Vita di Andrea Doria, Volume II

Part 5

Chapter 53,352 wordsPublic domain

Accortezza, e forse anco spavento persuasero dopo la congiura a far correre voce, che dei nobili veruno s'indettasse col Conte a caso pensato, fossero tutti stati colti alla sprovvista: si tentò, che altri credesse similmente del popolo con poco frutto; chè troppo si conobbe essere andato d'accordo, però che oltre le cagioni addotte lo stimolasse la fame, precipuo incentivo a novità, ed, a quei tempi, infiniti gli operai stanziati in Genova: affermano gli storici quelli della sola arte dei tessitori fossero trentamila, e mi pare troppo: capo del popolo Giovambattista Verrina, uomo del quale, a vero dire, non sappiamo molto, ma che i pochi fatti chiariscono anima antica, e lo stesso biasimo a forza onesto dei suoi nemici ce lo attestano intemerato cittadino; egli perpetuo eculeo ai fianchi del Fiesco, o sia perchè entrambi si proponessero scopo e pratiche pari, o come credo piuttosto, d'accordo nelle pratiche, differissero, almeno nel riposto animo, sopra i fini della impresa.

Questi gl'impulsi proprii e domestici; gli esterni non che mancassero abbondavano; prima di tutti instavano il Papa, e i Farnesi, e questi, non tanto per odio contro lo Imperatore, quanto contro Andrea; taluno nega che Paolo III partecipasse alla congiura, ma la è cosa, che non si può negare: i Farnesi odiavano Andrea, perchè Cesare, conferendo con esso lui i negozii di Stato, massime d'Italia, egli gli avesse persuaso a tenersi Milano, e caso mai si trovasse costretto a disfarsene, ne investisse il genero Ottavio, occupando però con forte presidio i castelli di Milano, e di Cremona: non mancano neppure di quelli che disdicono fosse desiderio del Papa di acquistare Milano, e per conseguente la causa dell'odio contro il Doria, ma e' sono prelati quelli che lo sostengono, ed attendenti alla Curia romana, come Apollonio Filareto, il cardinale Pallavicino, ed altri siffatti; pure anco il Pallavicino accorda che nel congresso di Busseto, il Papa, poichè ebbe negoziato invano per ottenere che Cesare restituisse il ducato alla Francia, s'industriò a farlo cedere al nipote Ottavio, e Margherita di Austria, la quale avvisata in fretta, corse fin là per sollecitare la pratica; forse la sgaravano, se Ferdinando Gonzaga, odiatore perpetuo dei Farnesi i quali lo ricambiavano a misura di carbone, trovandocisi a caso presente non avesse sturbato il trattato. La storia dei fatti chiarirà meglio il vero; intanto si tenga per certo che nei tempi, giusta la comune opinione, furono reputati i Farnesi partecipi e istigatori del Fiesco: i ministri di Cesare lo rinfacciarono apertamente a Cammillo Orsini dopo la strage di Pierluigi, quasi ad ammonirlo, che l'uomo, qual semina, tal raccoglie. Oltre questa che ho detto, tra i Farnesi e il Doria ci fu un'altra causa di dissidio, meno grave in sè, ma che s'inciprignì per le offese scambievoli: era morto poco prima monsignore Imperiale Doria vescovo di Sagona in Corsica, e abbate di San Fruttuoso, ricco, tra le altre sostanze, di molta rendita per pecunia investita nel reame di Napoli: certo i suoi denari non erano pochi, ma la fama, come suole, esagerava; però non è da dirsi se la Curia ci stendesse sopra in un attimo le mani; Andrea, che corsaro era e genovese, epperò in verbo quattrini punto meno tenero di Roma, chiese gli si rendessero gli averi del Vescovo, e tutti, e subito. Allora la Curia romana, almanaccando secondo il solito, sottopose la lite alla sacra Ruota di Roma; Andrea, persuaso che sarebbe stato un contare le sue ragioni peggio che agli sbirri, non ci comparve nè manco: infatti i giudici romani decisero in pro del Papa invocato il santissimo nome di Dio, e in omaggio della giustizia. Andrea ricorse in appello dinanzi ad altri giudici, e lo fece mandando Giannettino a Civitavecchia a ghermire quattro galee del Papa, e rimorchiarle a Genova: e sottosopra, con giudici diversi, fu giustizia pari. I Genovesi più o meno sbrizzolati sempre di pinzochero levandone al cielo le stimate, si accalcarono intorno Andrea per sapere come fosse ita la faccenda; egli rispose: — L'andò pei suoi piedi, il Papa leva la mia roba a me, ed io levo la sua a lui; egli che è più forte di me a Roma mi dà il torto co' suoi giudici, ed io che mi trovo più forte di lui in mare, mi fo ragione co' miei soldati. — Però al Papa sovveniva un altro partito a cui non aveva posto mente il Doria, e questo fu di catturare quanti Genovesi si trovarono allora a Roma, e di staggirne gli averi. Levossene per Genova infinito rumore, onde al Doria reluttante toccò a cedere, e lo fece a patto che nel restituire le galee si accordasse di sottoporre la lite a' giudici convenuti tra le parti. Intanto Roma aveva chiarito la eredità del Vescovo Imperiale minore della fama, e per di più grave di molti carichi destinati a sollievo di parenti poveri. Il Mascardo prelato afferma, che il cardinale Farnese la offerisse al Doria quando che volesse accettarla in dono da lui; e non è vero; il Sigonio al contrario narra, che il Cardinale gli proponesse di fare a mezzo (probabilmente quando era sicuro di perdere l'intero) e questo arieggia meglio all'avarizia di Roma; ma Andrea fermo; o tutto o niente. Delegata la causa al Nunzio di Napoli, questi per manco di scandolo, la decise in via sommaria a favore di Andrea.

Milano negato al Papa era causa di odio comune contro Cesare e Andrea; lo spoglio del Vescovo di Sagona causa peculiare al Doria, ma Paolo III ne aveva altre speciali contro lo Imperatore, per cui intendeva tenerlo basso non solo a offesa, quanto a schermo della sua prepotenza: lungo troppo raccontarle tutte, bastino queste più cocenti. Carlo V aveva percosso di fiere battiture i Luterani, ma piuttosto in pro della propria autorità, che per interesse di Roma, alla quale egli non gli costringeva umiliarsi, o almeno quanto pretendeva la Curia; non recava minore cruccio vedere come i prelati spagnuoli, rigidissimi in fatto di religione, avversassero a spada tratta le prerogative della Chiesa nel Concilio di Trento. I Papi, da molto tempo in qua, non hanno saputo stare con l'Austria nè senza l'Austria; gli unisce il talento e il bisogno di opprimere, li separa l'agonia di soperchiarsi.

Chiunque consideri lo struggimento dei Francesi a pigliare la roba altrui, oggi ridotti a cedere la propria, o piuttosto, che reputavano tale; e pensi all'odio antico, all'orgoglio umiliato di Francesco re, che le buone qualità e le ree di cotesto popolo in sè raccolse tutte in modo eccessivo, crederà di lieve, che giornaliere, e focose dovessero venire a Gianluigi le istigazioni di Francia per isturbare in Italia le faccende dell'Imperatore: certo era fresca la pace di Crepy, ma tu non andrai errato se immagini, che il re di Francia, mentre intingeva la penna nel calamaio per segnarla, mulinava il modo di romperla. Narrano parecchi come Gianluigi, tuttavia adolescente, gli si profferisse, ed in prova di ciò allegano, che quando Cesare Fregoso fu morto nel Po, il marchese Davalos, tra le altre scritture di Cesare, trovasse un memoriale di mano del Fiesco sottoscritto da parecchi cittadini genovesi, col quale si dichiaravano parati a tentare cose nuove in benefizio del Re; nè il Marchese mancava di mandare le carte al Doria, ammonendolo di tenere la barba sopra la spalla, ma questi gittava il memoriale sul fuoco reputandolo affatto immeritevole di fede e falso, imperciocchè, anco messi da parte la età novella del Fiesco, la indole mansueta, l'affetto, ch'egli doveva portargli come a suo tutore, la reverenza a Cesare, non era da supporsi ch'ei volesse commettersi in balía del Fregoso, vecchio nemico di casa sua, tra le famiglie dei quali erano occorse sempre offese, ed uccisioni, anzi perfino un Fiesco, colpa di un Fregoso, fu tratto già per Genova a coda di cavallo, morte non meno salvatica, che infame: onde spedì lettere al Davalos che del tutto deponesse il sospetto, e si guardasse dal disservire il suo pupillo Gianluigi presso lo Imperatore, e quegli, per contentare l'amico gliel promise, pur tuttavia nel riscrivergli avvertendolo, che se ne pentirebbe.

Novelle tutte, messe fuori per piaggiare, per colorire le calunnie, ed anco per istudio d'imitazione degli antichi, febbre del secolo di cui scriviamo: allora, più che avanzarsi col proprio ingegno, parve bello saccheggiare l'altrui, e comparire scrittori piuttosto eruditi che originali: facile però ravvisare in questo la traccia di Silla, che presente Cesare giovanetto diventerebbe adulto peggiore di due Marii, e ai prieghi altrui non lo uccide, e di Marcello che a Nola, invece di mettere le mani addosso a Lucio Banzio, volle con parole accorte, e co' benefizi amicarsi cotesto ferocissimo; aggiungono altresì che Andrea imitasse Marcello nell'arsione della lista dei congiurati, ma sbagliano, conciossiachè Tito Livio, nel libro terzo della Deca terza, testimoni come Marcello, invece di trascurare la lettura dei nomi dei traditori, ributtato Annibale ne facesse diligente inquisizione mandandone poi meglio di sessanta sotto la scure. Or ora esporremo come il concetto della congiura, di mano in mano, sorgesse nell'animo del Fiesco, quanto dondolasse, e quali argomenti ce lo confermassero: intanto le cose discorse intorno al memoriale rinvenuto addosso al Fregoso abbiansi per invecerie: sta fermo, che la barca dov'erano le carte del Fregoso e del Rincone potè riparare a Piacenza, mandando delusa la brama del marchese assassino.

Altri, dissero, contribuirono a dare la pinta a Gianluigi e può essere, come Renata di Francia duchessa di Ferrara, Piero Strozzi, Pierluca Fiesco, Cangino Gonzaga e degli altri si tace; certo quanti seguivano le parti di Francia e quelle dello Impero avversavano, non avranno fatto a risparmio di aizzamenti con Pierluigi e con altri per ispingerli a opere utili alla propria fazione, dannose alla nemica.

Esposte le cause, ragione vorrebbe che io discorressi dei fini o veri o verosimili, che il Conte si propose nella impresa zarosa; i primi rimasero sepolti nel suo petto, che di questa maniera disegni non si mettono in carta: intorno ai secondi, oltre quelli che adombrammo nel favellare delle cause impellenti l'animo del Conte, e' pare che lo movessero l'ambizione di costituirsi signore della città dove si sentiva vassallo; indole maligna, epperò prona alla vendetta non sembra che lo sforzasse, e questo chiarirà la storia; forse lo indusse desiderio di riformare lo Stato con migliore fondamento di giustizia, ma ciò non è certo, a ogni modo con pari imparzialità possiamo affermare sicuro, ch'egli intendesse distribuire meglio gli uffici e lo esercizio del potere tra i nobili del portico nuovo e quelli del portico vecchio, che la cosa condotta a cotesti termini non poteva durare: se, e quanto avrebbe messo la plebe a parte del reggimento non ci è dato accertare: senza dubbio di lusingherie ei non faceva a spilluzzico col popolo, ma questo, secondo il consueto, chi più divisa opprimere più blandisce, e i patrizi, agitati dall'uzzolo di prepotere, costumano sempre, e non di rado pur troppo anco quelli che pure escono dalle viscere del popolo. Però è da credersi che s'egli se ne dimenticava, del popolo si sarebbe ricordato il Verrina. Questo dentro; di fuori non avrebbe potuto per avventura fare altro, che mutare soma alla patria, e di spagnuola renderla francese, e quindi difficile a giudicarsi se di tutto quel tafferuglio la carne valesse il giunco; pure a danni saremmo andati giù di lì; soprusi avrebbero patito maggiori; il guadagno poteva ridursi nella voltabilità dei Francesi, e nel tedio in cui cadono presso loro le cose, che hanno con più ardente brama appetito, mentre la mano dello spagnuolo sembra una grappa di ferro murata sopra le cose che piglia: però essendo Gianluigi di spiriti alteri, e come giovane pieno di baldanza e di cupidità di gloria, fie razionale supporre, che avrebbe colto tutte le congiunture per procurarsi stato e mutare, potendo, anco le condizioni d'Italia: — La quale anco a cotesti tempi fu opera disperata unicamente e di vili: possibile agli animosi se, posponendo il proprio interesse alla Patria, avesse messo a repentaglio per lei gli averi e la vita; e ciò chiariremo con prove in mano più tardi.

Non sarà troppo arrisicato accertare, che Guglielmo di Bellay, oratore di Francia presso il Senato di Genova, tentando ogni via per nocere allo Stato che l'ospitava (officio a simile razza di gente allora e poi ordinario), commise a Pierluca Fiesco consorte di Gianluigi di dare nelle buche intorno a lui per iscoprire paese; costui avendo conosciuto, che nel terreno tentato entrava non che la vanga anco il manico, tirò innanzi la pratica, e su quel subito venne conchiuso, che Gianluigi si avesse a recare fino a Piacenza dal duca Pierluigi Farnese dove avrebbe inteso il resto; e il Conte andò, parandosegli innanzi giusta causa a colorire il viaggio, qual era quella di rendergli omaggio, per le castella di Calestano, e di Borgo di Val di Taro, il quale, comecchè fosse feudo imperiale, pure dipendeva dal Duca per trovarsi sul Piacentino: negoziando insieme il Duca e il Conte, per dare a questo plausibile copertura di assoldare fanti e raunarli a Genova senza sospetto altrui, si accordarono che il primo venderebbe al secondo le quattro galee ch'egli teneva, o figurava tenere agli stipendii del Papa; però Gianluigi, procedendo col calzare di piombo, volle presentirne Andrea, a cui disse che senza il suo consenso non avrebbe mosso foglia; della quale cosa assai si compiacque il vecchio, molto confortandolo a farlo, però che, torre cotesti legni di mano a gente nemica, da un lato non gli paresse che bene, e dall'altro pensava, che una via per isfogare il giovanile rigoglio bisognava aprire a Gianluigi: così egli a cui non era dato penetrare nel cupo animo del Conte; ma Paolo Panza suo maestro, che ci leggeva aperto, consultato all'uopo dissuase il trattato, ma senza prò. Il prezzo delle galee chiarisce in parte lo scopo dello acquisto, poichè oggi si conoscono i patti di cotesto contratto stipulato a Piacenza il 23 Ottobre 1545 i quali sono: per le quattro galee chiamate la Capitana, la Padrona, la Vittoria, e la Caterina paghi il Conte trentaquattromila scudi d'oro; un terzo subito: un terzo per Pasqua di Natale del 1546: il saldo al medesimo termine dell'anno successivo; in guarentia del pagamento s'ipotecava il castello di Calestano.

Ora, da quanto occorre scritto nei ricordi dei tempi, si giudica che una galea valesse ad un bel circa ventimila scudi; di fatti il Brantôme racconta come si trovasse presente a Malta, quando certo signore de la Rone _gentil soldatino_ di Poitiers, giocatore per la vita, vinse di un tratto a Giovannandrea nipote adottivo del principe Doria diecimila scudi di oro; della qual cosa stizzito Giovannandrea propose di giocarsi una galea di contro a ventimila scudi di oro, e il soldatino accettò, senonchè l'altro, soprastato alquanto, non ne volle fare nulla: — perchè, egli disse, io non vorrei che questo soldato di ventura, dopo avermi guadagnato la galea, andasse vantandosi in Francia avermela vinta con altro, che con le carte. — Anco Cammillo Porzio, avendo occasione sulle sue storie di notare la compra delle galee di Pierluigi fatta dal Fiesco, la chiama _grandissimo mercato_. Donde non parrà strano tenere, che, senza un secondo fine, il duca di Piacenza s'inducesse a scapitare in quel negozio un quarantaseimila ducati almanco.

Dall'essere state da Andrea staggite coteste galee al Papa, taluno credè argomentare che le non appartenessero al duca Pierluigi, ma fu mala prova, dacchè, volendo Andrea ricattarsi a ogni patto per via di rappresaglia, non istette a guardarla tanto pel sottile; gli giovava credere, che il padre facesse col figliuolo tutta una borsa e così credè. Paolo III sofferse acerbamente l'alienazione delle galere, più che per altro, a causa della consueta avarizia dei preti la quale s'industria a guadagnare sempre a man salva senza arrisicare mai nulla, e ne rimangono testimonianze storiche; tra le altre basti la lettera scritta dal cardinale Farnese al Duca suo padre il nove gennaio 1546, dove si dichiara, quando possa rompersi il contratto col conte Fiesco, l'animo di Sua Santità essere inclinato a compiacerne Lione Strozzi, o meglio l'arcivescovo Santi, il quale, oltre all'offerirne più giusto prezzo, aveva sborsato cinquemila scudi di caparra; ma poi il Papa, fatto capace della cosa, si acquietò; e quando poco dopo Gianluigi trasse a Roma a fine di presentargli il fratello Girolamo per capitano delle galee, di cui tre lasciò al soldo della Chiesa, una si tenne per lui, e da quella via per baciargli i piedi, lo accolse alla grande, così persuadendogli la indole sua fastosa, e la memoria della magnificenza con la quale il padre Sinibaldo lo aveva per lo addietro ospitato nel suo palazzo di Violà.

E adesso dov'è ito questo palazzo di cui il Bonfadio scrive, che soprastando a Genova pareva, che ne domandasse il principato? Invano tu ne cercheresti la traccia: tuttavolta, se il Bonfadio non avesse con mal suo pro' dato a pigione anima e penna, avrebbe potuto riflettere che se il palazzo del Doria posto in bassissimo livello su la estrema sponda del mare non domandava il dominio della città, egli era perchè già lo teneva. Questo palazzo di cui non fu lasciato pietra sopra pietra, illustre per tante memorie, ornato di ogni maniera di spoglie, famoso per le immagini di numero infinito di personaggi per dottrina o per prodezza eccellenti, sorgeva sul poggio di Carignano a manca di cui guarda la basilica dell'Assunta, da un lato ha il mare, dall'altro la valle del Bisagno, a oriente la costa si stende sino a Portofino, a occidente di promontorio in promontorio tocca l'estremo capo di Noli. Con molti e diversi nomi lo troverai appellato dagli storici, come Violato, Violà, Violacio e Violata: il volgo chiama tuttora quei luoghi Viovà; il vero nome del palazzo fu di _Via lata_ però che quivi appresso, in antico, un canonico Fiesco della collegiata della chiesa di Santa Maria in _Via lata_ di Roma, facesse per sua devozione fabbricare sul medesimo poggio, più in piccolo, una immagine della basilica romana; questa chiesa protetta dalla religione dura anco adesso, ma non ha guari ebbe mozza la cuspide del campanile o per timore di ruina, o per altra causa a me ignota.

A Roma Gianluigi si accontò col cardinale Trivulzio protettore dei Francesi, il quale senza dubbio lo avrà con efficacissimi discorsi inanimito alla impresa; quali essi fossero io ignoro; altri sasseli, beato lui! Ma certo, che il Cardinale, come altri immagina, ricontasse al Conte la storia di casa sua non parmi che fosse, imperciocchè sarebbe stata perdita di tempo espresso dandomi a credere che Gianluigi la dovesse sapere un poco meglio di lui. Ai retori succedono, più trista genia, i calunniatori, i quali dopo averci ritratto il Conte di ambizione e d'ingegno sfasciato, ora ce lo affermano in balía della Francia, a patto che al fratello Girolamo si commettesse la condotta di sei galee; a lui quella di duecento uomini di arme pagati per la difesa di Montobbio, e il comando di non so quanti cavalli col soldo di dodicimila scudi l'anno: aggiungono però si riservasse a ratificare il contratto dopo il suo ritorno a Genova, e parrebbe per conferirne assieme ai suoi fidatissimi; tuttavia non la contano così, e ci dicono, che tocca appena Genova, approvò addirittura ogni cosa mandando Antonio Foderato a Roma co' capitoli sottoscritti; così, dopo avere reso vana ogni consulta, per opinione di cotesti strani storiografi, egli se ne aperse col Verrina, e lo ricercò del suo parere; questi lo ripiglia severo; turpe ammazzare il nemico e fuggire; gli stessi Francesi, come uomo di animo feroce e codardo, lo avrebbono tolto in dispregio; che Giannettino si trucidi sta bene, e con esso Andrea, Adamo Centurione, il suo figliuolo Marco e i maggiorenti della terra, ma col braccio del popolo ha da rifare uno Stato a modo suo, ed egli mettersene a capo; in Genova nè Spagnuoli, nè Francesi: quanto a lui non intendere mutare soma, bensì volere libertà. Dopo questo discorso, fingono, che Gianluigi si pentisse dei capitoli sottoscritti, e mandasse in fretta un servitore su le traccio del Foderato per chiamarlo indietro. Stupide cose abboccate da uomini stupidi non meno che tristi. Sappiamo di loro, e fermiamoci a tanto, che il concetto del Conte, non anco bene disegnato circa alla sua estensione, per ora non si stringeva a meno, che a sostituire sè nella signoria di Genova; poi da cosa nasce cosa, e il tempo la governa.