Vita mondana

Part 14

Chapter 143,726 wordsPublic domain

Passa davanti a donna Costanza, la ravvisa e si ferma, salutandola con grande ossequio ma anche con una certa famigliarità, perchè ella suole comprar molto da lui, e viene bene spesso in anticamera a scegliere i fiori ch'egli le reca a palazzo.

Donna Costanza fa colazione. Mangia volentieri un po' d'aragusta, e ogni tanto si reca alla bocca un bicchieretto di Bordeaux. Quella donna possiede il raro dono di mangiare con arte. Almeno così pensa Leonardo, e pensa pure che cara cosa sarebbe il poter far colazione ogni giorno con lei, non già al Restaurant, ma soli, nella sala da pranzo della baronessa Folgardi.

Leo ha delle idee nuove e strane. Ieri ciò pareva sì lontano, sì impossibile; ma oggi essa è con lui, fa colazione con lui... fra poco partiranno assieme. Per quali estranii lidi? Non può essere, in lei, un mero capriccio. Ella non è capricciosa. Dunque, perchè?...

Ecco, discorre col fiorajo, ora. Anche per quel vecchietto cencioso ha una musica sommessa di buone parole, una luminosa bontà di sorriso, mentre ella ammira le belle, freschissime rose della paniera.

Leonardo diventa audace:

— Permettete, donna Costanza?

Certo, donna Costanza permetteva a Leo Folgardi di offrirle qualche rosa. Lasciò che egli ammonticchiasse sul tavolino, davanti a lei, i più belli esemplari della Flora del vecchietto. Solo quando n'ebbe tante, proprio tante, protese la mano e disse dolcemente:

— Basta ora, vi ringrazio.

Il fiorajo si congedò, con mille complimenti e mille raccomandazioni che lo facesse avvisato quando tornava di villa, perchè potesse recarle subito la prima Gran Bretagna.

Ma ella nulla promise. Disse solo: — Addio, fiorajo.

Gli tenne dietro collo sguardo, a lungo, mentre s'allontanava, poi riannodò con Leo le fila di una buona, ilare conversazione. Prendevano il caffè ora, lietamente, animati. Intesi solo uno all'altra, si isolavano, in mezzo alla folla, sempre mutata e che non aveva il tempo di occuparsi di loro.

In quella giunse ancora un treno; l'onda dei viaggiatori passò davanti al _buffet_. Alcuni fra quelli di prima classe entrarono. Nel novero, un giovanotto elegante, con una faccia lunga, pallida ed intelligente.

Entrando, vede quei due. Apparteneva al loro mondo, li riconobbe e un lampo di viva meraviglia passò nei suoi sguardi, ma per dar tosto luogo ad una voluta impassibilità. Non salutò, finse di non vederli, di esitare e di ritrarsi per conto proprio. Quanto era mai avveduto e discreto, quel caro Peppino Tremiati!

Essi l'avevan veduto, ma Leonardo non ebbe il tempo di salutarlo. Egli guardò la sua compagna. Ell'era subitamente tornata al pallore di poche ore prima e la sua mano giaceva un po' tremante, sopra le rose. Tacquero un momento, col reciproco senso di ciò che pensavano... col pensiero dei pensieri di Tremiati.

Il colloquio non tardò a ricominciare. Ma non sì franco, sì scorrevole come prima. In capo a qualche tempo, donna Costanza guardò ancora l'oriuolo.

— A momenti parte la corsa per Bologna.

Raccolse le sue rose e si alzò.

III.

Soli, nella carrozza di prima classe.

Il treno correva. — S'erano perfettamente aquartierati, sedevano di faccia nell'angolo del waggon. Le sacche, i scialli, gli ombrelli giacevano al sicuro nelle reti, le rose prendevano aria, assicurate alle finestre, davanti alle quali s'incorniciavano, passando, i paesaggi idillici della campagna toscana, per dar poi luogo alle più severe prospettive dell'Appennino. I due viaggiatori godevano veramente di quel viaggetto.

Non pensavano più a Peppino Tremiati, nè a quanto avrebbe narrato agli amici, del recente incontro. Chiacchieravano sereni, con perfetta fiducia e completa libertà di spirito.

Almeno, così pareva.

Cominciarono i tunnels.

Non appena il treno s'ingolfava fischiando nella galleria, Leo alzava il cristallo della finestra. Tacevano entrambi, cullati dal moto ritmico del treno, dal cupo mormorio delle ruote. I fiocchi delle cortine danzavano freneticamente sui cristalli, risuonanti come piccoli tamburi assordati, e la scarsa fiamma della lucerna ad olio metteva nella carrozza una semi-luce sobbalzante, piena di tremori.

Donna Costanza stava immobile, rannicchiata nel suo angolo colla testa appoggiata all'indietro, colla mano penzoloni, fuori del gallone, appeso di fianco alla finestra. S'era tolta il cappello. Il colore e la linea del suo abbigliamento andavano del paro confusi in quell'incerto chiarore. Ella pareva vestita d'ombra. Nella bianchezza del volto suo, gli occhi parevano grandissimi e fissavano come ipnotizzati la fiamma della lucerna. Il corpo aveva un grande abbandono di posa, ma questa perdeva molto del suo significato, così accompagnata alla calma spettrale dello sguardo. Leo avrebbe dato dieci anni di vita per scrutare l'arcano di quella piccola fronte, sì intensamente pensosa, come immersa nella contemplazione di cose misteriose e lontane. Egli non osava interrompere quel silenzio, che pur gli faceva quasi paura; si sentiva pressochè irrigidito egli stesso, in uno smarrimento austero della mente, mentre il cuore gli batteva, con un palpito turbato, che pareva accompagnarsi al frettoloso e cupo rombo del treno nelle viscere del monte.

All'escita dalla galleria, il fascino si rompeva.

Donna Costanza si chinava con vivace movimento verso la finestra della quale Leo abbassava prestamente il cristallo. Le due teste si riavvicinavano, coll'identico desiderio d'aria libera, gli sguardi si cercavano impulsivamente, come se il giorno ricominciasse da lì!... la parola tornava facile, eloquente, il colloquio ricominciava vivo, confidenziale. L'impressione della natura esterna li riafferrava, si accennavano a vicenda la maestà delle masse granitiche, la dolcezza verde dei declivi, l'incomparabile bellezza di vedute che la celerità del treno faceva sfilare davanti a loro, come una rapida successione di quadri. Spaventosi precipizi, sul lembo dei quali un'accolta di casupole si penzolava, come un gruppo di curiosi attratti dalle visioni del profondo. Qualche casetta bianca, ideale, perduta sul profilo del monte o pel cupo verde di una boscaglia; qualche grande spazio di arido terreno bruciato dal sole, colla tetra poesia di una maledizione di sterilità, la maestà d'antenna, superbamente ritta d'un pino isolato su un'altura, forse l'_einsam baum_ di Heine assorto nel pensiero fantastico della palma africana. S'interessavano a tutto dalla via, alle cascatelle irruenti, alle chiesette che pajono sì eloquenti di Dio, lassù quei luoghi ove sì poca gente sale, faticosamente, a pregare. Il Reno attirava di continuo i loro sguardi, coi suoi infiniti meandri di piccolo fiume che assume mille aspetti, che si dà aria di torrente, di ruscello, di fossato, ora gonfio, ora esile, ora a destra, ora a sinistra del treno, capriccioso nel suo corso dietro a questo, come un cane che accompagni il padrone alla passeggiata.

Guardavano e commentavano tutto ciò, ridendo, respirando l'aria acuta dei monti, colla coscienza di goderne anche perchè la respiravano assieme. Leonardo si abbandonava con un'intima gioja piena di speranza alle impressioni di quella gita. Evitava con cura ogni frase che potesse turbare la serenità di donna Costanza, quel suo perfetto e fiducioso abbandono. Aspettava: quel capriccio doveva pure significare qualcosa, approdare a qualche riva.

Erano consci entrambi dell'anormalità della loro posizione, sapevano di parere due innamorati, ma nessuno di essi accentuava la propria parte nel duetto.

Forse Leo non era veramente innamorato di quella donna, l'ho già detto, ma gli pareva assai cara e piacente e fatta per lui. Il mistero capriccioso di quella gita odorava vagamente di lieto fine, solo lo turbava l'aspetto strano ch'ella assumeva nella semi-tenebra dei tunnels, quella inesprimibile malinconia dello sguardo di lei!

I _tunnels_ sono innumeri sulla linea Firenze-Bologna e annojano terribilmente i viaggiatori. Pure, quei due non parevano affatto annojati ed il treno entrò nell'aperto sorriso della campagna bolognese, senza che fra essi fosse avvenuto incidente alcuno. Cioè no.... sbaglio, ci fu un incidente. Ma sì lieve lieve!...

Solo questo: In una discesa, il treno ebbe, non so come, una piccola scossa. I viaggiatori sobbalzarono sui loro cuscini, le rose sobbalzarono pure e fecero atto di cadere fuori della finestra. Due mani si protesero a un punto per trattenerle, di quelle mani, una era più grande e l'altra più piccina. Stettero un secondo a contatto, poi la mano piccina si ritrasse e l'altra la seguì, con una piccola insistenza tremante che a rigore poteva essere un eccesso di zelo, per la tutela delle rose, ma la mano di donna opinò che le rose fossero abbastanza tutelate.

Dopo di che, donna Costanza chiese al suo cavaliere se Bologna fosse finalmente in vista.

— Siete stanca del viaggio? — le chiese Leo non senza una certa ironia.

— Sì.... — disse semplicemente donna Costanza.

Null'altro... Ma l'accento era sì strano, che Leonardo non fece commenti. Chiese a sè stesso il perchè della tenerezza malinconica di quell'assenso, ma non chiese nulla alla sua compagna.

— Siamo giunti — disse di lì a poco, alzandosi per prendere le sacche.

— Siamo giunti! — diss'ella come un'eco. Prese le rose e ne aspirò a lungo il profumo.

Scesero all'_Italia_, un hôtel simpatico, vecchio, che somiglia poco a un hôtel, ma ha serbato il carattere di ciò ch'era un tempo, il palazzo d'un gran signore. Chiesero tre camere, due da letto, separate da un salottino. Trovarono tutto ciò e s'installarono nel salottino o meglio sul balcone di pietra che percorreva tutta la lunghezza dell'appartamento e dava sulla stretta via. Dirimpetto, c'era un palazzone tanto fatto. L'hôtel e quel palazzo si guardavano di fronte, da presso quasi minacciosamente, come se stessero per dar di cozzo, troppo grandi e maestosi entrambi per l'angustia e la miseria della via sottostante, immagini forse delle vecchie idee nei tempi odierni. L'hôtel aveva certamente la peggio, in fatto di dignità, con quel suo aspetto di palazzo: utilizzato colle sue porte numerizzate, col suo andirivieni di omnibus, colla volgarità delle tabelle e degli affissi che profanavano la maestosa grandiosità dell'androne, col suo volgare tramestìo di camerieri. Ma era vivo, e il suo compagno dirimpetto era morto. Un'uggia malinconica esalava dalle chiuse finestre. A terreno una sequela di grosse inferriate, tutte ruggine e ragnatele. Da una di quelle finestre soltanto, quelle forse del custode, sporgeva tra le sbarre il verde pallido di un vaso di garofani e s'alzava, assieme ad un cattivo odore d'olio fritto, un eterno e picchettato strepitio di macchina da cucire. Al sommo del portone, dietro l'ampia corona che sormontava lo stemma del padrone, una colomba s'aveva fatto il nido e covava, immobile collo sguardo di madre, attento e patetico.

Leonardo stava alle convenzioni, non chiedeva nulla, non si meravigliava di nulla. Solo le pareva strano ch'ella dopo aver detto d'esser stanca, non volesse andarsi a riposare.

E come egli insisteva, donna Costanza ebbe una bizzarra forma di rifiuto.

— No, voglio restar con voi.

Così, non andò a riposare e rimase con lui, di fronte al vecchio palazzo disabitato.

La quiete della via pareva salire sino a loro ed avvolgerli in una maestosa serenità di assopimento. Senz'avvedersene smisero a poco a poco di mutar parola, smisero pure di pensare, forse per la stanchezza cagionata dalle gravi tensioni degli animi loro. Ci sono di questi strani momenti che si vivono così, anche in due, come in un'indeterminata incoscienza di sogno, colla stessa sensazione d'essere in vacanza dal pensiero e dal sentimento, in un'accalmia completa di tutto l'organismo, col senso di esistere, ma senza ingerirsi dell'esistenza propria. Ciò si prova, talvolta in piena vita, in piena tempesta di vita. Per un po' piace.... è un momento di tregua. Alla lunga, sgomenta e la si scuote, perchè somiglia alquanto alla sensazione della morte.

Leo la scosse pel primo.

— Ebbene, donna Costanza... che si fa...?

Ella lo fissò un momento, senza pensare a lui, il suo occhio semichiuso aveva un languore eccessivo.... un po' strano. Ci sono varie specie di stanchezze che si somigliano un poco nei loro sintomi.

Leo si destò completamente e balzò in piedi. Il cuore gli martellava forte.... Mosse un passo verso di lei.

Essa era completamente desta ed egli non vide dinanzi a sè che la sua calma amica donna Costanza Varalli di Terbeno.

Sorrisero entrambi. Ognuno aveva ritrovato sè stesso. Leo chiese a donna Costanza se si dovesse ordinare il the. Sapeva ch'era solita prenderlo a quell'ora, alle quattro.

Ma ella fece un breve cenno di diniego, poi soggiunse: — Grazie; non lo prendo più.

— Oh! come mai queste novità? Ma se era la vostra passione. Vi rinunziate così facilmente?

— Facilmente?... — rispose ella come un'eco. Tacque e il suo sguardo assunse una espressione di dolore, ineffabile e sacro.

Ma subito ella si scosse e disse a Leo:

— Volete escire?

— Con voi?

— No, escirò stasera.

— Bramate riposare ed esser sola?

— No, affatto!

— Allora, lasciatemi restar con voi.

— Sì — diss'ella con una soddisfazione quasi tenera — restate con me.

Restarono dunque assieme, e pranzarono nel salotto. Un fine desinaretto. Al centro del desco, in una carafa d'acqua stavano le rose. Donna Costanza e Leonardo mangiarono lietamente come avevan mangiato il mattino alla stazione, meglio ancora, cioè, senza la visione della pallida faccia di Tremiati. Parlarono di cento cose, godendo delle chiacchiere scambiate, dell'odore e della vista delle rose, del riposo, di tutte le contentezze del momento. Il che è certamente quanto di più saggio ed opportuno si possa fare in hac lacrymarum valle.

Dopo pranzo, calato il sole, escirono in carrozza. Dissero al cocchiere che andasse a piacer suo ed egli percorse tante belle vie, tutti palazzoni austeri e monumentali, bucati alla base dei porticati, sì caratteristici, dentro i quali la penombra del pomeriggio s'allungava già, progressivamente, come un serpe che distende le anella del suo corpo. Ogni tanto l'automedonte accennava la tal piazza, la tal chiesa, la tal via. Commentava ed illustrava a modo suo, con quella parlantina strascinata nell'accento, ma sì italiana nella frase, che tutti, anche la gente del popolo, hanno sì facile a Bologna. Ma a poco a poco, vedendo che i suoi avventori non gli rispondevano, tralasciò di parlare e un dubbio surse nell'animo suo, che quei due potessero essere due novelli sposi o semplicemente due innamorati. Non era ben certo, però; non gli pareva mai d'aver udito, dietro la sua schiena lo schioccare furtivo di un bacio.

Ciò nullameno, li condusse ai giardini, pressochè deserti in quella stagione, e lasciò ch'essi godessero in pace di quella meravigliosa prospettiva di colli lontani e prossimi, tempestati di ville, dell'ampiezza larga e fresca dei viali, dell'estesa, sì ricreativa allo sguardo, dei prati testè falciati. Il giorno finiva, grandioso e in silenzio come un giusto rassegnato. Presso alle cascatelle si levava una diafana velatura di nebbioline, dalla macchia venivano assieme ai profumi acuti dell'acacia in fiore, alcuni rotti preludî di gorgheggi. Nell'immensa frazionatura dei sobborghi qua e là si accendeva un lumicino, nell'intenso azzurro del cielo, appena velato dal primo pallore vespertino, qua e là si accendeva una stella.

Quando furono presso il cancello d'escita, il cocchiere si voltò.

Ma la signora disse:

— Ancora un giro.

Fecero quel secondo giro in silenzio, come se la muta dolcezza del luogo e dell'ora avesse compreso anche le anime di quei due. Vieppiù si accentuava, in quel momento, la strana sensazione di vivere in sogno, che già più volte in quel giorno li aveva blanditi e quasi addormentati. Una voluttà di arcani languori alitava sui loro spiriti, qualcosa come il fresco sventolio dell'ali di un vampiro sulle tempia del dormiente, mentre il sangue succhiato se ne va stilla a stilla e la vittima non sa far altro che morire! Dolcemente però, nella piena coscienza di sè stessa, sentendo che uno sforzo, un gesto, basterebbe a salvarla, ma sentendo pure di non poter fare nè quello sforzo nè quel gesto. Tutto ciò nella più perfetta libertà reciproca, nell'impressione amorosa della notte.... soli.... vicinissimi. Null'altro che la forza, la volontà per un secondo. Un impulso, un lieve moto delle persone, uno stender di mani, un sospinger di labbra, una fusione di due aliti e.... tutto sarebbe stato detto. Ma ciò non avvenne. Perchè?... Quale strana possa paralizzò in quell'istante la possa di quelle due volontà? Perchè si ribellarono a loro stessi, ai loro cuori, ai loro sensi? Perchè non si amarono in quell'istante? Come possono essere queste follie negative dell'animo? Rispetto o disprezzo dell'amore, coraggio o codardia, eccesso di vita, o misteriosa insufficienza di essa?...

Così se ne tornarono tranquillamente alla locanda. Nel salire le scale donna Costanza tradiva nel volto, nel passo, in tutta quanta la persona un'estrema lassezza. Pareva essersi fatta quasi vecchia, le sue fattezze erano come stiracchiate, un piccolo tremito nervoso scoteva le sue labbra, l'occhio aveva una specie di terrore inerte. Ma ella sorrideva ancora, pallidissima, sul ripiano del grande scalone e porgendo la mano a Leo, per salutarlo.

— Buona notte, — disse Leo, — riposate bene ed a lungo. Vi alzerete tardi domattina, nevvero?

Ella assentì, con un lieve cenno del capo.

— Mi manderete i vostri ordini, quando vi piacerà. Spero che dormirete benissimo.

La cameriera aspettava, accanto a loro, tenendo la bugia accesa fra le mani. Quando vide che quei due avevano finito di salutarsi aprì l'uscio della camera di donna Costanza.

Allora questa si scosse, la sua persona si eresse vigorosamente, parve farsi alta, imponente. Non più traccia dell'abbattimento di un momento prima — non più stanchezza. L'occhio ebbe un fulgore, risoluto e sovrano!

Con voce chiara, vibrata, donna Costanza salutò Leo Folgardi.

— Buona notte... — gli disse.

Null'altro.

Poi ella varcò la soglia e la porta si chiuse.

IV.

Leo non poteva decidersi a coricarsi. Faceva molto caldo, in camera sua. Aprì la finestra e passò sul lungo balcone. Chiuse ermeticamente le finestre del salotto e quella della camera di donna Costanza.

Era mezzanotte; ogni tramestio era venuto meno nell'Hôtel. Un po' di lume lunare scendeva di sbieco nella via, sbattendo sulla facciata del palazzo di fronte un angolo di pallore luminoso. I colombi dormivano, appollaiati dietro la corona. Giù nel nero della viottola transitavano scorrazzando delle piccole forme feline, inseguentesi con delle acute note miagolanti di feroce amore. Da un giardino non lontano giungeva ad intervalli una indefinita tenuità soave di olezzi e di canti d'usignuoli... Parve a Leo che giù in fondo alla via, in prossimità d'un lento e cauto passo, una finestra si andasse aprendo adagio adagio con ogni cautela.

Tutto ciò lo irritava, senza ch'egli ne sapesse il perchè. Il suo sigaro gli parve cattivo, lo gettò via. Un vago scontento lo invadeva, assieme al pensiero di quanto fosse uggiosa la sua solitudine in quel momento. Ripensava, con una beffarda ironia, a tutti gli incidenti di quella bizzarra, insulsissima gita. Tutto ciò era stupido in complesso. Si sentiva vagamente deluso e chiedeva a sè stesso s'egli non vi figurasse in modo un po' ridicolo, dopo tutto. Come aveva potuto lasciare che la cosa s'impiantasse a quel modo? Si adirava ora seco stesso, per esser stato sì obbediente, sì docile allo spirito delle ingiunzioni di donna Costanza.... Ovvero... fino a qual limite si stendevano queste ingiunzioni. E se invece?...

Pensò ad un tratto a Peppino Tremiati. Rivide la sua snella persona, il suo volto lungo e magro, pensò alla celata ironia del suo sguardo. Pensò a ciò che aveva detto, a ciò che direbbe di lui e di donna Costanza. Si morse le labbra, sotto l'impressione d'un dubbio brutale che si accampava dinanzi alla sua esperienza mondana. Si rammentò uno degli assiomi favoriti di Peppino Tremiati... per l'appunto. O la donna colpevole o l'uomo imbecille!... Ora; egli rispettava infinitamente donna Costanza, non poteva ammettere neppur col pensiero ch'ella fosse... ciò che diceva Tremiati, ma se per caso, se, dopo tutto, Leonardo Folgardi fosse, egli... ciò che diceva Tremiati?

Leonardo Folgardi si recò all'altra estremità del balcone. Si appoggiò col dorso alla balaustra di sasso, dirimpetto alla finestra di donna Costanza.

Guardò e pensò: le gelosie, i vetri, poi le imposte. Dietro le imposte, la camera. Nella camera... lei.

Il suo pensiero turbato, sconvolto, divampò come una fiamma d'incendio. — Ella dormiva certamente a quell'ora.... Era stata tanto stanca, sul ripiano dello scalone. Eppure, all'ultimo momento, che energia suprema, inattesa, aveva subitamente ravvivato tutto l'esser suo!

L'_essere_ di quella donna, la sua bellezza sì grave e sì pura, la sua dolcezza pensosa, come assopita, dove si suscitava a un tratto incerta, velata, una larva di passione che pareva sempre in fuga.

Sulla calma fondamentale dei sentimenti ch'egli aveva sempre avuto per lei, passò un nuovo, caldo soffio di tempesta. Egli provò un beffardo pentimento d'averla amata così... sì a lungo...

Derise fieramente sè stesso per la sua pazienza, per l'annientamento in cui s'era adagiato, della sua contemplazione di devoto. Ebbe un violento, cattivo ardore di brama.

Colle mani tremanti brancicò le persiane, ne tentò le forti sbarre. Ma combaciavano perfettamente, tutto era serrato, tutto sfidava il rabbioso volere delle sue mani. Allora pensò ad un vecchio dramma di Dumas che nessuno più legge ora, nè ode. Pensò che avrebbe dovuto fare come Antony.

Senonchè, egli non era Antony. Era un uomo di quarant'anni, saggio e posato... E poi: far saltare un cristallo, sollevare un manubrio, a proposito di donna Costanza!

Sorrise dinanzi all'idea schiacciante di quell'assurdo. Sorrise e ritrasse le mani da quella persiana. Ma la tempesta non si ritrasse sì tosto dal cuor suo, ed egli lasciò che imperversasse.

Disse solo vagamente: domani, quella parola sì vasta, sì vacua. Certo, domani egli non sarebbe più com'era stato oggi. Domani, in un modo o nell'altro egli punirebbe quella donna!

Punirla?... Ma di che?... D'aver avuta tanta fiducia in lui?

Rimase immobile a lungo in una perplessità crudele, profondamente umiliante per lui. Poichè è duro sempre, per un uomo di quarant'anni, il momento in cui egli chiede a sè stesso, se ha presa la vera o la falsa via dell'amore. Poichè ne ha fatta molta ormai e non ha più il tempo di ritornare sui suoi passi.

Ripetè ancor febbrilmente, con tutte le animosità e il desiderio di un fanciullo la parola: domani. Risolvette di mancare alla sua promessa, di chiedere imperiosamente all'amica il perchè di quella gita. Sentì il bisogno di essere severo, aspro per lei, di chiederle conto della sua attesa, dei lunghi anni perduti, del languore inerte in cui ella aveva assopito il cuore, addormentati i sensi di lui. Si sentì ribelle, e un odio si levò nel suo cuore.... Pure, forse solo in quel momento egli amò completamente donna Costanza.

Rientrò in camera. — Si addormentò solo a giorno fatto e si destò nelle tarde ore del mattino. Si vestì in fretta, scese a terreno e chiese di donna Costanza.

Con sua somma sorpresa udì ch'ella era escita due ore prima, verso le otto.

— Sola? a piedi?

— A piedi e sola.

— Non aveva lasciata ambasciata alcuna per lui?

— Sì. Aveva lasciato il buon giorno e la preghiera di non attenderla a colazione.

Leo non volle tradire, davanti all'ossequiosa faccia del portinajo, l'ingrata sorpresa di quell'informazione.

— Sta bene, — disse. E passò nella _salle à manger_.

Sedette a un tavolino e ordinò qualcosa.