Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo

Part 2

Chapter 23,669 wordsPublic domain

Fuori vi era il cronista, un giovinottone lungo e magro magro, con le spalle curve, il collo esile, le guance rossastre del tisico: un Veneziano dalla dolce pronuncia, dai modi dolcissimi, perduto in quel vasto Napoli, tossicchiante appena veniva l'autunno, povero, sempre allegro, che scriveva presto presto un italiano pieno di errori di ortografia che Paolo Joanna doveva correggere e per cui Alessandro Dolfin non si offendeva mai, quando lo riprendevano. Riccardo era il suo prediletto, aveva sempre in tasca per lui un paio di soldi di confetti, un giocarello di pochi centesimi. Entrava in redazione tutto scalmanato, col respiro affannoso, avendo troppo camminato, dalla Questura alla Prefettura, agli ospedali, sempre in giro sino alle tre, e si buttava a scrivere come un disperato, con una calligrafia grande e informe di ingegno mediocre: a un certo punto, domandava:

"Non ci è il bimbo?"

"È fuori."

"Ora, ora lo vado a prendere."

E buttava giù in fretta e furia la sua cronaca, facendo uno sforzo sulla sua naturale indolenza, vincendo la debolezza di essere destinato a morire di tisi, scriveva come se avesse il diavolo in corpo, per poter poi andare a cercare il piccolino.

"Ti ho portato una cosa, indovina?"

"Che cosa, che cosa?" chiedeva Riccardo, attaccato alla lunghissima gamba di Dolfin.

"Una pesca, una pesca: ma devi venire a prenderla."

E Dolfin avanzava il piede e il ginocchio destro, Riccardo vi si arrampicava come uno scoiattolo, gli saliva sul petto, opprimendolo, tendeva le mani, afferrava la pesca, la mordeva.

"Mangia anche tu, Alessandro."

"Non ne voglio, mi fa male."

"Tutto ti fa male a te?"

"Tutto."

"A me nulla."

Questo dialogo avveniva in cucina; una cucina fredda, coi fornelli spenti, senza un utensile: il focolare era coperto di grandi pacchi di _Tempo_, la _resa_: sotto l'arco, dove si conservava il carbone, vi erano certe scatole di caratteri tipografici consumati, corrosi, ma sempre un po' umidicci, puzzolenti di antimonio; in un angolo certi strofinacci sudici. Sul muro, dove un tempo erano state le casseruole e vi avevano lasciato la loro orma rotonda, erano attaccate certe caricature rosse e nere del _Pasquino_, la Francia con la cresta di gallo, Bismarck coi tre capelli ritti sul cranio, Depretis con la barba fluente di un Fiume. Ivi Alessandro Dolfin oziava un pochetto, facendosi arrampicare addosso il bambino, parlandogli affettuosamente in quel molle dialetto veneziano, soddisfacendo quel bisogno di tenerezza che immalinconiva quel giovinottone ammalato, nostalgico e povero. La cucina aveva un finestrino dai vetri sporchi che dava sulla scaletta: un grosso naso, una testa di faina vi comparve e gridò:

"Cronista, un suicidio!"

Dolfin lasciò Riccardo a malincuore, e andò dietro al _reporter_ che aveva tutti i particolari della notizia. Il _reporter_ era un napoletano, afflitto da uno sciagurato amore pel giornalismo, piccolo, scarno, con un naso che pareva si trascinasse dietro la testa, con la faccia di un vecchietto astuto e un modo di parlare telegrafico, tutto compreso dell'altezza del suo ufficio, quasi che fosse un redattore del _New-York Herald_. Nell'anticamera, frettolosamente, Angiullo dava la notizia a Dolfin, leggendogli le note del taccuino: Dolfin ascoltava con aria stracca, e Riccardo, che gli aveva tenuto dietro, aveva un contegno di personcina attenta.

"... Dal Ponte alla Sanità. Si crede che sia morto prima d'arrivare in terra."

"L'hai visto, tu?" domandò il bimbo al _reporter_.

"Certamente: faceva orrore."

"Qual è la _causa del triste proponimento_?" domandò il cronista, con lo stile della cronaca.

"_Credesi dissesti finanziari_," rispose sullo stesso tono Angiullo. E scappò via.

Dolfin entrò nella redazione per scrivere la notizia, annoiato; Riccardo lo seguiva. Paolo Joanna scriveva sempre, con un movimento della bocca che imitava quasi quello della penna. Non levò neppure il capo. Dolfin scriveva tenendosi il bimbo accanto.

"Dimmi, che significano _dissesti finanziari_?" chiese il bambino, dopo aver pensato.

"Mancanza di quattrini," disse Dolfin.

"E uno si ammazza?"

"Più di uno."

"Ah!" disse soltanto il bimbo.

"Che ora sarà?" domandò Paolo Joanna, levando il capo e mostrando la sua faccia stanca e preoccupata.

"Mah!..." fece il cronista, con un cenno d'ignoranza.

Ambedue non avevano orologio: e l'orologio grosso e grossolano, da paccotiglia, sospeso al muro, era fermo da sei mesi alle undici e mezzo.

"Ora domando a don Domenico," propose il piccolo Riccardo.

Adesso, nella stanza di redazione era cominciato un certo viavai; il deputato ispiratore del _Tempo_ aveva mandato l'articolo di fondo contro il governo, e Paolo Joanna lo arricchiva di punti, di virgole, di esclamazioni, spezzava i periodi, ne rifaceva qualcuno; il corrispondente da Torino aveva mandati due telegrammi, di cui uno si fingeva fosse da Parigi; era venuto il fattorino dell'_Agenzia Stefani_ col solito dispaccio; Peppino era capitato di nuovo, con altre bozze; due o tre signori erano passati, si erano ficcati nella stanza del proprietario. Dolfin con le mani in tasca guardava il soffitto, con quella immobilità sorridente del Veneziano immerso nelle sue contemplazioni.

"Sono le quattro e un quarto," tornò a dire Riccardo.

"Paolo, dammi Riccardo, lo porto a passeggiare."

"No, no, lascialo stare," mormorò Paolo, pensoso.

"Che ti fa qui? Te lo riconduco all'ora del pranzo."

"Lascialo Riccardo: mi serve."

"Quello si annoia: fallo venire a passeggiare."

"Ti annoi, Riccardo?"

"No, papà: non mi annoio mai," rispose il piccolo uomo.

"Senti una parola, Alessandro," disse Paolo.

E per parlarsi in segreto, i due redattori se ne andarono fuori il balcone. Ivi Paolo fece la domanda: aveva da prestargli venti lire, Alessandro? E lo aveva detto presto presto, con quella timidità e quella soffocazione di voce che hanno le persone veramente bisognose: e giocherellava col bottone quasi strappato della sua spolverina. Dolfin si fece pallido, una viva espressione di dolore gli si dipinse sulla faccia: non aveva che tre lire per pranzare, potevano dividere, egli si sarebbe contentato.

"Non importa, non importa," disse Paolo, vergognandosi.

"Prendile, Paolo, prendile: almeno per Riccardo."

"Troverò altrove: lascia fare," e abbozzò un pallido sorriso di sicurezza.

Rientrarono. Erano smorti ambedue, e si dolevano, l'uno della domanda fatta inutilmente, l'altro della propria impotenza. Il bambino li guardò, uno dopo l'altro, come se volesse leggere nelle loro facce: egli era serio serio, come se avesse indovinato.

"O Riccardo, vuoi arrampicarti ancora?" domandò fiaccamente quel bonaccione di Dolfin, tendendo il piede e il ginocchio destro.

"No," disse lentamente il bambino, "non ho più voglia."

"Che hai, piccolino?"

"Niente."

"A rivederci, io vado al Consiglio comunale," disse Dolfin, che non si reggeva a vedere il padre preoccupato e il bimbo triste.

Uscì. Paolo, dopo aver pensato un poco, aveva preso un foglietto e scriveva una lettera. Poche parole: ma ad ognuna di esse si fermava, come pentito, come esitante, come se non trovasse la forma giusta. Stracciò il foglio: ne prese un altro. Riccardo si era seduto, le mani abbandonate, l'occhio spento, come stanco.

"Riccardo?"

"Papà?"

"Senti una cosa."

Il figliuolo si appressò al padre, che gli carezzò i capelli leggermente.

"Mi vuoi bene?"

"Sì, papà mio."

"Allora vuoi farmi un piacere?"

"Sì, papà."

".... Senti.... senti," e pareva che inghiottisse difficilmente la saliva, "dovresti andare.... dentro.... dal _signor cavaliere_...."

"Oh, papà!..."

".... A portargli questa lettera," terminò di dire precipitosamente il padre.

Il bimbo tese la manina, ma aveva chinato la piccola testa sul petto.

"È proprio necessario, papà, che ci vada io?" chiese poi, con voce fievole.

"Necessario, Riccardo mio," rispose il padre.

".... Ora vado, papà."

E si avviò.

"Senti, Riccardo."

"Che cosa?"

"Digli anche: Papà mio si raccomanda."

"Niente altro?"

"No."

"Vado, papà."

Il bimbo bussò debolmente: una voce secca gli strillò di entrare. Paolo, mentre Riccardo era di là, volle rimettersi a scrivere, ma non potè, le mani gli tremavano. Quando la porta si chiuse, egli arrossì di vergogna sino ai capelli.

"Ecco, papà," sussurrò Riccardo.

Gli pose sulla scrivania quattro rotoli bianchi, venti franchi in monete di rame.

"Bravo, Riccardo."

Si chinò per baciare il figliuolo sulla guancia, ma il bimbo non potette più rattenersi, le lagrime gli gonfiarono gli occhi, egli si attaccò al collo del padre, dicendo fra i singhiozzi:

"Oh papà mio.... oh papà mio bello!..."

"Per carità, non piangere, mi fai disperare," e cercava di calmarlo, lo carezzava, dava delle occhiate di paura verso la porta.

"Ti possono, udire, per carità, Riccardo!"

Il fanciullo cercava di trattenersi, ma non poteva, i singulti lo soffocavano. Il padre se lo tolse in collo, e non sapendo dove andare, lo portò in cucina, chiuse la porta.

"Ma che hai, che hai?" gli andava ripetendo.

"Oh papà, non mandarmi più.... il _signor cavaliere_ mi fa soggezione.... mi fa paura.... non mandarmi più...."

"Non ti mando più, non dubitare. Che ti ha detto?"

"Ha detto, leggendo la lettera: _solite fandonie_..."

"Imbecille! E poi?"

"Poi ha messo la lettera in un librone nero, ha aperto un cassetto: quanti denari, papà! e mi ha dato.... quei quattrini...."

Si diede a piangere di nuovo.

"Non piangere: perchè piangi?"

"Mi sono vergognato, papà."

Tacquero. Un grave silenzio era fra loro: la faccia del padre si era scomposta, quella del bimbo pareva quella di un vecchietto, che avesse tanto vissuto, tanto sofferto.

"Hai ragione," mormorò Paolo. "Non dovevo mandarti: dovevo andare io, sono un vile...."

"No, non dir queste cose, non ti arrabbiare, papà mio, un'altra volta non piangerò più, manda sempre me...."

"Speriamo di non averne più bisogno," soggiunse solennemente il padre.

"Speriamo," aggiunse piamente il figliuolo.

Erano già consolati: uscirono dalla cucina.

"Ora papà tuo ti manda a comperare qualche cosa che ti piaccia. Vuoi il _fernet_?"

"È amaro."

"Vuoi il _wermouth_?"

"Sì, ma col _seltz_, papà."

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Nella tipografia il rombo della macchina era finito. Tutta l'edizione di provincia era stata tirata: in un camerotto di legno, sotto la vampetta di un lume a gas, Paolo Joanna e Dolfin scrivevano le ultime _informazioni_ e le ultime notizie di cronaca per l'edizione di Napoli che doveva uscire fra un'ora. I due redattori erano in maniche di camicia: in quel camerotto si affogava -- e non parlavano, scrivevano rapidamente, presi dall'ansietà di quella ultima ora. Riccardo gironzava per la tipografia, come una piccola ombra, fra i larghi tavoloni e gli scaffali della composizione: sopra certe _casse_, dove non si lavorava più, il gas era abbassato: solo tre tipografi componevano gli ultimi pezzi del giornale; Peppino si ergeva sopra uno sgabello, essendo ancora troppo piccolo per arrivare alle cassette dei caratteri; il proto, tutto attento, si curvava sopra un ampio tavolone coperto di marmo macchiato di inchiostro, umidiccio di un'acqua sporca, e con certe sue pinzette cavava certe lettere dalla pagina composta, tutta nera. Riccardo gironzava, ma sapeva che non doveva parlare ai tipografi, massime in quella fervida ora di lavoro: e dopo un poco, se ne andò in un camerotto di legno, simile a quello dove lavoravano suo padre e Dolfin. Attorno a una larga tavola, sedute sopra certi alti seggioloni, stavano le tre piegatrici dei giornali: e innanzi a ognuna di loro, un fascio di giornali aperti si elevava. Rapidamente, senza smettere di parlare, senza guardare, esse piegavano il giornale in due, poi in quattro, poi in otto, poi in sedici: agilissime volavano le dita, l'unghia del pollice passava sulla piega per fissarla meglio, i giornali piegati si elevavano in mucchi.

Maria lavorava lentamente: era la giovane moglie di un cocchiere, bellina, dall'aria signorile, convalescente ancora di un tifo che le aveva minacciato per più giorni la vita, coi capelli corti e ricciuti e la naturale indolenza dei convalescenti: Raffaela chiacchierava, canticchiava, lavorava come se avesse una grande fretta, i suoi quattro figliuoli l'aspettavano a casa per mangiare, era vedova da due anni, suo marito era un _fontaniere_, era morto in un pozzo improvvisamente inondato: la più silenziosa era Concetta, una sciancata, una povera giovane dal volto lungo e pallido, dal vestito di percalla nero, dal fazzoletto di cotone bianco al collo, una monacella, così la chiamavano le sue due compagne. Riccardo si metteva accanto a lei, a vederla piegare con le lunghe dita scarne, muta, fingente non udire le storielle di amore che le raccontavano le sue compagne, per scandalizzarla un poco. Maria, specialmente, diceva quella sera di un signore che la seguiva sempre, quand'ella usciva dalla tipografia, un signore con orologio e catena, col _tubbo_ e con un brillante grosso grosso al dito mignolo: un brutto signore, del resto, che se Totonno, suo marito, si accorgeva di tale cosa, correvano le coltellate -- e ne parlava con un brivido voluttuoso di spavento, con quel desiderio e quella paura mistica del sangue che hanno le Napoletane in fondo all'anima. Raffaela, per scherzare, accusava Concetta di avere un innamorato e quella non rispondeva, piegava più rapidamente i giornali. Sì, sì, aveva un innamorato, la monachina, era don Domenico, il vecchietto gobbo e bianco, un bel matrimonio, il gobbettino e la monacella zoppa. Ella quasi piangeva, col naso che le si faceva rosso e con le labbra che si protendevano per lo scoppio delle lagrime.

"Non te ne incaricare, Concetta, lasciale dire," l'ammonì Riccardo, per consolarla.

Il bambino si arrampicò sulla sedia di Maria per toccarle i capelli.

"Se mo' avessi ancora Pascaluccio mio, sarebbe come voi, signorì," disse quella, immalinconendosi al pensiero del suo bimbo morto.

"Ringrazia la Madonna che se l'ha preso," gridò Raffaela, "oh quanto pane mangiano le creature!"

"A me il pane non mi piace," osservò Riccardo.

"Voi siete un signore, è un'altra cosa."

Le piegatrici avevano finito, si guardavano le mani già tutte nere d'inchiostro, si mettevano gli scialli, Concetta si annodava un fazzoletto sotto il mento.

"T'aspetta don Domenico?" le disse, per burla, Raffaela.

Le tre piegatrici se ne andarono, attraversando la tipografia, ridendo a qualche motteggio dei tipografi, Maria con la sua fiacchezza di malatina debole, Raffaela dicendo qualche paroletta vivace. E dopo un poco il rombo della macchina ricominciò. Riccardo si era ritirato in un angolo lontano, ma non toglieva gli occhi di dosso alla macchina. Sempre quel grande congegno nero, a ruote che s'ingranavano l'una nell'altra, a rulli neri e lucidi che andavano e venivano, con quel cilindro che si arrotolava sulle pagine, con quei telai semoventi, con quel fischio sottile dei fogli che scivolavano, quasi afferrati e divorati da quell'ingranaggio, quel macchinone rombante sempre lo meravigliava. Quando era al riposo, Riccardo vi si accostava, timidamente, toccava con la punta del ditino una ruota, poi si ritraeva, girava attorno alla macchina con una curiosità ansiosa; ma quando la macchina si metteva in moto, un timore, un rispetto lo faceva rinculare lontano. E nello stesso tempo egli invidiava Peppino, il ragazzo, e Ciccillo un altro ragazzo, che sedevano in cima ai due piani inclinati, sicuri, tranquilli, facendo scivolare i fogli di carta dentro la macchina, con un atto disinvolto, di operai avvezzi. Non tremavano essi, lassù, mentre la macchina si moveva tutta, con un rombo forte, sotto di loro; essi parevano due domatori della macchina, due trionfatori, due piccoli re. Riccardo li invidiava.

A Riccardo la macchina pareva una cosa grande e misteriosa. Quando si trovava innanzi a essa, vedendola inghiottire di mano in mano i fogli bianchi e subito buttarli fuori stampati, con gli articoli, con le notizie, coi telegrammi, gli sembrava che essa sola facesse il giornale: il fanciullo dimenticava il lavorío faticoso di suo padre, di Dolfin, degli altri redattori, a cui assisteva ogni giorno, dimenticava il lavorío quotidiano, paziente dei tipografi che componevano il giornale linea per linea. Per Riccardo la macchina pensava e sapeva, scriveva e correggeva, componeva, faceva tutto, sapeva far tutto: quell'organismo ignoto, ma forte e potente, creava ogni giorno il giornale, lo cacciava dalle sue viscere nere, con un movimento preciso e inflessibile di generazione. Tutto l'agitarsi minuscolo di tante persone, scrittori, fattorini, compositori, stampatori, correttori spariva dinanzi a quel largo movimento di creazione della macchina, stridente, rombante, mugolante. Riccardo, assorbito, contemplava il grande congegno, tenendo la bocca un po' schiusa, le manine inerti lungo le gambe: invidiava Peppino e Ciccillo, i due _ragazzi della macchina_, ma non avrebbe mai osato di salire lassù. Ogni tanto, quando parlava con suo padre, gli diceva:

"La macchina, papà...."

E diceva queste tre sole parole lentamente, con un accento profondo, staccando le sillabe, dando alla frase come un senso sacro. Una notte, il padre lo aveva condotto in tipografia, dopo il teatro: Paolo Joanna aveva bisogno di dire qualche cosa al proto: i tipografi della notte lavoravano, ma la macchina stava ferma: sopra certe ruote erano buttati degli strofinacci unti di olio, una gran tela nera quasi quasi la ricopriva.... ed essa s'immergeva nella penombra.

"Che fa la macchina?" aveva chiesto sottovoce il bambino.

"Dorme," aveva risposto distrattamente il padre.

"La macchina dorme," ripeteva pian piano Riccardo, come se non volesse svegliarla, "la macchina si riposa."

Gli pareva quasi una gran cosa umana, come un congegno che avesse l'anima. A un tratto il gas intorno alla macchina fu alzato, la tela fu portata via, i cenci unti furono buttati in un cantuccio e con un rombo prima sordo, poi fragoroso la macchina, svegliata, viva, cominciò a buttar fuori le copie del giornale _La Patria_ che usciva al mattino. Riccardo era rimasto compreso di meraviglia; e da quella notte, ogni tanto, pensava fra sè:

-- La macchina non riposa mai. --

Sulla porta del suo camerotto, ancora in maniche di camicia, con un mozzicone nero di sigaro spento fra le labbra, Paolo Joanna aspettava. Gli toccava restare in tipografia sino a che la tiratura fosse finita: nel caso che venisse qualche notizia importante da Torino o da Napoli stesso, bisognava inserirla, fare una seconda edizione. Aveva sul volto l'ansietà, l'impazienza di quella ultima ora: era quell'esaltamento finale di un lungo lavoro della mente, quella piccola febbre che soffre il giornalista al termine della sua fatica quotidiana, l'occhio un po' stralunato, le labbra un po' secche, le mani un po' calde, tutti i nervi tesi.

"Riccardo, levati di là," disse da lontano Paolo.

"Perchè, papà?"

"Perchè ci fa caldo e ti puoi far male."

"Non fa caldo, papà, e non mi posso far male."

"Riccardo, non discutere, levati di là."

Il figliuolo guardò bene il padre e gli scorse la brutta faccia nervosa delle ore cattive: non rispose più nulla e lentamente girò intorno alla grande macchina che egli amava, passò attraverso le _casse_ della composizione e si andò a sedere sopra una panchetta di legno, presso la porta a vetri della tipografia: ivi un po' di fresco veniva. Poi, attratto dallo spettacolo di fuori, Riccardo accostò la faccia ai vetri. Fuori la porta, a tre passi di distanza, una trentina di monelli stazionavano, aspettando: vi erano dei bimbi di sei anni e degli adolescenti di quattordici: due o tre vestiti decentemente, tutti gli altri laceri, cenciosi: alcuni scalzi: qualcuno con un cappelletto sfondato, qualcuno con un berretto stracciato, gli altri col capo nudo. Si affollavano innanzi alla tipografia, urtandosi, spingendosi per farsi avanti, buttandosi in terra, dandosi degli scappellotti, piangendo, ridendo, bestemmiando: ma Capozzi, un giovanottone, stava piantato innanzi alla tipografia e non li lasciava entrare. Capozzi era il loro capo, il loro comandante, il loro signore: Capozzi era il loro ingaggiatore, era quello che distribuiva i giornali, era il tiranno temuto e venerato. Stava sulla porta, col cappello abbassato sopra un orecchio, con la mazza d'India del _guappo_, con un'aria di autorità che pochi ribelli osavano affrontare. E come litigavano fra loro, si acchiappavano pel collo, egli con una parola, con un rovescio di mano li divideva.

"O _moccosiello_, sta fermo, se no ti mando via senza giornali!"

"_Bellu guaglione_, figlio di buon cristiano, lo vuoi un calcio?"

"Che credi che non ti vedo, _Sciurillo_? Adesso ti pigli quattro schiaffi!"

"_Caporaluccio_, questa sera ti metto a mezza razione!"

In tutto quel chiasso di monelli impazienti che solo la voce di Capozzi arrivava ogni tanto a sedare, fra gli strilli, le canzoncine e i fischi, solo due di essi stavan quieti, appoggiati al muro. Erano un maschio e una femmina: fra gli otto e i dieci anni, fratello e sorella, si rassomigliavano tanto che parevano gemelli. La femmina, la sorellina, aveva un visetto scarno, dagli occhi vivissimi, con un treccione di capelli castagni mezzo disfatto sul collo: e sul vestitino di percallo scuro un grembiule di merinos, un fazzolettino di cotone al collo. Così il fratelluccio, anch'esso magro e pallidino, con l'aria un po' femminile.

Senza parlare, mangiavano del pane e delle prugne gialline, piccoline, quelle che si vendono a sei un soldo: le prugne stavano nel grembiule della sorellina che le passava al fratello, invitandolo con gli occhi. Quando le prugne furono finite, la sorellina scosse il grembiule: il fratelluccio mangiava ancora il suo pane, guardandolo dopo ogni morso che vi dava. Ma allora i clamori cessarono: la distribuzione cominciava. Capozzi, assistito da un suo aiutante, Salvatore Decrescenzo, detto _Totore_, dava a chi cento, a chi cinquanta, a chi duecento copie di giornali. Le mani si tendevano, i monelli si urtavano: ma Capozzi era flemmatico, non perdeva la testa, faceva l'appello come pei soldati.

"Dove sta Gennarino Mennella?"

"Sto qua."

"Sebastiano Loiodice?"

"Eccomi, don Giovannì."

"Margherita Santaniello?"

La ragazzina era lì, con le mani tese.

"Cento a te, cento a tuo fratello."

Ora, come la distribuzione finiva, i monelli battevano i piedi per l'impazienza. Tenevano il fascio dei giornali per un capo, spiegati innanzi come un tovagliolo, e stavano già quasi col corpo proteso, per fuggire. Ma Capozzi, quasi scherzando con la loro furia, li tratteneva ancora. Essi aspettavano da lui la parola d'ordine, la frase che dovevano gridare, per vendere meglio i giornali. E solennemente, in napoletano, Capozzi la pronunziò:

"_I' mazzate d'i' Cammere._"

E con un cenno olimpico della sua canna d'India licenziò i monelli. Fu una fuga come la partenza di una freccia: fuga muta, ansiosa. A venti passi una vocina sottile di fanciulla diede il primo grido:

"_I' mazzate d'i' Cammere, vulit'u Temp!_"

E il fratellino subito la ripetette, gli altri monelli la ripetettero su tutti i toni, ogni momento, correndo, correndo, gridando, diffondendosi dappertutto, pei vicoli e per le grandi strade, ai cantoni e sulle piazze, dovunque arrivava il galoppo di quei monelli, dovunque si ripercoteva l'eco di quelle vocette stridule o sonore.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Riccardo si era annodato dietro la nuca, con molta disinvoltura, il tovagliolo bianco, per non sporcare il suo bel vestito nuovo. Seduto di fronte a suo padre, a una tavola della elegante trattoria _Caffè di Europa_, il piccolino non dimostrava nessuna impazienza, aspettava il pranzo con la serietà di un grande che non dà in escandescenze in pubblico.

"Hai fame?" domandò il padre, offrendogli le sardine di Nantes dell'antipasto.