Διονυσίου Σολωμού - Άπαντα τα Ευρισκόμενα

Part 19

Chapter 193,655 wordsPublic domain

La natura gli chiuse l' anima immortale in una di quelle salme, che non potevi incontrare per via, senza sentirti vivamente stimolato a domandar di colui che ti passava dinanzi. Credo che a molti qui in Zante si giri ancora per lo pensiero come egli, di tenera età, arrestasse gli occhi degli altri coll' arditezza della sua fisonomia, fatta più osservabile dai forti baleni degli occhi cerulei, colla volubilità delle parole, che egli pronunziava con alto suono, colla rattezza de' suoi passi, dal che la moltitudine, bieca ne' suoi giudizi, suol quasi sempre argomentare follia, quasi che desse argomento d' alta saviezza chi lentamente cammina. Delle due cose che si riconoscono necessarie per riuscire eccellenti, cioè grandezza d' ingegno, e studio costante, egli era in sommo grado fornito. E intanto entrare nelle botteghe degli artefici, al come stare attento, il perchè domandare, con tutti che poteva interloquire, fisonomie e cose tutte guardare, e a ciò fare da Natura era spinto, chè non ancora egli sapeva dell' usanza di Socrate. Tutti già conosciamo l' efficacia di quelle prime inpressioni, e sappiamo di che sieno cagione ove sieno molte, e cadute in intelletto molto capace. Nè da altro dipende questo nostro sapere, se non dal numero e dalla varietà degli oggetti che ci vennero, dala profondità con cui si stamparono, dall' ordine con cui si disposero, dalla mira a cui si diressero. E di buonissima ora in Italia s' accorsero tutti a che era nato, e i primi maestri lo chiamavano a sè, e Cesarotti, e poscia Monti e il Parini, i quali lo incoravano, col consiglio e coll' opera, alla cima ultima di quell' erta tanto scabrosa ai più che, stanchi dell' inutile affaticarsi, si giacciono di qua dal segno. Su via, gli avranno detto, giovane fortunato; fanne tu fede essere quei vostri spiriti, brage coperte di cenere, che non han d' uopo che d' una mano che le sommova, per scintillare e render fiamma di nuovo. Deh! presso i giovanetti italiani, fanne fede tu, e gli altri che con te vennero, essere la terra da cui venisti quella medesima che a noi diede la eterna immagine del bello. Fa presto ad essere quel che accenni, e l' Italia ti darà corona, e noi non ti porteremo invidia, ma ci sarà esorbitante prezzo delle cure che avremo preso di te. Laonde, al parlare dei generosi, toglieasi possibilmente al desiderio dei mille i quali lui volean vedere, lui udir parlare, lui trattare mossi dalla rinomanza che di lui correva. Non è da fare le maraviglie della tragedia, colla quale prima uscì nel mondo, se non in quanto difficilissima è quella specie di poetare, e l' età, in cui scrisse, insufficiente. Per il che di leggieri si troverà naturale che allora in Venezia s' alzasse tanto rumore, ed il giovine fatto segno della pubblica ammirazione. Ma per tenermi stretto ai soli componimenti che adeguarono il valore della sua mente, lasciando gli altri che ad altri sarebber laude, dirò. Ma primamente, vi ricorda, ο Uditori, nel primo Canto del Poeta, come Achille corra colla mano alla spada, e la venga traendo dalla grande vagina per trafiggere Atride? Vi ricorda, due Canti prima che termini quella sublime Tragedia, come lo stesso Achille stimola col flagello i cavalli, erto sul carro ove ha legato l' ucciso sposo di Andromaca? Colui che credesse avere tali cose dipinto Omero come laudevoli, ed offerte ad altrui imitazione, mostrerebbe d' avere la mente come aveva gli occhi il Poeta. Bene ha voluto dipingere un uomo, che ha sortito dalla natura sentire iroso, e spinto dalle esterne cagioni a trascorrere in atti, i quali fanno che s'argomenti ciascuno onde correggere le ree inclinazioni dell' animo; e a ciò ottenere più efficacemente, non pose innanzi un uomo mediocre, ma il più valoroso, il più eloquente di quanti avesse l'esercito. Con simile intenzione a noi pare che Ugo Foscolo abbia dettato l' Ortis. E ià vedesi un giovino in cui natura pose ogni studio, e le virtù che egli mostra si stanno pure in suo cuore, e tali si sarian sempre restate, se il mondo non l' avesse malamente allacciato, ed egli è preda d'una passione che è tremenda come la Morte, finchè di misera in più misera condizione di continuo cadendo, la sua mente si fa delira, e butta in terra colle proprie sue mani il carco della vita, dono di Dio, che l'uomo deve tenere, finchè a Colui, che glielo diede, piaccia di richiamarlo. Infelicissimo giovine! Egli lasciò la sua fine, esempio di terrore da lagrimarsi, e le sue virtù da imitarsi. Leggeste com' è preso d' amore per la sua patria, di pietà per il povero, di riverenza per gli uomini grandi e per i propri genitori, di venerazione per le sacre carte, che egli legge anche un momento pria di morire, e d' altissima ammirazione per le bellezze del creato; affetti tutti che Ugo Foscolo aveva nell' animo, e però caldamente li colorò. Ma è nella Chioma di Berenice ove si legge quanto studio s' avesse fatto, che è la seconda qualità che abbiamo detto essere necessaria onde riuscire eccellente. Là pare che molto addentro egli era nella sapienza Greca e Latina; e Poeti, ed Oratori, ed Istorici non solamente e' conosceva, ma giudicava. Onde noi non dubitiamo di porlo vicino all'Abate Conti, come critico; ed è massima lode di tuttadue quei grandi ingegni, avendo fatto l' uno in assai giovanile età, quello che facea l' altro per rallegrare la mente dalla severa Scienza, che gli die diritto di essere mediatore nelle controversie di Newton e di Leibnizio. E con quel libro aperse alla gioventù italiana nuova strada allo studio de' Classici, e a sè apparecchiò materia sufficientissima e strabocchevole, onde aiutare il potentissimo ingegno; lo che notino coloro che credono l' ingegno bastare a sè senz' altro; credenza la quale, per essere inimica a quella dei sommi, non può essere che tòrta. E ben è dritto che quella porti seco naturalmente, che ove le loro scritture pervengano ad orecchio civile, questo oda, con sua massima noia, gli errori camminare di pari passo coi suoni. Forse non è vano qui richiamare a quei che professano erudizione, non come, mezzo di sapienza, ma come scopo, la beffa che fece ai dotti che prima dotto non lo dicevano. E l' artificio con cui rispose è affatto simile a quello con cui il gravissimo Leibnizio persuase quei sapienti di Norimberga, che cercavano la pietra Filosofale, di ammetterlo alla loro Società; e mise in ischiera una filatessa di nomi tenebrosi alla mente, ed all' orecchio durissimi. E anch' egli Ugo sporcò senza misura ogni faccia di quel volume, di nomi ed opere altrui, fingendo di far questo con arte bella: utilissima e sublimissima arte in vero, se non che le scema un cotal poco la maestà il poter fare altrettanto ciascheduno che cercar voglia molti indici di libri stampati, avvertendo il consiglio di non lasciare quell' ordine, ma imitare quell Dio rubatore di bovi il quale, perchè venisse fallacemente adormato, studiò i passi stampandoli, nella tornata, retrogradi. A questa burla, con che accompagnò la vera critica, non fu oso veruno dire ch' ei dotto non si mostrasse, bensì che fosse ingegno pericoloso, quantunque quegli eruditi fossero fòri d' ogni pericolo in sulla fine del libro, ove svela aver ciò fatto per ridersi di tutti loro. Grazie per tanto a lui giovinetto rendano gli Italiani che egli abbia calcati quei mezzi onde la vana stupidità s'argomenta di prender l' erta Cattedra della vera e fruttuosa Sapienza. Della quale, ο Signori, egli fu norma quando, giunto da per tutto il grido del suo valore, fu chiamato in Pavia a dettare grande Letteratura, e gli ultimi che la professarono erano Villa Ceretti e Vincenzo Monti. Con un parlamento sull' Origine e l' Uffizio della Letteratura, e in compagnia di un amico pericoloso, di che, nell' atto di mostrarsi, alcuni sogliono compiacersi, voglio dire col nome d' uomo eloquente, montò la Cattedra. So che Demostene temeva sul cominciare; so che temeva Marco Tullio, e non solamente parlando a favor di Milone lo mosse a temere la moltitudine armata, ma eziandio alla presenza di Cesare, per lo Re Deiotaro, lo mosse la troppa solitudine che gli tolse l' animo, e gli sminuì la veemenza del dire. Se Ugo Foscolo temesse, nol so; ma se ciò fu, tenne la paura imprigionata nel cuore, chè nullo indizio gli fu veduto in sembiante, e lieto di onesta baldezza, incominciò. Era bello a vedere un' aula di sterminata grandezza, tutta piena di genti d' ogni età, d' ogni grado, d' ogni condizione, starsene silenziose come se la vita la fosse muta. Bello a mirare quei sapienti togati, i quai d' età gli eran padri, insieme a due milla alunni starsi intenti al parlatore. Più bello udire dopo due ore, le grida d' applauso e le palme battenti della infinita moltitudine, che erompea fuor delle porte e facea delle strade nuovo teatro d' applauso; ai quali Ugo si togliea lagrimando di tenerezza, e riducevasi nelle sue stanze, ove giugneano gli ultimi rumori della folla tumultuante. Questa nostra natura che s' illude sì volentieri, e che desidera ardentemente che tutti gli uomini facciano a suo rispetto altrettanto, quantunque abbiano un interesse contrario, quando vede venire a sè le spontanee acclamazioni di tutto un popolo, non trova forze da opporre, e si resta fortemente agitata, pagando così un tributo alla propria fralezza, nell' atto stesso della sua gloria. Ed Ugo che di fama era vago, nè so che fama spregiando si posa ben amare virtù, s' abbandonava alla gioia colla stessa voluttà con cui creava, nè tentava pur di nasconderla. Che se qualcuno, per essere in lui lo sentire diverso, aquesto si mostrasse difficile, io gli parlerei in tal guisa. Vedi di grazia, uom grave, come nell' ora in cui Ugo ha molle il viso di pianto per lo piacere, il giovinetto che l' ascoltò va passeggiando, e pensa se è atto all' utile Letteratura; pensa che abbisogna di molto studio; che deve provvedere con quello ai bisogni della sua Patria; che deve amare il Vero; che non deve far la parola strumento d' adulazione; che deve rispettare la Morale, la Religione; che deve diventar sempre migliore, e così l' utilità dello stato civile, e la sua gloria sono una cosa medesima; a questo pensa, e già s' infiamma il generoso ali arringo che gli mostra il maestro, e già lo prende colla speranza a rivale. E questo è frutto della maschia Eloquenza; nè, col vero pacatamente annunziato, in quei casi si viene a nulla. Perchè ne' più degli animi s' abbarbica in cupa latebra la inerzia, la quale dolcemente leva l' attività dell' oprare, e, per poter quivi penetrare e cacciamela, bisogna colla parola fervente mettere in moto tutte le nobili passioni. Ed è così che lo squillar delle trombe, e le sinfonie bellicose addormentano nel cuor del forte l' istinto della vita, e corre a spenderla. Ma chi ha quella attitudine all' Eloquenza, porta seco necessariamente che senta in sè ripercossi gli effetti che in altri produce, che è la cosa che a te, uom grave, non piace, e che natura assolutamente pur vuole. Chi avrà riguardo al perchè fu fatta quell' Orazione, forse non troverà molto difettuoso che alla lettura riesca soverchiamente concitata. E già aveva preparato, con più pacata eloquenza, un corso di lezioni nelle quali era sua mente di parlar prima della vita d' ogni Scrittore, desumendone il carattere da' suoi scritti, poi dello stato in cui erano le Scienze, e le Lettere, e le Arti a' suoi tempi; e dei costumi, e della Religione, e degli istituti politici, e della Filosofia, di tutto in somma, e credo che con tutto questo tendesse a far risultare se lo scrittore era al di sotto, a livello, ο al di sopra del suo secolo. Se non che per quello stesso motivo che fu costretto a scrivere contro la sentenza che cacciava la Lingua Latina, la sua Eloquenza non ebbe più campo la cattedra di Pavia, nè per ciò sentì consumuta ogni cagione dell' adoprarla, chè molti chiedevano a lui difesa, ed egli difendeva per lo più improvvisando. Un antico rettore lasciò scritto, che l' Oratore è come un Generale d' armata di cui g2l' intendimenti ed i voleri prendono qualità dal suolo su cui si trova, dagli uomini a cui comanda, da quelli ch' egli vuol vincere. La qual similitudine qui ridico perchè Ugo Foscolo, improvvisando le sue difese le metteva in atto e perchè ci rammenta essere stato Capitano e poscia Caposquadrone.

Altri si saria forse attristato a questo passo, che le occasioni abbiano tolto ad Ugo di combattere, e a lui il piacere di far orrida l' orazione dei sanguinolenti spettacoli della pugna, i quali in quelle epoche, e per la natura di que' Potenti, e per quella dei lochi, eran maravigliosi. E certo, ove il correre all' armi non abbia sola cagione la prepotenza dell' ambizioni, aiutata dalla forza, ma una giusta ed importante, è bella ed invidiada la gloria che s' asside sulla bara del prode. Che se altrimenti, non è da mover lamento, chè il mondo non fu scarso giammai di coloro a cui è unica e suprema Virtù quella dei corrucci e del sangue. Ben egli, coll' edizione che diede del Montecuccoli, s' avvisò di far prender spirto novello al coraggio degl' Italiani. Ed ove l' originale era scemo del suo dettato, Ugo poneva il suo proprio, imitando le forme, di che è rigido Montecuccoli, sì bellamente che menti erudite e nello stile e nella Scienza Militare, per notarne le differenze invano s' assottigliavano. E questo partorì lode molta all' ingegno. Ma le note, con che accompagnò l' Edizione, molto vantaggio portarono agi' Italiani, perchè le une erano piene di classiche osservazioni sul guerreggiar degli antichi, le altre rigiravansi per le Arti tenute guerreggiando da Federico Secondo, e da quell' altro Guerriero dei tempi nostri. Ma non è che la prima passione della Letteratura non gli ardesse novellamente nell' animo; e già, chiuso d' assedio in Genova, cantò quella bellissima Lirica, della quale credo non sia altra da porre innanzi, e ben la pareggiano le altre di quel Libretto, nelle quali però non è alcuna che possa venir a gara con un poema, del quale ora favellerò, come quello che gli partorì somma gloria.

Quando una nazione non è ancora incivilita, ed è selvaggia dell' Arte, il Poeta che non è grande, tale apparirà di leggieri se natura non gli fu in tutto matrigna. Allora i miracoli dell' Arte antica non si conoscono, ο male, ed egli non ha emuli, di chi tema, e resta facil signore delle menti, e dei cuori che si commovono ad ogni cenno che tu faccia sulle cose che sono ad essì care, come fanciulli che piangendo e ridendo pargoleggiano. Non è uomo che non conosca che Epoca fosse per le lettere quella in cui Ugo scrisse i Sepolcri; e non di meno in sulle prime i letterati si tacquero, e non ardirono giudicarli. Similemente Michelangelo Buonarotti, disdegnando di porre le orme ove gli antichi poste l'avevano, ruppe il filo del giudicare alla moltitudine degli artisti, che consiste quasi sempre in confronti. Ma coloro che erano molto via dentro all'arte (parlo di quella che l'Alighieri volle sublimemente chiamare quasi nipote di Dio, volendo intendere, parmi, essere sua figliuola Natura, e a questa l' Arte figliuola), coloro dico, ed eram pochi, si sentirono presi di maraviglia, e il primo fu Vincenzo Monti, uno di quei grandi che hanno vergogna di essere circospetti nel laudare le cose degli altri.

Molti daranno la preferenza all'ultimo episodio nel quale i primi intendimenti dell' arte sono d' una grande altezza, ed infiniti sono i personaggi di quella scena, e caldissime le passioni, e differenti gli atteggiamenti. Ma, forse per la natura degli oggetti ch'egli divisa, l'esecuzione non è così palpabile come in quell'altro episodio che vendica il Parini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Dopo aver detto essere i cimiteri chiusi, ecco che il suo pensiero si riscalda all' idea che al Parini non fu eretto alcun monumento; gli s' affacciano alla mente tutti i meriti di Parini. Allora s'accende d' ira e lancia dardi avvelenati contro i Milanesi. Ma che fa perchè il lettore sposi quell' ira? Dipinge la sepoltura di Parini orrenda al di fuori, perchè, in luogo del sospiro del passeggiero, non suona quivi che la querimonia lunga del gufo che svolazza su per le croci, ed il raspare della smarrita cagna. La dipinge più orrenda al di dentro, perchè giacendo il Parini in uno dei cimiteri dove si portavano anche i cadaveri dei giustiziati, il Poeta celo mostra (oh vitupero de'Milanesi!) insanguinato dal teschio d'un malfattore. Finalmente, e questo è l' ultimo artifizio, verum occhio mortale non è pio d'un guardo a quella scena, e solamente la luce delle stelle piove là sopra. E quel mettere un cimitero che chiude le reliquie di migliaia d' uomini, in faccia ai cieli seminati di stelle, ha gran virtù di farti entrare in molti pensieri. La figura principale del quadro è la salma del Parini; e Talia, e il tiglio che mormora, e il capo mozzo del ladro, e il gufo, e la cagna, e la luce degli astri sono accessori parte ideali, parte reali, i quali, maestrevolmente mescolati, ti fanno un' illusione che ti si stampa come la realtà della vita. Precipue qualità di quel Carme ci sembrano la profondità e l' arditezza, e questa aiuta quella ed arrivano qualche volta al sublime. E restringe in poco spazio molte figure, non come fa Omero, ma come fa Dante, il qual procedere, se nuocerebbe all' Epica dove si narra, giova alla Lirica dove si canta rapiti da forte estro che non ha tempo da perdere. Ma sua natura appare nei transiti, che egli forma frequenti, e i quali trapassano sempre le idee intermedie lasciandole ai lettori. E li forma, come facevano i Greci, i Romani, e quegli Italiani che scrivevano nel trecento, di tenui modificazioni di lingua, e di particelle che acquistano senso e vita diversa secondo gli accidenti, il tempo e il luogo. Parla breve ed assegnato; ed è franco quel suo poetare, toccando con maestria, di Politica, di Morale, di Arti e di fatti Storici. Loda la virtù degli uomini, e sferza i loro vizi. Ove vede nobiltà ed altezza, ivi corre, e, per dar lume al nostro secolo, corre ai secoli dimenticati e fa movere, parlar, operare personaggi, al cui solo nome ti senti compreso di riverenza. E si compiace dell' entusiasmo poetico che trae il mare e l' inferno alla vendetta dell' ingiustizia, valendosi della tradizione delle armi d' Achille. Cerca e vedi, chè dir tutto sarebbe lunga fatica, ed a questo luogo non conveniente. Intanto i molti che stavano taciturni, storditi dalla novità, avvertiti dai pochi, cominciarono ad alzare il rumore sì che per quei versi non era che una voce in Italia. Videro essi aperta una nuova strada, e, credendo esser anche per essi, per quella cominciarono loro cammino, ed imitando l'armonia de' suoi versi, ora austera, ora sonora, ora mollissima, siccome dentro gliela dettava l' affetto, e le parole e le frasi, non quelle comuni che son di tutti, ma da lui fatte, bene appare che a loro posta aiutavansi per istrappare al Poeta l' alto secreto. Ma essi non potevano che accrescergli gloria, dando loco al paragone, nè avria natura diversamente concesso. La mente d' Ugo procedeva dal concetto dell' Arte sua, a quelle esterne apparenze del pensamento colle quali suolsi significare, e però erano con quello naturalmente nate e cresciute; e la mente de' suoi imitatori, all' opposito, facendo scala di quelle forme, sperava con quelle di salire alle potenze intellettive di un altro, la cui esterna impronta è, nell' arte dello scrivere, detta stile. E quel Timeo restò deriso per aver voluto spingersi anch' egli, nella sua storia, agli stessi combattimenti, a quelle stesse battaglie navali, ed alle stesse concioni che il mondo ammirava in Tucidide ed in Filisto, ed, usurpando la voce a Pindaro, dissero ch' ei non andava neppure a piedi accanto di un cocchio Lidio. E noi usurpando l'immagine ad Omero, tradotta mirabilmente dal Poeta che vive, daremo la differenza che passa tra loro due e gli altri, che senza voler imitarli, scrivono bene:

Minerva

Li precorre, e Gradivo entrambi d' oro, E la veste han pur d' oro, ed alte e belle Le divine stature; e, d'ogni parte Visibile, più bassa iva la torma.

Ugo considerò i sepolcri politicamente, ed ha per iscopo di animare l' emulazione degli Italiani cogli esempi de' popoli, che onorarono la memoria e i sepolcri degli uomini grandi. E da quei versi suona una corda che ti dice, periture le cose create, ma non per questo t' avezza a spendere il tempo in vani omei, ma t'affretta ad oprarlo in cose utili alla patria. Conciossiachè coloro che non mirano ad un vero religioso, morale, politico, fisico, ed anche scrivono male, non son tollerandi, e non è bene che le Città ordinate abbian per le lor vie di cotestoro, che oziosi, noiosi, e ridicolosi le ingombrano, e saria lo meglio che si mostrassero di loro dispette, cacciandoli con atti di scherno, e non coi fiori, come voleva dei veri Poeti nella sua Repubblica quel mite savio. In questo modo, come già dissi, Ugo Foscolo aiutava la civiltà della civilissima Italia, spezialmente col dire il vero in ogni occasione risolutamente, mentre altri vuole tacerlo ο per naturale timidezza, ο per reprensibil freddezza, ο per turpissima venalità. Laonde egli, acceso di buon zelo, quando vide l' Italia divertire i passi, e posare su cammino non retto, ad essa diede biasimo e mala voce, a quella guisa che il padre castiga il figlio del suo fallire, affinchè estrano rimproverare non gli faccia, con più vergogna, scoppiar dalla guancia proterva l' accusa del suo peccato. Con questo intendimento il Petrarca, il Boccaccio, l' Ariosto, punsero le loro Patrie, e, più di tutti, il più grande di tutti loro, nell' anima del quale l' ira s' assise ministra della Giustizia, ed all' Italia gridando,

Seva _(le disse)_ e di dolore ostello, Nave senza nocchiero in gran tempesta, Non donna di provincie, ma bordello!