Διονυσίου Σολωμού - Άπαντα τα Ευρισκόμενα
Part 18
Dunque, Ministro pio, Sciogli l' accento mistico; Offri l' umanità di Cristo a Dio, Per cui Pietade al soglio Poteo del Sempiterno approssimar; E non poteo, quand' invidi I rubelli del ciel di maggior gloria, Taciti meditavano D' appressarsi al gran trono e coll' Altissimo Di fulgore e di possa gareggiar.
Muto per essi è ora II tripudio perpetuo; É muto, e più la luna, e più l' aurora Non fia più mei che mirino Sotto i piedi immortali fiammeggiar. Vide il Signor dei secoli, Immobile nel trono inaccessibile, Il reo pensier degli Angeli, Lo vide appena, e dalle sedi eteree Rapidissimamente inabissàr.
SONETTO
SU LO STESSO SOGGETTO
Sciogliesti il labbro ai misteriosi accenti, Che chiamano quaggiù l'Eterna Prole, Li replicò meravigliando il Sole, E ruotò i raggi oltre l'usato ardenti. Beveano gli astri taciturni, intenti, Il suono delle mistiche parole, Indi anch' ei gl' infiniti orbi lucenti Tutti affidàrli alla Superna Mole.
Del ciel l'interminato arco profondo Di vergine sereno era ridente, Tal, che mai così vivo apparve al mondo;
E solo allor, che nell' immenso vòto, Alla voce di Dio, sentì repente Delle stelle e del Sole il peso ignoto.
SONETTO
SU LO STESSO SOGGETTO
Stava presso all' altar l' eterno Amore, Di siderea dolcezza adorno il guardo; Seco avea la faretra, avea quel dardo, Onde ha colpito al nuovo Aronne il core.
Stava intento ora al volto, in cui l'ardore Della fè trasparia puro e gagliardo, Or degli accenti al grave suono e tardo, Che annunziava dell' alma il bel candore.
Quando al bacio il Ministro il labbro sciolse, E fu sì caldo in su l'altare impresso, Che Amor dolce sorrise e lo raccolse.
Poi: Come avrai deposto il mortai velo, Fia che tel renda in sulle gote io stesso, Disse, scomparve, e portò il bacio in cielo.
SONETTO IN MORTE DI &UGO FOSCOLO&
Pianse Tua patria, ο splendidissim' alma, Il dì che 'l Tuo partir de lei le spiacque; E pianse poscia, e invidïò la palma, Che italica, e non sua, tanto Ti piacque.
Ed or più piange, e batte palma a palma, E nullo accento di dolor si tacque, Gridando: Ahi che m' è tolta anche la salma, Che già famosa in terre stranie, e giacque!
Deh! per quei, che Tu avesti, incliti fregi D' ingegno e di virtù, che fur di tempre Che intellette saran sol dagli egregi,
Se non vuoi che Tua patria si consigli Col dolor del suo danno, e pianga sempre, Fa che nasca per lei chi Ti somigli.
SONETTO IN LODE D'UN FABBRICATORE D' ORGANI
Te appena Urania vide allorchè, pria Del lavor, protendevi a lei l'amplesso, Dai raggi immensi, ov' ella ha trono, uscia A traverso del puro ampio convesso.
Gareggiavan di luce e d' armonia Le stelle, al noto della Diva incesso, E il più sublime armonizzar, che udia, Nella molle accoglieva anima impresso.
Indi a te scesa la sovrana Dea Col bacio ambrosio all' alma ti scolpio L' archetipa degli astri eterna idea:
E tu il grave formasti organo, e ascende Tale il concento maëstoso a Dio, Che ogn' astro ascolta e l' armonia sospende.
SONETTO
PER NOZZE
Die' 'l giuro Eurilla, e della gota ascose I ligustri la porpora più viva; Aura, che udisti, su l'ali festose Rapida il reca all' Acidalia Diva;
Ti raggerà, pensando alle vezzose Labbra innocenti onde 'l bel giuro esciva, Faville lucidissime amorose Dallo sguardo immortal che l' orbe avviva.
Fulgida volatrice, indi ritorna Fra i zeffiri compagni, e orgogliosetta Di' lor perchè così ne vieni adorna;
E vedrai, fortunata annunziatrice, Partirne invidïosa anche l' auretta, Che recò l'aureo crin di Berenice.
SONETTO
LA ROSA
(Improvvisato con rime obbligate)._
Quando sorgeva in ciel, madre pietosa Di pensieri e di casti amor, la sera, In chiusa chiostra entrai, tutta odorosa Di fior, che giace presso alla riviera.
E lì mi pongo a contemplar la rosa, Dei fior fra le beltà beltà primiera, E del seno la porpora amorosa Aperta al cupid' occhio ancor non era.
Zeffiro con la molle ala vezzeggia Il vergine suo stelo, ed essa ch' ama Aprirsi, e teme, il capo incerto ondeggia.
S' apre alfin come labbro innamorato La prima volta, e dolce, dalla brama Di scoprirsi, il suo fuoco è colorato.
SONETTO
_(Improvvisato)_
AL CONTE PAOLO MERCATI
Il primo giorno che limpido il sole Si vedrà comparir dall' orïente, Surger farem le quete voci e sole, Là sopra infra l' usata erba nascente.
Volerà molle 'l ischio, come suole, Della mite amo sa aura dolente, E scorrerà il ruscel puro, che vuole Dolce accordarsi al zeffiro ch' e' sente.
Deh! sia ratto esto sole; assai si tacque; Deh! ritorniam fra l'aura sibilante, E fra il trepido murmure dell' acque.
Là ce n'andremo, e là, seduti insieme, Intoneremo il carme simigliante All' auretta che spira, e al rio che geme.
SONETTO
LA CADUTA DI LUCIFERO
_(Improvvisato con rime obbligate)_
Cadde il superbo, e ne ridea natura, Colà dove non mai tremola stella; La faccia alza malnata e non più bella, Che gli è tolta del ciel la vòlta pura
La faccia dell' Eterno gli si fura, Chè così conveniva all' opra fella, E questo il tristo demone arrandella, Più assai che dell' Inferno la paura.
La divina Pietà, che di zaffiro Immortale è vestita, iva d'un velo Ricoperta i bei rai pensosa in giro;
E già dicendo, per chiarir l' interno Dolore che sentiva a tutto il cielo: Ahi! si comincia a popolar I Inferno!
SONETTO
IN MORTE
DI
&STELIO MARCORAN&
Ieri mostrasti a me, Fortuna, e al mondo Il giovine, e dicesti in tua favella: Drizza alquanto lo sguardo al verecondo, Se altra forma esser può sotto la stella.
Mira il volto pensoso, ove giocondo Sorride il fior di gioventù novella; Cerca l'anima sua nel suo profondo, E, se puoi, trova dentro orma non bella.
Mira inconscio a sè intorno a trar tesoro Di grande amore, e, allo spirar d' un Dio, Vèr lui chinarsi e bisbigliar l'alloro.
Di tanta speme a te, Fortuna avara, Solo, e misero molto, un ben degg'io: Vivea lontano, e non vid'io la bara.
SONETTO
ORFEO
Cantor, che vuoi la Sposa, e corri al cieco Carcere della notte e del' obblio, Non t' incresca se, innanzi a quello speco, Giunsi con questi incliti spirti anch' io·
Tormentoso ne trae fin qui con teco, Di saper del tremendo aere, desio: L' Erebo tutto, e quanto arcano ha seco, Fia schiuso al canto, ove ragiona un Dio.
Vanne, e in dono il Ver porta alle affannate Anime nostre; e tu ben sai che ai cuori Sposa prima e divina è Ventate.
E intanto, sino al tornar tuo felice, Starem la terra a ricoprir d' allori, Per l' orme tue, per l'orme d'Euridice.
SONETTO
ATLA S.ra STELLA MAGRÌ
&CO ' SOLOMOS&
IN MORTE DEL FRATELLO SUO SIGNOR
DIONISIO ΜACRì
Giaceva immoto il fratel tuo diletto, Bianco il viso dell' ultimo pallore, E tu piangendo gli baciavi il petto, Che per te, poco innanzi, ardea d' amore.
Tutto intanto quïete nell' aspetto, Giva in grembo a posar del Creatore, E seguiano lo spirto benedetto Le Virtù, che vivendo ebbe nel core
Corsero tosto dall' eterno lido Ad incontrarlo i pargoli tuoi figli. Che di gioia infantil diedero un grido;
Ei li accoglieva colle braccia espanse Tutti, ma ravvisando nei vermigli Volti il tuo volto, intenerissi e pianse.
EPIGRAMMA
AD ALICE WARD
Queste rose, ο Gentil, deh! con aspetto Seren tu mira a' piedi tuoi cadute; Ma come le produsse a tuo diletto Di mia patria la terra in sua virtute, Non altrimenti il mio gioioso petto Dà fuor la speme della tua Salute, E April vegg' io che, mentre a te la scorta, Lascia un bacio fragrante alla tua porta.
EPIGRAMMA AL SIG. CAV. GIOVANNI FRASER
Pien dell' animo mio, del mio pensiero, Vola all' Anglica terra, ο sogno d' oro; Giungi del mio Giovanni in casa, ù vero Ricetto ha Fede e delle Muse il coro; E di: colui, che te vorria primiero Delle sorti terrestri entro il tesoro, Vuol che qui scuota i vanni, e siati dato Quant' ei sentia quando m' avea creato.
LA MADRE GRECA.
Sospesa presso la culla, ο mio dormiente, è la spada; ma la mano che la strinse per la vittoria non è più qui. _Lunga è la fossa ehe mi coperse l' amato gigante_ Senz' esso, per valli e per monti, veleggiano i fumi delle pugne incessanti. Ma l' indifferenza del corpicciuolo, che dondola sotto la mia mano, domani diverrà forza diretta dalla mente, e così il petto sarà pienamente agguerrito per offrirsi ai dardi del destino. Inesauribile è la sua faretra, ma non la vuota su tutti. Ls pioggia de' suoi colpi è diretta verso le altezze dei forti che, fermi in queste, mostrano nella pugna d' essere di progenie divina. La perdita d' ogni cosa, della gioia, della fortuna, dei regni; la perdita di tutto, è nulla, se l' anima resta in piedi. Essa mira d' intorno a sè tutte le rovine terrestri e sorride, e le rovine s'infiorano, lentamente s' infiorano da per tutto, fino al sepolcro. Ma anch' ivi nella polvere tenebrosa pullula il fioretto d' Eliso. Fa presto, amato peso del seno e delle braccia, a farti peso tremendo là dove i torrenti dell' inimico ruggiscono. Ma non è intorno al mio collo che s' avvolgerà la tua mano, ma a quel brando sterminatore. Così le forze del destino, benchè grandi, anche se cadi, restano come i moti della culla che or ti conciliano il sonno. Fa presto a crescere, altrimenti resterai senza madre. Essa cingerà la spada sotto la poppa. Bandiera e spada, anima e vittoria. Io mi sento dentro l' anima di tuo padre. Io mi veggo cinta da cento Amazzoni. Uomini ο donne, nessuno nella pugna domanderà. Guarda le fosse — ma che mai puoi tu guardare! Infinite fosse sono piene dei nostri morti; cadono i corpi, ma resta l' opera per la patria. Tutti i petti hanno questo solo respiro, che si solve in una universale vampa di guerra, che avvolge le terre e i mari, che ti cinconda e ti fa balzare la culla. Balza, ο culla, con lieto augurio per l' avvenire. Benignamente la fortuna mi arride, perchè è in questo istante che s' alzano le cortine delle care palpebre, e lasciano apparire il sorriso dello sguardo incerto e tremante su tutto, fuor che su me. Vieni, caro germoglio delle mie viscere; io voglio allontanarmi a lunghi passi da questa casa per un momento, affinchè ti tocchi la fronte il fumo della pugna, e tu respiri largamente, profondamente, l' accesa polve dell' esterminio
LA DONNA VELATA
Un sogno pieno d' intensa vita mi offerse, nel suo etere mistrerioso, una Figura la quale, benchè velata, si manifestava divina in tutto, ed anche nel modo di stare immobile.
Dimmi, ospite sovrano di mondo vero, se l' amica del mio cuore è salva, e la più splendida fra le corone del cielo ti stia sul capo, ed il mio bacio, il mio bacio sui piedi Sii tuoi. Più grande di una festa celeste che di rose coprisse i mari, più ricca di essa è una breve parola superna, che penetra nell' orecchio dell' uomo. Dimmi se essa è salva, poichè udii dire da bocche create sante, che agli occhi increati la neve è lorda. Dal momento che il sepolcro nascose il suo volto al mondo, il quale vedeva con gaudio e con amore la sua orma, e vi spargea la lode, inclito fiore dell' umana loquela, m'angosciava questo dubbio, e più l' impossibilità di solverlo. Allora ogni cosa valida della vita stava incerta dinanzi agli occhi miei, come nel tempio notturno, al muoversi della _lampada eterna_ vicina a spegnersi, tremolano vacillanti le immagini dei Santi, e le pietre dei sepolcri, e tutto all' intorno sembra pronto a sparire allo sguardo. Ma ora che tanta divinità mi sta dinanzi, potrà piantare nel petto mio il Paradiso ο l' Inferno, perchè essa era, ed è, nella mia anima, quello che è l' anima nel mio corpo. Conobbero la purità del nostro amore i giorni pieni di sole, ugualmente che le lunghe notti passate fra noi. Nessuno mai lo seppe, nessuno mai lo saprà. Fu fonte che corse senza suono, secretamente. La beltà dei pensieri e de' sentimenti, dei movimenti e delle parole, era melodia concorde a quella della figura, e, in tanta dovizia chiaro vedevi il fondo, come in fondo alle acque chiare e profonde del mare, vedi l' immoto sasso vestito di verdura. Da lei emanava la vita, e mi circondava colla forza invincibile, con cui ora la circonda la morte. Nel mio petto pulsava il cielo con tutte le sue voci; ma quando la polvere della tomba diventò tempio al tocco della sua salma, la morte la quotidiana morte, apparve al mondo cosa incredibile e nuova; la beltà delle donne fu per lungo tempo pallida e mesta, e l' uomo pianse, ed apparve fiacco come la donna. Forse resteranno là attorno a lei santificate le ossa incognite; forse i vermi non nasceranno; forse non si corromperà mai essa stessa; forse sarà sempre bella anche là dentro; forse (deliro io?) forse domani risorgerà. Ma perchè così parlo? Perchè se tutte le grandezze fossero scese a' miei piedi, anche allora avrei cercato il bene solo negli occhi suoi.
In quell' istante la Figura svelossi, ed apparì l' amica glorificata e ridente.
L' USIGNOLO E LO SPARVIERE
Ascolta, ο Sparviere, il povero Usignoletto. La mia vita è nel tuo potere, com' è ora questo volar sulle nubi, alle quali non giunsi mai. Ma ascoltami. Dalle soovi fonti secrete della natura pioveva uno spirito mite, e toccava un altro mite del pari dentro il mio petto. Or questo si risolveva in canto, come le fronde dell' ospite pianta, come le stelle che al di sopra splendevano. La beltà di quanto mi circondava mi toccava, e diventava armonia. Io ti guardava venirmi incontro, e la paura fu vinta dalla maraviglia del tuo volo rapido e maestoso, nel quale ammirava il dono degli Dei. Ma in queir istante, da inesauribile profondità, voleano sgorgarmi icantici, dal dolore d' una rosa strappata dal vento. Io li cominciava, io, che allo scoppiare del fulmine, sentiami palpitare il seno, accovacciato nella fronda appena nata Lasciami vivere un momento finchè almeno getti nell' etere sereno, e nel tuo orecchio, il tesoro che sento. Non uccidere quello che deve nascere. Sì dicendo, lo Sparviere allentava l' ugna affamata, e dell' altro artiglio faceva mano umana ed amorevole all' Usignolo, che in quell' istante spirò.
ORFEO
Gli uomini, ο Orfeo, seguirono il tuo canto sovrumano, e s' empierono di esso, ed obbliarono il male. Il fiore della divinità spuntò nell' anima loro, e nel coglierlo repentinamente aperto s' allegrarono, e, come in sogno, si ricordarono di averlo, gran tempo addietro, posseduto. Lungo la lunghissima via irresistibilmente ti seguitarono, con faccie che diventarono tutte belle, per le valli e pei monti, per le rive e per le grotte, per lunghe vie d' inesplorato abisso; e i loro gesti, e i loro passi secondarono il tuo ritmo, e varie voci s' udirono sparse qua e là, che parevano tue. Così l' umanità tutta intera concordemente restò suggellata dall' anima del tuo canto, e com' esso moveasi tutta intera. Un rumore strano ed indefinito dietro essa, la distrasse per un momento, e si volse indietro a guardare Erano gli alberi strepitanti, e gli animali mugolanti, che significavano il principio del sentimento, e del pensiero dell' uomo. Un' aureola di gloria ti circondava; un' altra ti sovrastava, perchè le stelle ed i mondi lontani ti danzavano al di sopra, colla rapida agevolezza delle spose giovinette; un' altra aureola di gloria s' andava intrecciando nel centro dell' Abisso, che si preparava a svegliare sotto i tuoi occhi tutti i suoi misteri, e chiarificarteli. Gli è così che, con tutte le tue forze, lottavi col Fato gigantesco, il quale silenzioso mormorava nel secreto la sua vittoria. La sposa, l' amata sposa fu perduta, ed era ben dritto. La divina forza, caduta dal grembo degli Dei, era diretta tutta ad uno scopo parziale, e, sotto la grandezza dell' arte, restava accovacciata la piccolezza dell' uomo, che non ebbe nemmen potere di non volgere il capo.
LO STESSO SOGGETTO
Come le onde mugghianti ed infinite del mare ritornano indietro sparpagliate dallo scoglio incontrato, così l' innumerevole moltitudine, aspettante al di fuori, si sparse poichè vide senza la sposa tornare Orfeo. La natura tornò all' obblio di sè medesima, e gli uomini anch' essi! Il cantore colla faccia stampata dai colori del luogo che abbandonò, can lenti passi e vacillantì, calcava solo, per lungo cammino, calcava solo la festiva verdura sparsagli. S' appoggia stanco sulla rupe. Un uccelletto, appena visibile, insultava al suo silenzio, perchè gorgheggiava sopra la rupe con forza d' inesauribil ricchezza. Egli voleva posar là, ma andò avanti. Egli era muto: lo strumento gli era caduto di mano alla foce dell' Erebo, perchè nel momento in cui gli occhi furono feriti dalla luce, gli orecchi furono feriti da queste parole: «Il dono cadde dal grembo degli Dei nel grembo dell' umana fiacchezza; e sotto la grandezza dell' arte, stava ferma la piccolezza dell' uomo, che non si sollevò degnamente: egli non ebbe forza nemmeno di non volgere il capo indietro. A lui verrà incontro la furibonda inimistà femminile dilacerandolo; ma la recisa testa, penetrata dall' amoroso alito incorruttibile degli Dei, manderà al cielo, dalle onde insanguinate dell' Ebro, l' ultimo ritmo inimitabile ed immortale
ELOGIO
DI
UGO FOSCOLO
Breve il viaggio, faticose le strade, incerto il termine della vita, ο cari petlegrini, che soffermaste cortesi per ascoltare. E ciascheduno nel malagevol cammino tragge suo carco dove la mente ed il cuore lo sprona, nè, per cadere che altri faccia d' intornogli, si ristà dal battere l' ali della speranza lontane, e monta l' erta studiando il passo. Ben avvertito dalla caduta di quei sublimi intelletti, che più presero di quella luce divina, che penetra mirabilmente per tutto il Creato, si fa pensoso, e, secondo a che è inchinevole sua natura, ο sente paga l' ascosa invidia, ο si sente compreso di stupore, ο sente quietarsi finalmente l' inimistà, ο lo sospinge a batter palma su palma il generoso dolore di veder scemo di uno, il piccolissimo numero di coloro, che par che nascano a rattemprare gli infiniti argomenti dell' umana miseria. E questo avranno fatto quei buoni i quali, porgendo gli occhi nelle carte, che ci vengono piene delle novelle quotidiane del Mondo, avranno letto, «Ugo Foscolo è morto». Nè questa isoletta, che ha nome di gentile presso gli estrani, e che ebbe la gloria di vederlo nascere nel suo grembo, poteva starsi vituperosamente infingarda all' annunzio della morte di lui, il cui rumore, siccome quello della sua vita, farà rimbombo in ogni loco che sia lieto di civiltà, mentre tutte le Accademie d' Italia verranno spalancate per laudarlo e per piangerlo, mentre il fiore della sapienza d' Europa gemerà addormentato per sempre l' uomo che lasciò l' orme perenni. E in tanta fama di lui ben è immaginar verosimile, che altri, per dirlo suo, aiuterassi dell' idioma in che egli scrisse gli alti dettati; altri della stanza lunga ch' ei fece, ed altri quasi della spoglia mortale, a cui diede il supremo spazio di terra. Ai quali invidiosi argomenti, non senza invidia anche noi, farem risposta quest' oggi, col rimemorare piangendo, essere quel glorioso nato fra noi. Ma lo spontaneo commoverci a pubblico duolo non è soltanto debito di riverenza verso chi quà nascendo, e di quà lontano vivendo, ci onorò; ma se è debito alcuno nella corrispondenza degli affetti, ne stringe un altro, fatto più forte per non esser pari le parti. Imperciocchè egli, in quei paesi, i quali parlano un suono e di nomi e di cose magnifico, nè per lontananza di luoghi, nè per lunghezza di tempi, nè per la soavità della lode, che così dolce giù stilla nelle viscere umane, e via via stempra l' affezione che per i piccoli oggetti anticamente nudrivano, non mai permise che si spegnesse l' amore che a questa povera aiuola sì fortemente scaldavalo. Che anzi la fe' più bella in tanti versi cantandola, e si piacque di fare attenti a quella gli animi di coloro, i quali maravigliando ascoltavano. Laonde in quel poema che, sotto i velamenti dell' antico favoleggiare, lascia trasparire avere per altissimo scopo suo l' ingentilirsi che fece l' umano genere, ha creduto il magnanimo che mostrerebbe sè diverso al decoro del subbietto, se prima della convalle di Bellosguardo, fra que' cipressi ove invitava il Canova al rito delle Grazie, non volgeva alla Patria lo salutevole cenno.
Salve, Zacinto! All' antenoree prode, De santi Lari idei ultimo albergo E de· miei padri, darò i carmi e l' ossa E a te i pensier, che pïamente a queste Dee non favella chi la Patria obblia.
E non si creda che m' abbia posti questi versi sul labbro una vanitosa vaghezza, ma piuttosto l' onesta brama che ha l' uomo naturalmente di ripetere qualche concetto dei grandi pur or caduti, da loro espresso con quei nobili affetti che sol per morte cessarono di sentire, e più ancora un prepotente irrefrenabile istinto di espandere quelle calde parole per l' aere di questa Chiesa, nella quale egli venia giovinetto, inchinando il ginocchio e la mente ai piedi di questo Altare. E nel loco, che nereggia di questo feretro, si sarà forse il fanciulletto fermato a meditare la morte, per ben usar della vita. E qui mi trovo per toccare di questo. Ma gli occhi arguti che mi cercassero in sembiante, quanta speranza io m' abbia nell' animo di dir parole che non sieno disconvenevoli alla eccellenza del subbietto, faticherebbero indarno, imperciocchè la coscienza dell' esser poco, ne allontana da prosunzione. Laonde, con non ambiziosi ma dimessi ragionari, faremo prova di riferire: — come Ugo Foscolo col suo poderoso ingegno, e con quelle tali sue virtù, abbia aiutato la civiltà di un paese già civilissimo. — Le quali cose io non disgiungerò raccontando, ma lascierò, come fecevano in esso, che di compagnia si manifestino.