Vita di Andrea Doria, Volume II
Part 7
Merita che da noi si riferisca un caso su cui si accordano parecchi storici ed è, che Gianluigi, uscendo di palazzo Doria, poichè fu montato sopra un suo giannetto briosissimo, prese a farlo corvettare sopra la piazza sotto i balconi di Andrea ostentando la sua perizia nell'arte del maneggio; cosa che dimostra quanto impero avesse su l'anima sua cotesto uomo: nature forti, che apparendo quasi sempre fra popoli prima di tracollare nella servitù, sembrano quasi gli ultimi tratti della spirante libertà. Smesse le corvette se ne va difilato a casa, muta veste, e chiamato a sè Paolo Panza, gli raccomanda che tenga compagnia alla Contessa, con qualche lieta lettura, o gioconda novella la diverta; la visiterebbe più tardi; ode dal Calcagno i rapporti, e con nuove istruzioni lo licenza, poi, tolti seco dieci uomini, scende da capo in città, e si acconta col Verrina, che forse l'aspettava; gli dice niente essere mutato; nella notte si strigherebbe il fatto: raccolga congiurati, e glieli meni a casa; veda condurci anco gente la quale, quantunque non partecipe della congiura, pure egli sappia di animo avverso al governo, e ai Doria: perchè i chiamati non sospettassero, e venissero volentieri, dica loro egli convitargli a cena: ci sarebbe una grande adunanza, non mancherebbero dame, andarono degli uni e degli altri chi dice ventotto, chi trenta, chi più, e ordine era dato alla guardia lasciasse entrare tutti, uscire nessuno: i convenuti poi, condotti da servi discreti dentro una sala, quivi erano lasciati chiusi a chiave: di veglia non videro apparecchio, bensì udirono romore di arme, e la misteriosa frequenza che palesa qualche grave successo, o che sta per accadere; chi era a parte non istupiva, gli altri sì, e temevano; pure tutti, è da credere, aspettassero pieni di ansietà la fine della strana avventura. Di un tratto ecco spalancarsi le porte, e comparire Gianluigi pallido in faccia e aggrondato; egli si fece a capo di una lunga tavola; rimane in piedi e con ambo le mani si agguanta allo spigolo; le due candele che sole ardevano colà si mette a destra e a sinistra; intorno alla tavola si dispongono curiosi i convenuti, secondo il digradare della luce più o meno rischiarati; taluni al buio; allora egli con voce commossa, per testimonianza dei presenti, è fama, che favellasse così: — Amici, e compagni miei, io vi ho tratti qui con lo invitarvi a cena, nè mi disdico; e la cena, che io intendo imbandirvi fia tale che da lungo secolo non fu mai vista in Italia: io vi ho invitato a liberare la patria e voi dalla tirannide di Andrea Doria, e da quella imminente e più grave di Giannettino, il quale, è noto, poco innanzi recatosi dallo Imperatore in Ispagna, avergli chiesto con l'accordo dei nobili del portico vecchio, potersi dopo la morte dello zio scoprirsi addirittura padrone della città, e tanto essergli stato di leggieri concesso; però che fausto ai despoti sorga quel giorno in cui mirino spenta una repubblica. Di ciò porgergli sicurissima notizia il signore duca Pierluigi Farnese con le lettere ch'egli metteva loro davanti (e qui buttò su la tavola un fascio di fogli), le leggessero, le ponderassero, e si chiarissero. Giannettino (e a parecchi di loro doveva essere noto), consapevole com'egli Fiesco non sarebbe stato per patire questa cosa giammai, s'industriò con ogni via levarlo di mezzo con veleno o con ferro, nella quale scelleraggine se non era riuscito, averne debito alla fedeltà altrui, ed alla sua buona fortuna; adesso poi sapere di certo, Giannettino avere commesso al capitano Lercaro, che appena morto Andrea (al quale per essergli aggravato di molto il male rimanevano più pochi giorni di vita; forse ore) lo finisse; onde amore di patria prima, e poi cura di sè, che arma i più imbelli tra gli animali, costringerlo a troncargli i disegni...
Giunto a questa parte del suo ragionamento il Fiesco si spaventò nel considerare come gli astanti, parte sorpresi dalla novità del caso, e parte atterriti non si commovessero, ond'egli allora parlò di forza:
«Ora quali sembianti sono questi, che mi mostrate voi? O che volevate mutare le sorti della città e le vostre a suono di querele? Pensavate forse, che le congiure stessero nel consultare sempre, e venire all'atto delle mani mai? Non volete essere meco? Doveva aspettarmi siffatta fede da voi? Così premiate me che intendo farvi liberi?»
Si riscosse a tanto uno dei raccolti, e rispondendo per tutti disse: — pigliate animo, Conte, che noi non saremo per mancarvi mai. —
Ma Gianluigi, non si mostrando pago di cotesto gramo consenso, aggiunse con ismania crescente: «no, io vo vedervi in faccia, io vo sentirmelo dire da tutti ad uno ad uno; nè, se voi ricusate seguirmi, io vo sforzarvi, solo scongiuro, che taluno di voi impugni questo pugnale — e trattoselo da lato lo gittò su la tavola — e mi ammazzi: meglio è che muoia per mano degli amici, che dei nemici miei: ciò mi fia manco dolore assai. — »
A questo modo gli agguindolò, li vinse; in molti prevalse eziandio la paura di essere messi in pezzi contrastando. Così il vero mescendo al falso, i piaggiatori del Doria felice, per interesse o per sospetto ai tempi suoi, e dopo perchè la potenza anco svanita induce ad ossequio; all'opposto il Campanaccio, meno servile, ne accerta, che i convocati, udendo coteste pietose parole, lo levassero a cielo, profferendosi parati a seguitarlo in ogni più fortunosa avventura, e così poco gli abbindolò con gli artificii, o con la violenza li costrinse, che due di loro, Giovambattista Giustiniano, e Giovambattista Bava, altri ci pone un Cattaneo, si ricusarono a mettersi al cimento.
Gli altri, crucciosi del rifiuto, gli appellano traditori e li vogliono morti: ciò non patisce il Conte; bensì ordina, che come prigioni nel palagio fino al termine della impresa custodiscansi: sembra però che i mentovati patrizii non dissentissero mica dalla impresa, bensì per manco di animo si tirassero indietro dalla baruffa. Comunque sia, ordinate per tal guisa in questa parte le cose, fece portare vivande e vino, ed eglino presero, così in piedi alla soldatesca senza apparecchio, a riconfortarsene. Mentre i congiurati trattengonsi nella commessazione, il Conte sale in camera alla moglie Eleonora e sì favella: — La dama, che io corteggio da tanto tempo con sì acceso affetto, di voi punto men bella, oggi si è disposta a darmisi del tutto in balía...
E siccome la Contessa allo strano discorso si affannava, Gianluigi, consolandola, le scoperse cotesta donna essere Genova, e la tramata congiura, e la esecuzione imminente; di questo Leonora sentendo infinita paura e con esso lei il Panza, presero entrambi a scongiurare Gianluigi a mettere giù il pernicioso disegno, mescolando i pianti con le persuasioni, le carezze co' terrori. Fors'egli si aspettava ad altro, imperciocchè sbuffando gridò, se avessero più caro che Giannettino lo scannasse. — Siccome il Panza rincalzava. — coteste senz'altro essere calunnie di gente trista; egli soggiunse averne prove in mano: ad ogni modo ormai, anco volendo, non potersi più tirare indietro; pigliassero pertanto in buona parte quanto stava per accadere; dopo ciò, malissimo soddisfatto, fece per quinci partirsi, e mentre sta per voltarsi, un grossissimo cane da lui avuto in delizia, si levò diritto mettendogli le zampe davanti sopra le spalle quasi per trattenerlo; della quale cosa crucciato a un punto e commosso, se lo scacciò dattorno ordinando lo incatenassero giù nel cortile.
Senza perdere altro tempo, ito in camera, si chiuse nell'arme da capo a piè, e con la rotella in braccio e la picca in mano tornò ai congiurati, che, al vederselo comparire dinanzi a quel modo prestante, applaudirono. Distribuite poi picche, e spade ai congiurati disse: andiamo. Voleva non rivedere più la sua Leonora, ma la passione lo vinse, sicchè tornò a lei per raumiliarla con dolci parole, e la pregava di starsi di animo lieto; non gli levasse al maggiore uopo il coraggio: manco per questa volta egli non ne cavò costrutto, perchè, tanto ella come il Panza, nello udire per casa strepito di arme, tremavano a verga, e gli risposero: — non che potere dare coraggio altrui, impossibile procurarsene a sè, pensando al cimento in cui si metteva, di ammazzare o di essere ammazzato, e se Dio non rimediava, vedevano chiaro ch'egli si andava a buttare giù nel precipizio. — Allora risoluto Gianluigi concluse: — orsù, Leonora, fate forza all'animo vostro, domani od io sarò morto, o voi meco Signora di Genova. —
Narrano che sinistri presagi in quel dì lo funestassero, ed in tempi nei quali Re, Imperatori, e lo stesso Papa tenevano astrologhi in Corte, ai presagi di cui o speravano o impaurivano, non sarà maraviglia se anco il volgo ci prestasse fede. Tali si estimarono certi corvi con pertinacia precorrenti al suo cavallo, e lo incespicare di questo così, che quasi con le ginocchia toccò terra; però se la impresa fosse ita a bene non sarebbero mancati gli augurii felici; non è tuttavia da tacersi, che il cane, quantunque messo a catena, quando ei passò pel cortile, gli si posse traverso le gambe impetuoso in modo, che s'egli era men pronto ad appuntellare la punta della spada per terra stramazzava; ond'ebbe a dire: Dio ce la mandi buona! Il Sacco, che gli procedeva a lato, soggiunse: — non vi turbate per tanto; fate come i Romani che interpretavano gli augurii a comodo loro. — Ma spesso con danno — concluse il Conte e tirò innanzi.
Anco su la via che tenne, gli scrittori discordano; messi a confronto ed esaminati i luoghi, parmi più verosimile questa, che il Conte, dopo avere mandato il Verrina al ponte dei Cattanei per isferrarvi la galea, e accostarla bel bello alla bocca della Darsena, si conducesse un'ora prima della mezzanotte all'antica porta di Sant'Andrea assieme a tutta la comitiva. Quelli cui preme far credere, che Gianluigi traesse a forza i congiurati, danno ad intendere, ch'egli ordinasse con voce terribile si uccidesse senza rimissione chiunque si attentasse uscire di schiera; la quale cosa come potesse conoscersi di notte per cotesto laberinto di vicoli non si comprende, e meno ancora come per lui si sperasse riuscire in così arrisicata avventura con questa razza compagni. Da Santo Andrea Gianluigi spedì Cornelio con cinquanta fanti a pigliare la porta all'Arco, e ciò fu presto eseguito; due o tre guardie uccise, alcune più ferite. Presa la porta ed avutane notizia per Prione, e San Donato dopo traversata la piazza dei Salvaghi, il Conte arrivò al ponte dei Cattanei; quivi commise al minor fratello Ottobuono Fiesco, e al Calcagno una squadra maggiore di soldati, perchè con essa pel borgo a Prè si affrettassero a impadronirsi della porta di San Tommaso all'altro estremo della città: anco qui la faccenda riuscì a pennello, sebbene con alquanto più di resistenza, chè il capitano Lercaro non si arrese se prima gravemente ferito non lo atterrarono, restandoci morto il suo fratello, l'alfiere con una diecina di soldati. Aveva la città in quei tempi altre tre porte, ed erano la Carbonara, dell'Acquasola, e di Oricina; ma a queste, come di poca importanza, non provvidero.
Intanto Gianluigi, notando con inquietudine che la galea non si moveva, chiesta la causa, seppe essersi incagliata: adoperandoci sforzi supremi, dopo mezz'ora la trassero d'impaccio, avviandola verso la bocca di Darsena.
Gianluigi, disegnando assalire la Darsena dalla parte di terra e al medesimo momento dalla parte di mare, aveva pensato che la galea, giunta appena a mettersi dietro la Darsena, desse il segno con una cannonata: poi si rimase per non ispaventare la città; bensì, fatto il conto del tempo, quando gli parve ora, spedì innanzi a sè Tommaso Assereto, per soprannome Verze, con alquanti dei più maneschi, a torre su se potesse la porta di Darsena per via di astuzia; tosto giunto il Verze picchia; domandato qual fosse, dice il nome; lo riconoscono, e comecchè lo sapessero uomo di Giannettino, gli schiudono alquanto la imposta: troppo impetuoso costui si avventa per occupare la soglia dando adito ai custodi di sospettare la insidia e richiuderla a furia; allora lui e i suoi piglia lo sgomento; onde correndo portano male nuove a Gianluigi. I congiurati, tra pel primo intoppo della galea, e quel secondo della porta, temendo che si abbuiassero le cose, cominciano a balenare; ma alquanto ripresili il Conte, senza punto smarrirsi, ordina al capitano Borgognino salga con la sua squadra certi legni con somma previdenza da lui fatti ammannire, assalti e rompa dal lato del mare la porta della gabella del vino, e con rapidi accenti gliene mostra il modo per lo appunto; il Capitano come gli fu insegnato fece, sicchè, ferendo ed ammazzando alla sprovvista i custodi, molto lievemente compì il comando. Irrompono i soldati del Conte ad un medesimo punto in Darsena dalla porta del vino e dalla galea: qui con mirabile prestezza ordinata la gente in manipoli, ci mette a capo l'altro fratello Girolamo perchè corra la città col grido di popolo, popolo, e libertà, menando rumore di pifferi, e di tamburi; dato assetto alle galee lo raggiungerebbe; la posta a San Siro. Cotesta faccenda delle galee s'intristiva, imperciocchè la maestranza della Darsena, e la plebe uscita dai borghi circostanti, massime da quella di _Prè_ (che non volle in cotesta occasione far torto al nome, significando appunto in dialetto genovese _Prede_), facevano le viste di volerle mettere a ruba: anco le ciurme, accortesi correre stagione di pescare nel torbido, bollivano; nello indugio pericolo, però Gianluigi si mise a cacciare dinanzi a sè quanti gli stavano attorno, perchè, saliti su le galee, subito le presidiassero, ed egli dietro, passando di galea in galea, qui dava secondo la congiuntura consigli, là comandi. In questo punto la fortuna gli troncava i disegni e la vita; le galee, a cagione delle onde per cotesto trambusto commosse, mareggiavano ora accostandosi ed ora scostandosi, così che, mentre Gianluigi mette il piede sopra un assito, gli manca sotto, ed egli tracolla giù in un fascio con gli altri che lo seguitavano. Splendeva limpidissima la luna, ma la gente agitata dai moti scomposti, dal frastuono, che intorno si levava infinito, e più che altro dalla ansietà, non avvertì la caduta; forse anco avvertendola non l'avrebbero potuto salvare; sicchè vuolsi credere, che cause della sua morte fossero meno il peso dell'armatura, e la melma dentro la quale lo trovarono impegolato, quanto la percossa dei tre soldati, che gli rovinarono addosso, e rinvennero morti accanto a lui.
Difficile affermare se, lui vivo, si sarebbe potuto impedire il sacco delle galee, e la fuga delle ciurme, chè le umane belve sperimentiamo terribili se punte nel medesimo istante dai supremi aculei, amore di rapina, e di libertà: certo è che, lui morto, andò ogni cosa a fascio; la cupidità della plebe giunse a tale, che di venti galee, in poco di ora, dalla scafa in fuori non ci rimase altro: se presto non veniva giorno avrieno disfatto anco questa. Di due maniere galeotti, una peggiore dell'altra: i forzati per delitti commessi dannati al remo, e i Turchi presi schiavi; pareva dovesse essere pari in entrambi la brama di libertà e di rapina; ma non fu così; prevalse l'amore della libertà negli schiavi fatti in guerra, ond'essi attesero a rompere le catene, ed impadronitisi della galea la _Temperanza_, naviglio destinato a strane venture, con grande furia di remi volsero alle coste dell'Affrica; più tardi gl'inseguirono due galee spagnuole condotte da Bernardino Mendoza, ma invano; se la _Temperanza_ sboccasse dalla Darsena prima che si partisse il Verrina, non trovo; forse in tanto e sì fiero avvolgersi di casi, o non avvertì o non potè impedire; trovo eziandio ricordato che le due galee spagnuole del Mendoza surgessero in porto (luogo diverso della Darsena), ma mi capacita poco, dacchè se costui si fosse trovato presente al caso del Fiesco, spontaneo o richiesto avrebbe fatto opera efficace; mentre veruno storico rammenta ch'egli in cotesta congiuntura si mostrasse vivo, parmi pur ragionevole supporre, che in qualche non lontano porto della riviera stanziassero.
Gli altri galeotti servi della pena, chi sì, chi no, rotti i ceppi, trassero nella città dove pure scorrazzava la plebe. Di questi si riagguantò la massima parte, scontando poche ore di male usata libertà, con molti anni di pena meritamente inasprita.
Intanto le grida diverse e terribili, che urlava il popolo; qui libertà, lì Francia; altrove _Gatto_, _Gatto_, e più che tutto Fiesco, lo strepito delle armi, il suono dei tamburi, e dei pifferi, lo strascinio delle catene, si può immaginare se empissero il cuore a molti di spavento: dei vecchi nobili, e dei mercanti grassi non si parla nè manco: chi si asserragliava in casa tutto avvilito, chi dalla disperazione cavava ardimento, taluno per gli oscuri vicoli fuggiva; le altre moltiplici immagini di terrore finga chi legge, che me preme debito di sobrietà: pure questo mi giovi notare, esempio non ignobile dello strazio della fortuna: mentre tutta la città echeggia col nome del Fiesco, e sembra ormai accertata la impresa, ecco il Conte dibattendosi nel pantano trae l'ultimo fiato.
Madonna Peretta (moglie di Andrea), destatasi, porgeva mente allo strepito, e sembrandole troppo maggiore di quello che faccia una galea quando leva l'àncora, sveglia Giannettino, partecipandogli le sue apprensioni: questi, dopo porto ascolto, viene nel medesimo avviso, molto più che restava stabilito la partenza della galea si facesse quanto più si poteva di cheto per iscansare querele dallo Imperatore e dal Turco; pure non gli cadde in pensiero alcun sospetto, onde gittatasi addosso una veste marinaresca, senza più compagnia, che di un paggio solo, il quale lo precedeva con la torcia, s'incamminò alla porta di San Tommaso per pigliare lingua di quanto accadesse: qui giunto chiamò il Lercaro; conosciuto da quei di dentro alla voce, aprirongli la imposta; quivi entrato gli si fece incontro Agostino Bigellotti da Barga con lo archibugio in mano, dal quale non si badando Giannettino, come quello ch'era soldato della guardia di Genova, costui potè spararglielo a brucia pelo nel petto.
E qui cade in acconcio discorrere se Gianluigi, come pur troppo lo accusano parecchi, fosse assetato del sangue altrui; in ispecie di quello dei Doria. Anzi taluno dei tristi piaggiatori della fortuna ardisce affermare come cosa vera, che a certo patrizio, il quale nel calare giù da Carignano in città gli domandava se avessero ad ammazzare tutti i nobili vecchi, cocendo a lui potere mettere in salvo qualche suo consorte, egli rispondesse: — tutti, cominciando dai miei parenti, imperciocchè, se si principia a fare eccezione, chi vorrà cavare fuori l'uno, chi l'altro, e a questo modo non ammazzeremo alcuno. —
Certo che simili rivolgimenti possano condursi a fine senza sangue, arduo è che uomo creda, e forse meno degli altri lo credeva il Conte, ma tra levare di mezzo chi contrasta, e spegnere chi cede, corre divario grande; quella è necessità, questa talento di sangue; guerra la prima, la seconda beccheria. Però indizio della bontà dell'animo di lui tu lo hai nell'essersi egli astenuto di commettere ad Ottobuono, che ammazzasse il capitano Sebastiano Lercaro, custode della porta di San Tommaso, il quale sapeva essersi preso il carico di ammazzarlo, e posto eziandio che così egli non credesse, è sicuro, che egli desiderava di farlo credere altrui; adesso pei feroci ciò somministra anco troppo argomento di offendere, consapevoli come pel comune degli uomini la vendetta faccia prova della ingiuria nei privati, e nel pubblico la pena attesti il delitto: ad ogni modo riputavano il Lercaro, ed era, lancia del Doria; onde spegnere uomo devoto e prode poteva parere ben fatto. Nè anco i più ostili a Gianluigi possono negare, ch'egli non solo ordinasse, mai sì espressamente proibisse di assaltare il palazzo di Andrea: questo poi non gli attribuiscono a bontà, all'opposto a cupidigia; chè le robe dei Doria desiderando intere per sè, non voleva le rubassero i soldati, e a provvidenza astuta temendo che nel saccheggio la gente di Ottobuono si sbandasse, lasciata senza presidio la porta; riserbandolo a farlo con maggiore agio più tardi; od anco a peritanza; anzi havvi perfino chi attesta, che, morto Giannettino, tanto assalse gli uccisori lo spavento, che rimasero lì come impietriti, il quale indugio fu causa che il vecchio Andrea si salvasse. Così fatte asserzioni non meritano seria disamina, perchè o affermano cose inverosimili, o riposti concetti dell'animo a cui non corrispondono i successi: a chiunque abbia fiore di senno apparirà come dal Conte si desiderasse, che i Doria ponessersi in salvo: aperte a loro le vie della terra, e del mare; nè da presumersi che in tanta vicinanza della città o da per sè stessi, o da qualche loro fidato non fossero avvertiti: di vero indi a breve Luigi Giulia preposto alla fregata del Doria, che vigilava il porto, venne a dargli notizia del caso, e Giannettino andò proprio a mettersi in mano alla morte; nè sarà fuggito all'attenzione del lettore come lui uccidesse non già lancia e cagnotto del Fiesco, bensì un soldato della guardia di Genova, forse per isgararsi di qualche ruggine antica.
Andrea, alla nuova del fiero accidente, precipitò dal letto: proprio non aveva più tempo per sentirsi infermo; conobbe bisognargli vita e gagliardia se pure non voleva sopravvivere, in certo modo, a sè stesso: la virtù dell'animo gli somministrò ambedue; chiese di Giannettino più volte, e supplicò a non tenergli nascosto nulla; sè essere parato a tutto; non lo poterono contentare, pure non gli parendo questo il caso per dire, niuna nuova buona nuova, lo fece spacciato; donde in lui più urgente la necessità di mantenersi in vita: sopra i nipoti adottivi non poteva contare per ora, perocchè il maggiore Giovannandrea toccasse appena il nono anno, egli decrepito, adesso, unico pollone a conservare in fiore la casa; il tempo non pativa indugi, nè seco poteva salvare tutti; salito pertanto a cavallo in compagnia di Filippino, e di Agostino Doria, scortato da soli quattro famigliari, fuggiva il Fiesco in quel punto già morto. La moglie Peretta con le sue donne riparò nel monastero dei Canonici regolari di San Teodoro accanto al Palazzo di Fassuolo; la moglie di Giannettino co' tre figliuoli e le figlie si nascose in quello di Gesù e Maria. Ammirando la costanza del vecchio indomito, mi mette ribrezzo cotesto immenso amor proprio, che lo persuade, seco, e solo con lui andare la fortuna dei Doria; forse non correvano periglio alcuno i fanciulli; poteva per avventura assicurarlo la conoscenza dell'indole generosa di Gianluigi, più che tutto il costume vecchio di Genova, dove si contendeva piuttosto per cupidità d'imperi, che per odio di persona: tuttavia sopra il Fiesco egli era caduto in grandissimo errore, nè il costume a cui accenno si mantenne sempre inalterato così, che qualche sanguinosa eccezione di tratto in tratto non incontrasse. Altri non avrebbe sofferto lasciarsi addietro tutti i nipoti, ed uno almanco, il maggiore, avrebbe condotto abbracciato al collo seco. A Sestri lo aspettavano lugubri novelle: quivi e non altrove seppe la morte di Giannettino; non pianse, ma scrisse a Cosimo duca di Firenze, e al Gonzaga vicerè di Milano, entrambi provati da lui fidatissimi allo Imperatore, e nemici mortali di ogni moto capace a sturbarne la tirannide, perchè in fretta e in furia avviassero armati su quel di Genova; poi salito sopra la fregata dei Costi giunse a Voltri, e da Voltri su per l'erta giogaia si arrampicò fino a Masone, castello degli Spinola.