Part 14
Il primo aspetto della valle, infatti, è strano, misterioso, indimenticabile. M'avevan detto: è una valle angusta. Ma non m'aspettavo di vedere uno strettoio, un imbuto di valle a quel modo, e così bella malgrado la sua angustia, e così triste nonostante la sua bellezza. La stradicciuola che pigliammo corre orizzontalmente, dopo una breve salita, sul fianco dei monti che formano il lato destro della valle, a una grande altezza dal fondo. Il fondo è così stretto, che in alcuni punti ci passerebbe appena una compagnia schierata, o quattro file di soldati da una parte, e quattro dall'altra del torrente. Dalla strada in giù tutto era ancora nell'ombra. Dopo pochi minuti di cammino, vedemmo uno spettacolo bellissimo: a destra, davanti a noi, sulla cima di tre alture successive, ancora immerse quasi nell'oscurità, una chiesa valdese, una chiesa cattolica, e poi una seconda chiesa valdese, l'una dietro l'altra, bianche, inargentate dal sole, che pareva che splendessero, e solitarie in mezzo a una vegetazione cupa foltissima, che copriva ogni cosa d'intorno. Nella valle, un silenzio profondo: non un'anima viva nè per la via, nè sulle alture, nè per i fianchi dei monti, nè in basso. Solo i colpi affrettati del maglio d'un opificio, che non vedevamo, empivano di tratto in tratto la valle d'un fracasso assordante, il quale, cessando, faceva parer più alto il silenzio. I monti essendo squarciati a brevi distanze da valloni scoscesi per cui precipitano dei rigagnoli e dei torrentelli fin giù nel letto dell'Angrogna, la via gira dentro a ciascuno di questi valloni, nell'ombra, passa sopra un ponticello, riesce fuori sul fianco esterno del monte, al sole; poi daccapo rientra nell'ombra, poi esce al sole un'altra volta, e così avanti, con un serpeggiamento serrato e regolare, che fa cangiar veduta a ogni passo. E quei valloni sono così profondi, oscuri, umidi, affollati di vegetazione, che entrandovi e uscendone, par di passare di punto in bianco dal pieno giorno alla notte e dalla notte al giorno, e si è presi da un brivido ad ogni svoltata. Si cammina sull'orlo di precipizi rocciosi, sul ciglio di rive ripidissime, simili a grandi muraglie verdi leggermente inclinate, e tutte tempestate di freddoline, in mezzo a veri boschi di castagni giganteschi, che vengon su quasi dal fondo della valle, e s'innalzano ancora d'un grande tratto al di sopra della via e sul capo di chi passa, dentro a macchie di quercie, di noci, di roveri, di pioppi, e poi di nuovo tra castagni altissimi, fasciati di virgulti dal piede al nocchio, coi rami enormi allargati in mille forme strane, di braccia di candelabri giganteschi, di membra colossali agitate in atto disperato, o di mostruosi artigli distesi per afferrare una preda nel cielo. Tutto verde intenso, tutto forte, grande e austero, alberi, macchie, roccie, scoscendimenti, recessi. E l'ombra era così turchina, densa in quei grandi squarci dei monti, che, stando da una parte, non si vedevano quasi affatto i gruppi di case di pietra grigia, che eran dalla parte opposta, a pochi passi di distanza, addossati alla china; e i monti dell'altro lato della valle, visti da quel fondo nero illuminati dal sole e come inquadrati fra i due fianchi oscuri del vallone, davan l'idea d'un paese in cui regnasse un'altra stagione, parevano sfolgoranti d'oro, e abbagliavano. All'uscire da ciascun vallone, vedevamo, da una parte, l'alto della valle, che sembrava chiuso in maniera da non poter più far mezz'ora di cammino; e dall'altra, l'imboccatura, chiusa pure dalla gran mole azzurrina e violetta del Frioland, dalla punta della Rumella e dai monti lontani di Bagnolo, che fiancheggian la valle del Po, quasi svaniti nel cielo. Le poche case che trovavamo sulla via erano chiuse e mute. Non si vedeva nessuno da nessuna parte. Non c'era altro indizio di paese abitato che quelle tre chiese alte, bianche e solitarie, che sembravano allontanarsi come case fatate, via via che andavamo avanti. Anche il rumor del maglio era cessato. Non si sentiva più nulla. Ci pareva d'esser noi tre soli in tutta la valle, e nessuno parlava. Era una bellezza, uno stupore, un incanto.
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Dopo un'ora e mezzo di cammino arrivammo sopra un'altura, alla sede della parrocchia di Angrogna: un gruppo di casette pulite, una tettoia, una piazzetta nel mezzo, piantata d'alberi, una iscrizione a una cantonata, in grandi caratteri: _Pubblicazioni di matrimonio;_ un tempio bianco un po' più in alto, in disparte, e tutt'intorno verzura, e non un'anima viva. Ma quasi subito sbucò dalla porticina d'un orto il pastore Bonnet. Io che m'aspettavo una specie di vecchio della montagna, rimasi molto maravigliato al vedere un bell'uomo sulla quarantina, con tutta la barba nera, alto e svelto, di viso sorridente e di modi amabili, vestito di scuro, ma con un certo garbo signorile, che se non avesse avuto la cravatta bianca, si sarebbe potuto pigliare per un capitano dei bersaglieri in villeggiatura. E fui anche più maravigliato, sapendo ch'era nativo d'Angrogna, quando l'intesi parlare con pronunzia quasi perfettamente toscana. Seppi poi che l'aveva presa nell'isola d'Elba, dove era stato nove anni, e a Firenze. C'è però nel collegio di Torre Pellice un bravo professore toscano, dal quale quasi tutti i maestri e le maestre valdesi piglian qualche cosa del _parlar celeste;_ per il che non è raro di sentir toscaneggiare fra quelle montagne. Il signor Bonnet si offerse cortesemente di farci da guida, e ci trattenne per parecchi minuti sulla piazzetta a discutere il programma della giornata. Per tutto quel tempo, e per un buon tratto di strada quando ce n'andammo, c'intronò gli orecchi un canto altissimo, che usciva da una casetta chiusa, il canto d'un uomo che lavorava, e che cangiava arietta continuamente, senza interrompersi, saltando dallo stornello campagnuolo alla _Traviata_, dalla canzone militare al _Rigoletto_, con una vivacità, con una furia allegra, con una vigorìa di voce e di pronunzia, che pareva pagato per tener di buon umore il villaggio. — È più felice d'un milionario, — disse il Bonnet, sorridendo. — E il deputato soggiunse con ragione, che non si cantava più, nelle città, a quella maniera. Tutt'a un tratto tacque, e vedemmo il suo viso alla finestra, un viso beato; ma disparve subito, e intonò un coro dei Lombardi. Il pastore ci fece vedere il suo tempio piccolo e nudo, una specie di villino smobiliato, piuttosto che di casa di Dio. Ma è un tempio storico, il più antico della valle, fondato verso la metà del sedicesimo secolo, nel luogo dove solevano radunarsi i Valdesi, all'aria aperta, a deliberare e a pregare; stato distrutto dai monaci, poi riedificato, servito di caserma ai soldati del marchese di Pianezza, che s'accamparono là attorno; ed ora ringiovanito e tranquillo per sempre. Il signor Bonnet ce lo mostrò con una certa espressione d'affetto e d'alterezza, dicendoci del lungo ordine dei pastori, alcuni martirizzati ed altri morti di peste, che l'han preceduto fra quelle mura per il corso di quasi quattro secoli; e quella sua voce dolce e armoniosa, quelle memorie di pastori antichi, quella solitudine verde tutt'in giro, e il canto infaticabile di quell'operaio che si spandeva per la valle silenziosa, ci facevano un'impressione singolare, come d'un angolo del mondo lontanissimo da quello abitato da noi, e ignorato da tutti, in cui si godesse ancora la pace delle età primitive. Il pastore ci propose d'andar a vedere la _Ghiesia d'la tana;_ la chiesa della tana, una delle meraviglie della val d'Angrogna. — Sono alpinisti? — domandò. — A ore perse, — risposi. — Perchè bisogna rampicare, — soggiunse. E si mise a salire per il primo, con la sveltezza d'un montanaro.
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Era una caverna che serviva di chiesa e di rifugio ai Valdesi al tempo delle persecuzioni. Se non si sa dov'è, è quasi impossibile trovarla. Dopo dieci minuti di salita ripida su per un terreno erboso e fradicio, vedemmo un ammasso di roccie, nel quale però non appariva alcuna apertura. Si continuò a salire, poi si discese per un sentiero da capre, appoggiandoci ai macigni, aggrappandoci agli arbusti, sedendoci qualche volta improvvisamente, fin che s'arrivò dentro a una specie d'atrio della caverna, mascherato da alcuni tigli. L'entrata è larga, ma di pochi palmi d'altezza, tutta punte di sopra e di sotto, simile a una bocca di roccia che digrigni i denti; in maniera che non ci si può entrare che accoccolandosi col mento sulle ginocchia, o allungandosi in terra, sul fianco, e strisciando, come un ferito che cerchi aiuto. L'entrata della grotta azzurra di Capri è un portone di palazzo in confronto di quella maledetta buca da lettere: a ficcarcisi, par proprio di impostar sè stessi per l'altro mondo. Il pastore accese un moccoletto, e s'infilò per il primo; noi ci coricammo sui pietroni, l'un dopo l'altro, in atteggiamento di gladiatori morenti, e badando bene alla cappadoccia, rotolammo dentro, senza gravi ammaccature. Appena entrati ci trovammo al buio; ci volle qualche momento per raccapezzarsi. La caverna è stretta e lunga, della forma d'una grande spaccatura, capace di circa a duecento persone, rischiarata fiocamente dall'alto, per tre aperture sottili, che paion tre feritoie orizzontali, e ingombra in fondo di massi enormi di roccia. Quel po' di luce che vi scende le dà l'aspetto sinistro d'una carcere sotterranea di castello, dove i prigionieri ricevano il cibo dalle fessure della volta. Il pastore ci diceva che alle volte vi si piglian dei pipistrelli nei vani delle pareti, così, allungando la mano. È una luce giallastra, tristissima, più ingrata delle tenebre, che dà ai visi delle persone una pallidezza di gente spaventata. L'angolo opposto all'entrata era oscurissimo: il signor Bonnet, ritto là in fondo sopra un macigno, col moccoletto che gli rischiarava il viso di sotto in su, aveva l'apparenza d'uno spettro. Certo che doveva destare una commozione profonda il pastore dalla lunga barba bianca che da quel pulpito di roccia, al chiarore d'una fiaccola, predicava con voce sommessa alla folla, pigiata in quella specie di cripta selvaggia, in cui ciascuno poteva temere di essere entrato per non uscirne mai più. Mentre il pastore predicava o i fedeli cantavano i salmi a mezza voce, dei giovani valdesi stavano alla vedetta sulle alture vicine. Al lontano apparir delle avanguardie nemiche, davan l'avviso, e allora, giù nella grotta, si faceva un silenzio di tomba, e si stringevan gli uni agli altri, tremando e pregando col pensiero, fin che i nemici fosser passati, inoltrandosi nella valle. Ma così non seguiva sempre. Qualche volta le spie, qualche volta i cani, addestrati alla caccia dell'uomo, guidavano i soldati per il giusto sentiero; e allora le vedette accorrevano col viso esterrefatto a portar l'annunzio tremendo: le madri si stringevano i bimbi sul cuore, i padri benedicevan le famiglie, gli amici si scambiavano l'ultimo saluto, e poi, immobili, muti, col respiro sospeso, tendevan l'orecchio, raccomandando l'anima a Dio.... Ah! quel suono delle alabarde picchiate nelle rocce dell'apertura! Quelle voci tonanti che gettavan per gli spiragli il comando di uscire! Quel rumore delle legna e delle foglie secche ammucchiate davanti alla buca, e i primi nuvoli di fumo che entravano, accompagnati da uno scoppio di bestemmie e di risate di scherno! Pensando a questo, par che quella piccola fessura per cui si è entrati a fatica, si debba chiudere di momento in momento, e si prova un senso d'affanno, come in quei brutti sogni, nei quali aggirandoci per i meandri d'un sotterraneo, vediamo spegnersi tutte le fiaccole e udiamo sbarrar le porte da ogni lato. Tant'è vero, che nonostante l'invito del pastore, non ci volemmo ficcare in altre due tane, ultimo rifugio dei disperati, le quali sono come due ripostigli della caverna grande, difficili molto a scoprirsi; e salvarono forse la vita a più di un infelice. Già che non c'erano i soldati del conte della Trinità! E poi splendeva un così bel sole di fuori! Ci tornammo ad allungare in terra.... Ma questa volta fui meno fortunato della prima, e diedi una capata che mi mise sottosopra centocinquanta pagine delle _Porte d'Italia_. — Badi alla testa! — gridò il Bonnet, che era già fuori. — Grazie! È già fatto! — risposi. — E mi parve che sorridesse della mia risposta. Ma sorrideva forse con un altro pensiero, vedendoci strisciar tutti e tre a quella maniera, come tre schiavi sotto il bastone. — Ci avete fatto passar di lì tante volte voialtri, — avrà pensato; — è giusto che vi ci facciamo passare un poco anche noi, cani di papisti. — Ma il suo viso dolce non rivelava punto la compiacenza della vendetta. Aspettò che avessimo rimesso a posto i panni e le ossa, e poi riprese la direzione della marcia, saltando di macigno in macigno, con la sicurezza di un pastore antico, esercitato alle battaglie dei monti.
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Ripigliammo la via della valle, udendo per un buon tratto la voce del felice angrognino che cantava l'_abbietta zingara_ del _Trovatore,_ e passammo sopra a un torrente, chiamato Vengíe, quasi nascosto dalla vegetazione, che riempie il suo vallone ripidissimo; il quale forma una prima linea di difesa di val d'Angrogna contro l'assalitore che venga da val di Luserna. Da una parte del torrente s'alza una enorme roccia diritta, simile al piedestallo d'un monumento titanico, alla quale si lega una leggenda graziosa. Una volta all'anno, dicono i valligiani, tra la mezzanotte e il tocco, una vecchia sta sulla cima di quella roccia a filare, lasciando spenzolar giù il fuso, che dondola, girando, nelle tenebre. Il giovane che passa di là, è chiamato, perchè cerchi d'afferrare il fuso, alla cieca: se l'agguanta, la sua felicità è assicurata; canterà anche lui per tutta la vita, come quel tale fortunato. Ma non è la sola cosa notevole del luogo, quella roccia. Il torrente Vengíe divide in due parti il territorio della parrocchia d'Angrogna; e questo è curioso, che di qua e di là, a pochi passi di distanza, si parlano due dialetti notevolmente diversi; l'uno, quello della parte bassa, più simile al dialetto del Piemonte, l'altro con molto maggior fondo francese. _Scrivou cista dua grissa per fa vou conoisce lou langage d'Angreugna, che a smiglia ren dar tout a noste parlà_. Più strano è che, anche da Valdesi a Valdesi, c'è una certa rivalità, per non dire inimicizia, fra gli abitanti delle due rive. I giovani di qua dal torrente che vanno a far all'amore con le ragazze dell'altra parte, corrono il rischio molto spesso di essere conditi a sugo di bosco. Così pure negli affari comunali: ciascuna parte fa l'impossibile perchè riesca un sindaco suo. Ma è rarissimo che seguano risse. I carabinieri di Torre Pellice non arrivan fin là che a urli di lupo, come il medico, il quale dice che ci va soltanto per i parti e per le morti; chi non partorisce e non muore, sta sempre a maraviglia. Ci faceva specie sentir parlare di abitanti e di costumi, e non veder mai nessuno. Eppure la popolazione della valle conta circa mille settecento Valdesi e settecento cattolici, con tre templi, due chiese cattoliche e sedici scuole. Ma a quell'ora eran quasi tutti al lavoro, o giù in fondo, lungo l'Angrogna, o sull'alto dei monti, dentro e di là da quei boschi che ci pendevan sul capo. Quasi tutti sono piccoli proprietarii: le terre sono divise molto minutamente, anche tra i cattolici, dei quali un grande numero sono trovatelli, perchè da molti anni, a Pinerolo, è uso di mandare i trovatelli, i _venturini,_ come si dice graziosamente in quelle campagne, nella valle d'Angrogna; dove crescono, lavorano e si maritano, lontani dal mondo che li ha rinnegati. Domandai al signor Bonnet se nascessero mai litigi tra cattolici e valdesi. — Mai, — mi rispose. Il pastore e i preti cattolici si salutano cortesemente, senza stringere amicizia, e i contadini vivono di buonissimo accordo. Qualche volta degli operai dell'una e dell'altra religione, lavorando insieme nella stessa casa o nello stesso campo, entrano in discussioni religiose, di dommatica, pigliano anche un po' di caldana; ma non vanno mai più in là. Quando un Valdese muore, i cattolici vanno ad accompagnarlo al camposanto; quando muore un cattolico, lo accompagnano i Valdesi. Non c'è più ombra nè d'odio nè di antipatia.
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Andavamo avanti, sempre in mezzo ai castagni, all'ombra, dentro a un verde vivissimo, sparso di piccole macchie di sole, simili a strisce e a mucchi di scudi d'oro, che ci rammentavano i bei boschetti freschi del Calderini. Di tanto in tanto vedevamo spuntare fra gli alberi una casetta rustica, con due finestre e una porticina; erano le scuole, che si aprono nell'inverno. Il pastore ci indicò, in un luogo ombroso, amenissimo, che pareva un angolo di parco, un piccolo spazio rotondo di terra battuta, alquanto rialzato sul piano erboso, con un grosso tronco piantato nel mezzo. Era la sala da ballo della “balda gioventù del loco.„ In certi giorni di festa, la sera, vi si radunano i giovani e le ragazze; i suonatori siedono sulle pietre e sull'erba; due lanterne appese al tronco rischiarano le coppie, e al servizio di rinfreschi ci pensa il ruscelletto vicino. Il pastore brontola, naturalmente; non vede di buon occhio quel saltellìo di tentazioni e di peccatucci. Ma anche la gioventù valdese non rinuncia così facilmente ai suoi gusti. I costumi, nondimeno, non si può dire che siano liberi, quantunque i giovani e le ragazze non siano tenuti a catena. Gli innamorati son lasciati star soli insieme fino a tardi, al lume della luna, e credo anche quando non c'è luna, purchè non sia proprio un buio da tagliarsi a fette. Una graziosa canzonetta, che traduco in prosa, lo dice:
Alle Serre, l'altra sera, Ero a letto, e m'addormentavo, Quando sentii venire il mio amante, E mi tornai a vestire.
— Benchè sia giovinetta, Sedetevi qui, sulla panca; Discorriamo dell'amore Fin che la rondanina canti.
O rondanina bella, Sei una traditora; Ti sei messa a cantare Che non era ancor l'ora.
N'avessimo vista almeno una di queste belle della panca! Ma da nessuna parte si vedeva un'effigie umana. Solo dopo un bel pezzo di cammino, incontrammo un contadino sui trent'anni, una bella figura, un tipo di antico valdese guerriero, alto, coi capelli lunghi e biondi come l'oro, con gli occhi celesti chiarissimi, con un gran cappello nero, di cupola emisferica e di ampia tesa, simile ai cappelli pastorali dei vescovi; una forma molto usata nella valle. Poi passarono alcune vecchie, curve sotto dei gran carichi di fascinotti, facendo la calza. E tutti, passando, salutarono il pastore con una certa dolcezza d'accento: _Bonjour, monsieur Bonnet_. Ed egli rispose a tutti colla stessa intonazione di benevolenza amichevole, chiamandoli per nome, poichè di quasi tutti i suoi parrocchiani sa il nome. Una volta gli avrebbero detto: — Buon giorno, barba, — che significa zio, e ch'era il titolo dei pastori antichi; da cui nacque il nome di barbetti dato ai Valdesi. Ora quel nome è caduto in disuso. Osservammo che tutte le vecchie ch'eran passate avevan la cuffietta bianca. La cuffia bianca la portano tutte le donne, ma dopo la pubertà solamente; le bimbe portano la cuffietta nera. Ma si va perdendo anche quell'uso, a poco a poco. — Una volta, — diceva il pastore, non senza un po' di rammarico, — non ci vedevo che delle cuffie nella chiesa, bianche e nere, semplicissime, tutte valdesi genuine. Ora le ragazze che sono state a servire a Torino, a Nizza o a Marsiglia, tornan con le cuffie infronzolite, con cappellini coperti di fiori e di nastri.... È tutt'altra cosa! — Ah! caro il mio pastore, — avrei voluto dirgli; — bisognerà che lei si prepari a vedere anche le gonnelle a sgonfi e le vite alla Sara Bernardt. — Per ora, nondimeno, dal mento in giù, vestono ancora quasi tutte semplicissimamente, di colori oscuri, con le vite liscie; e quando portano anche quella cuffia bianca e nuda, hanno qualche cosa di monacale all'aspetto, un'apparenza di gravità ascetica e di rigida pudicizia, da farvi trattenere sulle labbra una parola galante, per timore di essere rimbeccati con un versetto della Bibbia.
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