Zanna Bianca

Part 4

Chapter 43,833 wordsPublic domain

La lupa s’adirò e, quasi per punirlo, affondò le sue zanne nella spalla del vecchio lupo, il quale, sempre più spaventato dal misterioso congegno, si raggrinzò e seguitò a indietreggiare, dopo aver graffiato il naso della compagna.

Allora essa, indignata dell’offesa, si gettò sul compagno, che, in fretta cercò di abbonirla, e di farsi perdonare la colpa, ma invano, perchè lei non voleva intendere ragioni e seguitava rudemente a castigarlo, sicchè egli, voltando il capo, in segno di sottomissione, e rinunziando a intenerirla, offrì da sè la spalla ai morsi della lupa.

Intanto, il coniglio, seguitava a danzare in aria sulle loro teste.

La lupa si sedette sulla neve, e il vecchio lupo che, ora, aveva più paura della compagna, che dell’abete misterioso, ricominciò a saltare verso il coniglio.

Riafferratolo, vide l’albero curvarsi, come prima, verso terra, ma, vincendo la paura, egli tenne duro, non lasciando, questa volta il coniglio. L’abete non gli fece alcun male: il lupo vedeva solo che quand’egli si muoveva anche l’albero si muoveva, e gli oscillava sul capo, ma quando rimaneva immobile, anche l’abete non si muoveva. Ne concluse ch’era prudente starsene tranquillo; intanto il sangue caldo del coniglio gli colava nella gola, e gli pareva saporito.

Fu la lupa a togliergli ogni dubbio; essa afferrò il coniglio tra le sue mascelle e senza preoccuparsi dell’abete che le oscillava sul capo e le si lanciava addosso, strappò la testa all’animale dalle lunghe orecchie. L’abete, come una molla che si distende, riprese la sua posizione naturale, verticale, e così rimase, e il corpo del coniglio rimase al suolo. Allora «Un Occhio» e la lupa si divorarono tranquillamente, la selvaggina che l’albero misterioso aveva catturato per essi.

Torno torno, c’erano altri sentieri e cammini, dove dei conigli pendevano in aria. La coppia li ispezionò tutti, e la lupa finì per insegnare al compagno che cosa fossero le trappole degli uomini, e quale metodo bisognasse seguire per impossessarsi di ciò che vi era preso.

V.

LA TANA.

Durante altri due giorni rimasero nei paraggi dell’accampamento indiano, «Un Occhio» sempre timoroso e impaurito, la lupa, come affascinata, invece, dall’accampamento che l’attirava. Ma, una mattina, ecco un colpo di fucile risonare a un tratto presso di essi, e una palla venire ad appiattirsi a piè di un albero, a pochi pollici dalla testa del vecchio lupo; allora la coppia fuggì a gambe levate, e interpose una distanza di alcune miglia fra sè e il pericolo.

Dopo aver corso due giorni intieri, essi si fermarono. La lupa, s’appesantiva e rallentava la andatura, al punto che una volta, cacciando un coniglio, lei che di solito lo raggiungeva facilmente, dovette abbandonare l’inseguimento e distendersi al suolo per riposarsi.

«Un Occhio» le andò vicino e col naso, gentilmente, le toccò il collo: lei lo morse a mo’ di ringraziamento, ma con tale ferocia che il lupo ruzzolò indietro, e rimase a pancia all’aria in una posizione ridicola. La lupa diventava di giorno in giorno sempre più cattiva, mentre il vecchio lupo diventava sempre più paziente e premuroso: per la lupa era una necessità imperiosa e urgente trovare, senza ulteriore ritardo, la cosa ch’essa cercava.

E la scoprì, finalmente, in un luogo posto a qualche migliaio di piedi, sopra un torrentello che si gettava nel Makenzie, ma che, in un periodo dell’anno, era gelato sopra e sotto, e formava sino al suo letto di macigni, tutta una massa compatta di ghiaccio: un fiume bianco e morto, dalle sorgenti alla foce.

Preceduta a distanza, senza tregua, dal compagno, la lupa trotterellava a passettini, quando giunse sull’alta rupe scoscesa, che dominava il torrentello, rupe nella quale, a un punto, per l’opera corrosiva delle tempeste, nella stagione primaverile, e a causa dello scioglimento delle nevi, s’era formata come una stretta fessura. La lupa si fermò, esaminò il terreno torno torno, con cura, poi procedendo a zig-zag, a destra e a sinistra, discese fino alla base della rupe scoscesa, là dove la rupe si staccava dalla linea piana del suolo; ciò fatto, risalì fino alla fessura, e vi entrò.

Per una lunghezza di tre piedi, essa fu costretta a strisciare, ma di là, le pareti, allargandosi e innalzandosi, formavano una specie di cameretta rotonda, di quasi sei piedi di diametro; un luogo asciutto e comodo. Essa osservò minuziosamente i luoghi, mentre il vecchio lupo che l’aveva raggiunta, rimaneva all’ingresso del corridoio, ed attendeva pazientemente. Essa guardò il suolo e girò in tondo, parecchie volte su se stessa, poi, riunite le punte delle quattro zampe e distesi i muscoli, si lasciò andare a terra, con un sospiro di stanchezza, ch’era come un gemito. «Un Occhio» drizzate le orecchie, l’osservava ora, con interesse, e la lupa poteva vederlo, contro la luce del giorno di fuori, dimenar la coda che andava su e giù lietamente.

Anch’essa, drizzate le orecchie puntute, le moveva avanti e indietro, mentre spalancava le fauci, beatamente, e lasciava penzolar la lingua, con abbandono; mostrando, così, d’esser contenta e soddisfatta.

Il vecchio lupo, che non era stato invitato ad entrare, continuava a rimanere all’ingresso della caverna, poi si coricò sul suolo e tentò invano di addormentarsi. Prima di tutto sentì d’aver fame, poi la sua attenzione fu attratta dal nuovo aspetto del mondo, sotto il lucente sole di aprile che risplendeva sulla neve: sonnecchiando, percepiva vagamente il mormorio delle correnti d’acqua, e, sollevato il capo, godeva ad ascoltare. In quel bel crepuscolo, il sole scendeva sull’orizzonte, e tutta la terra del Nord, infine ridesta, pareva chiamarlo. La natura rinasceva: dovunque, passava nell’aria l’effluvio della primavera; si sentiva la vita crescere, sotto la neve, e la linfa salire negli alberi; le gemme rompevano le prigioni dell’inverno.

«Un Occhio» invitò con uno sguardo la compagna, ad andargli vicino, ma essa non manifestò alcun desiderio d’alzarsi. Una mezza dozzina di uccelli della neve, attraversarono il cielo davanti a lui, che provò un fremito, sentendo che quello era il momento buono, per darsi alla caccia; poi, ridato uno sguardo alla lupa, che non gli badò, si ridistese crucciato, e tentò nuovamente di addormentarsi. Un piccolo ronzio metallico gli sfiorò le orecchie e andò a posarglisi sulla punta del naso: egli passò una, due volte la zampa sul naso, e finì col risvegliarsi: era un unico mustic, un mustic adulto che aveva trascorso in letargo tutto l’inverno nel cavo di un vecchio tronco e che il sole aveva disgelato.

«Un Occhio» non potè resistere agl’inviti della natura, tanto più che la fame era venuta crescendo, e strisciando verso la lupa, cercò d’indurla ad uscire, ma essa rifiutò brontolando.

Allora egli partì solo, in quella luce radiosa sulla neve molle, soffice al passo, che, pure, era d’intoppo al cammino. Attraversò più facilmente il letto gelato del torrente, dove la neve, protetta contro i raggi del sole dall’ombra dei grandi abeti che la fiancheggiavano, era rimasta dura e cristallina; poi ricadde nella neve in disgelo, dove guazzò per parecchie ore e ritornò alla caverna nel mezzo della notte, più affamato di prima, non avendo potuto afferrare la selvaggina, giacchè mentr’egli affondava, i conigli leggeri, inzoccolati di neve, se la svignavano alla svelta.

Si fermò all’orlo del corridoio d’entrata della tana, sorpreso di udire alcuni strani e fiochi suoni, che certamente non erano emessi dalla lupa, e gli parevano sospetti sebbene non potesse dire che gli fossero totalmente ignoti.

E s’avanzò strisciando sul ventre, con precauzione, ma non era ancora sboccato nella caverna, che la lupa gli fece capire con un rude brontolio di tenersi alla larga. Egli obbedì, oltremodo incuriosito dai piccoli gridi che udiva, ai quali s’univano come russi e gemiti soffocati.

Appallottolatosi, dormì sino al mattino. Nella penombra della tana scorse allora, fra le zampe della lupa, e premuti lungo il ventre della bestia, cinque pacchettini viventi, informi e deboli, che vagivano, con gli occhi ancora chiusi alla luce.

Sebbene quello spettacolo non gli riuscisse nuovo, nella lunga esperienza fatta, pure, ogni qualvolta si rinnovava, era pel vecchio lupo una sorpresa. La lupa lo guardava con irrequietezza, e ne seguiva il minimo movimento, brontolava sordamente a ogni momento, e alzava il tono quando egli faceva l’atto di avvicinarsi. A lei non era accaduto mai, ma sapeva, per istinto, per memoria ereditata da tutte le madri lupe, che c’erano padri lupi che si nutrivano della loro prole impotente, divorando i neonati. Perciò essa proibiva a «Un Occhio» di accostarsi troppo per osservare i lupacchiotti da lei procreati. A quest’istinto ereditario della madre lupa, corrispondeva l’istinto comune ai padri lupi, di alzarsi subito e, senz’aversene a male, voltar le spalle alla famiglia, per andar a cercare, dove occorreva, la carne necessaria all’esistenza sua e della compagna.

E trotterellò, trotterellò, allontanandosi di cinque o sei miglia dalla tana, senza incontrare nulla; là il torrente si divideva in parecchi rami, che risalivano verso la montagna.

Egli s’imbattè in una traccia fresca, che fiutò, e sentitala recente cominciò a seguirla, attendendo di veder apparire da un momento all’altro l’animale che l’aveva lasciata. Ma osservò subito che le zampe che avevano impresse quelle traccie, erano molto più larghe delle sue, e giudicò che da quella lotta non avrebbe ricavato nulla di buono.

Un mezzo miglio più lontano, un rumor di denti che rosicchiavano giunse all’udito fine dei suoi orecchi: egli avanzò e scorse un porcospino, in piedi contro un albero, di cui addentava la corteccia. «Un Occhio» s’accostò con prudenza, ma senza grande speranza; conosceva quel genere d’animale, sebbene non ne avesse incontrati di così alti nel Nord, e mai, durante la sua vita, non si fosse nutrito di un porcospino. Ma sapeva anche che nella vita il buon successo dipende dalla scelta del momento opportuno, e dal caso, giacchè nessuno può sapere di preciso ciò che deve accadere, essendo, in fatto di cose viventi, l’imprevisto la regola. Continuò, dunque ad avanzare. Il porcospino, si appallottolò rapidamente, spiegando in tutte le direzioni i suoi lunghi aghi duri e acuti, che sfidavano qualsiasi attacco. Il vecchio lupo, aveva, una volta, in gioventù, fiutato troppo da vicino una palla come quella, in apparenza inerte, e aveva ricevuto sulla faccia un colpo di coda bene assestato, che gli aveva piantato nel naso un dardo così acuto e penetrante, da portarlo in giro per delle settimane. N’era seguita un’infiammazione dolorosa, cessata solo il giorno in cui il dardo era caduto da sè. Egli si distese al suolo, allungandosi comodamente in vicinanza del porcospino, ma fuori del tiro della temibile coda, e attese. Senza dubbio la bestia, avrebbe finito con lo srotolarsi, e allora egli, cogliendo il momento propizio, avrebbe, con un colpo d’artiglio, ben assestato, squarciato il ventre tenero e indifeso.

Una mezz’ora dopo, era ancora là; allora si alzò, brontolò contro la palla che rimaneva immobile, e riprese il cammino trotterellando. Già, molto spesso, nel passato, aveva atteso invano dei porci spini arrotolati, perciò era inutile star lì a perdere del tempo: il giorno declinava, e non avendo egli ancora ottenuto nulla, dalla caccia, bisognava pure trovare del cibo per sè e per la lupa.

Incontrò finalmente un «ptarmigan»: sboccando a passi vellutati da una selvetta, egli si trovò a naso a naso con l’uccello, ch’era posato su un tronco dell’albero, a meno di un piede dal muso di lui. Si guardarono contemporaneamente; l’uccello tentò di fuggire, ma l’altro lo rovesciò a terra, con un colpo di zampa, gli si gettò addosso e lo afferrò tra i denti.

La lotta fu breve: il «ptarmigan» si dibatteva nella neve, e faceva, per riprendere il volo, un nuovo e vano sforzo: il vecchio lupo affondò i suoi denti nella carne delicata e cominciò a divorare la sua vittima. Poi ricordò, a un tratto, e, ritornato sui suoi passi, riprese il cammino della tana, trascinandosi il «ptarmigan» coi denti.

Mentre trotterellava silenziosamente, secondo il solito, scivolando come un’ombra, continuando a osservare il suolo, e le tracce che potevano esservi impresse, rivide le larghe impronte già incontrate. Esse andavano lungo la stessa direzione, ed egli le seguì aspettandosi da un momento all’altro di scoprire l’animale che aveva impresso così il suo passaggio.

Nel girare attorno a uno dei massi, che fiancheggiavano il torrente dov’era giunto, scorse l’autore delle impronte, e, a quella vista, s’appiattì istantaneamente sul suolo. Era una grossa femmina di lince, distesa, come lui, al mattino, di faccia alla stessa palla impenetrabile e irsuta.

Da ombra ch’egli era, divenne l’ombra di quell’ombra; si ripiegò su se stesso, e strisciando, si accostò, avendo cura di non essere sotto il vento di fiuto delle due bestie, immobili e mute. Poi, deposto il ptarmigan, accanto a lui, s’allungò sulla neve e attraverso i rami di un’abete, che col loro fitto fogliame arrivavano sino a terra, egli osservò quel dramma della vita, che gli si svolgeva davanti. La lince e il porcospino attendevano: tutti e due volevano vincere, e per l’una il diritto dell’esistenza consisteva nel mangiar l’altro, per l’altro consisteva, nel non essere mangiato: a questi due diritti il vecchio lupo aggiungeva il suo, e forse un capriccio della sorte gli avrebbe dato ragione, e con essa, parte della carne.

Passò una mezz’ora, un’ora, e nulla di nuovo accadeva: la palla spinosa era come pietrificata, immobile, e la lince pareva inerte, come un blocco di marmo, e il vecchio lupo, morto. Eppure, la tensione vitale di quelle tre bestie in apparenza inerti, era al colmo del parossismo, toccava quasi il massimo della loro pazienza dolorosa.

«Un Occhio» fece un lieve movimento, e osservò con interesse crescente; qualche cosa accadeva: il porcospino, pensando che l’avversario fosse partito, con molta precauzione, con movimenti lenti, svolse la sua invincibile armatura, e, lentamente lentamente, si allentò e allungò, mentre il vecchio lupo si sentiva le fauci umettate di saliva, davanti a quella carne vivente che gli si stendeva a piacere davanti.

Il porcospino non s’era ancora interamente svolto, quando scoprì il nemico: nello stesso istante, rapida come la folgore, la lince colpì: la zampa dagli artigli di acciaio, ricurvi come uncini, raggiunse il ventre morbido, e, ritrattasi, con brusco strappo, lo squarciò. Ma il porcospino aveva vista la lince un millesimo di secondo prima di ricevere il colpo, e bastò quell’attimo perchè egli piantasse, con un colpo della coda, una messe di aculei nella zampa che si ritirava. Al grido d’agonia della vittima, rispose istantaneamente l’urlo di sorpresa e di dolore dell’enorme gatto.

«Un Occhio» che s’era raddrizzato, puntava le orecchie e dimenava la coda, mentre la lince, che aveva prima indietreggiato, si lanciava così, con un balzo selvaggio, sull’autore delle ferite. Il porcospino che, mugolando e grugnendo, tentava invano di ripiegare, per difendersi, le sue povere membra spezzate, ebbe ancora la forza di distendere la coda, e di colpire il felino. La lince, di cui il naso era diventato una palla mostruosa, starnutò, ruggì e tentò di liberarsi, con l’aiuto delle zampe, dagli aculei feroci. Trascinò il naso nella neve, lo fregò contro gli alberi e dei cespugli, e, così facendo, saltava su di sè, avanti e indietro, di fianco, abbandonandosi a ruzzoloni d’acrobata, a capriole folli, in una frenesia di sofferenza e di spavento.

Il vecchio seguitava a osservare: vide con un certo spavento, e sentendosi rizzare il pelo sul dorso, la lince che aveva di botto cessato le sue capriole, ribalzare in aria con l’ultimo salto più alto degli altri, lanciando un grido lungo e disperato, e slanciarsi lungo il sentiero davanti a lui, urlando a ogni passo.

Solo allorchè quei gridi si dispersero, in lontananza, il vecchio lupo si arrischiò a muoversi dal nascondiglio, e ad avanzarsi verso il porcospino. Camminò con cura sulla neve, come se fosse cosparsa di aculei, pronti a penetrare nella pianta sensitiva dei suoi piedi. Il porcospino, all’accostarsi dell’animale, lanciò un grido di battaglia, e fece stridere i suoi lunghi denti: era riuscito ad arrotolarsi nuovamente, ma senza formare, come prima, una palla perfetta e compatta: aveva i muscoli troppo profondamente feriti, e, mezzo squarciato, sanguinava abbondantemente.

«Un Occhio» cominciò coll’addentare e masticare grosse boccate di neve impregnate di quel sangue: sentitala buona, l’inghiottì. Così aguzzò l’appetito e accrebbe gli stimoli della fame. Ma egli era troppo vecchio e navigato, per poter dimenticare la sua prudenza solita: attese, mentre il porcospino seguitava ad arrotare i denti, e a lanciare gridi varî, lamenti e grugniti interrotti da strilli acuti; sinchè, un tremito agitò la bestia agonizzante, e gli aculei si abbassarono. Poi il tremito cessò, i lunghi denti stridettero per l’ultima volta, tutti gli aculei ricaddero, e il corpo disteso non si mosse più.

Con brusco colpo di zampa, «Un Occhio» rivoltò sulla schiena il porcospino: vide che stava immoto, doveva essere certamente morto. Dopo aver attentamente esaminato come esso era fatto, il vecchio lupo se lo prese tra i denti, con precauzione, e sentì il dovere di portarselo via, un po’ trascinandolo, un po’ sollevandolo, allungando il collo per tenere discosta la massa spinosa dal suo corpo. Poi ricordò d’aver dimenticato qualche cosa, e, posato a terra il fardello, trotterellò verso il punto dove aveva lasciato il ptarmigan. E circa la sorte dell’uccello, decise subito: se lo mangiò, poi, tornato indietro riprese il porcospino.

Quando giunse alla caverna, coi frutti della caccia della giornata, la lupa osservò quel che portava, e, voltandosi verso di lui, gli leccò leggermente il collo; poi, subito, brontolò, come per avvertirlo, di non accostarsi troppo ai lupetti. Ma era un brontolio meno minaccioso di prima, meno rauco, come di scusa. Il timore istintivo della lupa, contro il padre della sua prole, veniva meno, giacchè il vecchio lupo si comportava come un buon padre, e non pensava punto a divorare i suoi figlioli.

VI.

IL LUPETTO GRIGIO.

Differiva dai fratelli e dalle sorelle, il cui pelo era di una tinta rossa simile a quella della madre, mentr’egli invece era, in tutto e per tutto, come il padre. Era il solo lupetto grigio della figliolanza, e discendeva direttamente dalla specie dei lupi, differendo da «Un Occhio» solo in questo, che, anzichè uno, possedeva due occhi.

Prima che quegli occhi si aprissero, il lupetto acquistò, col tatto, la nozione elementare degli esseri e delle cose, e conobbe i suoi due fratelli e le due sorelle. Tastando, incominciò a giocare con essi senza vederli, e già imparava a brontolare; le sue piccole fauci, che egli faceva vibrare per emettere dei suoni, sembrava che stridessero quando si adirava.

Mediante il tatto, il gusto e l’odorato, conobbe sua madre, fonte di calore, di fluido nutrimento e di tenerezza; sentiva soprattutto che essa aveva una lingua graziosa e carezzevole che gli passava sul corpo delicato per renderlo più soffice ancora, una lingua di cui essa si serviva per riaccostarlo senza posa a lei, premervelo e addormentarlo.

Così, per lo più, trascorse il primo mese di vita del lupetto; poi gli occhi gli si aprirono, ed egli imparò a distinguere meglio il mondo che lo circondava.

Quel mondo era immerso nell’oscurità, ma il lupetto ignorava la cosa, non avendo visto altro mondo; la luce che i suoi occhi percepivano era infinitamente debole, ma egli non sapeva che ci fosse altra luce.

Poi quel mondo era piccolissimo, limitato dalle pareti della tana, ma il lupetto non ne risentiva alcuna oppressione, giacchè il vasto mondo di fuori gli era ignoto. Senonchè, aveva rapidamente scoperto che una delle pareti del suo universo, l’entrata della caverna, donde filtrava la luce, era diversa dalle altre; aveva fatto quella scoperta quand’era ancora inconscio del suo pensiero, prima che gli occhi gli si aprissero e guardassero davanti a sè. La luce aveva colpito le sue ciglia chiuse, producendo, attraverso il loro velame, delle lievi pulsazioni dei nervi ottici, dove s’erano accesi piccoli lampi di luce, d’un’impressione deliziosa.

Verso la luce, in un’attrattiva irresistibile, aveva teso ogni fibra del suo essere vivente; verso di essa si era voltato il suo corpo, come la sostanza chimica della pianta gira da sè verso il sole.

Da allora, egli aveva meccanicamente strisciato verso l’interno della caverna, e i suoi fratelli e le sorelle avevano fatto come lui.

Neppure una volta essi si erano diretti verso gli angoli bui delle altre pareti. Tutti quei corpiccioli paffutelli, simili a piantine, strisciavano ciecamente verso la luce del giorno, che era per essi una necessità vitale, e tendevano ad aggrapparsi come i viticci della vigna al palo che la sostiene. In seguito, quando crebbero un po’ e nacque in essi la coscienza individuale, con desiderî e impulsi, l’attrazione della luce aumentò; senza posa essi strisciavano e si offrivano ad essa, respinti dalla loro madre. Fu allora, così, che il lupetto grigio conobbe altre qualità di sua madre, diverse da quelle della lingua dolce e carezzevole. Nella sua insistenza a strisciare verso la luce, apprese che la lupa aveva un naso col quale essa gli dava un colpo bene assestato, e, in seguito, una zampa colla quale essa lo rovesciava sul dorso e lo faceva rotolare come un barilotto, dandogli delle pacche vivaci e ben calcolate.

Egli seppe così che quelli erano i colpi, i rischi nei quali incorreva volontariamente, e seppe anche il modo di agire per evitarli. Era l’inizio delle sue generalizzazioni sul mondo: agli atti meccanici succedeva la conoscenza delle cause.

Egli era un fiero lupetto, carnivoro come i fratelli e le sorelle, giacchè gli antenati erano stati uccisori e divoratori di carne, e di sola carne vivevano il padre e la madre.

Lo stesso latte che aveva succhiato appena nato, non era altro che carne mutata direttamente in latte. E ora, all’età di un mese, avendo, da una settimana, aperto gli occhi, cominciava anch’egli a mangiare carne masticata ed elaborata dalla lupa che dalla sua gola la faceva passare, imboccandoli, nella gola dei cinque lupetti, in aggiunta al latte delle mammelle.

Quel lupetto era il più robusto della figliolanza, e aveva una voce che gli echeggiava più sonora in gola. Per primo, egli apprese il modo di far ruzzolare, con un accorto colpo di zampa, uno dei suoi piccoli compagni, e per primo, afferrandone uno per l’orecchia, lo rovesciò e calpestò, ringhiando senza aprir le mascelle.

E, più di tutti, egli diede un gran daffare a sua madre, per trattenerlo presso di lei, lontano dalla caverna.

L’attrattiva della luce del giorno lo affascinava, sebbene egli non sapesse che cosa fosse una porta e vedesse nell’entrata della caverna come un muro luminoso; muro che era il sole dell’universo, la candela di cui egli era la falena. E si accaniva ostinatamente in quella direzione, senza sapere che ci fosse qualche cosa di là.

Quel muro di luce era strano per lui. Suo padre, ch’egli aveva imparato a riconoscere come un essere simile a sua madre, e che portava della carne da mangiare, aveva un modo tutto particolare di camminare nel muro, di allontanarsi e sparire. Il lupetto non sapeva spiegarsi la cosa: egli aveva tentato di avanzare negli altri muri della caverna, ma questi avevano urtato rudemente contro la punta delicata del suo naso, e dopo aver ripetuto più volte l’esperimento, si era tenuto finalmente tranquillo. Egli accettò il potere che possedeva suo padre come una facoltà speciale, così come il latte e la carne mezzo digerita, erano particolarità caratteristiche di sua madre.