Vita di Francesco Burlamacchi

Part 7

Chapter 73,453 wordsPublic domain

Lo imperatore di queste discordie cittadine non si pigliava pensiero o poco, e forse anco che così fosse gli giovava; ma quando avvenivano cose che toccassero i propri interessi, egli ed i suoi mostravano i denti. Ora accadde che la fazione dei Salvi andasse di dì in dì declinando, non già per solerzia altrui, bensì per vizio proprio; chiunque intenda prevalere, se venuto a contesa non vince, perde; impattarla non giova, gli è come persa. I Salvi si sentivano mancare il terreno sotto e non si rendevano capaci delle cause; questo però si faceva loro sempre più chiaro, che senza aiuto non potevano tirare innanzi, e da parte dello imperatore se non erano anco inimicati alla scoperta con lui, tuttavia di là miravano addensarsi la procella. Per mala ventura loro capitò in Siena uno armeggione chiamato Ludovico delle Armi, il quale si mise a sobbillarli: non dessero tempo al tempo; scostandosi dallo imperatore si gittassero in balía della Francia, che gli avrebbe accolti a braccia aperte; sotto la protezione di cotesto potente reame si sarebbero potuti dire veramente e sicuramente primi; e poi o che volevano mettere la generosa natura del re di Francia con la crudele taccagneria di Carlo? Intanto ecco egli mandava loro danari, ed essi gli agguantarono; inoltre promesse a carra, ed essi le crederono, perocchè gradevoli fossero ed accomodate ai fatti loro. Già anco condotte tra prudenti e pochi le congiure vengono per ordinario a scoprirsi, pensiamo poi se tra giovani che si portino il cervello sopra la berretta; però l'oratore di Carlo V a Roma, ammonito partitamente della cosa, scrisse una lettera terribile al duca Alfonso addossandogli tutta la colpa di coteste rivolture. Al duca erano graditi i Salvi, ma i propri comodi troppo più dei Salvi; onde non è da dire con quanta e quale squartata mandasse sottosopra messer Giulio; che sbalordito non negò la pratica, ma l'appose al fratello Matteo e intanto diede opera che Ludovico si cansasse; se non che, per questo fatto tempestando il duca, costui con nuovo tradimento fece in modo che Ludovico fosse prima sostenuto a Montevarchi, poi consegnato al duca Cosimo, il quale avutolo nelle mani e chiusolo in castello, senza mestieri tormenti, ritrasse da lui l'ordine della congiura; gli è ben vero che Ludovico non si rimase da vituperare il Salvi per traditore doppio, ma per allora il negozio rimase sopito: però ben la segna chi la nota, e quinci a pochi mesi, essendo tornato di Francia Girolamo Luti soldato di conto negli eserciti del re, i nemici del Salvi furono agli orecchi degli agenti imperiali aizzandone il sospetto e l'acre zelo del servitore pagato: ma per quanto imprigionassero il Luti e con tormenti lo dirompessero, pure da lui innocentissimo non poterono cavare riscontro al sospetto. Messere Giulio e il duca, per ischermire il colpo, recaronsi in poste a Milano, dove era pur dianzi giunto lo imperatore, ma questi li rimandò per la udienza a Lucca; colà gli udì e con esso loro gli emuli, e concluse commettendo al Granvela il negozio della riforma del reggimento di Siena: questi, non si sentendo abbastanza informato per pigliare una risoluzione, licenziò tutti dichiarando sarebbesi egli medesimo recato a Siena per assettare le faccende; tuttavia come segno di vicino fortunale fu ordinato al duca di Amalfi che, lasciato in asso il capitanato delle armi di Siena, si riducesse nei suoi stati. Intanto giunse in Siena il senatore Sfondrato per pigliar lingua degli umori e per indagare i fini ed i costumi degli uomini: grandi anzi maravigliosi i conati delle emule fazioni per tirarlo a sè, e segnatamente dei noveschi, a cui venne fatto indurre il papa a pigliare in mano la difesa loro; ma egli, abbottonato fino al mento, non lasciava trapelare nulla delle sue intenzioni: per ultimo venne il Granvela, le accoglienze pari o forse maggiori di quelle che a cesare, imperciocchè segno di speranze e di timori immediati egli fosse: aperto disse sè essere mandato a moderare la città, ormai pel governo pessimo, per la fellonia di taluni tristi e per non represse iniquità venuta in uggia così ai prossimi come ai remoti; dal mattino poteva conoscersi il giorno, tuttavia il capitano del popolo a fargli di cappuccio e ringraziarlo di tanta degnazione; _lui_ facesse, disfacesse _lui_; fin d'ora grata ogni cosa ed accetta purchè tornasse nella massima esaltazione di S. M.; — breve, con più le altre formule di cui trovi copia nel grande dizionario della umana viltà. — Allora il Granvela squaderna il modello di riforma accompagnandolo di ragioni santissime come sempre si suole in simili occasioni: il magistrato avere ad essere copioso come quello che, pigliandovi parte molti, si contenta maggior numero di cittadini, e poi allontana il pericolo della tirannide; dunque la balía si componga di 40 cittadini, 10 per monte, n'elegga il consiglio 32, egli ne nominerà 8; duri due anni in carica; v'intervenga il capitano del popolo; quanto al criminale si riformi così; gli sia preposto un capitano di giustizia, il quale per quattro anni presenterà lo imperatore: in capo ad ogni anno l'amministrazione di lui si sottoponga a sindacato. Queste con altre cose di minor conto ordinò la riforma, che davvero non aveva bisogno di essere ponzata tanto; un fine, e, per quanto si dice, presagito dal Palmieri dell'ordine popolare, lo ebbe, e fu di abbattere la soperchianza del Salvi, ma pose capo anco ad un altro che da lui non era presagito nè voluto, perchè i noveschi ne ripigliarono gagliardia, e i popolani ne rimasero avviliti. Ciò fatto, il Granvela disegna fabbricare un castello come calcio in gola ai Sanesi; si rinforza con milizie spagnuole chiamate da Firenze; per ultimo crea la balía; quanto a sè per gli otto di sua elezione nomina altrettanti cittadini apertamente avversi ai Salvi e al duca di Amalfi. Opere prime della balía furono chiedere al consiglio che in lei la suprema autorità si trasferisse e che le provvisioni di danaro stanziate pei pretesi meriti ai cittadini si cassassero: la prima proposta come eccessiva rigettasi, la seconda no; onde i Salvi e gli altri con ripetío e querimonia infinita rimasero di un tratto privati di quelle che fruivano, e non erano poche. Difficile è dire dove sarebbe giunto il Granvela, se in questa perpetua altalena delle umane cose non fosse avvenuto un caso il quale temperò e di molto il vino fumoso di lui; e fu lo immenso disastro dello imperatore davanti Algeri. Allora, ripiegando le vele, egli appiccò all'arpione la voglia del castello, renunziò a inquisire pei reati commessi, insistè a volere confinati quattro dei Salvi, ma, per non parere, confinò di riscontro quattro noveschi. La balía entrò in carica e da prima operò bene; granata nuova spazza bene tre giorni; vietò le armi a tutti e le conventicole notturne e l'andare per la città la notte senza fanale; poi temperò lo smodato lusso delle donne, perpetua e vana cura degli uomini, onde per disperazione all'ultimo e per non dichiararsi vinti hanno bandito che il lusso è manna nel consorzio civile, e ognuno faccia quello che meglio gli aggrada; e proibì le maschere con abiti da frati e da monache, che, argomento di sceda tre secoli fa, oggi presumevasi da intelletti guasti ritornare in venerazione degl'Italiani.

Intanto maturavano i frutti della nuova riforma, e si chiariva a prova come, per abbattere i Salvi, i popolani ed i riformatori si erano tirati sul collo i noveschi, i quali seguendo l'antico costume usavano ed abusavano del fresco favore della fortuna; per lo che tornarono ad agitarsi peggio di prima, sopra tutti l'arcivescovo Bandini, il quale, a quanto pare, non era farina da farne ostie. Lo imperatore teneva suo rappresentante in Siena lo Sfondrato, che ormai procedendo a carte scoperte favoriva la fazione novesca, nè in ciò era mal visto, sicchè quando di lui si lamentavano per questo i popoleschi in corte egli era come dicessero al muro, Messer Giulio Salvi senza virtù e senza credito cascò come frutto fradicio; chiamato in Fiandra e messo in prigione dallo imperatore, così poco i Sanesi attendevano a lui che la sua prigionia conobbero unicamente dalla libertà concedutagli quando Austria e Francia accordaronsi nel 1544. Poco dopo susurrarono che lo Sfondrato lavorava in pro del papa per grandi promesse che ne aveva ricevuto (e parve vero, dacchè indi a breve, ridottosi a Roma, fu promosso cardinale): allora in fretta e in furia lo imperatore diede il puleggio allo Sfondrato, sostituendogli don Giovanni di Luna castellano a Firenze della fortezza di San Giovambattista. Errore vecchio che dura sempre, senza sembianza di cessare per ora, egli è che per mutare governatore si muti governo: però don Giovanni patrizio, inzuppato di frenesie baronali, che in quei tempi reputavano vangeli, e poi per conoscenza dello umore del padrone, appartatosi dai popolani, si accostò co' noveschi; in questo pari affatto allo Sfondrato, da lui diverso in questo altro, che con don Giovanni Roma si trovò chiusa la porta in faccia; allora non potendo ella armeggiare per via obliqua, venne fuori dirittamente il cardinale Farnese ad arruffare con certe sue liti sopra le castella di Maremma; gli fu risposto che queste liti erano state composte e come all'abbazia di Santo Anastasio, di cui era abbate il Farnese, fosse stato per compenso conceduto il contado di Montresoli; ma la prova della ingiustizia delle sue ingordigie fu sempre l'argomento che valse meno in corte di Roma; lo imperatore informato invitò il papa a non molestare i Sanesi, almeno per ora, ed il papa appese la spada alla rastrelliera per tornare ad usarla a tempo ed a luogo.

Accaddero intanto guerre alle quali i Sanesi talvolta presero parte e tal altra no; all'ultimo ebbero sosta per istracchezza dei contendenti più che per altro e con lo esito ordinario di tutte le guerre; sperpero di anime, sperpero di sostanza pubblica, miseria presente e disperazione futura; chi non perse, i principi adesso parchi perchè, rifatti da capo danari e soldati, potessero continuare il trastullo sanguinoso delle battaglie, gioco anch'egli per loro, dove invece di carte adoperano uomini. In questa stracchezza universale che per difetto di meglio chiamavano pace, don Giovanni venne in pensiero di farsi signore di Siena, e, sinceri o no, lo spalleggiarono i nove a patto di opprimere con lui gli altri monti; di qui la cresciuta insolenza dei nove massime giovani, cui pareva grandigia conculcare i popolani tantochè uno di loro certo Ottaviano Tondi freddò di una coltellata un plebeo vocato il Bianchino; il popolo di subito saltò in piazza urlando: _Ammazza! ammazza!_ e rincorse l'omicida, il quale con la lingua fuori ripara nella chiesa di S. Agostino e poi si nasconde in certe caverne dove non fu possibile trovarlo. I noveschi, atterriti dal nuovo pericolo, si strinsero insieme in forte ed ordinata schiera: onde i popoleschi, considerando che per allora ci era caso da andarne per le rotte, si ritirarono a casa pur mordendosi il dito. Ma i nugoloni abbuiavano il cielo, ed era facile giudicare la procella vicina; onde i noveschi si affaticavano a tutto uomo ad afforzarsi, e sottomano don Giovanni gli aiutava con ogni sua possa; poi, per parere imparziale, avvisava i popoleschi a non lasciarsi cogliere alla sprovista, ed in pubblico increpava ambedue; girandole da furbi gaglioffi per le quali i pretesi uomini di stato arieggiano Bertoldo quando si nascondeva dietro un vaglio; i popolari lo irridevano e si apparecchiavano di cuore ad ingaggiare la suprema battaglia; la plebe stava co' popoleschi inferocita dallo avere un bel mattino trovati appesi agli usci delle botteghe loro mazzi di capestri, e le fu detto in minaccia della sorte serbatole dove mai prevalessero i noveschi: certo è bene che parecchi affermavamo, e non senza verosimiglianza grandissima, cotesto tiro movere dai popoleschi; ma, considerando che il procedere in cotesta maniera si adattava meglio ai costumi ed agli interessi dei noveschi, così i noveschi senz'altro incolparono; avvertenza questa della fallacia dello argomento di sospettare colpevole del reato quello a cui giova; in siffatta disposizione di animi basta una favilla a suscitare lo incendio, e la favilla non manca mai; adesso furono le nozze, che belle e magnifiche ammaniva don Giovanni per certa sua figliuola la quale andava sposa ad un barone napoletano: ci si dovevano fare giostre e torneamenti, epperò ordinarono una spianata davanti la casa di don Giovanni; la quale opera considerando i popoleschi, presero a mulinare si stesse costruendo un bastione per impedire loro la entrata nella contrada del Pantaneto, sospetto cresciuto da vedere come i noveschi si fossero fatti forti nella casa di un Mancino dei Tommasi, quasi serrame a impedire che il popolo trascorresse per la Costarella e luogo acconcio così per soccorrere gli amici, che dal Terzo della città intendessero passare per Camollia, come per essere sovvenuti da loro: per altra parte i noveschi, avendosi a nominare in cotesti giorni il capitano del popolo, tenevano per sicuro uscirebbe uno della propria fazione, mentre all'opposto rimase eletto Giovambattista Umidi popolesco: di ciò n'ebbero maraviglia e spavento; quindi da ambe le parti non pure voglia ma necessità di venire a mezzo ferro. Intanto si celebrano le nozze della figlia di don Giovanni, canti, suoni, balli e banchetti splendidissimi; tutto questo pei signori, pel popolo si ammanirono dopo il pranzo abbattimenti condotti dagli Spagnuoli, cose stupende, non mai viste per lo addietro nè da vedersi più innanzi; ne andarono le grida attorno con accompagnatura di tamburi e di pifferi, e il popolo in onta alla smisurata sua curiosità non si mosse, fermo alla posta egli stette con la mano sopra la spada: allora ne tentarono un'altra, e fu di bandire che pel sette di febbraio si sarebbe data sulla piazza una solenne caccia di tori; e sfoggiati allestimenti si fanno i palchi mirabili per arazzi e damaschi, le livree dei giocatori di vari colori, i tori scelti fra i più feroci delle Maremme, le musiche continue, bisognava avere i piedi di piombo per tenerli in casa; e il popolo i piè di piombo ebbe; agevole poi spiegare la insolita immobilità sua solo che tu sappia come atroce disegno dei noveschi fosse cascare addosso del popolo inteso allo spettacolo e menarne strage, e della trama questo avesse pigliato odore.

Don Giovanni, vista la mala parata, il dì veniente mandò pei caporali delle parti contrarie tentando raumiliarli con parole oneste affinchè alla travagliata patria dessero pace, e provò contrasto dove lo credeva meno, vo' dire dal lato dei noveschi; ai quali parendo stare bene in istaffa, non consentivano cedere, onde il giorno otto di febbraio, saltati nella strada in armi, essi presero a gridare: «_Imperio, imperio, nove, nove_.» Di subito un correr di gente a precipizio; le botteghe serransi in furia, ognuno va per armi; primo dei popoleschi a mostrare il viso un Giuli, ma gli Spagnuoli sparandogli addosso il ferirono; il Turamini investe Annibale Umidi e lo lascia in terra per morto: i popoleschi pronti accorrono alla riscossa e condotti dal Luti e da Landucci vietano ai noveschi irrompere dal Pantaneto. Giambattista Umidi capitano del popolo, come quello che, allevato in mezzo ai trambusti, quando accadevano, invece d'impaurirsene faceva pasqua, ordina sonarsi a stormo la campana grossa del palazzo, appello al popolo della patria in pericolo; di subito tu vedi versarsi un formicolaio di gente armata per le strade, la quale ottimamente condotta da prodi cittadini con irresistibile impeto si avventa contro certa bastita fabbricata dai noveschi in Camollia: in meno che non dici _amen_ la bastita è sfondata, i difensori dispersi, ma non giova loro la fuga, chè raggiunti sono messi al taglio della spada; taluno si rimpiattò, e non gli valse, rinvenuti per le stalle, quivi trovarono la morte. In altra parte sei giovani noveschi più animosi che savi, non potendo starsene addopati ai muri di casa Bonsignori, scendono su la via e si cacciano dentro ai popoleschi, i quali sopraffatti dal furiosissimo assalto cedono terreno, e gli altri incalzano, sicchè pareva ormai che avessero la vittoria in pugno, quando di un tratto una grossa banda di Fontebrandesi li percuote di fianco; per la qual cosa mandati sossopra e respinti verso la casa, ebbero per ventura trovarne la porta aperta per ripararvisi dentro: colà attendevano a difendersi alla disperata, pure aspettando che i compagni del Terzo della città corressero a soccorrerli; ma i compagni, visto il caso buio, cagliarono. In questa il capitano del popolo Giambattista Umidi chiama attorno di sè gli Spagnuoli; ma questi essendo stati i primi a menare le mani contro i popoleschi, pensarono che andare adesso a mettersi in mezzo a loro e' fosse come tornare a pigione in bocca al lupo, però ricusarono netto: ora don Giovanni comanda loro escano fuori per accompagnarlo a sedare il tumulto; ma pieni di ardimento contro il popolo inerme e poco, ora che infuria come mare in burrasca, essi ricusano anco più netto. Don Giovanni, non volendo mancare al debito suo, non avendo sotto mano di meglio, si circonda di taluni suoi parziali tra i popoleschi e i riformatori, e con esso loro si accosta alla combattuta casa pregando posassero le armi, non si facessero con le proprie mani giustizia, rispettassero l'autorità, le leggi osservassero; a lui stava multare della meritata pena i colpevoli, di cui il misfatto egli affermava, per testimonianza propria, espresso. Urla e minacce accolsero la intempestiva orazione mentre l'accompagnatura gli spulezzò dattorno: ei non si sbigottiva per questo, anzi sceso da cavallo e solo si recò fino a piè della porta della casa Bonsignori e quivi a mani giunte supplicò grazia pei rinchiusi: qualche popolesco, sendochè gli atti generosi abbiano virtù di commovere sempre fortemente il cuore del popolo, gli disse parole cortesi, ma la più parte degli altri infelloniti, con occhi strabuzzati e accese labbia, gridarongli: «Si levasse loro davanti, chè se no, ce ne sarebbe anco per lui: quanto quivi accadeva era per colpa sua; andasse via.» Don Giovanni non se lo lasciò intimare due volte; levò le ciglia in su a guardare la casa, poi, borbottando un: _consummatum est_, si ridusse in palazzo, il quale con molte guardie diligentemente assicurò. Avendo intanto il popolo raccolta copia di fascine, disegnava con esse incendiare la porta della casa e così ad un tratto espugnarla, se non che quei di dentro, o per furore di morte vendicata, o per isperanza di vita conservata, dalle finestre fioccavano archibugiate da mettere in cervello anco i più animosi; il capitano Enea Sacchini, vedendo che alla scoperta non riusciva l'assalto a bene, entrò co' compagni nelle case dirimpetto, e quinci riparati dalle finestre fecero un fuoco d'inferno; per la quale cosa gli assaliti sopraffatti cessarono il trarre, sicchè, levate le offese, potè il popolo accostarsi alla porta, arderla ed irrompere in casa. La rabbia del popolo non ha paragone che con quella degli elementi; prece o minaccia ugualmente inutili per lui; in quanti il popolo occorse, tanti scannò; qualcheduno si arrampicò su i tetti, ma quivi raggiunti presero con presentissimo pericolo a correre pei tegoli; e i popolani dietro con non minore pericolo ad agguantarli e, presili, a rischio di rotolare giù insieme avviticchiati, scaraventarli di sotto: le strade andarono lunga ora funestate per pozzanghere piene di sangue umano e per membra ed ossa lacere; nè la età novella salvò dal fato estremo il giovanetto Giulio Orlandini, il quale, per miracolo uscito fuori e passata felicemente una prima schiera di popolani, s'imbattè in una seconda che da parte a parte con le alabarde lo traferì; più avventuroso Giorgio Trecerchi, il quale, tratto a sè l'uscio di una cantina, si nascose nel vano a triangolo che l'uscio si lascia dietro quando tocca la parete parallela, ed i feroci, mentre cercavano da per tutto, lì non frugarono. Nè vi fu casa di noveschi che rimanesse illesa; causa di questo rovistare per ogni angolo la brama di trarre l'arme di mano ai nemici; ma poichè nei tempi andati la medesima causa fu pretesto a taluni di rapina, i caporali bandirono chiunque grancisse pagherebbe del capo; e non solo le case dei noveschi furono perquisite, bensì non andarono immuni quelle dei popolani, imperciocchè il popolo, informato come taluno pietoso gli avessero raccolti, volle rivilicarle, e lì pure trovatili, si difendessero o no, inermi ovvero armati, li trucidò; poi mosse contro il palazzo di don Giovanni brandendo le armi e le faci, e fu mirabile cosa che cotesto Spagnuolo, il quale fin lì aveva dato buon saggio di sè, sfinito di animo non valesse a far contrasto, al contrario ordinasse si aprissero le porte al popolo: questi entrò digrignante i denti e prima che si palesasse il nemico vibrava il coltello; tuttavia, cerca e ricerca, rovista da cima in fondo ogni ripostiglio, non rinvenne persona, conciossiachè, come il Malevolti racconta, i malcapitati noveschi (e pare impossibile!) aggrappandosi su pei pilastri si rannicchiassero sopra i cornicioni delle finestre i quali a sufficienza sporgevano in fuori, e colà stettero parecchie ore in agonia, chè, essendo ormai calata la notte, non furono veduti.