Part 9
Mangiato che ebbe, Zanna Bianca si distese ai piedi di Castoro Grigio, guardando amorosamente il fuoco che lo riscaldava, ammiccando cogli occhi sonnolenti, certo che ormai per l’avvenire non si sarebbe trovato randagio e abbandonato nella nera foresta, ma in compagnia degli animali uomini, e a fianco a fianco con gli dei ai quali si era dato.
XIII.
IL PATTO.
Alla fine di dicembre, Castoro Grigio intraprese un viaggio sul ghiaccio del fiume Makenzie, accompagnato da Mit-Sak e da Kloo-Kooch. Egli prese la guida, per sè e per sua moglie, di una prima slitta tirata da grossi cani. Una seconda slitta, più piccola, fu affidata a Mit-Sak: a questa slitta furono attaccati i cagnuoli. Questa slitta che poteva considerarsi come una specie di balocco, formava la letizia di Mit-Sak, che entrava così nel gioco della vita, ed era orgoglioso della sua parte.
A sua volta, egli imparò a guidare i cani e a raddrizzarli. Certo è che la piccola slitta era in certo qual modo utile anch’essa, perchè trasportava più di duecento libbre di bagaglio e di vitto.
Il lupetto, che aveva già visto i cani dell’accampamento lavorare sotto i finimenti, non si spaventò molto quando lo legarono al tiro, la prima volta. Gl’infilarono al collo un collare imbottito di musco, e congiunto per mezzo di due corde a una correggia incrociata sul petto e sulla schiena, correggia alla quale era attaccata una lunga corda che serviva a tirare la slitta.
Formarono il tiro, con lui, altri sei cani, che, essendo nati al principio dell’anno, avevano dai nove ai dieci mesi ciascuno, mentre il lupetto ne aveva soltanto otto. Ciascuna bestia era legata alla slitta da una corda separata fissa a un anello. Non c’erano due corde della stessa lunghezza, corrispondendo ciascuna, per lo meno, alla lunghezza d’un cane.
La slitta era un _toboggan_ di corteccia di betulla, con la parte anteriore ricurva, a punta di zoccolo, perchè non affondasse nella neve.
Il carico era ripartito ugualmente su tutta la superficie del veicolo, dal quale le corde dei cani s’irraggiavano a ventaglio. La diversità di lunghezza delle corde, impediva ai cani di rissare fra loro, perchè ciascuno di essi non poteva prendersela se non col cane che lo seguiva, e, per farlo, doveva esporsi alla frusta del conducente, che, naturalmente, gli avrebbe staffilato il muso.
Che, se avesse voluto prendersela col cane che lo precedeva, avrebbe dovuto accelerare il tiro, in modo da spingere il cane minacciato a fare altrettanto per non essere toccato; così tutto il tiro, incitato dall’esempio, avrebbe accelerato la corsa.
Mit-Sak era, come suo padre, un uomo saggio. Egli aveva osservato le persecuzioni di cui era vittima Zanna Bianca, da parte di Lip-Lip; ma poichè allora Lip-Lip aveva un altro padrone, non aveva potuto far altro che lanciargli delle sassate. Ora però che possedeva Lip-Lip, cominciò coll’esercitare le sue vendette legandolo alla corda più lunga, cosicchè Lip-Lip divenne tutto ad un tratto, il capo della muta.
Era, in apparenza, un onore per lui; ma in realtà, egli, anzichè comandare gli altri cani, diventava il bersaglio delle loro persecuzioni e dei loro rancori. Gli altri cani della muta vedevano, di lui, soltanto l’ampio pennacchio della coda e le zampe posteriori, che intimidivano molto meno dello spettacolo della criniera rizzata, e delle zanne lucenti, che egli mostrava prima.
I cani, vedendolo sempre in quella positura, finirono per concludere, secondo il loro ragionamento, che egli aveva paura di essi e li sfuggiva, e che quindi era bene saltargli addosso subito.
Dal momento in cui la slitta si mosse, tutta la muta tenne dietro alle calcagna di Lip-Lip, in una caccia sfrenata, che durò tutto il giorno. Egli aveva tentato dapprima di rivolgersi contro i suoi inseguitori, geloso com’era della sua dignità offesa e pieno di sdegno; ma ogni qual volta tentava di farlo, il frustino di «cariboo» lungo trenta piedi, che Mit-Sak aveva in mano, gli staffilava il muso, costringendo il cane a tornare al posto e a ripartire di gran carriera.
Lip-Lip era tale da tener testa agli altri cani, chè non poteva esporsi alla terribile frusta che gli permetteva soltanto di mantener la corda tesa e i fianchi al riparo dei denti dei compagni.
Il giovane indiano ne pensò un’altra: per mantenere quell’inseguimento senza fine del capofila, Mit-Sak incominciò a favorire Lip-Lip a danno degli altri cani, dei quali accrebbe il rancore e la gelosia.
Gli dava della carne in loro presenza, escludendo gli altri, che diventavano perciò furiosi come pazzi, e mentre Lip-Lip mangiava, gli si arrabbiavano intorno. Quando non c’era carne, Mit-Sak, tenendo i cani a distanza, faceva credere di darne a Lip-Lip.
Zanna Bianca, da parte sua, s’era messo tranquillamente al lavoro. La corsa che aveva fatto quando era tornato a sottoporsi agli dei, era stata più lunga di quella che gli veniva imposta ora, eppoi sapeva, meglio degli altri cani, che era inutile ribellarsi.
Le persecuzioni di cui era stato oggetto da parte dei cani lo avevano sempre più spinto verso l’uomo. Dimenticata Kisce, la sua principale preoccupazione era ormai quella di rendersi bene accetto agli dei, ai quali si era sottoposto; perciò correva svelto, sempre pronto all’obbedienza. Egli possedeva in sommo grado quella buona volontà e fedeltà che sono caratteristiche del lupo e del cane selvaggio addomesticato.
Tranne durante il lavoro, egli non si strofinava con gli altri cani del tiro, ricordando i maltrattamenti di prima, quando Lip-Lip aizzava i cani contro di lui, i piccoli compagni. Ora toccava a Lip-Lip non allontanarsi troppo dalla protezione degli dei, giacchè, quand’egli si scostava da Castoro Grigio, da Mit-Sak o da Kloo-Kooch, tutti i cani gli piombavano addosso.
Zanna Bianca, a quello spettacolo, si godeva pienamente la gioia della vendetta; ma non aveva perdonato neppure agli altri cani, che picchiava con piacere, quando gli si offriva il destro, applicando integralmente la legge: _Opprimere il debole, e ubbidire al forte_.
Non ce n’era, fra essi, neanche il più audace, che osasse ormai rubargli la carne; accadeva, invece, che tutti divorassero in fretta il loro cibo, pel timore che il lupetto cercasse di rapire la loro parte.
Egli, da parte sua, mangiava la sua porzione precipitosamente e guai al cane che non avesse terminato il pasto; succedeva un ringhio, un lampeggiar di zanne, e al cane non rimaneva altro che sfogare il suo sdegno con le impassibili stelle, mentre Zanna Bianca finiva la carne dell’altro.
Così il lupetto creò attorno a sè un orgoglioso isolamento; i restii, se pur ce n’erano, erano costretti ferocemente a rigar dritto, giacchè Zanna Bianca aveva imposto ai suoi compagni una disciplina non meno severa di quella degli Dei.
Egli esigeva da loro un assoluto rispetto, considerando come colpa persino un tentativo di resistenza. Insomma era diventato un mostruoso tiranno, cosicchè, durante il viaggio, egli si trovò fra gli altri cani, piccoli e grandi, in una posizione veramente privilegiata.
Passarono parecchi mesi. Castoro Grigio proseguì il viaggio. Le forze del lupetto, a furia di correre sulla neve tirando la slitta, per lunghe ore, si erano sviluppate; l’educazione della sua mente era ormai compiuta. Egli aveva percorso tutto il giro del mondo nel quale viveva acquistandone una nozione materialista, tutt’altro che sentimentale; quel mondo gli era parso feroce e brutale, un mondo nel quale non c’erano nè affetti nè carezze; un mondo senza calore per i cuori, e senza attrattive per l’animo.
Egli non sentiva affetto per Castoro Grigio. Costui era un dio, è vero, ma un dio più selvaggio di tutti, un dio che non accarezzava mai, nè pronunziava una buona parola. Zanna Bianca, certamente, era lieto di riconoscere la sua supremazia fisica, all’egida della quale era venuto dal Wild, ma sentiva in sè qualche cosa di profondo, di cui Castoro Grigio non s’era mai accorto.
L’indiano faceva giustizia col bastone, e premiava il merito, non con una benevola carezza, ma solo coll’astenersi dal colpire. E quella mano dell’animale uomo, che avrebbe potuto essere così dolce per lui, sembrava al lupetto come uno strumento fatto per lanciar pietre, assestare colpi di mano e di frustino e di bastone, pizzicotti e dolorose tirate di pelo e di carne.
Anche più crudele della mano degli uomini, era quella dei ragazzi, quando egli s’imbatteva in un gruppo di questi, nell’accampamento d’indiani che la carovana incontrava.
Una volta aveva corso perfino il rischio di perdere un occhio per colpa di un timido e vacillante papoose (bambino di pellirosse).
Da allora aveva odiato i bambini; appena li vedeva corrergli incontro, con le loro mani del malaugurio, si affrettava a svignarsela.
Poco dopo quell’avventura, in un accampamento vicino al Gran Lago dello Schiavo, commise la prima infrazione della legge appresa da Castoro Grigio, secondo la quale era il più imperdonabile dei delitti mordere uno degli dei.
Com’era costume di tutti i cani, egli se ne andava per l’accampamento in cerca di nutrimento da rubare, e poichè un giovanotto, con un’accetta, spezzava della carne d’alce congelata, e dei minuzzoli di carne si spargevano sullo neve, Zanna Bianca, fermatosi, cominciò a mangiare quei minuzzoli, ma visto che il giovanotto, posata l’accetta, aveva afferrato un grosso bastone, fece un salto indietro, appena in tempo per evitare il colpo assestatogli.
Il giovanotto lo inseguì, e il lupetto, che non conosceva quel campo, non sapendo dove rifugiarsi, finì col trovarsi stretto fra due tende, con la schiena contro una scarpata di terra.
Non c’era per lui altra via di scampo se non il passaggio fra le due tende, che l’indiano, però, vigilava. Costui, col bastone in aria, s’avanzò pronto a colpire. Zanna Bianca era furibondo; conosceva già la legge della ruberia: secondo la quale i rimasugli di carne appartenevano al cane che li trovava.
Egli non aveva fatto alcunchè di male, nè infranto la legge, eppure quel giovane era là, pronto a batterlo. Fu un attimo. Uno scatto di collera, e prima che egli stesso e il giovane potessero rendersi conto di ciò che succedeva, costui si trovò rovesciato nella neve, con la mano che stringeva il bastone, tutta lacerata dai denti del lupetto.
Zanna Bianca sapeva che, agendo in quel modo, aveva violato la legge degli dei, per aver conficcato le zanne nella carne sacra di uno di essi, e che gli sarebbe seguito un terribile castigo.
Fuggì presso Castoro Grigio, e andò a coricarglisi dietro le gambe, quando vide arrivare il giovinotto morsicato che chiedeva vendetta, accompagnato dalla famiglia.
Ma nonostante le loro querele, quelli dovettero andarsene senza nessuna soddisfazione, giacchè Castoro Grigio, e poi Mit-Sak e Kloo-Kooch, presero le difese del lupetto.
Zanna Bianca ascoltava quella battaglia di parole, e seguiva con lo sguardo i gesti irritati delle due parti. E seppe così che il suo atto era non solo giustificato, ma anche che bisognava distinguere dio da dio; gli dei che erano con lui erano diversi dagli altri dei.
Dai primi doveva accettare tutto, sia la giustizia che l’ingiustizia, ma da questi altri non c’era obbligo di accettare le cose ingiuste, e aveva il diritto di difendersi, contro di essi, coi denti.
Questa era un’altra legge degli dei.
Prima che morisse il giorno, Zanna Bianca apprese dell’altro circa questa legge.
Mit-Sak stava raccogliendo legna pel fuoco, nella foresta, ed era solo, allorchè s’imbattè nel giovanotto ch’era stato morsicato.
I due si scambiarono delle parole grossolane, in breve accorsero altri giovanotti e diedero tutti addosso a Mit-Sak, che in quell’aspra lotta si ebbe la peggio, e ricevette colpi da tutte le parti.
Zanna Bianca guardò dapprima come uno spettatore estraneo, essendo quella una quistione fra gli dei, che non lo riguardava; poi comprese che Mit-Sak era uno dei suoi dei particolari che stavano maltrattando, e balzò, per un impulso improvviso, fra i combattenti.
Cinque minuti dopo, non si vedeva altro che giovanetti in fuga; il sangue che colava dalle loro ferite e arrossava la neve, mostrava come i denti del lupetto non fossero rimasti inoperosi.
Quando Mit-Sak, ritornato alla tenda, raccontò l’avventura, Castoro Grigio ordinò che fosse data della carne, molta carne, a Zanna Bianca. Il lupetto, sazio, si addormentò davanti al fuoco e seppe che la legge, che aveva appresa poche ore prima, si era avverata.
Altre conseguenze risultarono da quella legge; dalla protezione del corpo dei suoi dei a quella dei loro beni, era breve il passo, e il lupetto non tardò a fare quel passo. Egli doveva difendere ciò che apparteneva ai suoi dei, magari mordendo gli altri dei, e sebbene fosse questa un’azione sacrilega in sè.
Gli dei sono onnipotenti, e un cane non può lottare contro di essi; pure, Zanna Bianca aveva imparato a tener loro testa; a combattere contro di essi con orgoglio e senza timore. Il dovere superava la paura.
C’erano, d’altra parte, degli dei poltroni; tali erano quelli che andavano a rubare la legna al suo padrone. Il lupetto si rese conto del tempo che passava fra il suo grido di allarme e l’arrivo di Castoro Grigio; capì che più che la paura, favoriva la fuga del ladro la paura dell’indiano. Egli, da parte sua, correva difilato sull’intruso e gli conficcava le zanne dove gli capitava.
Egli era, naturalmente, per la sua natura di solitario e per l’allontanamento istintivo dagli altri cani, designato come guardiano dei beni dì Castoro Grigio; che l’addestrò all’opera. Divenne perciò più selvatico e strano.
Così venivano precisate e suggellate le norme del patto stabilito da Zanna Bianca con l’uomo: in cambio del possesso di un po’ di carne e di sangue, egli cedeva la sua libertà, e riceveva, fra i doni più importanti del dio, protezione e dimestichezza, difendendogli i beni, la persona, lavorando per lui ed obbedendogli.
Persino Kisce era diventata per lui nient’altro che un ricordo del passato; il lupetto, rimettendosi all’uomo, aveva abbandonato per sempre, con la libertà, il Wild e la sua razza.
Anche se avesse incontrato Kisce, ormai le norme del patto gli avrebbero impedito di seguirla, per un dovere che Zanna Bianca adempiva verso il suo dio. Ma in quel dovere non entrava punto l’amore; l’amore era un sentimento che egli continuava ad ignorare.
XIV.
LA CARESTIA.
Quando Castoro Grigio terminò il suo viaggio, la primavera era prossima. S’era in aprile, e Zanna Bianca aveva ormai l’età di un anno, quando si ritrovò nell’accampamento della tribù e fu liberato dei finimenti, da Mit-Sak.
Sebbene non avesse compiuto tutto lo sviluppo, il lupetto era, tranne Lip-Lip, il più robusto di tutti i cani giovani dell’accampamento.
Dal padre lupo e da Kisce, aveva ereditato forza e statura, e un corpo che oltrepassava in lunghezza quello dei cani adulti.
Ma non era di pari larghezza, in proporzione, e aveva forme più sottili e slanciate che piene, e un vigore più nervoso che resistente.
Il suo mantello era grigio, proprio dei lupi: ed egli sembrava infatti un vero lupo, giacchè quel quarto di sangue di cane che aveva ereditato da Kisce, se gli si rivelava nella costituzione della mente, non aveva però influito gran che sul suo aspetto fisico.
Il lupetto, vagabondando per l’accampamento, si divertì un mondo ritrovando i varî dei che aveva conosciuto prima del suo lungo viaggio. Poi c’erano i cani cuccioli cresciuti come lui, e gli adulti, che non gli parevano ora così grandi e temibili come li ricordava, tant’è vero che non ne ebbe più paura come un tempo; ma camminava fra loro con aria disinvolta, ch’era per lui una novità deliziosa.
Tra i vecchi cani, era un certo Baseck, dal pelo canuto, che, una volta, bastava che scoprisse i denti per farlo fuggire lontano, strasciconi, col ventre al suolo.
Zanna Bianca, nella sua infanzia, s’era accorto, a confronto con lui, quanto fosse piccolo, e poco consistente; ora s’accorgeva, dal confronto, del mutamento avvenuto nel suo sviluppo e nella sua forza, mentre Baseck, invece, s’era indebolito con l’età.
Avvenne il primo scontro fra loro, nell’occasione dello squartamento d’un alce ucciso da poco. Zanna Bianca, che aveva avuto, come porzione, uno zoccolo e una tibia alla quale era attaccata un po’ di carne, appartatosi dagli altri cani che contendevano dietro un cespuglio, stava divorando tranquillamente la sua preda, allorchè Baseck gli si slanciò contro. Egli contrattaccò balzando sull’intruso, di cui lacerò le carni, e indietreggiò lasciando Baseck stupito della temerità del lupetto, e del rapido assalto. Baseck infatti era rimasto come attonito a guardare stupidamente l’avversario e l’osso rosso e insanguinato fra loro.
Baseck, che aveva già fatto esperienza del valore crescente dei cagnuoli un tempo picchiati da lui, faceva appello a tutta la sua saggezza, per sopportare ciò che non poteva impedire. Un tempo si sarebbe precipitato su Zanna Bianca, nel furore di un giusto sdegno, ma ora, riconoscendo la sua impotenza, si limitò a drizzarsi fieramente e a guardare il lupetto al disopra dell’osso, con disprezzo.
Zanna Bianca, da parte sua, risentendo in sè tracce dell’antico terrore, si raggomitolò e si fece piccino, pensando al modo come avrebbe potuto compiere una ritirata che non fosse troppo vergognosa.
Ma Baseck giudicò male quello stato di cose: credette che bastasse aver intimidito il lupetto col suo sguardo sprezzante, giacchè Zanna Bianca era fuggito lasciando la carne. Baseck non ebbe pazienza di attendere; considerando la sua vittoria come un fatto compiuto, s’avanzò verso la carne, ma mentre curvava la testa, senza alcun sospetto, per annusarla, ecco il lupetto raddrizzarsi un po’. E sin qui la posizione del vecchio cane era salva; se egli fosse rimasto risolutamente al suo posto rialzando la testa e facendo luccicare minacciosamente i suoi occhi, Zanna Bianca si sarebbe ritirato pietosamente; ma l’odore della carne fresca saliva alle sue nari, e lo stimolo era così forte, che egli non potè resistere al desiderio di gustarla.
Era troppo per Zanna Bianca, avvezzo da tanto tempo a essere il padrone assoluto dei suoi compagni di viaggio, e incapace di frenarsi nel vedere che un altro cane divorava della carne che gli spettava.
Egli colpì, secondo il solito, senza preavviso. Baseck s’ebbe, sin dai primi colpi, un’orecchia tutta lacerata, e, mentre era ancora stordito dal colpo, altri guai addosso.
Rovesciato colle zampe in aria, morsicato nella gola, mentre lottava per rimettersi in piedi, sentì due volte le zanne del lupetto conficcarglisi in una spalla; e dopo un’inutile risposta, dopo un morso irritato che non afferrò altro che aria, ecco che veniva colpito al muso e allontanato dalla carne.
La situazione fu capovolta; Zanna Bianca, dritto e minaccioso, se ne stava sulla tibia, mentre Baseck si teneva indietro e si preparava alla ritirata, non osando attaccar battaglia col lupetto, il cui rapido assalto lo aveva sconvolto, e sentendo con maggiore amarezza la debolezza dell’età.
Baseck fece uno sforzo eroico per salvar la propria dignità; voltata la schiena, con calma, a Zanna Bianca e alla tibia, come se l’uno e l’altra fossero cose insignificanti e punto degne della sua considerazione, si allontanò con passo nobile.
E non si fermò per leccarsi le ferite sanguinose, se non quando si trovò fuori dello sguardo del lupetto.
Questa nuova vittoria riaffermò la fiducia che Zanna Bianca aveva in se stesso, e gli accrebbe l’orgoglio. Fermo, ormai, sul suo diritto, egli procedeva per l’accampamento, senza cedere il passo ad alcun cane, non temendo più di essere maltrattato, ma temuto da tutti, insocievole, bisbetico e solitario com’era, degnandosi appena di lanciare uno sguardo a destra o a sinistra, considerato come pari agli adulti, storditi.
E come non sopportava atto ostile, così non ammetteva neppure manifestazioni d’amicizia; voleva solo che lo lasciassero tranquillo.
Altri scontri finirono coll’imporre decisamente il suo modo di vedere, ai recalcitranti.
A mezza estate, Zanna Bianca dovette sostenere una dura prova. Mentre trotterellava solo solo, un giorno, silenziosamente, come al solito, ed esaminava una nuova tenda che avevano innalzato durante la sua assenza, sulla proda di un campo, capitò proprio addosso a Kisce.
Fermatosi, egli la guardò. Aveva un ricordo vago, ma non cancellato del tutto, di lei. Lei, come lo vide, aggrinzò i labbroni, emettendo il solito ringhio minaccioso. Allora la memoria del lupetto si illuminò, e il ricordo dell’infanzia dimenticata e tutte le rimembranze che s’associavano a quel ringhio a lui familiare s’affollarono alla mente di Zanna Bianca.
Prima ch’egli conoscesse gli altri dei, Kisce era stata per lui il perno dell’universo; cosicchè, risentendo affluire tutti i sentimenti e l’intimità di una volta, egli fece verso di lei un balzo festoso; ma lei lo accolse colle zanne acute che gli squarciarono la pelle d’una guancia, sino all’osso. Il lupetto non capì nulla e si ritrasse tutto sconcertato e molto impacciato.
Kisce però, non era colpevole. Una madre lupa non è obbligata, da natura, a ricordare i suoi lupetti di un anno e più. Cosicchè, non riconoscendo Zanna Bianca, lo considerò come una bestia estranea, come un intruso; anche perchè la nuova figliolanza non le permetteva di tollerare la vicinanza di alcun animale.
Uno dei piccoli lupetti andò a sgambettare presso Zanna Bianca; essi erano mezzi fratelli, ma non si conoscevano.
Zanna Bianca annusò curiosamente il piccolo, ma fu nuovamente assalito da Kisce che gli lacerò la faccia, la seconda volta, e lo fece indietreggiare più lontano.
Gli antichi ricordi e tutte le idee che con essi si associavano, morirono nuovamente e ricaddero nel buio sepolcrale donde erano stati risuscitati. Zanna Bianca guardò Kisce che leccava il suo piccolo e si fermava di tanto in tanto per ringhiare e minacciare.
Essa ora gli appariva priva d’interesse; e poichè aveva imparato a vivere lontano da lei, la dimenticò; non la sentì presente nella sua mente, così come lei non aveva serbato posto a lui nella sua memoria.
Ed egli rimaneva là, immobile, tutto stordito, dando l’ultimo assalto ai suoi ricordi sconvolti, allorchè Kisce, per la terza volta, rinnovò l’attacco, decisa e risoluta a scacciarlo lontano.
Zanna Bianca si lasciò scacciare, volontariamente, essendo legge della sua razza che i maschi non debbono lottare con le femmine, quale era Kisce. Egli non aveva ricavato questo principio nè dalla vita nè dall’esperienza del mondo: lo conosceva come legge immediata e imperativa, per quello stesso istinto che gli faceva sentire il timore dell’Ignoto e della morte.
Passarono altri mesi; le forme di Zanna Bianca crescevano e s’irrobustivano, mentre il carattere continuava a svilupparsi secondo la linea tracciata dall’ereditarietà e dall’ambiente. Le qualità ereditarie assumevano forme diverse, come argilla, a seconda del genere di vita al quale erano sottoposte; l’ambiente le impastava e modellava.
Se Zanna Bianca non fosse andato verso il fuoco degli uomini, forse il Wild ne avrebbe fatto un vero lupo, ma i suoi dei gli avevano creato un ambiente diverso e ne avevano fatto un cane che conosceva alcuni caratteri del lupo, ma che, pure, era un cane e non un lupo.
Similmente, il suo carattere aveva risentito l’impronta morale alla quale la sua natura era stata sottomessa. Era una legge fatale alla quale il lupetto non aveva potuto sfuggire. E mentre egli diventava sempre più insocievole con gli altri cani, più feroce con loro, Castoro Grigio lo apprezzava sempre più.
Pure, nonostante la sua forza fisica e morale, Zanna Bianca soffriva d’una debolezza di carattere, invincibile: non poteva sopportare che si ridesse di lui. Egli concepiva il riso umano come cosa odiosa.