Part 14
Ma Zanna Bianca non volle brontolare; dopo uno sguardo pensoso verso gli occhi del dio, nascose la testa fra le braccia e le costole di Scott.
— Eh, fischia! — gridò Matt.
Dal Yukon risonò il mugghio d’uno _steamboat_.
— Sbrigatevi, con i saluti, signor Scott! Uscite dalla porta davanti e chiudetela alla svelta; io farò altrettanto con la porta posteriore.
Le due porte sbatterono contemporaneamente, con un rumore secco, scandito subito da un gemito lugubre e da un singhiozzo, seguito da lunghi ronfi.
— Matt, curatelo bene — disse Scott, mentre scendevano lungo la collina. — Voi mi scriverete, e mi farete sapere come si comporta.
— Non mancherò, ma sentite...
I due uomini si fermarono; Zanna Bianca urlava, come fanno i cani quando i padroni sono morti, urlava la sua disperazione; e quel clamore saliva con note acute e precipitose, poi ricadeva con un tremolìo pietoso, come se si spegnesse, per rialzarsi nuovamente e ingrandire a tratti.
L’Aurora era il primo battello che, in quell’anno, lasciava il Klondike, cosicchè il ponte era pieno zeppo di cercatori d’oro, gli uni che ritornavano dopo aver fatto buona fortuna, gli altri ridotti in pietosa miseria, ma tutti desiderosi di andar via, così com’erano stati bramosi di venire.
Presso la scaletta di bordo, Scott strinse la mano a Matt che stava per ridiscendere a terra. Senonchè, Matt, senza rispondere alla stretta, teneva gli occhi fissi su qualche cosa ch’egli vedeva a due passi da lui, dietro le spalle di Scott: era Zanna Bianca che, seduto sul ponte, aspettava.
I due uomini scambiarono alcune parole, ciascuno affermando di aver chiuso bene la porta, mentre Zanna Bianca osservava, appiattendo le orecchie ma rimanendo sempre immobile.
— Lo condurrò a terra con me — disse Matt.
E s’avanzò verso Zanna Bianca, che se la svignò subito. Matt gli correva dietro, inseguendolo, ma Zanna Bianca scomparve dietro un gruppo, girò torno torno sul ponte, riapparve, scomparve, giravoltò; senza lasciarsi afferrare. Solo quando si sentì chiamare da Scott, s’accostò, ubbidendo prontamente.
Scott incominciò ad accarezzare Zanna Bianca, e osservò sul muso e negli occhi dell’animale dei tagli recenti. Matt passò la mano sotto il ventre dell’animale.
— Abbiamo dimenticato di chiudere le finestre; ha il ventre tutto sfregiato. Perbacco! È passato attraverso i vetri!
Ma Weedon Scott non l’ascoltava; rifletteva rapidamente.
La rumorosa sirena dell’_Aurora_, annunziava già la partenza.
Alcuni uomini erano già pronti a discendere la scaletta di bordo.
Matt, scioltasi la cravatta, s’avanzò per infilarla a modo suo nel collo di Zanna Bianca.
— No, no — fece Scott. — Addio, vecchio mio! Potete andarvene. Circa il lupo, è inutile darmi notizie. L’ho con me, vedete.
— Che cosa? — esclamò Matt: — che significa?
— Dico ciò che ho detto. Eccovi la cravatta. Vi darò notizie di lui.
Matt discese, ma a metà della scala si fermò. — Non potrà resistere al clima! Spero che lo toserete almeno, quando verrà il caldo.
La scala fu tolta, l’_Aurora_ ondeggiò e si scostò dalla riva. Weedon Scott agitò la mano, in segno d’addio; poi, ritornato verso Zanna Bianca:
— E ora, mugolate, brutto pazzo, mugolate...
XXII.
LA TERRA DEL SUD.
Zanna Bianca riprese terra a S. Francisco, e rimase stupito. Egli, che aveva sempre associato volontà di fare e potenza di fare, non aveva mai visto oggetti così meravigliosi come ora che trotterellava sul liscio pavimento della grande città. Le capanne fatte di ciocchi di legno, a lui note, erano sostituite da grandi fabbricati alti come torri; le vie, piene di pericoli ignoti; camions, vetture, automobili; grandi e robusti cavalli trascinavano carri enormi; sotto cavi mostruosi, tesi in aria, dei carri elettrici filavano rapidamente e scricchiolavano, attraverso la nebbia, urlando una continua minaccia, come fanno le linci, nelle foreste del Nord.
Tutte queste cose erano altrettante manifestazioni di potenza, per mezzo delle quali, e dietro le quali l’uomo governava e vigilava.
Era colossale e terribile, tutto ciò, e Zanna Bianca n’ebbe paura, come quando, un tempo, giunto dal Wild all’accampamento di Castoro Grigio, aveva sentito tutta la sua debolezza davanti alle prime opere degli dei. E che innumerevole quantità di dei vedeva ora!
Era tutta una folla affaccendata che gli dava le vertigini! Il tuonare delle vie l’assordiva, quell’incessante movimento, torrenziale e senza fine, lo sconvolgeva. Mai come ora aveva sentita così la sua dipendenza dal dio d’amore, ch’egli seguiva alle calcagna, qualunque cosa dovesse accadere.
Una nuova prova lo attendeva, un avvenimento che gli rimase come un incubo nella mente e nella fantasia. Quand’ebbero tutt’e due attraversato la città, giunsero in una stazione, piena di vagoni, dove Zanna Bianca fu abbandonato dal padrone (almeno così credette) e incatenato in un furgone fra un cumulo di valige e di bauli.
Li comandava un dio tozzo ed erculeo che faceva un gran chiasso in compagnia di altri dei trascinava, spingeva, portava dei colli, ch’egli riceveva e scaricava.
Zanna Bianca, in quell’inferno non riprese coscienza di sè, se non quando vide accanto i sacchi di tela contenenti la roba del padrone. Allora si mise di guardia a quei pacchetti.
Dopo un’ora apparve Weedon Scott.
— Era tempo che veniste — borbottò il dio del furgone. Il vostro cane non vuole che io posi un dito sui vostri bagagli.
Zanna Bianca fu condotto fuori del furgone, e rimase sbalordito; la città fantastica era sparita; egli era rinchiuso in una camera simile a quella di una casa; e, in quel momento, la città era intorno a lui. Poi la città scomparve nuovamente, e, con essa, il rumore che non gli risuonava più nelle orecchie; lo circondava ora una ridente campagna piena di pace, di silenzio e di sole.
Egli rimase stupito, per un po’, dal mutamento; poi accettò il fatto come un’altra manifestazione del potere, spesso incomprensibile, dei suoi dei, e che era una faccenda che riguardava loro.
Una vettura attendeva; un uomo e una donna si avvicinarono; poi le braccia della donna si sollevarono e circondarono vivamente il collo del padrone, con un atto che pareva ostile; e Zanna Bianca incominciò a ringhiare rabbiosamente.
— _All right!_ madre, — fece Scott, scostandosi subito e afferrando l’animale. — Crede che mi facciate del male, ed egli non può sopportarlo.
— Dunque non potrò abbracciarti, figlio, se non quando il cane è assente! — fece lei ridendo, sebbene fosse ancora pallida e sconvolta dalla paura provata.
— Gl’insegneremo subito a comportarsi meglio.
E poichè Zanna Bianca, con l’occhio fisso, seguitava a brontolare, gridò:
— Giù, Sir, giù.
L’animale ubbidì, sebbene a malincuore.
— Ora, mamma.
Scott aprì le braccia, senza distogliere lo sguardo da Zanna Bianca, che, col pelo arruffato, faceva l’atto di raddrizzarsi.
— Giù, giù, — ripetè Scott.
Zanna Bianca si lasciò ricadere; egli seguì con uno sguardo ansioso la ripetizione dell’atto ostile e vide che non seguiva alcun male, se non l’abbraccio del dio ignoto.
Allora i sacchi furono caricati sulla vettura, dove salirono il dio d’amore, e gli dei stranieri; Zanna Bianca seguì, trotterellando, vigile, erto, come per far capire ai cavalli che egli vigilava sulla sorte del padrone trasportato da essi con tanta rapidità sul suolo.
Un quarto d’ora dopo, la vettura varcava un portale di pietra, e s’inoltrava in un bel viale fiancheggiato da noci che lo ricoprivano coi loro archi. A destra e a sinistra si stendevano vasti e verdi spazî erbosi cosparsi di grandi querce dai rami possenti; di là, in un pittoresco contrasto, prati di fieno maturo, di messi dorate e arrossite dal sole.
Delle colline brune, coronate da alti pascoli, chiudevano l’orizzonte; all’estremità del viale sorgeva, allato a un poggio, una casa dalle numerose finestre e dal portico profondo.
Ma Zanna Bianca non potè godersi il piacere d’annusare quel bel paesaggio, perchè, appena la vettura entrò nei terreni della proprietà, ecco un grosso cane da pastore, dal muso puntuto e dagli occhi lucenti, molto irritato, lanciarsi, con ragione, verso l’intruso.
Il cane, interponendosi fra l’avversario e il padrone, ritenne suo dovere scacciarlo, e Zanna Bianca, ergendo il pelo, stava già per lanciarsi e dargli il suo mortale e silenzioso contrattacco, allorchè si fermò bruscamente, con le zampe rigide, turbato, e rifiutando il combattimento. Il cane era una femmina e la legge della razza proibiva a Zanna Bianca di assalirla; questi, ripreso dal suo istinto di lupo, sentiva il dovere di ubbidire.
Ma la cagna da pastore non la pensava a quel modo; era nel suo istinto un dio vivo pel Wild: e Zanna Bianca era un lupo, l’aggressore antico che faceva strage nel gregge, e che bisognava, da generazioni, combattere.
Mentre Zanna Bianca tratteneva lo slancio, la cagna gli saltava addosso e gli conficcava le zanne nella spalla; egli ringhiò, non fece altro; si volse e tentò solo di evitarla, ma la cagna si accaniva e lo inseguiva qua e là, senza lasciargli respiro.
— Qua, Collie! — chiamò l’uomo straniero, ch’era nella vettura.
— Babbo, non ve ne preoccupate. Così incomincia a educarsi sin d’ora, ed è meglio così.
La vettura continuava la sua corsa e Collie ostacolava il cammino a Zanna Bianca, ostinandosi, nonostante le trovate e le giravolte di lui, a non lasciarlo passare. Senonchè a un punto, vedendo che il padrone spariva, Zanna Bianca, disperato, ricorrendo a uno dei suoi vecchi colpi, diede una violenta spinta colla spalla all’avversario.
In un attimo la cagna fu rovesciata, e, mentre ella lanciava gridi acuti, Zanna Bianca correva dietro la vettura, ch’egli trovò ferma davanti la soglia della casa.
Là, dovette difendersi da un nuovo nemico; un cane da caccia balzò su di lui, di lato, senza che l’altro se ne accorgesse, e così impetuosamente, che Zanna Bianca non resse all’urto e ruzzolò per terra, sottosopra.
Rialzatosi immediatamente, egli balzò a sua volta, in preda a folle rabbia, e il cane sarebbe stato bell’e spacciato, se Collie, rimessasi sulle zampe, non fosse tornata addosso, ancor più furibonda, al brigante del Wild. Essa si scagliò ad angolo retto, su Zanna Bianca che, per la seconda volta fu rovesciato al suolo.
A questo punto Weedon Scott intervenne e afferrò Zanna Bianca, mentre suo padre chiamava i cani.
— Ecco, — fece Scott, — una brutta accoglienza per un povero lupo dell’Artico. Egli è pauroso perchè è stato rovesciato una volta sola in vita sua, e ora viene fatto ruzzolare, qui, due volte in trenta secondi.
Altri dei stranieri erano usciti dalla casa; alcuni fra loro rimasero a rispettosa distanza, ma due donne ripetettero l’atto ostile di appendersi al collo del suo padrone. Pure, siccome pareva che nessun male derivasse da quell’atto, Zanna Bianca lo tollerò, tanto più che i rumori che facevano con le loro bocche le due donne, non parevano minacciosi. Quindi tutti gli dei presenti incominciarono a fargli delle gentilezze; ma egli li avvertì con un brontolio, di mostrarsi prudenti; e il padrone avvertì anch’egli con la sua bocca, pur picchiandogli amichevolmente il capo.
Poi gli dei salirono le scale della gradinata, per entrare nella casa. Una delle femmine-dee aveva cinto con un braccio il collo di Collie e quietava la bestia con carezze; ma Collie rimaneva ringhiosa o sovr’eccitata; come oltraggiata dalla presenza tollerata del lupo, intimamente convinta che gli dei avevano torto.
Dick, il cane che era andato a coricarsi in cima alla scalinata, quando Zanna Bianca passò, alle calcagna del padrone, gli ringhiò contro.
— Venite, lupo, su, — fece Scott. — Siete voi che entrate.
Zanna Bianca entrò, con le zampe rigide, la coda diritta in modo orgoglioso, senza perder di vista Dick, per difendersi da un assalto di fianco, pronto anche ad affrontare qualsiasi pericolo potesse venire dall’interno della casa. Non accadde alcunchè di temibile.
Poi egli osservò tutto, attorno a sè, e, ciò fatto, si coricò con un brontolio di soddisfazione, ai piedi del padrone.
Ma rimase coll’orecchio vigile temendo insidie. Chissà quanti pericoli lo insidiavano, sotto il grande tetto della casa, che gli gravava sul capo come il coperchio di una trappola!
XXIII.
IL DOMINIO DEL DIO.
Zanna Bianca era, non solo capace, per natura, di adattarsi alla gente e alle cose, ma anche di ragionare, e comprendeva la necessità di tale adattamento. Lì, a _Sierra Vista_ (com’era chiamata la proprietà del Giudice Scott, padre di Weedon Scott) egli si sentì rapidamente come a casa sua.
Dick, dopo alcune manifestazioni di broncio e di protesta, s’era rassegnato ad accettare la presenza del lupo, impostagli dai padroni; ed era persino disposto a diventargli amico.
Ma Zanna Bianca non pensava ad amicizie di quel genere; essendo rimasto sempre fuori della sua specie, egli voleva rimanere quale era stato, cosicchè gli approcci di Dick non ebbero buon successo; il lupetto li respinse. Allora il buon cane rinunziò a quei propositi e non badò a Zanna Bianca, come Zanna Bianca non badava a lui.
Ma con Collie non accadde lo stesso: se la cagna tollerava Zanna Bianca posto sotto la protezione degli dei, non poteva però rassegnarsi a lasciarlo in pace. Troppi lupi avevano decimato il gregge e combattuto contro i suoi antenati, perchè essa potesse dimenticare così; abusando del privilegio del sesso, ella non si lasciava sfuggire occasione per maltrattarlo con i suoi denti aguzzi.
Zanna Bianca irrigidiva pazientemente la pelliccia protettrice della sua spalla e riprendeva il cammino, con calma e dignità.
Se essa mordeva in modo troppo forte, egli correva in cerchio, voltando il capo, irritato, ma impassibile; cosicchè finì col prendere l’abitudine, quando la vedeva venire, di alzarsi e andarsene, cedendole subito il posto.
Zanna Bianca, nella nuova vita, aveva tanto da imparare. Lì, tutto era più complesso che non sulla terra del Nord. Come Castoro Grigio, il padrone aveva una famiglia che divideva con lui il cibo, il fuoco, le coperte, e doveva essere rispettata come lui. Ed era molto più numerosa di quella dell’indiano. C’erano, prima di tutti, il Giudice Scott, padre di Weedon, con la moglie, poi le sorelle di Weedon: Bet e Mary, poi la moglie Alice e i bambini, Weedon e Maud, un bambino di quattro anni e una bimba di sei.
Zanna Bianca, pur non comprendendo i vincoli di parentela che univano tutta quella gente al dio d’amore, acconsentì a lasciarsi accarezzare da ciascuno di essi. Imparò anche a giocare con i bambini, che egli vedeva particolarmente cari al padrone, e dimenticò, per essi, tutte le cattiverie e le angherie inflittegli dai bambini indiani.
Sopportava coscienziosamente tutti i loro capricci, e quando essi lo infastidivano troppo, si allontanava con dignità. Finì persino coll’amarli; ma nessuno riuscì a cavargli dalla gola quella specie di ronron, ch’era riservato al padrone.
Quanto ai domestici, sentiva che bisognava usar loro un trattamento diverso: Zanna Bianca li tollerava come proprietà del padrone, perchè cucinavano e lavavano i piatti e compivano varie altre faccende come Mayt, laggiù, nel Klondike; ma non doveva, nè lasciarsi accarezzare da loro, nè trattarli con affetto.
Il dominio del dio, che si stendeva fuori della casa, era vasto ma non illimitato; di là dallo steccato che lo circondava, c’erano i dominii particolari di altri dei.
Sulla terra del Nord, solo animale domestico era il cane, giacchè i numerosi animali che vivevano nel Wild, appartenevano di diritto ai cani, quando questi riuscivano a domarli. Durante la sua vita, Zanna Bianca aveva divorato le cose vive che incontrava, cosicchè non riusciva a capire come sulla terra del Sud dovesse essere altrimenti.
Vagabondando attorno alla casa, al sorgere del sole, egli piombò su un pollo che era scappato dal cortile, e fu faccenda d’un minuto; il pollo fu divorato mentre pigolava miseramente, spaventato.
Poichè quel pollo era nutrito di buon grano, grasso e tenero, Zanna Bianca, leccandosi le labbra, sentì tutto il sapore di quella pietanza squisita.
Più tardi, nella giornata, ebbe la ventura di imbattersi in un altro pollo che camminava presso la scuderia. Uno dei grooms accorse in aiuto del volatile, e, ignaro del pericolo cui andava incontro, prese come arma un leggero staffile da cocchiere.
Al primo colpo, Zanna Bianca, che forse un bastone avrebbe fatto indietreggiare, lasciò il pollo per avventarsi contro l’uomo.
Mentre lo staffile lo colpiva sul muso, egli saltò silenziosamente al collo del groom, che cadde rovescio gridando: «Dio mio!», e abbandonò lo staffile per proteggersi la gola con le braccia. Con gli avambracci sanguinanti e squarciati sino all’osso, egli si rialzò a stento tentando di rifugiarsi nella scuderia; ma non era cosa facile senza la comparsa di Collie che si lanciò furiosamente su Zanna Bianca.
Essa sentiva di aver ragione: i fatti provavano e confermavano la sua diffidenza, a dispetto dell’errore degli dei, che non sapevano: il brigante del Wild continuava la serie dei suoi delitti.
Il groom si era messo al sicuro, e Zanna Bianca indietreggiava di fronte alle zanne minacciose di Collie. Egli le presentò le spalle, poi tentò di sfuggirle, correndo in cerchio. Ma Collie non voleva rinunziare al castigo del colpevole; cosicchè Zanna Bianca, gettando al vento la sua dignità, si decise a svignarsela attraverso i campi.
— Così imparerà a lasciare in pace i polli, — commentò Scott. — Ma gli darò io stesso una buona lezione, la prima volta che lo colgo sul fatto.
Due notti dopo, l’occasione voluta si presentò, e fu più bella di quanto Scott avesse previsto. Zanna Bianca che aveva osservato da vicino il pollaio, e le abitudini dei polli, quando, a notte fatta, i polli si appollaiano sulle pertiche, s’arrampicò su una catasta di legna ch’era lì vicino, e salì sul tetto del pollaio.
Di lì si lasciò scivolare al suolo, e penetrò nel luogo. Fu una carneficina completa: quando, al mattino, Scott uscì, cinquanta galline bianche di Livorno, i cui cadaveri non erano stati ancora divorati, gli si offrirono allo sguardo, allineati con cura dai groom, lungo la scalinata della casa.
Il padrone, sorpreso e pieno d’ammirazione per quel capolavoro, fischiò, e Zanna Bianca accorse, guardandolo senza alcuna traccia di vergogna negli occhi, anzi, poichè non aveva punto coscienza della sua colpa, procedendo con orgoglio, come se avesse compiuto un’azione meravigliosa e degna di elogio.
Scott si morse le labbra, bramoso di punire con rigore, e parlò duramente, con voce piena di collera. Poi, afferrato Zanna Bianca, gli tenne il naso sui polli uccisi, e incominciò a colpirlo con pesanti ceffoni.
Quando Zanna Bianca era stato schiaffeggiato da Castoro Grigio e da Beauty-Smith, aveva sentito una sofferenza fisica, ma quando gli capitava d’esserlo, ora, dal dio d’amore, avvertiva una sofferenza profonda, anche se il colpo era leggero. Ora la minima percossa gli sembrava più dura della peggiore bastonatura d’un tempo, perchè significava che il padrone era scontento. Così, da allora, non rincorse mai più polli.
C’è di più: Scott lo condusse proprio dentro il pollaio, in mezzo ai polli superstiti, e Zanna Bianca, vistosi sotto il naso quel cibo vivo, là per là, fu sul punto di cedere all’istinto; ma il padrone lo fermò colla voce, e da allora Zanna Bianca rispettò il dominio dei polli, dimenticandone persino l’esistenza.
E poichè il Giudice Scott pareva dubitasse che quella conversione fosse definitiva, Zanna Bianca fu rinchiuso tutto un pomeriggio nel pollaio. Nulla accadde: Zanna Bianca si coricò e finì coll’addormentarsi; quando si svegliò, andò a bere nell’acqua del truogolo, poi, annoiato di vedersi prigioniero, preso lo slancio, balzò sul tetto del pollaio e saltò fuori.
E calmo, andò a presentarsi alla famiglia che l’osservava dalla scalinata; e il Giudice Scott, guardandolo in faccia, pronunciò sedici volte, con solennità:
— Zanna Bianca, voi valete più di quanto io non pensassi.
Intanto Zanna Bianca imparava anche che non doveva toccare neppure il pollame appartenente agli altri dei: gatti, conigli e tacchini e, in genere tutte le cose vive ch’erano lì intorno, dovevano essere lasciate in pace. Persino nella solitudine dei prati, una quaglia poteva, senza danno, svolazzargli davanti al naso; fremente, spasimante di desiderio, egli dominava il suo istinto, e rimaneva immobile, rispettando così la legge degli dei.
Pure, un giorno egli vide Dick puntare e inseguire un coniglio di conigliera; il padrone, che era presente, non si oppose, anzi incoraggiò persino Zanna Bianca a unirsi con Dick.
Dunque, ecco una nuova legge: i conigli di conigliera non erano _tabù_ come gli animali domestici; e neppure gli scoiattoli, le quaglie, le pernici, creature considerate come quelle del Wild, non protette dagli dei, i quali difendevano solo le bestie domestiche.
Perciò, era permesso ai cani fare preda delle altre bestiole. Tutte quelle leggi erano infinitamente complesse, la loro rigida osservanza difficile, e formavano come un ingarbugliato gomitolo della civiltà, che, trattenendo di continuo gli impulsi naturali, confondeva Zanna Bianca.
Trotterellando dietro la carrozza, egli seguiva il padrone a San Josè, ch’era la città più vicina. Là c’erano negozi di macellai dove la carne pendeva indifesa, ma era proibito toccarla. Molta gente si fermava a guardarlo, ad esaminarlo con curiosità e, nel peggiore dei casi, ad accarezzarlo; ed egli doveva sopportare quei pericolosi contatti di mano ignota. Poi la gente se ne andava come soddisfatta della propria audacia.
Talvolta, certi ragazzetti, lungo le vie prossime a Sierra Vista, si divertivano, quando egli passava, a lanciargli delle pietre.
Egli sapeva che non gli era permesso inseguirli, e il suo senso di giustizia ne soffriva. Un giorno il padrone saltò fuori dalla carrozza, col frustino in mano e castigò i ragazzi che, d’allora cessarono d’assalire con le pietre Zanna Bianca il quale ne rimase molto soddisfatto.
Tre cani, che, lungo la via di S. Josè, vagavano pei crocicchi e attorno ai bars, avevano presa l’abitudine di balzare su di lui appena lo scorgevano. Egli sopportava quell’attacco, limitandosi a brontolare por tenerli lontani, e impedir loro di mordere, e se anche gli lanciavano un morso, rifiutava di combattere.
Ma un giorno, avendo i padroni dei cani aizzato apertamente quelle bestie contro di lui, il padrone fece fermare la carrozza e gli disse:
— Dài, dài pure, su!
Zanna Bianca esitava: guardò il padrone, guardò i cani e interrogò con gli occhi, come se non capisse bene. Ma il padrone fece un cenno affermativo col capo, e ripetè:
— Su, vecchio, dài addosso, vecchio compagno, e sbranali!
Zanna Bianca si precipitò sui suoi nemici, che tennero fermo.
Avvenne un gran fracasso, s’udirono ringhi, scricchiolii di zanne, si vide una mischia di corpi. Una nube di polverone velò la battaglia, ma pochi minuti dopo, due dei cani giacevano a terra e il terzo fuggiva.
Il terzo attraversò un acquitrino, varcò una siepe e prese il largo pei campi, ma Zanna Bianca lo seguì, con la sua andatura di lupo, silenziosa e rapida, lo raggiunse e lo sgozzò.
Dopo questo triplice giudizio sommario, non avvennero più attacchi, con cani. Sparsasi la voce in tutta la regione, gli uomini proibirono ai cani di molestare Zanna Bianca.
XXIV.
LA VOCE DELLA RAZZA.
Passarono i mesi. Il nutrimento, a Sierra Vista, era abbondante, e ottenuto senza fatica. Zanna Bianca, grasso e prosperoso, viveva beato. Egli, non solo si trovava materialmente bene sulla terra del Sud, ma vedeva l’orizzonte della sua vita davanti a sè, come un cielo d’estate. Non era più circondato da nemici. Il pericolo, il male e la morte non s’annidavano nell’ombra; la minaccia dell’Ignoto e la paura ch’essa gli procurava erano svanite.