Alle porte d'Italia

Part 2

Chapter 23,696 wordsPublic domain

Ciò non ostante, come t'ho già detto, io trovo modo di vivere serenamente, grazie alle molte faccende e alla molta lettura. La mia più bella ricreazione è una passeggiata che faccio ogni sera, verso il tramonto, con le poesie del Chiabrera tra le mani; un esemplare prezioso, annotato nei margini, che fu regalato dal poeta stesso al marchese di Caluso, quando fu alla corte del primo Carlo Emanuele. Me ne parto di vicino alla Polveriera, dove sto di casa, attraverso la città bassa; risalgo lento lento per i bastioni di Villeroy e di Richelieu, svolto dal bastione della Corte, e vado a fare, regolarmente, una piccola visita al castello dei nostri principi. Che cosa vuoi? Quel povero castello, unico avanzo delle nostre glorie, imprigionato là fra le casipole, coi suoi merli cadenti e le sue porte sbarrate, che par compreso dal sentimento della sua miseria, mi mette pietà e tenerezza insieme! Il suo silenzio triste mi fa ripensare alle feste e agli amori che lo animarono un tempo, alle ambizioni smisurate che si spennaron le ali fra le sue mura come aquile prigioniere, alle belle principesse d'Acaja che vi folleggiarono, vi piansero e vi morirono. Dopo un quarto d'ora che son là, mi par di sentire i passi concitati dell'altera Isabella di Villehardouin che ridomanda il suo principato perduto; vedo Caterina di Vienna, coi suoi grandi occhi celesti rivolti alle vette bianche dei monti; la sventurata Sibilla del Balzo, che spira benedicendo il suo povero Filippo, predestinato al lago d'Avigliana; e quel bel demonio biondo di Margherita di Beaujeu che susurra all'orecchio di Giacomo le parole che sconvolgono la ragione, e Caterina di Ginevra con la sua vita sottile di vergine e il suo adorabile neo sulla guancia, e Bona di Savoia che smorza sotto alle lunghe palpebre la fiamma de' suoi occhi pieni d'amore. Oh se s'affacciassero tutte insieme a quelle finestre arcate e vedessero sventolare sulla cittadella la bandiera di Versailles, come si farebbero tutte vermiglie di sdegno dalla gorgiera al diadema, e come spezzerebbero sui davanzali i loro ventagli imperlati! E dopo essermi beato in questo sogno vado su verso le vecchie caserme, tiro un'occhiataccia al castello, e per San Maurizio e per il bastione di Schomberg, chinando il capo sul Chiabrera quando vedo di lontano il cappello a tre punte d'un tagliacantoni _francesco_, me ne ritorno a casa placidamente, consolato dal pensiero che un altro giorno della dominazione straniera è passato. Quel ceffo di mandrillo del Saint-Mars ha disteso un lenzuolo di piombo su Pinerolo; ma non è ancora riuscito a oscurarle la bellezza impareggiabile delle sue notti di luna. Per questo, rientrando in casa mia, salgo quasi sempre all'abbaino per godere la vista dei dintorni. Le case che biancheggiano sulla collina, tutte quelle torri nere che s'intagliano nel cielo limpido e profondo, la città di Saluzzo che appare come una macchia lattea di là dalla striscia luccicante del Po, e la rocca di Cavour, che s'alza solitaria nel piano come un frammento colossale d'asteroide precipitato dal cielo, e le cime delle Alpi inargentate; questo spettacolo immenso e quieto, in cui si sente la voce sonora del Lemina che parla delle glorie morte, mi tiene inchiodato un'ora con la bocca aperta. E se qualche volta mi piglia un senso di tristezza a veder lì a pochi passi quella gola spalancata della valle di Fenestrelle, che ci ha vomitato addosso tanto ferro e tante sventure, allora mi rivolgo dalla parte di Torino, dove brilla la speranza d'un avvenire migliore del passato e del presente, e il mio cuore si riconforta.

..... È sonata la mezzanotte. Sento che passa la ronda per la strada e riconosco al chiarore della luna il profilo rodomontesco di quel lanternone del Rivière. Siccome abbiamo leticato ieri sopra la quistione di Casale, è capace, vedendo il lume acceso, di venirmi ad aggranfiare la lettera. Caro mio, non voglio maschere di ferro. Ti mando un saluto dal cuore e chiudo la lettera in furia.

Il tuo * * *

I PRINCIPI D'ACAJA

Pinerolo, agosto 1883.

Era un pezzo che desideravo di visitare quel vecchio palazzo, il quale mi mostra tutti i giorni i suoi merli rossi di là dai pini e dai cedri del giardino della bella marchesa Durazzo. Uno strano edifizio, veramente, d'una forma che non riuscivo da nessuna parte ad afferrar intera con lo sguardo; coronato di certi merli bizzarri da castello di palcoscenico; carico di secoli, e pure colorito di fresco, e triste a vedersi come un cadavere imbellettato: e poi, nascosto là in un canto solitario di Pinerolo, in mezzo a casette misere e a vicoli in salita, irti di sassi enormi e corsi da larghi rigagnoli sonori. Non ci avevo mai visto intorno che ragazzi scalzi e processioni di pulcini, e qualche vecchio sonnacchioso, accucciato davanti a una porta, il quale non sapeva certamente chi avesse abitato una volta tra quei muri, più che non lo sapessero l'erbe che gli verdeggiavan tra i piedi. — Che diavolo ci ha da esser là dentro? — mi domandavo. Una mattina, passando sotto quelle finestre misteriose, m'era parso di sentire un bisbiglio di voci lamentevoli, come una preghiera di anime in pena, e una sera, affacciandomi al terrazzo d'una villa vicina, avevo visto giù nel giardino oscuro del palazzo una bella monaca che fuggiva come uno spettro in mezzo alle piante: — l'immagine d'un quadretto del Boccaccio. Ce n'era più del bisogno per eccitare la curiosità di qualunque più ostinato odiatore di rovine illustri.

* * *

Sarebbe stato ingiustizia, peraltro, se quella curiosità non fosse nata anche in parte da un sentimento di simpatia per i Principi d'Acaja. Dico simpatia, non entusiasmo. Grandi non furono, nè forse potevano essere. La parte principale, in quel fortunato lavorìo diplomatico e guerresco della casa di Savoia, toccava naturalmente ai Conti, loro signori, più forti d'armi e piantati in domini assai più sicuri che non le terre dei principi. Tolto anche il conte Verde e il conte Rosso, che vissero al tempo loro, sarebbe bastata ad oscurar gli Acaja la gloria di Amedeo il Grande che li precedette e la fama d'Amedeo VIII che li seguì. Ma non furono indegni d'ammirazione. Accampati sopra un territorio di dubbie frontiere, circondato da Comuni turbolenti e da Signori il cui unico pensiero era la conquista; posti in una condizione, rispetto ai Conti savoiardi, la quale, se li assicurava d'un valido sostegno nei grandi cimenti, vincolava però in mille modi la loro libertà politica; costretti sempre a destreggiarsi fra nemici spesso più potenti di loro, con alleanze ed accordi continuamente rotti, ripresi, falsati e violati; condannati a combattere quasi senza riposo coi Marchesi di Saluzzo e di Monferrato, cogli Angioini e coi Visconti, in un paese impoverito dalla sfrenatezza della soldataglia mercenaria; inceppati nel governo dalle mille difficoltà e dai mille disordini che nascevan dalla mancanza d'un Codice generale di leggi, e dall'imperfezione degli Statuti di ciascun Comune; essi riuscirono non di meno, a furia di sagacia e di costanza, parte coi matrimoni accorti, parte con gli ardimenti opportuni, e molto col valor personale, gli uni ad accrescere, gli altri a consolidare la propria potenza, e a preparar largamente la via alle conquiste avvenire della casa sabauda; ci riuscirono, — questa è la loro gloria maggiore, — conservando quanta fama di lealtà era possibile meritare allora, tra quei nemici: non macchiandosi di efferatezze famose in un tempo in cui pochi Principi avevan le mani nette di sangue; non opprimendo smodatamente i loro sudditi, liberando anzi i Comuni dalla maggior parte degli incagli dei diritti feudali; governando anche fra i torbidi e le guerre in maniera da legare a poco a poco al loro nome, nella mente del popolo devoto non per timore, una certa idea di magnanimità e di giustizia, che era forza nei pericoli e conforto nella miseria. Eccettuato Giacomo, non malvagio, ma debole, e imprudente e pauroso a vicenda davanti ad Amedeo VI, gli altri, educati tutti nella Corte di Savoia, e compagni d'armi dei Conti nei loro primi anni, lasciarono un nome illustre ed amato: Filippo fu politico sapiente e capitano ardito; Amedeo non meno saggio principe che soldato valoroso; Ludovico, gentile d'animo, non inetto alla guerra, protettore e fautore degli studi, quanto era concesso al tempo suo. E ci destano anche un sentimento particolare di simpatia e di curiosità per il fatto di essere passati così, quasi perduti nella gloria dei loro parenti, quattro soli nel corso di più d'un secolo, in un'età tanto remota, in una terra presso che barbara allora appetto a molte altre d'Italia, non celebrati da scrittori nè cantati da poeti, non lasciando di sè che pochi documenti scritti in rozzo latino, e nessun vivo ricordo personale, e nemmeno le pietre e la polvere delle loro tombe; oltre a non so che di strano e di romanzesco che aggiunge al nome loro quel titolo d'un principato lontano, non posseduto mai e ambito sempre, che brillò per cent'anni nei loro sogni come la promessa allettatrice d'un paese fatato.

* * *

Fu quindi una festa per tutta la comitiva quando si vide davanti alla porta spalancata del palazzo, pronto a riceverci, il cortese e còlto canonico Chiabrandi, direttore dell'Ospizio dei Catecumeni. Poichè è da sapersi che il palazzo degli Acaja, dopo essere stato un pezzo proprietà privata, e poi ospedale, serve ora di ricovero e di scuola ai giovani valdesi delle valli vicine, maschi e femmine, che vogliono convertirsi al cattolicismo... o passare un inverno al coperto.

Ma, ahimè! appena si fu nel cortile, si provò un amaro disinganno.

Nessuna parola può dare un'idea della devastazione, che, sotto il nome di restauro, fu fatta di quella povera casa. Lo sciupìo è tale che desta per primo sentimento il desiderio di vedersi davanti tutti coloro che fecero o lasciaron fare, ci fosse anche in mezzo qualche Duca impennacchiato, per dare a tutti quanti, in nome della storia, dell'arte, della poesia e della patria, una di quelle lavate di capo che fanno perder la via di tornare a casa. Il palazzo, fondato nel 1318, ha sei secoli, e può dimostrar benissimo sei anni. Qui fu distrutto, là rifatto; parti nuove vennero aggiunte, con imitazione infelice delle antiche; tutti i muri dipinti d'un color rosso arrabbiato di pomodoro, coi mattoni segnati a contorno bianco, come i piccoli castelli dei giardini di cattivo gusto; dentro, tutto rotto e sformato per fare spazio alle nuove scale; le logge alte, tappate; le sale, tramezzate; le pareti ch'eran dipinte, intonacate; la torre, che si alzava d'un buon tratto sopra i tetti, tagliata via; una rovina senza nome. Le ombre degli spodestati Marchesi subalpini ci debbono venire a ridere una volta al mese. Il palazzo ha press'a poco la forma d'un bidente rettilineo con l'apertura volta verso il Monviso, un piccolo cortile nel mezzo, un piccolo giardino davanti. I tre corpi dell'edifizio son disuguali d'altezza. L'unica cosa che si riconosca d'antico, a primo aspetto, è nel corpo più basso: uno stretto porticato a tre archi schiacciati, il quale sostiene una loggetta, sul cui parapetto s'alzano delle colonnine leggere che sorreggono un tetto a larga gronda, congiunte fra loro da grandi persiane claustrali. Ma chi può dire quale fosse la forma e l'ampiezza del palazzo nel secolo decimoquarto? Per quanto si sappia che vivevano pigiati, ed anco ammesso che facesse parte del palazzo un piccolo edifizio che gli si alza accanto, le cui finestre conservano il disegno e le incorniciature del tempo, è difficile credere che tutta la famiglia dei Principi, e gli ufficiali, e i servi, e gli ospiti principeschi che eran frequenti, vi capissero. Non vi si potevan rigirare. Un'angusta stanza sotterranea che si apre sulla strada e che pare fosse una scuderia, non conteneva certo tutti i cavalli della corte. Ci dovevano essere intorno altri edifizi. Un grosso muro scalcinato che sorge da un lato d'un cortiluccio esterno, dove rimane ancora un antico pozzo da streghe, era forse il muro maestro d'un annesso considerevole del palazzo. Comunque sia, ciò che resta dà l'immagine d'un edifizio meschino, incomodo, troppo stretto per la sua altezza, un che di mezzo tra il monastero, la carcere e una casa da appigionare non terminata. Ma come! vien fatto di dire entrando: di qui fu governato per cent'anni il Piemonte? qui si ricevettero i legati del Pontefice e gli ambasciatori dell'Impero? Qui si ospitò la sposa di Andronico Paleologo, imperatore d'Oriente? Oh! tristissima delusione!

* * *

Si stette un poco nel cortiletto a guardare in alto, scontenti, con un leggero sentimento di pietà per gli antichi Principi; poi s'andò su per le scale. Anche l'interno del palazzo ha un aspetto uggioso di convento e d'ospedale, che gli vien dall'ammattonato rosso vivo, dai muri bianchi e dai crocifissi neri, appesi in fondo agli anditi nudi; nei quali il sole gettava qua e là dei grandi rettangoli di luce d'oro, reticolati di fili d'ombra dalle grate delle finestre. C'era un silenzio di Trappa. Il sacro ospizio non ha presentemente che tre convertiti; la stagione è così bella! Si sentiva sfogliettare un libro su al terzo piano, e di tratto in tratto, intorno a noi, un fruscìo discreto di sottane monacali invisibili. Dalle alpi veniva diritta in viso un'arietta deliziosa.... Ci affacciammo a uno stanzone a dare un'occhiata alla travatura antica del soffitto, dove rimane quale mensola rozzamente scolpita e imbiancata. Era forse la camera nuziale dove dormirono il sonno più dolcemente stanco della vita le sette spose della casa di Acaja. Chi può provare di no? Ora ci sono due lunghe file di letti da infermeria, con le coperte di cotone a quadretti bianchi e turchini; e ci dormon le monache e le catecumene, quando ce ne sono. Un altro stanzone del primo piano è convertito in cappella, con un altare da chiesuola di campagna. Non rimane il menomo indizio dell'uso al quale potessero servire le altre stanze. Un principe d'Acaja redivivo non ci si raccapezzerebbe più, sicuramente. Un luccichìo che intravedemmo per uno spiraglio, ci fece accorrere con la speranza di ritrovar delle antiche armature: erano le casseruole della cucina. Mi prese la stizza. Era così penoso quel contrasto fra la curiosità stimolata da mille memorie, fra l'avidità impaziente di vedere, di riconoscere, di scoprire, di capire, e la nudità muta, la stupida ignoranza di quei muri freschi e di quelle scale rifatte! Avrei voluto afferrare un raschiatoio e un piccone, e lavorar come un dannato a scrostar pareti, a sfondar tramezzi, a metter tutto in un monte, per ritrovare un segreto, una immagine viva, una parola almeno del passato! Perchè debbono averne visto quelle vecchie pietre nascoste, e furori d'ambizioni disperate, e scoppi di pianto geloso, e tripudi di vincitori, e audacie insensate di paggi, e secreti d'amore e forse di sangue!

* * *

Girammo lentamente di stanza in stanza, vedendo ogni tanto per certi finestrini ad arco acuto degli squarci luminosi di paesaggio lontano: la cosa che è meno mutata attorno al palazzo, credo io. E mi tornava continuamente in capo questa domanda: — Come vivevano? In che maniera avranno ammazzato le loro giornate, qua dentro, nei tempi ordinari? E m'immaginavo, non so bene perchè, delle ore interminabili di noia in mezzo al grande silenzio di Pinerolo, addormentata sotto il sole di luglio, e delle eterne giornate scure d'autunno, in cui il rumor della pioggia nel piccolo cortile doveva empire il palazzo d'una tristezza da far piangere. Le ricreazioni intellettuali dovevano essere scarse in un paese dove non era traccia d'arte, nè di letteratura, e in cui pochi legisti, qualche monaco e qualche notaro formavano tutto il ceto erudito. Il tema più frequente dei discorsi saranno stati gli amori e i pettegolezzi delle Corti vicine, specie di Savoia e dei marchesati, e i matrimoni e le avventure dei nobili vassalli, sparpagliati da Perosa a Torino. Avranno pure ragionato, in famiglia, degli argomenti spesso delicati o stravaganti delle moltissime liti, per le quali si ricorreva ai Principi contro le sentenze dei giudici dei Comuni. Le udienze accordate ai castellani e ai vicari, l'arrivo dei corrieri di Chambéry, la comparsa di un capitano di ventura che veniva a offrire la sua spada o a fissare i patti per la sua compagnia, saranno stati avvenimenti graditi, e oggetto di molte parole. Tutta quella politica minuta e intralciata di piccoli Stati, quelle contese senza fine per una ròcca, per un mulino, o per un palmo di terra, avranno dato luogo naturalmente a infinite conversazioni del pari intricate e sottili, nelle quali si ripetevano forse mille volte le medesime cose. Un gran discorrere l'avranno fatto pure, prima e dopo, delle corse e delle giostre con le quali festeggiavano gli sponsali e le paci, e di quegli strani banchetti in cui servivano i porci dorati, col fuoco nella bocca, e i vitelli tutti d'un pezzo, con un giardino sul dorso. Anche avranno molto pregato, e discorso molto di cavalli e di cani. Eran più giovanili di noi; avranno sfogliato più assiduamente il libro dell'immaginazione. E davano una parte maggiore alla vita fisica. Il palazzo si sarà assopito di buon'ora dopo i ritorni stanchi delle cavalcate festose, le sere che i pinerolesi vedevan passare in un nembo di polvere dorata dal sole, dietro al viso infiammato d'Isabella d'Acaja, un'onda di cavalli, di levrieri e di paggi. Che diversa vita, peraltro, che violente commozioni dovevan provare in tempo di guerra, quando cento vedette esploravan la pianura dall'alto delle torri e dei campanili, e tutta la città si rimescolava ad un cenno e ad un grido! Dalle finestre del loro palazzo, come dalle logge d'un torneo, le principesse vedevano le milizie uscir dalle porte, e allungarsi in colonne pei campi, e coronar le colline di stendardi e di spade. Quando Filippo assediava Savigliano col fiore della nobiltà sabauda, e allorchè il Principe Giacomo stringeva Saluzzo con Manfredo e col Siniscalco del Balzo, e Facino Cane dava il sacco ad Osasco e Ludovico assaliva Pancalieri, esse vedevano i fuochi notturni degli accampamenti, e i bagliori degl'incendi, e i nuvoli bianchi sollevati dal galoppo degli squadroni. Dovevan martellare gagliardamente i cuori! Era ben altro che ricever le notizie dal bollettino del telegrafo. Respiravano l'aria della battaglia, sentivan passare il soffio della morte. Si capisce come crescessero col petto forte quei Principini e quelle future spose di Principi, che assistevano ai ritorni notturni dalle mischie feroci, tra le lance insanguinate e le fiaccole, in mezzo alle imprecazioni dei prigionieri e agli urli dei mutilati.

* * *

Covando questi pensieri, arrivammo al secondo piano. Qui, finalmente, si ritrovò qualche resto notevole: uno stanzone, che si dice fosse la sala dei grandi ricevimenti, nel quale rimangono qua e là sulle pareti alcuni affreschi a chiaroscuro. Il buon gusto di non so chi li aveva non solamente imbiancati, ma coperti di calce, delicatamente; ed è il direttore dei catecumeni che li rimise alla luce del sole. Occupano un terzo circa dei muri. Il rimanente dev'essere stato raschiato senza pietà dalla zampa d'un asino di cui vorrei essere padrone per ventiquattr'ore. Dalla rozzezza infantile del disegno si giudicherebbero questi affreschi più antichi; ma non si può ammettere che siano, almeno in parte, anteriori alla seconda metà del quindicesimo secolo, rappresentando uno di essi Amedeo IX di Savoia, che tiene in mano una cartella, sulla quale è scritto un suo motto diventato celebre. Ora, essendosi estinta la famiglia degli Acaja nel 1418, tocca agli eruditi a dirci se i Duchi di Savoia hanno abitato per qualche tempo, da Amedeo IX in poi, il palazzo dei Principi, e sotto quale Duca quei dipinti sono stati fatti. Son curiosi saggi dell'infanzia dell'arte, e si direbbe dell'artista, quelli vicini all'uscio, particolarmente: un cavaliere testardo che vuol entrare a tutti i costi, ritto sotto a un baldacchino di trionfo, dentro a una porta di città per cui non potrebbe passar che carponi; drappelli di guerrieri, con facce da tiranni delle marionette, piantati sulla cima di certi colli a pan di zucchero, come spilloni confitti a caso in un cuscinetto, accanto a pini o cipressi tascabili, che arieggiano gli spazzolini da lumi a petrolio; e un ballottìo di case da presepio, d'una prospettiva miracolosa, che dan l'idea d'un villaggio colto colla fotografia istantanea nell'atto d'un terremoto che non lascerà pietra su pietra. Altri dipinti rappresentano Conti o Duchi di Savoia, di pessimo umore. Questa sala è convertita ora in dormitorio dei piccoli catecumeni, i quali riposano così placidamente in mezzo alle immagini minacciose dei persecutori dei loro padri. Null'altro rimane d'antico nell'interno del palazzo. Nulla; nemmeno tre piccoli scalini, a cui si possa domandare, come il Musset alle famose _marches de marbre rose_, di quale delle belle donne che li premettero avesse il piede più piccolo e il passo più leggero. Nulla. Le povere Principesse ginevrine, viennesi, siciliane, savoiarde, francesi, scomparvero senza lasciare un ricordo, un'immagine neanche contestata delle loro sembianze. Ah! se i cronachisti d'allora avessero descritto le donne con quella minuziosità delicata da mercanti di schiave con cui le mostrano in piazza i romanzieri moderni, quanti preziosi ritratti non avremmo al presente! Come dovevano esser belle e superbe, coi loro alti cappelli conici e con le loro pellegrine d'ermellino, quando si slanciavano a braccia aperte giù per le scale, e schiacciavano rudemente il loro seno bianco contro le maglie polverose dei vincitori di Monasterolo, di Sommariva e di Tegerone! Non avendo altro appiglio, la fantasia s'aiuta col suono dei nomi, il quale dà delle immagini. Non è vero che quel largo nome sonoro di Beatrice di Ferrara, prima sposa di Giacomo, fa vedere dei grandi occhi neri e una grande bocca purpurea, e udire una di quelle voci profonde e calde che rimescolan l'anima? Che arcana cosa son queste simpatie vive per un fantasma del passato a cui abbiamo dato forma noi stessi! Io la vedevo, discorrendo col buon canonico (mi perdoni); inseguivo il lungo strascico della sua veste azzurra che spariva in fondo ai corridoi, e mentre stavo per raggiungerla nel cortile, essa appariva sur una loggia del terzo piano, e quando ero arrivato ansando sulla loggia, la vedevo passare lentamente giù nel giardino. Povera buona Beatrice, uscita dal palazzo dentro la bara, coi fiori ancor freschi delle nozze, morta senza bambini, così giovane, e dimenticata così presto da tutti; Avrà molto sofferto? In che stanza sarà morta? Aveva una amica, almeno, in questa Corte? E Caterina di Vienna, la suocera, l'avrà amata? E come avrà parlato? Il suo dialetto ferrarese? Come doveva esser dolce e triste la sua voce, quando invocava sua madre lontana, stringendosi il crocifisso sul cuore!

* * *