Διονυσίου Σολωμού - Άπαντα τα Ευρισκόμενα

Part 16

Chapter 163,699 wordsPublic domain

Sorgi, sorgi, ο Siòn, voce risuona, Che ti toglie al furor de combattenti; Poni di nuovo sulla tua persona Della gloria perduta i vestimenti. Rimetti al capo ancor quella corona I cui splendori il tuo nemico ha spenti, Risorgi in atto di Regina, e tuona Che venga ognun de' popoli credenti. E a te intorno si vada radunando Con tripudio di canto, attento il core Al cenno augusto del Divin comando. E là locata nell' antica sede Il rio tiranno che t' avea livore Ο fuggirassi, ο bacieratti il piede.

V

PER UNA FONTANA CHE SOVRASTA IL MARE IN DAVIA

E la voce ascoltar della fontana Giova quando del mar l' onda è quïeta, E sù del Cielo nell' azzurra meta Appar la prima striscia antelucana. Qui allor non s' ode alcuna voce umana, Ed appena l' orecchio avido allieta Vagabonda tra i rami aura secreta, Ο lamento di lodola lontana. Salve, ο di monte figliuola felice, E delle linfe coi trepidi umori Di poetica mente imitatrice. Io verrò sul tuo margo a coricarmi Al luccicàr de' mattutini albori, E il dolce suon t' intuonerò dei carmi.

VI

PEP UN LUOGO AMENO PURE IN DAVIA OVE L' AUTORE SOLEVA ANDARE DA FANCIULLO

E questo è il loco, in cui traea ridente Di trastullo il desio me giovinetto; Qui rapiva gli aromi il Zifiretto Molle all' arancio, ed al cedro fiorente Qui la stessa olezzante aura si sente, Che la mesta rallegra alma nel petto; La stessa la verzura è nell' aspetto Vivida, tremolante, rilucente. U' se' ito degli anni, ο fior gentile! Quanto diverso da quel tempo antico Ritorno in questo suol sparso d' Aprile! E qual cagion tal mutamento apporta? Non la ignoro, e piangendo la ridico; Crebbero gli anni, ed innocenza han morta.

VII

Ego dilecto meo, si dilectus meus mihi qui pascitur inter lilia. Cant Cap 6

In questi di sciagura orridi, e bui Sentieri, ove per se l' uom non iscorge, Solo il diletto mio nel cuor mi sorge, E non vedo, e non sento altro che lui. Tieni, ο mondo per te, tienili i tui Piaceri, egli è che all' anima mi porge Tal contento che d' altro non se accorge Ragionando con meco, ed io con lui. Egli si pasce sol di virginale Bel candore di gigli immaculati Non tocchi da veruna aura mortale; Ed io lo sò, che sua diletta io sono. Finchè morte questi occhi abbia gelati Non fia ch' io mai lo lasci in abbandono.

VIII

Surge ora, amica mea . . . jam enim biems transit, etc. Caul. Gap. 2

Sorgi ora, amica mia, cara colomba, Sorgi amica leggiarda, e vieni presta; Or si tacque il fragor della tempesta, E fuor dell' aura pura altra non romba. Or più di verno l' aere non rimbomba, E splende il Cielo di cerulea vesta; Sorgi, amica leggiadra, e vieni presta; Sorgi ora, amica mia, cara colomba Le terre nostre ecco si fan gioconde Del dolcissimo fremito, che fanno Mille fior, mille linfe, e mille fronde. Sorgi, cara colomba, odi per l' aria Tutta fragranza, che agitando il vanno Canta la Tortorella solitaria.

IX

SULLO STESSO ARGOMENTO

Presta, colomba mia, presta t' avanza, Ve' che spingendo i vanni alti per l' aria Insolita spirante alma fraganza Canta la tortorella solitaria. Vedi quanta onde l' occhio ha dilettanza Quanta verzura, e nei colori varia; Presta colomba mia; presta t' avanza, Non più spira invernale aura contraria Ve' come tutto il Ciel, ride d' azzurro, Odi d' aura prolifica garrito, E di linfe, e di fronde odi susurro. Sorgi, amica mia dolce, or più non romba La tempesta, ed il verno è già sparito, Sorgi ora, amica mia, cara colomba.

X

Aperi mihi, soror mea . . . quia caput meum plenum est ore etc. Cant. Cap. 5.

Apri suora amorosa — ermo, il cammino Ho smarrito — alma dolce apri la porta, Apri; lontana è l' ora del mattino, Notte è buia, e veruno astro conforta. E s' aggira errabondo il pie tapino Per gli error del deserto, e nulla ha scorta. Odi il vento che fischia, odi il canino Ulular lungo: e ogni altra voce è morta. Tutta molle la chioma ho di rugiade, Che và piovendo la notte squallente; L' alma mi trema, e di terror mi cade. Odi più sempre, e più di lito in lito Fremere i venti: e che farò, dolente! Se di fiero leon scoppia il ruggito!

XI

Quae est ista, quae progreditur quasi aurora consurgens pulchra ut Luna; etc. Cant. Cap. 6.

Chi è costei che muove al par d' aurora, Che di rose vestita al inondo sorge, E di limpide stille i campi irrora; Si che in vita ogni morta erba risorge ? Bella come la luna che ristora, Con quel candido suo lume che porge, Lo squallor della notte, onde si scorge Tal notturna bellezza che innamora; Eletta come il Sol, che mentre bea Il Cielo, della terra li deserti Scalda, avviva, rallegra, anima, crea; Terribil come esercito che stei Per battagliar ne' vasti campi aperti, Minacciando terror — Chi è costei?

XII

SULLO STESSO ARGOMENTO

Chi è costei, che muove il piede allegra, E come il mattutino astro scintilla, Che perpetua versando eterea stilla I fiori, e le appassite erbe rintegra? Bella come la luna onde la negra Squallida notte è consolata, e brilla Della luce bellissima tranquilla Che tutto il taciturno orbe rallegra Eletta come il Sol, che solo incede Pei deserti del Cielo aerei campi, E di notte all' orror vita succede; TerribiI come esercito che accampi Pronto alla pugna; ognun ne teme, e crede Che terribil la morte orma vi stampi.

XIII

Veni dilecte mi, egrediamur in agrum, commoremur in villis etc. Cant. Cap. 7.

Vieni, diletto mio, scendiamo al campo, Scendiamo tosto, e abiterem le ville; Troppo è l' amor di che nell' alma avvampo, Sicchè anche il viso avvien che ne sfaville. Dell' aurora novella al roseo lampo Andrem della rugiada infra le stille Per li vigneti floridi; ed al vampo Del meriggio ci avran l' ombre tranquille. Alla vigna d' intorno guaterai Se il bel frutto che attendi è fatto molle, E di tua propria man lo coglierai. I freschi fiori, e l' erbe pur mò sorte Ci saranno di letto in su quel colle; Sai che forte è l' amor come la morte.

XIV

Anima mia liquefacta est ut dilectus locutus est, etc. Cant. Cap. 5

Suon di limpido rivolo che casca Dalla molle di fresce erbe collina, Aura che và parlando colla frasca, Che novella s' aperse e mattutina; Serenità che dopo la burrasca Pura in Cielo si spiega ed azzurrina; Vigile capinera che s' infrasca, E previene col canto la mattina; Ο qualunque altra sia cosa mortale, Che sull' umana tempra abbia più possa In confronto alla tua voce non vale. Poichè quando sentire a me si fece Tutta l' anima mia tanto fu scossa, Che nel sentirla il cuor si liquefece.

XV

Fulcile me floribus, stipate me malis quia amore langueo, etc. Cant. Cap. 2.

Deh folcetemi intorno di que fiori Che più puro, e fragrante hanno l' olezzo E solo accarezzati da un olezzo Sul lucicar de' mattutini albori; E molli ancor de' rugiadosi umori, Voi di cui il cuore a puntate è avvezzo, Deh li portate, e sia la rosa in mezzo Immago di virginei splendori. Ve' che d' amor mi langue la pupilla, Langue la bocca, e il viso tutto, e il core Nel profondo d' amor mi disfavilla. Stipatemi di poma; or che vi miro Tutta l' alma d' amor mi langue; è amore Tutto quanto ond' io parlo, ond' io respiro.

XVI

Surge Aquilo, et veni Auster . . . perfia hortum meum, etc Cant. Cap. 4.

Il vol veloce apportator di gelo Ora Aquilone furibondo acqueta. Sorga soave sibilo dal cielo, Che le campagne al mistic' orto allieta. Piova da lui fecondatore il velo Della rugiada che tutto disseta, E dà eteree fraganze ad ogni stelo Col dolce raggio del divo pianeta. Piovano stille e sieno mattutine, E seròtine sien, che allora al mondo Ogni squallor scomparirà di spine; E tolte queste alle create cose, Il mistic' orto apparirà fecondo D' intatti gigli, e di virginee rose.

XVII

AL NOB. SIG. CAVALIERE PAOLO CONTE MERCATI AMICO DELL' AUTORE

Lieve fischiar di giovinetta frasca Che di bel tempio protegge le mura, Gorgoglio di ruscel che dall' altura Di collinetta a rinfrescarla casca, Sembra, che la pensosa anima pasca Di sacre cose, e che dalla verzura, E dal ruscello trepido la fura, E in ciel la porta, onde salute nasca. E questo loco, ove silenzio ha regno Forse perchè religion s' aggira, Fà meditar ogni mortale ingegno. Sciogli tu dunque il labbro al nuovo tema; Ch' io non sento, se qui l' occhio rimira, Ο ingegno che paventa, ο man che trema

XVIII

UN GIOVINE MORIBONDO AL SUO AMICO

Ecco mio dolce amico, apresi l' urna Che mi deve albergar frà le tenebre, Già la bella per me lampa diurna Si nasconde per sempre alle latebre. Parvenze omai d' oscurità notturna Alle pupille mie si fanno crebre, E mi par di veder la taciturna Sacra schiera intuonar l' inno funebre. Addio! Sò che amistà mi serberai, Perocchè nelle care alme sincere Dura oltre morte, e non si estingue mai. Vieni allor che sarò sopra il feretro A porgere per me calde preghiere, E vieni allor che diverrò scheletro.

XIX

_Lamenti della Nob Sig. GIOVANNA MARTINENGO CARRER nel vedere presso la Chiesa vicina alla sua casa alcuni giovani dell' età del suo figlio Nicolò di cui poco tempo prima era stata priva_

Ο giovinetti, pàr simili siate Al dolce figlio che mi tolse morte! Ahi, che stando del tempio in su le porte Voi la doglia materna esacerbate Or voi leggiadri giovinetti andate Alla madre che fia che si conforte. Non così il mio; che giacciono di morte Le reliquie del figlio addormentate. Ah ben presto avanìo la mia speranza! Com' oggi ei ritornava dalla festa Col tripudio del canto e della danza. E or basso in faccia ad ogni madre ho il ciglio, E a lei mia doglia appar si manifesta, Che non s' attenta a ragionar del figlio.

XX

IL GIUDIZIO FINALE

_(Con rime obbligate)_

Sorgon trombe del mondo ai quattro termini, Che fanno rimbombar gli spazi eterei, E fan col squillo che ne' regni aerei D' un Dio lo sdegno inferocito germini. Vedi che sbucan dal letto dei vermini Mille crin rabbuffati e visi cerei Quasi volendo ai silenzi funerei Trattenersi, onde il Cielo non li stermini. Tutto il mondo si fè fornace torrida Al perpetuo fischiar d' irato fulmine, Poscia caverna silenziosa ed orrida. Qua piomban corpi nell' inferno lividi, Là volan corpi nel celeste culmine D' eterea gioia immortalmente vividi.

XXI

L' AURORA

_(Colle stesse rime del precedente)_

Spunta l' Alba del Ciel dai bianchi termini E và incedendo per gli spazi eterei, Al divino alternar dei passi aerei Quelia via di ligustri avvien che germini. Tutti la senton già, perfino i vermini; Tutti allegransi già, perfino i cerei Visi attristati di pensier funerei; Nè più l' alma di doglia è che si stermini. Par che prometta il Ciel non più la torrida Vampa scagliar dell' adirato fulmine, 'Che fà la terra silenziosa ed orrida. Ve mille fior fatti dal nembo lividi Verso del rilucente azzurro culmine Sullo stelo rizzarsi e farsi vividi.

ΧΧΙΙ

SULLO STESSO ARGOMENTO

_(Con rime obbligate)_

Sorge l' Aurora; odi d' augelli un gemito, Vedi d' ale amorose un dolce tremito, Odi aurette vaganti eccitar tremito Nel bosco di bei fiori, e fronde gremito. Fà le strade del Ciel tutte sorridere, E và col lume ogni alta stella a uccidere Vedi Ninfe in bei cori si dividere, E con mano innocente i fior succidere, Chi raccoglie gesmino, e chi filliride, E si van sollazzando al suon di cetere, E a lor ride dei rai più bella l' Iride. Deh perchè i' ali il mio pensiero ha gelide! Vorrei l' Aurora incoronar nell' etere Cogl' Inni che volar sì belli in Elide.

ΧΧΙΙΙ

LA MORTE

Giaceva immerso in sonno alto, e scorgea Smilzi fandasmi, e udia bisbigli e voci, Quando repente all' ultima vallea Mi portaro i pensier foschi e feroci. Tutta piena la luna in Ciel splendea, Ed io là delle fosse in su le foci Forsennato correva, e mi parea Legger gli anni ed i nomi in sulle croci Morte sbalzò, che d' ossa avea ghirlanda, E le gravi alternava orme tremende Per lo squallor della funerea landa.

E stendendo il suo braccio ischeletrito, Ve' il loco, ove convien che tu discenda, Disse la fiera, e mi svegliai smarrito.

XXIV

LA GASΤIΤA

_(Con rime obbligate)_

Sorge nel mistic' orto alta una Rosa Verso l' alba ondeggiante in su lo stelo, E dalle frondi sue tutta è nascosa, Che le fanno al pudor virgineo velo. D' esse a traverso appena scende; e posa Rugiada candidissima di cielo, E appena quelle foglie a baciar osa Il più puro d'amor — Zeffiro anelo. Colui che d' Ella il casto crine infiora Tutto adombrato apparirà nel viso Del candor che sì piace al primo amore. D' Ella serto dagli Angeli si fea Quando giunse la Donna in Paradiso, Di che il Ciel dopo Dio tutto si bea.

XXV

LA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE

_(Con rime obbligate)_

Sorse in cielo improvvisa un' armonia, Ch' iva cantando il bel virgineo Giglio, Da cui nascer doveva il divin Figlio, E circondava Iddio la melodia. Brillava al canto che dicea «M a r i a» Ogni fronte celeste ed ogni ciglio, E pel Ciel si spandea tale un vermiglio, Che il vermiglio mortai smorto saria. Al nome augusto della Veneranda, D' etereo fior da nulla macchia inciso Ognuno al crine si facea ghirlanda. Un abbracciarsi, ed un baciarsi, e un riso Dappertutto in mirar par che si spanda Raddoppiato il gioir del Paradiso

XXVI

L' ANNUNZIAZIONE

_(Con rime obbligate)_

Scende Gabriel lucente al par d' Aurora, E sull' omero ha sparso il crime in onda, Che biondeggia ricinto d' una fronda, Di che pianta mortai non si colora. E il labbro suo, cui fulgor divo indora, Di tal suono a Maria l' orecchio inonda· Salve, salve ο Maria, da cui ridonda. Ogni grazia che il seme uman ristora. Il Signor è con teco eterea Ninfa. Che sperderà del rio peccato il nembo Della grazia lustrale colla linfa. Sono ancella di Dio, disse, e le ingombra La mente il gran pensier che ha un Nume in grembo, E il bel pallor dell' umiltà l' adombra.

XXVII

LA MORTE DEL GIUSTO

_(Con rime obbligate.)_

Giace il giusto al suo letto, e in aria dolce Il labbro moribondo a Dio dà lode, Il languido gli s' apre occhio, e ne gode, Che speranza del Cielo il cor gli folce. Col perpetuo pregar la mente addolce Onde Satano a lui non faccia frode, Quand' ecco che improvvisa una melode La sua divina farfalletta molce. Vien, dicea· della luce entro la fonte, Nè ti sarà più mai tolto 1' ameno Etereo giogo del divino monte. Dopo un lieve affannarsi alfine uscio La bell' alma dal carcere terreno A guisa di sospir caldo di Dio

XXVIII

LA MORTE DELL' EMPIO

_(Con rime obbligate)_

Ecco l' empio al suo letto, alto di morte Nell' orecchio suonar sente le tube, Ei sente che non fia che più si rube Della temuta eternità alle porte. Ruota le luci comma l' Orsa torte Che sovra i figli minacciati cube, Invan quell' empio, invan si sforza, e jube All' anima di sostenersi forte. Egli smania deliro, e nell' interno Del mal vissuto scellerato petto Già già si sente anticipar l' inferno. Ei vi piomba alla fin laggiù confitto, Ed allegro il Demonio maledetto Cli die' l' abbraccio ch' ei dava al delitto.

XXIX

L' INFERNO

_(Con rime obbligate)_

Fiamma infinita perpetua balestra, E n' è pieno ogni piano ed ogni soglia, Là nella casa dell' eterna doglia In alto, in basso, ed a sinistra, e a destra. Della bocca de' rei si fa fenestra E degli occhi; e penètra entro la spoglia, E fremendo feroce vi gorgoglia L' alto sdegno di Dio che li sequestra. Come per aiutarsi entro quei chiostri Spesso fansi de' bracci al collo ceppi Quei lordi di peccate infami mostri! Vampeggiando dagli occhi e dalla bocca Sta sovra igniti adamandini greppi Di Dio lo sdegno inferocito, e scocca.

XXX

LA LUNA

_(Con rime obbligate)_

Ecco pei regni candidi siderei Incoronata il crin di bianche rose Appar la luna, e per quei spazi aerei Le stelle inanzi a lei restano ascose Ecco che dai silenzi escon funerei Guatandola abbracciate ombre amorose, Hanno crini scomposti, han visi cerei, Hanno guance di pianto rugiadose. E ciascuna dicea: bel astro vergine Che là sù qual ruscel cinto di fiori Vai scherzando coi raggi, e i raggi aspergine, Eri tu testimon da quell' ampiezza Celeste, il dì che candavam gli amori Coi cari oggetti di mortai bellezza

A SAN DIONISIO (212)

_(Sonetto Improvvisato nel tempo dei terremoti, succesi in Zante nel dicembre 1820 e gennaio 1821)._

Ο Dionisio, che, augusta anima pura Tieni di cantade i primi seggi, Questa isoletta misera proteggi Onde non la colpisca altra sciagura. Popolata di pianti e di paura Vedi ogni casa ed ogni via: sorreggi La nostra mente, perchè non vaneggi Nel timor che si solva la natura. Deh! tu t' accosta dell' eterno al trono E lo prega onde l' isola non resti Dell' ultima rovina in abbandono. E se nulla risponde il tuo Signore, Gli rammenta l' asilo che tu desti Del tuo fratello al barbaro uccisore

ZACINTO

Rise natura e surta ecco Zacinto, Dal bel seno dell' onde; ecco di mirti Il crin incoronati eterei spirti Scendon fuggiti dal venereo cinto.

Par di bellezza ogni suo loco avvinto; Che non sursero quà squallidi ed irti Colli a quel bel sorriso anche le sirti D' erbe l' arduo dirupo hanno dipinto. Giacquer le valli, alzar le teste i monti, E su strati di rose, e d' amaranto Mormorando spignean le linfe i fonti. Elato surse alfin, che dall altura L' occhio scorrendo pel campestre ammanto Possa veder quanto può far natura.

IL PENTIMENTO

E verranno a purgar le vergognose Tante brutture i pentimenti ond' ardo? L' apre alfin il mio core all' amorose Voci di Cristo, a cui la colpa è dardo. Spesso chiuso nel manto, che gli pose Già per ischerno il popolo bugiardo, In vision m' appare, e le nascose Macchie antiche dell alma spia col guardo E dolce si lamenta a me con molta Tenerezza e mi dice: e perchè figlio. E perchè mi traffiggi un· altra volta ? Indi col braccio di pietade stanco Mi rivela le piaghe onde vermiglio E tutto quanto il benedetto fianco.

A MARIA

Chi è Costei che à piè del duro tronco Trema, come al soffiar d' aura la frasca, E dimostra che in cuor tanta ha burrasca Che dolce dir puoi d' altra doglia il bronco? Ahi! ch' ogni accento al labbro smorto è monco, Ond' è che il duol più fiero in sen le casca, E l' occhio aspetta d' ogni lume cionco Che morte nella faccia a Gesù nasca. Questa è Maria, che guarda il Divin duca Il Figlio suo, che la languida testa Piega a mirare ove non è che luca. Perchè piegolla, e non la tenne forte ? Che in quell' atto in mirar la madre mesta Sentissi in cuore raddoppiar la morte.

SOPRA BONAPARTE

Vidi l' umanità che in seno stecca Sentia di doglia, e si batteva l' anca. Spesso al Tiranno alza la faccia bianca Perchè non trova alle ferite becca. La midolle all' afflitta assai rimbecca La doglia ed erge a lui la mano stanca Poi gli mostra le piaghe ed ei la branca Nelle piaghe le caccia e il sangue lecca. Il cuor di febbre ardente gli tentenna Di far del mondo di rovine massa E spinge al mar dell' empietà l' antenna. Rimorso l' indurata alma non ange Che lo precede, ed il cimiero squassa Il crudo re dell' infernal falange.

INCORONAZIONE DELLA BEATISSIMA VERGINE

L' almo figlio a Maria una corona Pose sull' immortai fronte sereno E sentissi improvviso un inno ameno Che le volte del ciel tutto rintrona. Mentre di Dio la Madre s' incorona Vivissimo da lui parte un baleno Che ogni angelico viso arde, ogni seno Sicchè l' inno più estatico risuona. Mentre Ella incede uscian tali splendori E sì forti da Lei che de' superni Più vaghi se ne fean gl' immensi cori. Sul trono umile la vergine ascende, Stan muti di stupor i colli eterni E ogni pupilla in lui s' affisa e pende.

A LORD GUILFORD

Addio se parti, et mentre in mar tu sali Tu vera speme della nostra gente Spesso rivolgerai nella tua mente I disegni per noi, magni e regali. Veggio innanzi volar sull' immortali Penne di Grecia il genio rilucente E andar nella tua nave obbediente Di retro al guidator fischio dell' ali. Ecco intanto del mar l' onda imbrunirsi E a te intorno allegre tutte in volto Tutte dell Odissea l' ombre affollarsi. E innanzi a tutte collo sguardo arguto Il Re, da cui non so se fia rivolto Al gran genio od a Te primo il saluto.

Sub umbra ilius quem desideraveram vedi etc.

All' ombra alfin della bramata frasca E lunge io son dalle mondane mura Dalla cui perigliosa e negra altura L' alma alla strada del peccato casca. Sento l' aura onde avvien che il cuor si pasca Neil intatto splendor della verzura Che alla terrestre tenebria lo fura E fa che in esso eterna luce nasca. Il so che Cristo in su quest' ombra a regno Che invisibile intorno mi s aggira E mi dà forza di non basso ingegno Sempre quest' ombra avrà il pensier per tema Mentre questa il pensoso occhio rimira Non mi piange, più il cuor,e non mi trema.

LA CADUTA DI LUCIFERO

Cade il superbo, ed apre spesso e serra L' ala annerita e nel calar giù romba, Cade alfine e gli fa perpetua tomba Il rio squallor della dannata terra. Appena giunse il demone sotterra Col fragor di che spinge il vol la bomba Surse e cantò fra gl' angeli una tromba L' accadimento dell' infame guerra. Giace quell' empio e i suoi pensieri a frotta Del passato gioir gli parlano forte E accrescono l' orror della sua rotta. Fra l' eterno tacer grida con tutta La possa, chiama la seconda morte Ma invan che il ciel gli eternerà la lutta.