Διονυσίου Σολωμού - Άπαντα τα Ευρισκόμενα

Part 17

Chapter 173,580 wordsPublic domain

SULLA MORTE DI PIO VII

_(Con rime obbligate)_

Correa luce e infinita una melode Dalla parte de cielo ond' ei salia; Ma da quella onde mosse altro non s' ode Che di grida lugubri un' armonia Die pietosa uno sguardo a queste prode Per lo trono che vaca; or che s' india E vede un coro e della vista gode D' ogni santa virtù che lo seguia. Ma vieni al bacio mio, dicean ripieni Di dolcezza immortai tre suoni in uno, E mille voci ripeteano «V i e n i» E l' ebbe e al par di mattutina stella Brillò, ne v' era infra i Mitrati alcuno Che mostrasse di rai luce più bella.

IL PARADISO

Il sole eterno vidi, ed in lui fiso L' occhio tenean di spirti immensi cori Tanti quanti non ha la terra fiori, Ea baciare si gian viso con viso. Dal sole eterno partiva un sorriso, Che fea cresser agli angioli gli ardori, Che abbracciati cantavano gli amori Onde tutto è ripieno il Paradiso. Cominciavano danza i cherubini A guisa delle dolci anime amanti E danze rispondeano i serafini, Ed io cogli occhi del pensiero intenti A quei mi stava abbracciamenti santi, E pe' miei versi ne traea concenti

SONETTO

Ecce lu pulcher et dilecte mi et decurus etc.

Quanto bello se' tu! di qual celeste Ineffabile lume ardono gli occhi, Onde i miei si fan chiusi alle tempeste Di questo mondo e da piacer son tocchi Oh! quanto sante hai tu le labbra, e preste A verità che al core avvien che scocchi; E' immacolata la corporea veste Al par di neve che candida fiocchi. Su fiori, figli dell' eterno aprile; Giaceremo, cui nutre zeffiretto D' odor di vita eccitator sottile E l' innocenza a nostri giorni intenta Sieda a custodia del florido letto, Ne di serpe giammai fischio si senta.

LA NATIVITA DEL SIGNORE

A riparar dell' uom la colpa ria L' aspettato ecco già figlio Divino. La guancia accesa d' eterno rubino, Dolce lo stava a contemplar Maria. Oh ineffabil portento! Egli vagia Per fare d' ogni lupo un agnellino, Onde il mortal più non si pieghi a inchino Al serpente infernal che lo lambia Come raggio di sol limpido e dolce, Che trapassa pel vitreo sereno Di conca cristallina, e non la molce, Tal spuntò della verga il divin fiore, Che forte trasse a riposar sul fieno Il suo da noi mal conosciuto amore.

SULLA MORTE DIGESU CRISTO

Gesù appena il superno alzò lamento Tutto il creato di doglia si scosse, Ed ogni estinto allor non sonnolento, Ma atterrito negli occhi in pie rizzosse. Tosto un angel dal ciel ratto si mosse, E gridava in un suon pien di spavento, Gridava all' atterrito orbe chi fosse Colui che sovra il legno era già spento. A tutti i Divi i crin rizzarsi in fronte. E le guance immortali apparian smorte, E i rai chiudean per non veder quell' onte. Tutto il mondo a quel duolo era consorte E par che si lamenti il piano, e il monte Di servir di teatro a quella morte.

LA RISURREZIONE DEL SIGNORE

Cristo vestito di superno lume Surse dall' urna e diede a morte assalto. Pien del potere onnipotente ed alto Stette qual pianta di monte al cacume. Angiol vestito di superne piume E rivolto gridava altero, ed alto Acceso il viso di fulmineo smalto, E la pupilla accesa d' igneo fiume. In ciel si fe più rilucente l' onda, Si fe allegra fra i spirti ogni pupilla Ed ogni crin si ceronò di fronda. Di Dio la grazia non surge di vena. Ed oltre il nostro dir profonda stilla, Ed è profonda sì quanto è serena.

L' ASSUNZIONE

V è la vergine assunta; ivan redivano Mille d' intorno a Lei spirti, e splendeano E quanti raggi il sol vibra all' oceano Tanti dal cielo ad incontrarla escivano, E innanzi il Figlio suo, nè fia che scrivano I versi miei quale tra lor si feano Accoglienze divine, onde si beano Tutti gli angeli in ciel che le sentivano. Steser le mani ad un abbraccio; e un giolito Doppio si sparse, e un rituonar di cetere, E un suono, e un canto, ed un splendore insolito A quegli amplessi nella terra stillano Tali rugiade di piacer dall' etere Che a guisa di lucenti astri scintillano.

SONETTO

Fuge dilecte mi etc.

Fuggi diletto mio di quà lontano E cerca aura miglior che si console; Perocchè questa terra è un oceano Di colpe, e lorda è la mortale prole. Deh! fuggi presto per l' etereo vano. Sotto i piè rotear vedrai lo sole, Nè colassù sarà ascoltato invano Il suon celeste delle tue parole. Ma deh! non ci lasciar soli, che forte La lusinga del mondo ingannatrice Ci porterà l' eterna ombra di morte. Deh! fa la melodia della tua voce Risentir a noi gente peccatrice: Resta, e per te trionferà la Croce.

SONETTO

Una est Columba mia etc, (Cant. 6. v. 8)

Una è la mia colomba, una; ed alberga In campo aperto ove non è squallore, E ove avvien che la pura aura la asperga; E il sole le innocenti ale le indore Deh! nessuno augeletto il volo verga Dal di lei canto che langue d' amore, Che chi a quel canto suo volge le terga In un momento illanguidisce e muore, Le si vadano intorno radunando Tutti i dipinti albergator dell' aria Baciandosi d' amore, e sussurando Senza timor le stiano sempre insieme Perchè la colombella solitaria Dell' artiglio del nibbio unqua non teme.

SONETTO

Veni de libano, sponsa mea.

Fra già l' ora in cui stellatto è l' etere E il primo sonno i sensi miei delibano Quando voce sentii che al suon di cetere Vieni Donna, dicea, vieni dal Libano. Vieni il ciel tutto quanto udii ripetere In suon che i versi miei non fia che scribano, E le strade s' empian tutte dell' etere, Di viva luce e d' odoroso olibano. Quando apparve improvviso un sol fra gli angeli, E spingo i bracci in alto, e disintricoli, Che amor delle bellezze eterne tangeli. Ahi! perchè sparve e perchè questi labili Sensi invece di star infra i cellcoli Son qui tra il vizio, e la virtude instabili?

SONETTO

Mentre vanno con altri a competere Cantor bugiardi e fiori ascrei delibano. Io vo ispirarmi infra l' eteree cetere, Ispirarmi fra i cedri alti del Libano. Quei che Dante godea carmi ripetere Fia che grado stil da me si scribano, E saliranno al Creator dell' etere Fragranti al par di vaporoso olibano. Sempre i miei versi parleranno d' Angeli, E degli uomini guasti io disintricoli, Che fuor che la melode altro non tangeli E così fia che i miei pensieri labili Spesso ergendosi caldi infra i cilicoli Non sien tra i vizio e la virtude instabili.

SQUARCI DI POEMETTO

_(in lode di un suo amico)_

Alla Diva del campo è consacrato Un bosco di Zacinto, in sulle arene Semplice altare in mezzo è collocato Che '1 simulacro della Dea sostiene Sempre al bosco d' intorno l'infiorato Odorifero maggio si mantiene Ed al ruscello il mormorio risponde Degli augelli, dell' aure e delle fronde. Salve ο Diva del ciel bella fra quante Albergano lassù dive leggiadre Tu coll' inno subblime risonante I cuor tu bei delle celeste squadre, Forse ad immago sua quel tuo sembiante Di sua mano ha formato il sommo padre, Prima che fra il seren cielo notturno Rispledesse di Cericia il riso eburno. Tutto, ο Diva, tu puoi, per te fur votte Del gran fato le leggi inesorate, Quando fra il buio delle inferno grotte Di cetra armato andò l' Adrisio vate, Sentì il Re crudo dell' eterna notte I palpiti d' amore e di pietate, E ogni alma in mezzo al suo tormento atroce Si restò senza moto e senza voce. In cupo tenebroso orror profondo Tutte giaceano di quaggiù le cose, Tu sentisti pietate, e l' inno al mondo Mandasti con le corde armoniose, Toccò la cetra, ed a quel suon giocondo Sputarono fragrante erbette e rose, Spuntar vive le chiome agli arbuscelli E per l' aure correa canto d' augelli A quel magico incanto al cangiamento Di natura totale ed improvviso Tutti i mortali ad ascoltare intento Fermano il mesto rabbussato viso; Ognuno il cuor d' insolito contento E di dolcezza si senti conquiso, E i volti ov' era pria mestizia accolta, Di sorrisi brillar la prima volta. D' amoretti seguito da un bel coro Sciolse amore dal cielo il vol non tardo Sulla terra quetò le penne d' oro, E volse intorno dolcemente il guardo, Poi sulla molle scorza d' un alloro Con l' ancor innocente aurato dardo Incise, aprendo un sorriso giocondo: Incise, aprendo un sorriso giocondo: Io farò sempre avventuroso il mondo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . E oltre quelle virtù, figlie del cielo, Che in esso riconosco, egli avrà accolta Forse qualche altra entro il suo core e un velo L' asconde ai grandi, e in se la tiene avvolta Così nascose nel materno stelo La regina dei fior giace talvolta E benchè ignota al guardo sia, l' aurora La conosce la nutre e la colora.

SQUARCI D' UN POEMETTO _(in morte di un giovane Poeta)_

E quinci tutto esterefatto in faccia Col pensier mi spingea sopra la dura Tenaria porta e protendea le braccia.

E d' averno (vedrei) il custode inesorato Fra le bramose fauci viarse Gorgogliar lo tergemino latrato. E il fioco pianto e il duro lamentarse Gli urli feroci e le vampe sanguigne La frà il cupo indeggiante acre quetarse. . . . . . E cauto incederla per l' aer tetro Pensando ai desiati abbracciamenti E allor ma no che volgeriami indietro. Sì dicendo dell' alma i marimenti Fremean cosi che indietro gli occhi torsi Di desiderio che di temenza ardenti. E una fiammella rilucente io scorsi A me venir che lieve approsimando Uno spirto in suo grembo aver m' accorsi. . . . . . E dell' aure portato in sulle penne L' innalzava quel nuvolo celeste E la giunto tra gli astri astro divenne . . . . . E ogni astro pel sereno aere s' udia Salutar il compagno astro novello Gareggiando di luce e d' armonia. . . . . . Saliano lente al ciel nuvole inteste Di freschissime rose, e fuor gli amori Sporgean le bionde ricciutelle teste . . . . . E per l' ampia degli astri aurea famiglia Spirto amante t' aggiri, e del tuo verso Altre labbra coroni ed altre ciglia. . . . . . Si fermò di quell' onda annunciatrice Fra il tremulo degli astri aureo sorriso La silente dei cieli imperatrice. . . . . . Fisse in cielo i sereni occhi ridenti E dal volto la vaga ombra mettea D' amoroso desir fiammeggiamenti. . . . . . Indi chi è costei che move il piede Leggiadra al par dell' amorosa stella Che solinga tra il puro etere incede? . . . . . E geme a guisa d' agnelletto quanto In fra i mesti silenzi della notte La perduta compagna va belando. . . . . . Le squille che pareano in lontananza Pianger flebile il giorno che moria Di quel dì . . . . . . la rimembranza. . . . . . In che l' amico infelice sentia L' estrema approsimarsi ora, ed estrema Ad Elivira cantò la melodia. . . . . . E tu quel grande imiterai che seco Neil' ultima vallea pennelleggiando Ritrasse il di cui sarà muto ogni eco . . . . . Torna spesso alla terra ov' ei riposa La prima volta che cade la neve La prima volta che s' apre la rosa . . . . . Io lo veggo sull' ale, e pari a lento Bisbigliamento di funerea fronda Lungo per l' aere il sibilo ne sento. . . . . . Forse là, mentre a lui dentro le vene Bollia l' estro ond' è Italia emula a Roma Il fragor lo scuotea delle catene. . . . . . Ed oggi ancor mi trema nella mente Qual la madre alla sponda accelerava Tutta cogli occhi alla nave fuggente . . . . . E giunge e tutto il pelago guatava Pallida, e colla mano n' attignea Deprecandone l' ira e lo baciava . . . . . Misero la suprema ora sentia Appressarglisi, e gli occhî amor di fama Gli affaticava al sol che gli fuggia . . . . . Giammai gleba giammai te di verdura Il bell' anno ristori ma ti porti

Su qualche abbandonata sepoltura . . . . . Dolce a quisa di flauto che frange I lontani silenzi della notte Balzò la donna innamorata e piange. . . . . .

O D E

SQUARCIO

La luna più lucente Dentro l' onda rincrespasi, Che della Dea nascente Alle forme virginee Sterati animando avvolgimenti Di purissimo lume uscir lucenti, Che rugiadoso e tremulo All' alternar dei bei passi divini Lampia degli occhi di cerulo, L' aureo lambia dei crini E della gioia il fremito correa Per tutto il mare a salutar la Dea.

LA NAVICELLA GRECA (213).

Dalle piccole navi, ove s' assise La vittoria, scendeano i nostri prodi, Risonanti nell' armi, su la ferma Terra, che poco pria tanto balzava. Nel saluto che adiano, eran le voci Come mar burrascoso, e di repente

Diveniva la terra e la sua polve Un Olimpo di gioie; e in pianti e in grida, Verso la testa degli eroi divina, Stendean le braccia a modular parole Degne dei vati, perocchè ciascuno L' anima si sentia d' anime piena. E i fanciulletti, e le pudiche, e schive Degli sguardi e del sol, greche matrone, Le fenestre occupàr fiori gittando, Con mani che parean quelle dell' alba. La vittoria così, Vate, talvolta Coronar si solea; ma or tu col canto Offri ad altra vittoria altra corona.

Grande e bella, ο Cantor, l' alma dell' uomo. Sotto il riso d' un ciel che non ha nube, Stan soffermate a ragionar fra loro, Quinci un Anglica prua, quindi una Greca. La gran donna del mar chiese: Ove vai ? E a lei la disarmata navicella: Vo camminando dall' un mare all' altro — Cessa tosto e mi segui ov' io ti tragga, Tu che dall' uno all' altro mar cammini. — Un istante fu quello, un solo istante; Ma allor terra non più, nè mar, nè cieli, Nè presente alcun dio: ma Libertade In que' petti ponea tutta sè stessa, Ed in pensieri onnipotenti e molti Ragionava là dentro, ed esultava Siccome in mezzo all' oceàno il sole. Nè tra lor fu più moto altro che un solo. In breve spazio strinsersi concordi, Tutti silenziosi e tutti fisi. Cogli sguardi lucenti, all' erta face, E all' ampio mar, che accoglierà fra poco I devoti ad onor corpi distrutti. E già è presso alla polve la favilla, Ma corse l' Anglo e l' impedì col grido.

Or se tu canterai la nobiltate Di chi fermõ ebbe il cor, la nobiltate Dell' Anglo che l' cor volse al suo bel segno, Godendo come suo l' atto divino, Fia che sorga una voce e fia che dica: Salve, d' eterna terra inclito figlio, Ove grande fu sempre il canto e l' opra, Nelle prospere sorti e nell' avverse; Ove la pietra e l' arid' erba è buona; Ove barbaro giunsi e tal non sono.

SAFFO

Figlio d' inclita terra, u' lo straniero Trova la patria, e il barbaro gli Dei, Deh! in questa fragorosa, in questa breve Sponda del tempo, ove sem noi, m' ascolta Dalla sfera dei canti, ove tu regni.

Questa notte m' apparve la fanciulla, Che fu Musa di Lesbo. Avea la mente Nell' abisso dei fati, e mai non guarda Ai mari, ai monti, alle campagne intorno, Come fosse il creato a lei straniero. Ma dai cieli propinqui e dai remoti, Le stelle tutte, in tutta leggiadria, Vedean por l'orma un' altra volta in terra La divina infelice; e da que' mondi, E dall' etere tutto, un riso piove D' ineffabile amor sul coronato Capo pensoso, e sul virgineo petto, Che fu rotto dal duolo, e a cui rimase Unica speme, unica dea, la rupe. Di repente a me visto la fanciulla Volse il guardo, e la mano e la parola.

Ahi, che la terra è piena di misteri, Nè tutti il loco, onde vegn' io, li svela! Un di, nel fiore del mio terzo Aprile, Nel talamo ove nacqui alla sventura, Mentr' io maravigliava al tempestoso Balzar del cuore, e vi tenea la mano, Mi stette innanzi una femminea larva, E in suon profondo e a nostre voci ignoto: «Prendi, e vivi brev' ora e desolata »Su l' attonita terra,» e sì dicendo Mi posò l' immortai fronda sul crine. Fosse ciò in sogno, in visïone, ο fuori, La mente non obblia quella figura, Ch' era tremenda, eppur serbava in volto L' alta beltà, che poi die' Fidia al marmo. Or quando fia, chi sarà mai, che alfine Mi sveli il ver, che tante volte io chiesi A tanti spirti, in tante sfere, invano! Così disse, e a me aggiunse altro ch' io taccio

Ma tu, che suoli aprir la mente, ο Vate, Come dîa nube d' or piena di Numi, Tu rivela il tuo senno e fia gran dono, E fia conforto all' immortale afflitta, Che magnanima al vero erge la mente Dalla casa dei morti, e rivelati Chiede gli arcani all' altro mondo e a questo.

FRAMMENTO L' ALBERO MISTICO

S' erge il valido tronco alto su questo Nostro suol, che alla vita è culla e tomba; Alto sul tronco il frondeggiar, che tanta Parte abbraccia di dolce aria serena; Ma scoperta non è la sua verdura: Gaio posa uno spirto in ogni foglia, Sì che l' albero immane intero tutto Splende, e canta, lontano assai vibrando Gli astri del cielo, e i fremiti dell' arte.

ODE

A V E N E R E

_(Con rime obbligate)._

Aura diva in su i zaffiri Del mar queto i vanni tremula, In bei teneri deliri Carolando, ond' esca l' emula Di natura, che fecondo E leggiadro farà il mondo.

Esce; e uscendo per incanto L' onda intorno a lei s' intumida, E si fa, per darle ammanto, Nuvoletta azzurra ed umida; Tal si mostra in su lo stelo Rosa a cui rugiada è velo.

Tosto ascende in sulla conca Sua marina, e tutti gli animi, Ch' eran usi alla spelonca, Dal piacer fur quasi esanimi; Splende l' onda in tutti i fonti, L' erba infiorasi sui monti,

Mormorii, sospiri, accenti, E di lagrime un diluvio, Non son altro in tai momenti, Che di gioia un dolce effluvio; L' uno all' altra i baci rende; L' altra all' un le braccia tende.

Van d' un antro nel ritiro Il fior vergine ad offendere, Col dolcissimo martiro, Di che suolsi ogni alma accendere; E piacer eterno fiocca Dalle ciglia, dalla bocca.

Scese Giove, or che nell' arca Dell' obblio fuggì Perfidia, E amoroso il ciglio inarca, E non come il trasse Fidia; E del mar correa le linfe Co' suoi Numi e le sue Ninfe.

Vede Venere i portenti Che sorgean al suo bel nascere; Nè più il duolo di lamenti L' alme umane andar a pascere, E quaggiù, d' amore in pegno, Tripudiar l' etereo regno

Vede e ride, e' l riso ogni alma Va di gioia eterna a tangere; Era tal, che data calma Dell' Averno avrebbe al piangere; Ogni loco orrendo e tristo Fronde e fiori a dar fu visto.

Al prolifico sorriso, Eccitando all' ali il tremito, Scende Amor dal Paradiso, E raddoppia all' alme il fremito; Che sul viso egli ha colori Di Venerei furori.

Leva il serto, al crin, di mirto, E alla madre lo va a porgere, Poscia vola ovunque, e spirto Ve' di vita ovunque sorgere, E de' rai con le scintille L' aria accende di faville.

Coronati d' amaranti, Disciogliean il dolce turgido Labbricciuolo a molli canti, E il seguian, fendenti il fulgido Vivid' aere, immensi cori Di ricciuti allegri amori.

Di piacer nettaree stille Vedi piover giù dall' etere Crepitante di faville; E quegl' inni odi ripetere Dal bel tremito dell' onde, Che si rompono alle sponde

ODE

PER PRIMA MESSA

Disse dall' alto il Nume Dell' orbe infra 'l silenzio: Sia fatto il Sole; ed inondò di lume Gli spazi interminabili, Caldo del cenno onnipotente, il Sol. Qual, da che 'l mondo irradia, Vide portento mai, che a quello assimile Di tue parole? I secoli E l' universo a interrogar, per l' aere Rapido ï slancio a immenso tratto il vol.

Ve' l' orbe; agli occhi intenti Oh quanti obietti m' offrono Alti, delle trascorse età, portenti Che insiem raccolti parlano Voce di maraviglia al mio pensier! L' acque alla verga mistica Là obbedïenti in due mura s'alzarono, E incorati dagli ululi Di Faraone, in mezzo si spingeano A mille i fanti, a mille i cavalier.

Poi le improvvise mura Al furibondo popolo, Pria di morte, recàr la sepoltura, Mentre al fragore ondisono Alto intonava i cantici Mosè. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . (mancano) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Mirande opre, che a nui, Oltre l' ombre de' secoli, Cantano la possanza alta di Lui, Che, ove il pensier non penetra, In profondo di luce abisso sta. Sta: ma all' accento mistico Sciogli, puro Ministro, il labbro fervido, E dai seggi siderei, Senza lasciarli, dell' Eterno il Figlio Nel pane sacrosanto a te verrà.

Oh! chi del gran mistero Il nodo incomprensibile Fia che sciolga all' attonito pensiero! Lui, del verso sugli aurei Vanni, cinto di luce, eternerò.

Ma d' addensate tenebre Veggo tale oceàn che non ha termini. Adora, e taci. Tacquersi Riverenti, e adoraro, anche gli Apostoli, Quando Cristo sè stesso a lor donò.

Tutto il sidereo vano Ecco repente ascondere Di luce irrequïeta un oceàno; E incessante uno strepito, Oual di marea contro gli scogli, uscir. Schiere infinite angeliche Pei deserti del cielo in giù scendeano, Negli atti rallegrantisi, E la terra deserta, ove riposano Que' che a noi di sciagura il varco aprir,

Tutte quante accorrenti, E dense, popolarono, E di celeste zelo in faccia ardenti, Concordi alto narrarono Quale il Figlio di Dio portento oprò

Per l' uman seme; e fervido Più sempre e più si propagava un fremito, E i cieli l' iteravano, E della tomba per entro i silenzii, De' primi padri il cenere esultò.