innamorati e di belvedere agli artisti, e frutta di tanto in tanto il desinare d'un mineralista o d'un geologo al _Persico reale_ o alla _Posta_. (Domandare il fritto di trote.)

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La borgata somiglia a tutte le altre borgate del Piemonte: pulita, di colori allegri, nessun monumento, molte osterie. Percorrendo la strada principale riuscimmo nella piazza del mercato. C'era pieno zeppo di gente: delle file di contadine venute da tutti i dintorni, e una doppia processione di uomini e di donne della campagna, pigiati come all'uscita d'una chiesa: per tutto ceste d'ova e di polli, panierone colme di burro, mazzi di capponi alla mano, gabbioni pieni di galline, d'oche, di tacchini, di conigli: una profusione di roba grassa, cicciuta, soda, fresca e sana, ch'era un gusto a vedere. La prima cosa che mi diede nell'occhio furon le polpe colossali di certi preti che passavan tra la folla: delle colonne, Dio li benedica, da disgradarne il Biancone di piazza della Signoria. Poi i cappelli delle contadine, curiosissimi: dei cappelli di paglia gialla, di tesa molto larga, foderati di stoffa di sotto, fasciati di sopra di larghi nastri di seta o di velluto ricascanti fin sulla schiena, coperti d'un velo di tulle nero, frangiati di conterie, ornati di penne, di rose, di mazzi di fiori finti, di catenelle d'ottone, di fermagli della forma di chiavi o di spade: dei veri botteghini da merciaio, con le più bizzarre stonature di colori che si possano immaginare. Molte avevan delle collane dorate a varii giri, dei grossi orecchini da madonna, e dei fazzoletti da collo gialli o scarlatti. C'eran dei bei pezzi di donne e dei bei fusti di ragazze, con dei colori di mela appiola, coi capelli d'un biondo di spiga, serrati sulle forti nuche come nodi di corda; larghe di spalle e di fianchi, tutt'altro che piallate, piantate diritte e salde in terra come pilastri, e così strette le une alle altre, che per passare bisognava strofinarsi alle gonnelle e ai grembiali e si sentivan da tutte le parti delle rotondità resistenti e dei fiati caldi. Era davvero un mercato di contadini piemontesi. Fuor che gli strilli dei merciaiuoli dei baracconi, non si udiva una voce più alta dell'altra: nessun dialogo concitato, nessun gesto impetuoso, nessun viso acceso; una placidità di aspetti straordinaria, le mani quasi immobili, dei sorrisi quieti, un girar lento del capo e degli occhi, un contrattare a parole riposate e sommesse. Mi pareva che tutte quelle donne non fossero mai state agitate da una passione e che dovessero dar l'amore come davan le ova. Eppure.... Ci trattenemmo un poco ad ammirare le bellezze più vistose; ma i nostri sguardi ammirativi, interpretati prosaicamente, non avevano altro effetto che di far alzare le galline verso di noi, in atto d'offerta. Provai però un vero piacere a girare, a sguazzare dentro a quell'abbondanza di tutto, a sentir tutti quei soffi di salute, quell'odor di stoffe da sedici soldi il metro, di capelli lisciati con l'acqua, di latte, di paglia, di piccionaia, di conigliera: mi pareva di purificarmi per un mese di tutti i profumi da parrucchiere, di tutti gli odori acri e misti di cattive salse, di botteghe umide e di teatri sudici, e di libri odiosi e di prove di stampa più odiose, che ero costretto a respirare in città. E non fu così facile levarci di là dentro. Alla uscita della piazza ci trovammo chiusi in mezzo a un gruppo di poderose venditrici di cacio, e ci bisognò fare alle gomitate; poi la cesta di una bella pollaiola mi separò dai compagni; infine non ebbi più che da dividere due maschiotte marmoree che chiudevan la via, e mi ritrovai all'aperto con gli altri, tutto fragrante di latticini e di galliname.

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Eravamo in un'altra piazza; entrammo un momento nella chiesa maggiore, grande e vuota, dove la voce del prete che diceva la messa era coperta da un cinguettìo sonoro d'uccelli che svolazzavano per le navate; e poi ci avviammo per salire sulla rocca. In quella stessa piazza, dov'è ora una bella fontana di pietra, si crede, da certe iscrizioni antiche state scoperte nel paese, che ci fosse un bagno e una piscina, fatti costrurre in un podere proprio, e poi donati ai suoi concittadini, _municipiis suis,_ da una Seconda Asprilla, sacerdotessa d'un tempio consacrato a Drusilla, sorella di Caio Caligola. — Non solo — mi diceva forbitamente il professore; — ma è tra i cultori di studi archeologici fondata opinione che l'antico bagno traesse alimento dalla sorgente medesima, che fornisce l'acqua alla odierna fontana. — Ma qui fu un vero divertimento, perchè il buon proprietario agricolo professava una tale pietà per tutte quelle _bale_ di erudizione antica, e deplorava così sinceramente che persone di buon senso ci sciupassero il loro tempo invece di consacrarsi all'agricoltura “vero fondamento degli Stati„ che gli pigliava mal di stomaco solamente a sentirne discorrere; e guardava il mio professore con una faccia così provocante, fra la finta maraviglia e la corbellatura, che quello ci s'inverdiva dalla stizza, benchè mostrasse di non badarci. Già, mentre stavamo per entrare in chiesa, a sentir dire che Annibale aveva accampato vicino a Cavour l'ala sinistra del suo esercito (il qual fatto, oltre a potersi dimostrare probabile con certi passi di Tito Livio, veniva provato dai molti denti d'elefante che avevan ritrovati in quelle terre), si era soffermato in mezzo alla piazza, guardando fisso l'amico, come si guarda un matto da legare. Ma quando poi sentì aggiungere quella del regalo del bagno, e d'Asprilla, e di Drusilla, non si potè più contenere. — Non creda, sa, — mi disse; — son tutte cose che combinano fra loro i dottoroni. Già Cavour non è mai stato paese di forestieri. — Il professore fece un sorriso di infinito disprezzo, e ripigliò il suo discorso. La cosa era fuor di dubbio. Cavour era stato una colonia romana, e doveva aver avuto una fortezza e un presidio; negli scavi fatti in vari tempi, s'eran trovati cippi, capitelli con l'effigie di Romolo e di Remo, avanzi di acquedotti, statuette di metallo, lumicini, lacrimatoi, monete, medaglie; fra le quali essendo in maggior numero quelle del tempo di Nerone e degli Antonini, c'era luogo di credere che fosse stato sotto questi imperatori il periodo di maggior floridezza dell'antica Caburrum. In seguito le eran toccate le avventure comuni a quasi tutte le città e alle borgate di quella parte del Piemonte: distrutta dai barbari, ridistrutta dai Saraceni, soggetta al contado di Torino al tempo dei Franchi, castellania sotto i marchesi di Susa; poi posseduta dai Conti di Savoia, conquistata dagli Astigiani, caduta in potere dei principi d'Acaja, ceduta ai signori di Racconigi, tornata daccapo alla Casa di Savoia. E mentre ascoltavo questa litania di trattati, di assedi, d'incendi e di miserie, salivamo su per una viottola petrosa, in mezzo a un bosco di piccoli castagni, di querciuole e di marruche, colorite di tutte le sfumature del giallo, dal cadmio allo zafferano, e ancora verdi qua e là, e come brizzolate da una polvere dorata, che un soffio di vento dovesse portar via. Non c'eran case, non s'incontrava nessuno. Non si sentiva che il verso d'una ghiandaia, su in alto.

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In mezz'ora arrivammo sulla cima. Sono tre punte, distanti un cento di passi l'una dall'altra: quella di sinistra, chiamata la punta dei cani; quella di destra, del castello; quella di mezzo, del torrione. La prima non è notevole che per un precipizio spaventoso che le s'apre sotto, una specie di Salto di Tiberio, il quale misura tutta l'altezza della rocca, diritta, da quella parte, e terribile, come la muraglia d'una fortezza ciclopéa che minacci gli sbocchi delle valli alpine. Sulla punta di mezzo, non rimane più dell'antico torrione di Bramafame che un pezzo di muro rotondo, alto quanto il parapetto d'un pozzo, con due cannoniere, circondato di rose selvatiche e d'erbacce. La punta che serba maggiori avanzi è quella del castello. Ed è anche la più ardita e selvaggia: un gran masso, una specie di gobbo enorme della rocca, inaccessibile da ogni parte, fuorchè per una scaletta informe, cavata nella roccia viva, e tutta incisa di nomi e di date cubitali; salendo per la quale si riesce con un giro sopra il piccolo spianato dove sorgeva il castello. Qui, per una rete di piccoli sentieri che salgono e scendono tra i pruni, le ortiche e le vitalbe, si gira in un labirinto di rovine, in mezzo a buche di cisterne e di sotterranei, a frammenti di muri forati da feritoie, a traccie malcerte di porte, di scale e di segrete, da cui è quasi impossibile raccapezzare la forma del castello; il quale doveva essere angusto, peraltro, e intricato, e lugubre: uno spauracchio di castellaccio da streghe e da corvi, non meno triste per chi ci stava dentro a difenderlo, che tremendo per chi l'aveva da assalire. Eretto su quella cima, proteggeva mirabilmente la borgata sottoposta, che era tutta chiusa in una cinta rettangolare di muraglie turrite, le quali si prolungavano salendo su per la rocca, fino a congiungersi col castello e col torrione; legati anche questi fra loro da un parapetto, o da altra opera di difesa, intagliata nel sasso, al di sopra dei passi più scoscesi. Tale era la fortezza di Cavour sul finire del secolo decimosesto quando se la disputarono il generale Lesdiguières e Carlo Emanuele I, i due sovrani giostratori di quella guerra avventurosa e memorabile, con la quale il duca di Savoia iniziò la grande politica dell'altalena fra la Spagna e la Francia: ben combinati davvero, e fatti proprio a misurarsi, per temerità di capitani, e per coraggio di soldati, e per prudenza, e per astuzia, e per generosità usata a tempo, e per magniloquenza spiegata sempre. Il castello, si capisce, non poteva esser preso che per blocco. Non riuscì a conquistarlo per assalto il Lesdiguières, neppure dopo essersi impadronito del torrione, e averci fatto tirar su a forza di braccia e d'argani due pezzi d'artiglieria, coi quali fulminava le mura a cento passi, e ogni colpo era uno sdrucio: i quattrocento difensori, comandati dal conte Emanuele di Luserna, non si arresero che per fame. E neanche lo potè pigliare di viva forza Carlo Emanuele, malgrado la gran voglia che ne aveva, e il grosso esercito vittorioso che teneva in pugno: dovette costruire nel piano cinque fortini, e aspettare che al presidio non rimanesse più nè acqua nè pane. E l'una e l'altra volta i difensori uscirono con l'onore delle armi. Poveri cadaveri ambulanti! Doveva essere uno strazio d'inferno l'idea di morir digiuni lassù, pigiati in quella tetra bicocca, frecciati a traverso alle feritoie da quell'aria viva dei monti che mette nel corpo dell'uomo la voracità della fiera, e sentirsi torcere le viscere dalla fame e dalla sete vedendo giù nel piano fumar le cucine dei vivandieri, passare i carri carichi di pane, e correre i rigagnoli argentini in mezzo ai campi! Perchè dovevano veder tutto di lassù, come sulla palma della mano: le corsie degli accampamenti, l'interno dei padiglioni, i giochi e le risse dei bivacchi, e Carlo Emanuele che appuntava i cannoni come un capitano d'artiglieria, e Antonio d'Olivares che discuteva con lui, per distoglierlo, come fece, dal tentare l'assalto, tagliando l'aria tutti e due con dei gesti vigorosi, corrispondenti a de' sonori frasoni spagnuoli, intercalati di _Por Dios_ e di _Por vida mia_ e di _Mal rayo me parta,_ che facevan rattenere il fiato allo Stato maggiore.

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Nel mezzo dello spianato del castello c'è una piccola cisterna rotonda, quasi tutta piena di sassi e di calcinacci, fra cui son mescolate molte ossa umane. Si dice, e non c'è ragione di non crederlo, che siano ossa di cavorresi trucidati dalle soldatesche del Catinat nel 1690. È piantata là vicino, in memoria di quei morti, una grande croce di legno, che si vede anche dal basso. Quella fu la più miseranda giornata della storia di Cavour, senza dubbio; degno principio di quella orribile guerra della lega, in cui i ministri davan degli ordini da assassini, ed era imposto ai generali l'ufficio di incendiarli, e ai soldati quello di carnefici e di ladroni. La tradizione di quel maledetto macello è ancora vivissima tra il popolo della città e della campagna. Era l'agosto del 1690. Scoppiata appena la guerra, il generale Catinat mosse l'esercito da Pinerolo verso Cavour. Se il bravo marchese di Parella, che stava con quattromila soldati, fra i quali molti valdesi, nelle vicinanze di Luserna, fosse stato avvisato poche ore prima di quella mossa, avrebbe fatto ancora in tempo a sopraggiungere; e allora si sarebbe visto un bel ballo. Sventuratamente, ricevette la notizia troppo tardi. La città era aperta, il castello diroccato da molti anni; il presidio non si componeva che d'una compagnia del reggimento di Monferrato e di pochi drappelli di milizie valdesi. Un'avanguardia comandata dal marchese di Plessis Belloire venne accolta a fucilate da alcuni contadini, che furon subito respinti nell'abitato. Il Catinat mandò a intimare la resa. Il presidio rifiutò. Una colonna francese si slanciò all'assalto con quattro pezzi d'artiglieria. La difesa fu valorosa, ma inutile. Le trincee furono superate, tutto l'esercito irruppe. E allora i soldati, irritati dalle lunghe marcie, infiammati dal sole, e inaspriti dalla resistenza inattesa, saccheggiarono, incendiarono, uccisero ufficiali e soldati, donne, vecchi, contadini, bambini, per le strade, nelle case, nelle chiese, nelle cantine, a calciate di fucili e a colpi di partigiana e di baionetta, sordi a ogni preghiera e ad ogni pianto, senza discernimento, senza tregua, senza misericordia. Una parte degli abitanti e del presidio s'era rifugiata in cima alla rocca: gl'invasori vi s'arrampicarono come un branco di tigri affamate, e trafissero e sgozzarono quanti c'erano. Solo ottanta persone, fra le quali il governatore, alcuni ufficiali, e il resto donne e ragazzi, riuscirono a salvar la vita rifugiandosi in una casa di Cavour, nella quale era entrato il Catinat a prendere un rinfresco da uno speziale, di cui s'è serbato il nome: Marentino. La città presentò per varii giorni uno spettacolo da agghiacciare le vene e da far rizzare i capelli: le piazze ingombre degli avanzi del sacco, quasi tutte le case bruciate, mucchi di cadaveri a ogni passo, rigagnoli di sangue giù per le scale e per le strade, i muri chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue, e in quella orribile solitudine grida di moribondi e risate di pazzi. Nelle memorie del Catinat si danno più di seicento persone morte, tra uomini, donne e bambini; il marchese di Quincy parla di ottocento soldati e di trecento cittadini macellati; un priore, testimonio e narratore del fatto, afferma che di cinquemila abitanti, quattromila furono uccisi. E questo si fece nel secolo di Luigi XIV, sotto Luigi XIV, da soldati del tempo del Pascal, del Descartes e del Corneille, nel paese dov'era passato da mezzo secolo il Galileo. Eppure tutto è dimenticato e ignorato.... a quattro miglia di distanza da Cavour. Solo le contadine dei dintorni salgono una volta all'anno, il giorno dei morti, a fare il giro della cisterna, in lunga fila, recitando il rosario per le “anime della rocca.„ E sarebbe un ufficio pietoso e onorevole, se ci andassero soltanto per i morti. Ma ci vanno anche per raccomandare “alle anime„ il seme dei bachi da seta.

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