Vita di Andrea Doria, Volume II

Part 15

Chapter 153,564 wordsPublic domain

Imprese di Andrea decrepito; ha bisogno di vivere, e vive. — Si parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il Doria. — Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio di Solimano. — Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del Dragutte per impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre alla forza, ed anco questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo riesce, e se ne fa signore; nè però la regge improvvido o crudele. — Carlo V ordina la impresa dell'Affrica, e ci prepone Andrea per le cose di mare, e Giovanni della Vega vicerè di Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi degli storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. — Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con la morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le spiagge spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano. Assedio dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina invano; scalata al rivellino respinta; pretesti inutili per onestare la disfatta. — Screzio tra il vicerè della Vega e don Garzia di Toledo. — Le milizie sconfortate, i capi si rimettono in Andrea, che manda a Genova e a Livorno a pigliarli; i quali celeremente portati sollevano le speranze degli assediati. — Disegni del Dragutte di assalire da due parti il campo; il della Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che rotto ripara alle navi. — Osservazioni su gli scrittori di varie nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il Doria inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è verosimile che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. — Gl'Italiani e i cavalieri di Rodi assaltano la terra e la pigliano con la morte di tutti i Turchi. — I cristiani fanno schiavi i cittadini e li vendono; — ma di ogni altra cosa si trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al ritorno patisce fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente ributtato. — Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso strattagemma che adoperò Annibale a Taranto. — Paolo Giovio attribuisce il medesimo trovato a Consalvo Fernandez. — Dove e quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua mutabilità. — Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio si lega con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita del nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga dello imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. — Cosimo dei Medici e Piero Strozzi. — Andrea soccorre languidamente Cosimo; alcuni dicono che salvasse, altri che perdesse navi cariche di grano: come si accorda la discrepanza. — Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge davanti Lione Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non piglia Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile; che per astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria tornando a Napoli libera Orbetello dallo assedio. — Lettere falsate dal Mormile per rimandare l'armata turca, e corruzioni. — Arimone oratore di Francia per troppo zelo dà nella pania. — La guerra si volta tutta in Corsica. — Genova perde tutta la isola tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile difesa di San Bonifazio: si rende a patti: opinioni varie intorno alle cause della resa: i patti non si osservano. — I Francesi rendono la pariglia allo Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere. — Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano Cesare. — Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di Firenze sovviene la impresa; provvisioni di guerra e condotte di soldati che fa l'ufficio di San Giorgio. — Andrea eletto capitano generale riceve lo stendardo di san Lorenzo. — Cristofano Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; — Agostino Spinola sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco. — Andrea sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta il medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta l'assedio in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire Bastia, e quegli piglia la città e la rôcca; volendo poi stravincere a Furiani è battuto due volte. — Il Thermes tenta offendere di fianco Agostino Spinola. — Bella azione di Giovanni da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo, e poi n'esce alla scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a rimanere intorno San Fiorenzo in onta alla moría; — il Thermes e il Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua vigilanza, per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo viene a patti; Andrea ne propone dei crudeli: ributtansi; alle istanze dei suoi ricusa cedere in apparenza, ma in sostanza concede si salvino i fuorusciti côrsi e napolitani; ma poi si pente; e presi trentatrè côrsi gli mette al remo. — I Francesi abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. — Andrea ha da levarsi dalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato, perde quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea a Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a traverso in prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante trafitture di Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste turche.

Quando i Romani videro Mario, il quale ormai vecchio di sessanta anni, desiderando di andare a combattere Archelao e Neottolemo satrapi del re Mitridate, industriavasi mantenersi gagliarde e bene disposte le membra esercitandosi nella palestra coi giovani a maneggiare cavalli ed a trattare armi, lo compassionavano come quello, che di povero diventato ricco, e di piccolo grandissimo, dopo tanti trionfi e dopo tante gioie godute non sapesse finire in pace la prospera ventura. Ciò che i Romani avrieno detto adesso, considerando Andrea Doria, ignoro; questo so, che come a me, ad altri deve riuscire stupendo contemplare un vecchio di ottantaquattro anni (che tanti ne contava Andrea in quel torno), condotto a quello estremo termine in cui la vita della più parte dei mortali è conchiusa, o se da taluni è toccata, a sè procaccia fastidio, in altrui mestizia per la ruina di animo e di corpo, che partorisce strappare, per così dire, al sepolcro gli anni che avrebbe dovuto vivere Giannettino, e correggendo l'errore della morte, aggiungerli alla propria vita, riempiendone lo spazio tra sè e il nepote Giovannandrea; la quale cosa avrebbe dovuto naturalmente fare il suo figliuolo adottivo Giannettino: certo la volontà, comunque indomata, dell'uomo tanto non può, e tuttavia, in parte, penso, che possa. Narriamo dunque le geste di Andrea decrepito, mentre i suoi coetanei tutti, e dei discendenti i più, da lunga stagione dormono il sonno eterno.

Chi fosse Dragutte narrammo, e come, caduto in podestà di Andrea, lo francasse non già per cupidigia di taglia eccessiva, secondochè parecchi fra gli antichi, e taluno moderno scrittore si ostina a rinfacciargli (avendo dimostrato che la fu piuttostochè discreta meschina); bensì perchè i Turchi si piegassero al costume di fare a buona guerra o almanco non incrudelissero. Che poi il Rais turco fosse uomo di guerra prestantissimo, veruno il seppe quanto Andrea, il quale così lo tenne in pregio che volle perpetuarne la immagine sopra le proprie medaglie dietro la sua: di fatti non si revoca in dubbio che ritragga il Dragutte la testa che vediamo nel rovescio di quella disegnata nelle monete, medaglie e sigilli dei principi Doria descritti ed illustrati da Antonio Olivieri, ed è la prima della Tavola II[36]. Costui pertanto, dopo la morte dell'ultimo Barbarossa, rimasto solo a vigilare le cose dell'Affrica, spiando diligentissimo le occasioni per confermare od ampliare il dominio del suo Signore, venne a sapere come nella città modernamente chiamata Affrica e Media, ed in antico Lepti, ovvero Afrodisio pel culto che dentro un solennissimo tempio vi professavano a Venere dea, alcuni, congiurati insieme per odio alla tirannide, o piuttosto, secondochè più spesso avviene, per voglia di farsi tiranni, spento il principe la ressero, e bene, almeno su i primordi, come suole, procurando metterla in fiore col ricoverarvi copia di Ebrei e di Arabi cacciati via dalla Spagna e dal Portogallo, i quali vi trasportarono le industrie loro e i commerci. Sembra che la città imperassero o tutti in una volta, o con alterna vece quattro principali cittadini, dacchè sappiamo che Dragut, essendosi propiziato co' doni uno fra essi chiamato Brambara, chiese accettassero in Affrica come cittadino, persuaso che volentieri glielo assentissero; e s'ingannò, imperciocchè quanto più si sbracciava il Brambara a caldeggiare il partito, tanto meglio gli altri si ostinavano a rigettarlo, conoscendo espresso che, entrato cittadino in piccola terra il comandante di sessanta tra galee, galeotte e legni minori, se dura un dì senza farsi tiranno gli è per miracolo. Andate male le arti astute, si pose mano alle violente. Dragutte incollerito bandiva, poichè compagni non avevano voluto diventargli, gli abitatori dell'Affrica si apparecchiassero ad obbedirlo servi; se sapevano si difendessero. Chiamato il Brambara in luogo segreto parecchie miglia lontano della città, gli commette quanto egli abbia da fare dopo consegnatigli cinquecento Turchi usi agli sbaragli; egli poi va con le navi ad attelarsi dinanzi la città, briccolandoci di tratto in tratto qualche palla, indi rinforza, all'ultimo piglia a bombardarla con ruinoso fracasso. I terrazzani non temendo assalti dalla parte di terra voltansi al mare, e nella zuffa si versano intensissimi, tanto più che pareva loro di cavarla a bene; per le quali cose il Brambara ebbe agio, sperto com'era dei luoghi, di accostarsi inosservato alle mura, scalarle, e correre co' Turchi la città. Così l'Affrica cadde in potere del Dragutte, che posto subito termine al saccheggio, la governò prudente, la costituì emporio delle sue prede, arsenale delle navi, arnese di guerra, così a difendere come ad offendere adattatissimo, giacendo ella sopra una estrema lingua di terra proprio di rimpetto alla Sicilia; donde però lo speculare continuo, lo spiccarsi istantaneo, e il ripararsi sicuro. Carlo V, non potendo patire cotesto stecco su gli occhi, mosso ancora dai prieghi dei popoli, ordinò a Giovanni della Vega vicerè di Sicilia, e al Doria, di condursi a fare cotesta impresa, preponendo il primo al comando della gente di terra, il secondo a quello dell'armata.

Era mente dei capi che gli apparecchi così in segreto si ammannissero, che nè anco un fumo ne traspirasse; comandi questi più facili a darsi che ad ottenersi; in vero, di ciò tosto ragguagliato il Dragutte irrompe a tempestare per le coste d'Italia; in ogni tempo per uscire in corso gli saria bastato anco meno, adesso poi lo moveva causa giusta, e ce n'era di avanzo, conciossiachè intendesse stornare la guerra dall'Affrica. Gli storici contemporanei, che diluviano vituperii sopra Dragutte, voglionsi compatire come quelli che trasporta la veemenza delle passioni del tempo, ma noi che conosciamo oggi come Turchi e Spagnuoli fossero belve pari, e del pari bramosi di preda, bene possiamo riprendere il modo di condurre la guerra nel Dragutte, ma, oltrechè dal modo col quale la conducevano gli Spagnuoli la sgarava di poco, dobbiamo confessare, che quanto al fine, i Turchi miravano conquistare la Italia su gli Spagnuoli, e gli Spagnuoli cacciare via i Turchi dall'Affrica; entrambi ladri di terre altrui; e se noi altri Italiani dovevamo scapitare o avvantaggiarci piuttosto con Maometto che con la Inquisizione, o con questa piuttosto che con quello, è cosa che renunzio a definire.

Dragutte pertanto, presa una nave genovese dei Caneti presso Trapani, la spoglia del carico; poi fa correre voce: che, lacero dalle tempeste, gli è forza rientrare nei porti. Il Doria tosto esce sul mare dove, cercato invano il Dragutte, torna indietro per torsi su la nave Muleasse re di Tunisi e traghettarlo per prezzo in Affrica: allora Dragutte sguizza fuori dai nascondigli, e mena ruina lungo le riviere. Rapallo ne andò sottosopra, e qui la tradizione racconta accadesse la strana avventura, che forse non fie grave di leggere a sollievo della mente affaticata dalla storia dei continui infortuni. Bartolommeo Magiocco, giovane rapallese, ama una giovane donna e non è amato: già si crede che formosissima ella fosse, ma bella o no piaceva al giovane e basta. Nel buio della notte irrompono i Turchi, la gente atterrita dagli urli, dai fuochi e dallo strepito delle armi, non fugge, vola: l'aspra cura di sè vince ogni affetto; nè a padre, nè a congiunti pensano, o se ci pensano non gli sovvengono; così lasciano in abbandono la ritrosa amata dal Magiocco, che desta al rumore trema come foglia, e si rannicchia nel buio; però al Magiocco bastò l'animo di volgere il viso colà dove tutti voltavano le spalle, nè gli preme morire, dacchè tanto vivere senza l'amor suo non pativa, e così sperimenta la fortuna cortese, che inosservato penetra nella casa della giovane, lei svenuta si reca sopra le spalle, e con esso seco si riduce a salvamento: affermano che a tanta prova di affetto il cuore della giovane si squagliasse, e l'amò, e forse lo amava anco prima, che in molte donne è natura mostrarsi superbe quanto più si mirano attorno gli amanti devoti: e se taluna viene per blandimenti propizia, ad altre all'opposto piace essere espugnata come rocca nemica: ma ciò agl'intendenti.

Queste ed altrettali accortezze giovarono poco al Dragut, imperciocchè Andrea, recatisi in nave nel golfo della Spezia mille Spagnuoli, quinci sferrando con ventidue galee, venti sue e due del Visconte Cicala, veleggia per Napoli e Sicilia, dove si aggiunge altre trentadue galee imperiali tutte, togline tre del Papa comandate dal Priore di Lombardia, e tre di Cosimo duca di Firenze cui era preposto Giordano Orsino; poi tocca Trapani dove si reca a Capobuono già promontorio Mercurio. — Data e ricevuta qualche batosta, su lo appressarsi della spiaggia fu consiglio dei capitani occupare innanzi tratto Monastir terricciuola prossima all'Affrica, la quale, per trovarsi povera di gente, Dragutte aveva presidiata con un buon polso di Turchi, e parve ottimo partito, essendo a temersi, che mentre essi si sarieno travagliati intorno all'Affrica, Dragutte, che se ne stava fuori, colà raccogliesse lo sforzo dei Turchi e degli Arabi dalla universa Barberia, e fatto impeto improvviso sturbasse e ruinasse la impresa. La terra cadde in mano dei nostri, e fu poca fatica: più duro intoppo oppose il castello, perchè prima non si ebbe se non se ne ammazzarono tutti i difensori: dei nostri ce ne rimase oltre sessanta, senza contare i feriti, e dei più prestanti, come suole; una galera per lo stianto di un cannone si sfasciò.

Dragutte, cruccioso per non avere potuto stornare le armi imperiali dall'Affrica, imbizzarrisce su i mari, e dopo le liguri manda a fuoco e a sacco le spiagge côrse, elbane, tosche, e poi si arrischia fino alle spagnuole; a Valenza fa danno, lo ributtarono a Maiorca, ma invano, chè Andrea fermo più che mai di starsi alla espugnazione di Media lo lascia sfogare.

E' fu solo sul finire del giugno che don Giovanni della Vega, il quale, dopo surrogato il figliuolo Alvaro a reggere come vicerè la Sicilia, si condusse all'assedio di Media recando seco quattromila Spagnuoli, e arnesi adatti per abbattere muraglie; compito in meno di due giorni lo sbarco così della gente, come di ogni altra cosa necessaria al campeggiare, manda don Garzia a mettere le tende su certo colle soprastante alla città, egli si accampa poco oltre in luogo dilettevole, postando due compagnie di Spagnuoli in certo ricetto fabbricato sul lido a guardia e difesa delle munizioni.

Sorge la città di Media in cima di una lingua di terra su la costa di Barberia a tramontana dalla Sicilia: dal lato di oriente guarda Malta e l'isola di Gerbe, a ponente Tunisi e la Goletta; gira all'intorno quattro miglia e più; da tre parti la circonda il mare, la quarta va esposta agli assalti di terra: però dal mare non temeva offese o poco, imperciocchè il basso fondo del mare, se togli in due anguste calanche, non desse luogo si accostassero navi grosse; delle piccole non era a farsi caso. Muraglie validissime, e rinforzate da cinque torri costruite a uguali intervalli, la difendevano dalla parte di terra con un rivellino più in alto sporgente in punta molto in fuori. Riconosciuta per la seconda volta la terra, parve impresa più ardua di quella che dapprima non comparisse, e giudicando impossibile batterla dal lato del mare, ventilarono sul modo di assalirla per terra. Alcuni volevano si battesse prima il rivellino, prevedendosi che i cannoni, di che appariva munito, arieno malconcio qualunque si fosse attentato battere la cortina: altri all'opposto opinavano si avesse a combattere addirittura la cortina schermendosi dai fuochi del rivellino, sia bersagliando con gli archibusieri chi stava attorno alle artiglierie, sia costruendo terrapieni e travate. Prevalse in Consulta il secondo partito, però che il buon costume di guerra persuadesse incominciare gli assalti dai luoghi più deboli; e di vero procedendo altramente si corre pericolo, che i soldati per la troppa resistenza si scorino, e più volte respinti perdano la speranza del vincere. Tutto il giorno durarono a battere la terra con ventitrè cannoni, ma le cortine furono rinvenute oltre l'aspettativa gagliarde: fecero miglior prova contro il rivellino, dove riusci agli archibusieri condurre tanto innanzi le trincee da bersagliare a man salva chiunque si affacciasse al parapetto. Poichè l'esito aveva mandato alla rovescia i presagi, per quel giorno si rimasono; nella notte presero la deliberazione, comecchè paresse ostica, di tentare la scalata al rivellino, e la tentarono sul fare del dì, che fu il secondo di luglio, gli Spagnuoli del Terzo di Sicilia: la fortuna non arrise al valore, o piuttosto gli Spagnuoli pari alla ferocia non possedevano la spigliatezza necessaria a costesta maniera di fazioni: fatto sta che dopo avere messo il piè su i parapetti ne furono ributtati. Gli storici parziali agli Spagnuoli, e Spagnuoli raccontano, che si trattennero spontanei da scendere giù dalle mura, avendoli per carità avvertiti un Moro dabbene, che nol facessero perchè sarebbero caduti dentro un fosso profondissimo tutto irto di acuti e di triboli, dove gli aspettava morte certa non menochè ingloriosa: novelle di cui gli uomini non patiscono penuria per onestare la disfatta, massime se questi uomini nascono o di Spagna o di Francia. Oltre la pesantezza delle milizie spagnuole, che fu la causa vera onde la scalata sinistrasse, vuolsi in parte attribuire la colpa all'astio che si portavano tra loro il Vega e il Toledo, il quale operò sì, che questi si movesse quando il giorno era chiaro, e tardi e inopportuno lo sovvenisse. Quantunque questa colpa del Toledo non sia facile a provarsi, su ciò mi occorre notare, che veramente la invidia, peccato assai comune negli uomini, è proprio vizio delle Corti, e poi lo screzio tra i due capitani ci viene così concordemente testimoniato dagli storici, che non si potrebbe con ragione mettere in dubbio.

Scemo il campo di combattenti, sconfortati i superstiti, le munizioni logore, la inopia delle vettovaglie, che poche ed a stento si avevano a cavare dalla Sicilia (dacchè il signor di Camorano, il quale doveva tenere provveduto il campo e fornire certe squadre di cavalli, fallì le promesse), le nuove del giorno, per gli apparecchi che si udiva allestire il Dragut formidabili, sempre più paurose, ebbero virtù di mettere il cervello dei capitani a partito, i quali fecero capo ad Andrea perchè trovasse modo di spuntare la impresa; e questi spedì senza frapporre indugio Marco Centurione con dieci galere a Genova a pigliarvi milleduegento Spagnuoli levati da Milano, nuove artiglierie, e munizioni provvedute dal Senato, e dall'Officio di San Giorgio: il duca di Firenze dette due mila palle di ferro, e copia di polvere, che il Centurione prese passando da Livorno. Questi rinforzi condotti al campo con diligente prestezza ebbero virtù di rinfrancare gli spiriti: certo essi capitarono in buon punto, perchè al Vega fu porto avviso da un moro di don Luigi Perez Vergas governatore della Goletta[37], il quale era stato chiamato per consiglio al campo, come Dragutte accorso in aiuto dell'Affrica con quattordici vascelli, dopo averli messi in sicuro dentro certo golfo lontano una trentina di miglia su quella costa, n'era sceso con settecento Turchi di provato valore, a cui avendo aggiunto molte bande di Arabi gratificatesi co' doni, ed anco con la fama della sua prodezza, mulinava percotere il campo con qualche improvvisa battitura da un lato, mentre dall'altro gli assediati, facendo impeto subitaneo fuori delle porte, lo arieno tolto in mezzo quasi sicuri di romperlo. Il Vergas da prudente capitano, non attese ad essere assalito sotto le mura, esperto che chi assalta ha sempre vantaggio così per l'animo concitato come per lo impeto che il corpo acquista col corpo: e poi il combattere in luogo e punto medesimo due nemici gli è come mettere tutto il suo sopra una posta sola: quindi, sotto pretesto di legnare, spedì due compagnie di archibusieri spagnuoli in certo bosco a ponente, e dopo breve intervallo seguitò egli con parecchie squadre, le quali, camminato che ebbero forse due miglia, occorsero nei Mori e nei Turchi affrettantisi allo assalto del campo: fu da una parte e dall'altra combattuto con la solita rabbia che nè dà, nè spera quartiere: prevalse al fine la virtù dei nostri, sicchè Dragutte, visti i suoi o spenti o laceri da non potere più reggere le armi, riparò alle navi, con le quali si ridusse alle Gerbe, e quivi stette ad aspettare la caduta del suo fidato asilo dell'Affrica, cruccioso per non poterla, come pure avrebbe voluto, sovvenire.