Vita di Francesco Burlamacchi

Part 5

Chapter 53,298 wordsPublic domain

I pelaghi di Carlo nella massima parte scorbacchiati qualche cosa fruttarono sempre; se gli si smagliò in parte la rete, fu merito del papa, e se la legò al dito: i principi brandeburghesi di Bareit e di Aaspak pertanto lasciaronsi pigliare; Maurizio di Sassonia per non parere pattuì con Ferdinando re dei Romani che si sarebbe mantenuto neutrale di mezzo finchè l'elettore Giovanfederigo non dichiarasse la guerra allo imperatore; in questa riuniranno le armi, ed assalito e vinto lo elettore, terranno lo stato ai suoi aderenti ed a lui, poi di santo accordo se lo divideranno: consiglio iniquo che partorì pessimi frutti a Maurizio, però che chi comincia il conto con la cupidità ordinariamente lo salda col danno. Cesare si valse eziandio delle nozze, profittevoli sempre alla casa di Austria; di due sue nepoti una allogò in casa di Baviera, l'altra in quella del duca di Cleves; vero è che questa era stata promessa al principe di Navarra, ma l'interesse scioglie bene altri nodi che questi non sono.

Di giorno in giorno crescono le offese. Il langravio Filippo, foggia di Aiace germanico di forma gigante, armato da capo a piedi di piastra e di maglia, andava iattando bastargli l'animo dentro tre mesi rincacciare lo imperatore fuori dei confini germanici; insieme uniti i principi collegati mandano intorno un bando: veruno si attenti pigliare soldo sotto principe che il proprio naturale non sia; la sentenza di cesare contro l'arcivescovo di Colonia (della bolla papale non si parla nè manco) dichiarano irrita, nulla e come non avvenuta; straziano di scede la corte romana e il vescovo di Augusta e, meglio di tutto questo, fanno massa di gente in Augusta e in Ulma: maravigliosi il numero delle milizie accorse e le cause tanto diverse che le mossero ad assembrarsi sotto le bandiere dei protestanti; il vincolo dei vassalli ai baroni tuttavia gagliardo in Germania, l'esercizio lungo nelle armi avendo da quasi mezzo secolo combattuto ora dalla parte di Francia ed ora di Austria secondochè la passione agitava o l'interesse persuadeva, la pace di Francia con l'Inghilterra conchiusa in cotesti giorni, per la quale di parecchi soldati, i quali dal menare le mani in fuori altro non sanno fare, stavano disperati a qual santo votarsi; ci era poi dove più dove meno la rabbia religiosa, che ubbriaca più trista del vino assai: per ultimo il naturale istinto dell'uomo, che lo spinge a ribellarsi contro la forza, finchè non arrivi il tempo, e arriverà tardi, dove da un lato l'amore, dall'altro la conoscenza compartiranno alla persuasione l'autorità che adesso usurpa la forza congiunta con la frode, o no: insomma corre fama che nel giro di pochi giorni si radunassero 70000 fanti, 15000 cavalli, centoventi pezzi di artiglierie, ottocento cariaggi di munizioni, ottomila somieri, seimila guastatori: il più bello e fiorito esercito che fosse stato riunito fin lì, e bada che lo avevano posto insieme i soli principi di Sassonia, Assia, Vurtemberga, Analto e le città imperiali Augusta Ulma e Strasburgo. Se i collegati, rotti gl'indugi, avessero di subito assalito lo imperatore rinchiuso in Ratisbona città luterana, epperò tentennante, con soli attorno tremila Spagnuoli e cinquecento Tedeschi, non ha dubbio che lo avrebbero facilmente oppresso; e tuttavia nol fecero o perchè tardi per natura, o perchè sentissero una tal quale esitanza a percotere prima una istituzione così venerata come il sacro romano impero, o per qualunque altra causa a noi ignota. — Gingillaronsi i protestanti a scrivere certa lettera a Carlo, la quale non sarebbe stata accolta quando mai avesse contenuto proposte discrete; figurarsi se piena di enormezze come cotesta era! Chiedevano la pace generale della Germania, un concilio nazionale, e sia pure a Trento a patto che a loro sia libero andarvi o no, e si componga di padri o teologhi per metà cattolici, per metà luterani; siedano giudici lo imperatore con gli altri principi laici di Germania, ed altre più cose assai. Ghignò di rabbia Carlo al ricevimento di cotesto messaggio, conciossiachè, sebbene con parole onorate, egli insomma contenesse la proposta di renunzia alla corona, atto che per allora egli non si sentiva voglia di fare; onde contro suo solito, ordinariamente circospetto, non curando il pericolo dentro cui si versava, postergato ogni obbligo di consultare la dieta, di propria autorità metteva al bando dello impero l'elettore di Sassonia, il langravio di Assia e chiunque si accontasse con loro, i vassalli sciolti dal giuramento, chiunque avesse loro corso addosso per ammazzarli ed usurparne i beni, invece di pena, avria conseguito grazia e favori. Di rimando i protestanti spedirono al campo imperiale un araldo il quale con tutte le solennità che ordinavano i tempi gli dichiarava i principi collegati non riconoscerlo più per imperatore, e chiamare a decidere cui di loro avesse torto giudice Dio: protestare contro il bando perchè a quel modo decretato era atto tirannico e sovversivo delle libertà del corpo germanico. — Carlo accommiatò l'araldo incombenzandolo dire ai suoi signori: «simile protesta prima della battaglia non valere un bagattino, e dopo anco meno, perchè la forza legittima ogni cosa.»

Pertanto la guerra era dichiarata: secondo i giudizi umani lo imperatore si credeva l'avesse dovuta perdere; in ogni caso sarebbe andata per le lunghe, ed entrambe le parti ne sarebbero rimaste offese sì che quando anche ne fosse riuscito vittorioso Carlo, per parecchio tempo non gli sarebbe rimasta balìa da levare un dito. La occasione offeriva il ciuffo a chi volesse afferrarlo: il Burlamacchi voleva e sapeva.

CAPITOLO III.

Condizioni d'Italia. — Paolo III e suoi concetti per ingrandire il figliuolo Pierluigi: quali i costumi di questo scellerato, nè la storia li dichiara tutti; quanti stati il padre gli procurasse e su quanti mettesse gli occhi; Milano e Napoli desiderati invano: Siena insidiata. — Con quali arti i Sacerdoti abbiano messo assieme la roba: perchè i cardinali assumessero vesti di colore vermiglio. — Andrea Doria avverso a Farnesi; se avesse cause private s'ignora, pubbliche ne aveva e quali; si espongono gli argomenti per credere che Andrea non si sarebbe opposto ad un moto inteso a liberare la Italia dagli stranieri. — Venezia fino da cotesti tempi a quale stato ridotta; politica conservatrice sa dell'etico e perchè; ragione delle repubbliche aristocratiche; durare non è vivere, e mal s'intende di che cosa sappia la lode data da Vittorio Alfieri a Venezia; anch'ella non avrebbe impedito la cacciata degl'imperiali d'Italia; solo non avrebbe mosso un dito per affrettarla. — Di Savoia non importa parlare; piccolo stato egli era e ad ogni moto ostile. — Firenze sola a sostenere la causa della democrazia; da tutti abbandonata e tradita, massime dai Francesi; poi dal Doria, da Siena e da Lucca: condizione degli animi dei Fiorentini spenta la Repubblica. — Lorenzino dei Medici a cui parve Bruto, che cosa paia a noi. — Perchè Cosimo I abbindolasse il Guicciardino. — Quale ragionevolmente lo scopo di Cosimo I dei Medici. — Pure in Firenze, Lucca e Siena bollivano umori vogliosi di novità. — Cose di Siena per mostrare come potesse favorire il moto del Burlamacchi. — Fabio Petrucci cacciato; mutazione del reggimento verso il principato per opera di Alessandro Bichi, che viene ucciso; i suoi aderenti. — Contese tra il popolo e i noveschi. — Noveschi che fossero e quanto arieggino coi moderati moderni. — Governo popolesco che pensi e che faccia. — Noveschi tentano pigliar Siena, sono ributtati. — Il Trecerchi alla porta di _Santoviene_, e donde questo nome. — Il popolo si vendica. — Caso del Bellarmati o di suprema virtù o di avarizia suprema. — I Sanesi procacciando i propri vantaggi mentre il papa e lo imperatore si versano in angustie si stimano astuti: necessità grande che avevano per andare cauti; pure screzio tra nobili e popoli circa al doversi sovvenire Firenze, e il popolo vuole. — Carlo vinta la guerra si scopre favorevole ai noveschi: invia a Siena Lopez perchè agguindoli con le frodi; non riuscendo, manda Ferrante Gonzaga onde adoperi la forza; l'adopera. I noveschi tornano a prevalere; si armano; tumulto dove il popolo si conduce in parte da esserci oppresso: questo consiglia il capitano Borghese, ma non gli danno retta, ond'ei se ne va con Dio. — Nuovo tumulto, dove i noveschi vengono abbattuti; ne arrovella il Gonzaga, minacce e pretensioni: — Ardire di Mario Bandino e di Achille Salvi. — I Sanesi attendono risoluti a difenderli. — Lo imperatore richiama il Gonzaga e il Lopez, e viene a patti. I noveschi rimangono abbassati. — Il duca Alfonso Piccolomini di Amalfi surrogato al Lopez si mangia le paghe di 300 fanti. — Noveschi più volte si adoperano ai danni del popolo, il quale avutone odore, combatte i noveschi, e non li perde a patto che, inquisita la cosa, si puniscano i rei. — Alfonso di Pietro paga per tutti. — Sorge la tirannide dei Salvi venuta su per favore di popolo, poi avversa al popolo ed a tutti. — Miseria universale. — Comparisce l'Occhino; qualità di lui. — Congiura con i Salvi; questi pigliano il dinanzi mettendo mano alle armi. — Il duca Alfonso seda il tumulto. I Salvi perdono riputazione; ricercati a seguitare le parti di Francia per danari e promesse, si lasciano corrompere: gl'imperiali scoprono il trattato; Giulio Salvi prima fa scappare il negoziatore francese, poi lo arresta e lo consegna a Cosimo duca di Toscana. — Nuovi sospetti per parte degl'Imperiali. — Il duca di Amalfi è rimosso da Siena. — Monsignore Granvela preposto alla riforma di Siena manda innanzi lo Sfondrato a scoprire marina. — Riforma del Granvela in che consistesse ed a qual fine preordinata. — I noveschi tornano a galla: cominciansi le persecuzioni contro i Salvi e i popolari, che vengono interrotte per la notizia del naufragio della flotta imperiale ad Algeri. — La balía entra in carica; sue provvisioni in parte ottime e in parte strane: se la piglia con le donne, mentre tutto il male viene dagli uomini. — Giulio Salvi scade di credito, chiamato in Fiandra è messo prigione, più tardi lo liberano: della sua prigionia come della sua libertà non se ne danno per intesi i Sanesi. — Lo Sfondrato finchè promuove i noveschi lasciasi fare; più tardi, scoperto ch'egli favorisce il papa, è licenziato. — Gli subentra don Giovanni De Luna, che pure parteggia pei noveschi. — I Farnesi molestano Siena, per interposizione dello imperatore lascianla stare. — don Giovanni con la opera dei noveschi trama insignorirsi di Siena: tracotanza dei noveschi; il Tondi novesco ammazza il Bianchino plebeo e ne sorge tumulto. — Eccitamenti a romperla; capestri appiccati agli usci delle botteghe del popolo. — Apparecchi di nozze della figlia di don Giovanni sono argomento di sospetto. — I noveschi confidano fare eleggere capitano del popolo uno di loro, ed invece esce un popolesco; lacci tesi al popolo perchè concorra alle feste, e quivi a mano salva opprimerlo; avvisato ei gli evita. — I noveschi primi a rompere la guerra; battaglia cittadina descritta; vari casi di quella. — Cosimo duca di Firenze accosta le sue bande ai confini. — Milizie del contado in città; don Giovanni fa che le bande del duca si ritirino. — I popoleschi mandano oratore al marchese del Vasto perchè tenga bene edificato lo imperatore. — Consulta popolesca intorno il da farsi: diversi pareri; prevale quello di Antonio dei Vecchi. — Noveschi cacciati dal reggimento. Don Giovanni lascia Siena e cita a comparire in corte imperiale parecchi cittadini. — Guardia spagnuola cassata. — Città ripartita in tre soli ordini. — Luna manda oratori a congratularsi in Siena. — Baldanza dei popoleschi fondata sopra gl'imbarazzi di Carlo e su la protezione del marchese del Vasto, il quale mentre sta in Vigevano su le mosse per Siena di un tratto muore; dicesi per veleno propinatogli da Cosimo dei Medici. — Per la costui morte mutano di cima in fondo le condizioni di Siena; da capo torna la pratica in mano al Granvela nemico a vita tagliata del popolo. — I noveschi di nuovo a galla. — I cittadini citati da don Giovanni a corte inesorabilmente confinati parte in Lucca e parte in Milano; il Savini confinato comunque capitano di popolo per cordoglio ne muore; i cittadini gli surrogano nell'ufficio Enea suo figliuolo venticinquenne. — La città restaurata al governo dei Quattro Monti. — Guardia spagnuola prima di 400 Spagnuoli, poi a cagione del rammarichio dei cittadini cresciuta fino a 500. — Si mulina la fabbrica di un castello. — Sanesi frementi della novella tirannide e smaniosi di gittarsela giù dal collo.

Fin qui di Europa; adesso più peculiarmente d'Italia; innanzi tutti del papa. Dopo il concilio di Trento con menzogna onesta i figli dei preti appellaronsi nepoti, prima addirittura figliuoli; nè questo era il peggio, chè il maggior danno consisteva nello sbranare un lembo di stato per gittarlo sopra le spalle ignude di costoro; ai quali lembo, invece di attutire la fame, cacciava addosso la smania di arraffarne un altro; per uno, avuto in dono ne rubavano quattro; l'appetito viene mangiando; e tuttavia nè anco questo si considerava il pessimo, e pessimo veramente appariva quel buttarsi che facevano i papi in abbandono dei figliuoli quanto più rei ed infami: e tale apparve Pier Luigi Farnese figlio di Paolo III; di lui narra la storia nequissimi fatti non meno che turpi, i quali negare è vano quanto indecente ripetere, e pure sembra che qualcheduno dei più tristi ella ne taccia, imperciocchè nelle storie di Benedetto Varchi occorra scritto come il marchese Del Vasto lo cassasse con ignominia dalla milizia, nè per quanto io mi sia dato cercare, mi venne fatto scoprirne la causa. A costui pertanto, scerpandolo dal patrimonio della Chiesa, il papa diede Castro; poi instò con focosa ressa perchè lo imperatore gli concedesse il marchesato di Novara, e lo ebbe, piccolo sorso a tanta sete! Allora il papa torna a schiantare il retaggio di san Pietro, che povero e pescatore dalle reti e dalla barca in fuori altra sostanza non ebbe nel mondo, e scissene Parma e Piacenza, ne compone un ducato in prò del suo diletto Pierluigi. È noto come a questo sperpero della sostanza chiesastica si opponesse tenace il cardinale Caraffa, che, assunto papa, fece peggio di lui: ma il papa toccare questi beni in sollievo della comunità cristiana non può, può toccarli e sprofondarli in vantaggio degl'indegni congiunti: si conosce eziandio che tali donazioni non avvengono senza fingerle permute utili, ed anco si dà ad intendere che le siano proprio vendite: a turpe causa non fece mai difetto pretesto degno, massime nella curia romana; ma fin qui non nacquero le mani per contare il prezzo pagato dai figliuoli dei papi per la terra acquistata dalla Chiesa.

E sempre intento Paolo ad ingrandire la famiglia, fantastica conquistare Napoli contro allo impero, poi sollecita importuno e irrequieto lo imperatore affinchè investa Pierluigi del ducato di Milano, insidia Siena; a tal fine elegge il cardinale Farnese abbate dell'abbazia delle Tre fontane su quel di Siena, meno per crescergli il censo che per mettergli in mano il filo a ingarbugliare le cose. Cotesto tramestío dei Farnesi aborrito dai principi italiani o per astio o per istudio di concorrenza o per paura: contrastavano loro Siena Cosimo e forse il marchese del Vasto, Milano Ferrante Gonzaga e Andrea Doria, donde le mortali nimicizie contro di lui, le mutue ingiurie, come esposi nella vita di Andrea, e per ultimo la parte presa dal papa nell'omicidio di Giannettino e la parte di Andrea nella strage di Pierluigi. In casa, il papa odiato perchè a sè tutto ed ai suoi a scapito dello stato; a Roma forse meno che altrove, anzi da parecchi riverito come quello che a molta gravità, alla pratica lunga dei negozi ed al sapere accoppiava la grandezza romana; nelle provincie secondo il solito esecrato, chè Bologna, Perugia, Ancona ed altre città non poche membravano nel loro segreto le violenze e i tradimenti onde tolte dal vivere o libero o autonomo erano state poste sotto al romano giogo, che solo i preti chiamano soave. Lo dissi altrove e lo ripeto qui, tentando pure che replicato venti volte gl'Italiani l'abbiano ad intendere una: narrano che i Lacedemoni costumassero in guerra paludamento vermiglio, perchè pugnando o non vedessero o si accorgessero meno del sangue e non isbigottissero; se vero, è incerto: certissimo poi che i preti elessero la porpora perchè altri non li mirasse imbrodolati del sangue dei popoli e non li maledisse. Pertanto negli stati del papa molte e vecchie e nuove le cause per desiderare novità, oltre la eterna e distinta da tutte della naturale irrequietudine dell'uomo che lo sospinge a non contentarsi mai dello stato presente; provvidenza o fato, donde la inanità dei farabulloni, i quali di tratto in tratto bandiscono chiusa l'era delle rivoluzioni: anco la morte è inizio di nuova rivoluzione.

Genova o piuttosto il Doria si governava col volgare precetto, chi stà bene non si muova. Se egli avesse motivo privato di odio contro i Farnesi prima dello spoglio del retaggio del cardinale Doria che i Farnesi operarono in Roma e della complicità loro nella congiura dei Fieschi adesso non ci è dato conoscere; ma per avversarli a lui bastava che e' volessero ingrandirsi, dacchè ben'egli si adattava a servire per suo interesse un signore potente e lontano, vicino e meno potente ei lo avrebbe combattuto; non pativa emuli, molto meno superiori ricchi di superbia, non già di pecunia: ancora, Andrea Doria, mutata parte, di francese si era fatto imperiale, e Pierluigi si sapeva parzialissimo alla Francia, ossia che colà per naturale inclinazione propendesse, ossia che con essa giudicasse dare miglior ricapito ai suoi disegni, onde Andrea presentiva che di qui, se non provvedeva, gli sarebbe caduto sulle spalle qualche grosso stroppio. Non già che ad Andrea mancasse anima per maggiori concetti, ma ormai, non gli parendo possibile di meglio, si teneva contento ad essere principalissimo vassallo dello impero, padrone e guidatore delle sue armate; in patria in apparenza uguale ai maggiorenti, in sostanza capo, e ciò perchè la sembianza del principato genera invidia, e massime su i primordi ti tocca logorare le forze e vivere in pericolo, mentre, chiamando i tuoi cittadini a parte dei tuoi guadagni, ti ameranno, e, a patto che tu non porti corona, a loro parrà non essere servi e ti obbediranno di cuore. Però Andrea nemico di novità era, e ne aveva ben donde, ma distingui quelle cui poteva dare impulso un principe italiano per ingrandirsi alquanto dalle altre che prorotte da impeto di popolo avessero per fine la restaurazione d'Italia a potentissimo stato: queste egli giudicava inani a tentarsi, impossibili a compiersi; tuttavia è lecito credere, che s'ei le avesse vedute niente niente attecchire, egli ci si sarebbe gettato dentro anima e corpo per condurle a buon fine: almeno in coscienza a me sembra avere a giudicare così.

Venezia fin da cotesto tempo si trovava ridotta alla parte di colui che ripara con la mano il lume per tema glielo spenga il vento; sicuro, il lume allora era di torcia, ma gli speculatori calcolavano di mano in mano si sarebbe ridotto a moccolo: sapienza suprema di regno mantenersi fermi; il moto in certe contingenze nuoce anco per acquistare: la storia della repubblica va illustre per nuovi gesti che aumentano il retaggio di gloria e stremano le forze dello stato: chi solo conserva perde, perchè da per tutto il tempo va dintorno con la forbice, e se non apponi ogni dì, ogni giorno scemi. Questo, a giudicare così all'ingrosso, sembra il fato delle repubbliche aristocratiche: finchè non possiedano tanto che basti tu le vedi adoprare conati stupendi per procurarselo; ma acquistato ch'ei sia, pongono industria e tenacità pari a difenderlo; donde avviene che durano molto. Però durare non significa vivere come a popolo conviene, sicchè non si sa che lode fosse quella che tributava l'Alfieri alla Repubblica veneziana quando scriveva che, o decrepita o inferma o spenta, in fatti ell'era la figliuola più longeva del senno umano, e voleva la Grecia ci si adattasse: anco Titone ottenne durare immortale, ma essendosi dimenticato di chiedere altresì eterna la giovinezza, all'ultimo ebbe di catti che gli dei mossi a compassione lo convertissero in cicala. I Veneziani però non si sarebbero opposti ad un moto inteso ad abbattere il predominio imperiale sopra l'Italia; solo non lo avrebbero aiutato, a cavallo al fosso aspettando gli eventi per regolarsi a norma della piega ch'essi pigliavano. —