Vita di Andrea Doria, Volume II

Part 11

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Girolamo pertanto, inteso anima e corpo a vendicarsi del Duca, prometteva consegnare, mercè di suoi aderenti, una porta di Piacenza a cui si fosse presentato ad occuparla, e Andrea, accettata la proposta, ne scrisse allo Imperatore: questi però, che avendo provato il Gonzaga arnese capacissimo di tirannide senza lui non moveva foglia in Italia, ne ricercava il parere, e il Gonzaga segretissimamente così sul declinare di luglio lo ammoniva: — potere anche egli impadronirsi di una porta della città, ma questo non sembrargli partito sicuro giacendo l'osso nella presa della cittadella: pericoloso poi servirsi di Girolamo Pallavicino come quello, di cui massimamente sospettando il Duca, ne faceva codiare i passi a Crema dov'erasi ridotto a vivere: avergli la fortuna aperto una pratica, la quale egli giudicava sicurissima perchè negoziata con uomo, che tenuto dal Duca in concetto di fedele, gli dava adito di tradirlo a man salva, e però esortare lo Imperatore a mostrarsi alieno dalle profferte del Doria, anco per non correre pericolo, che le carte si avessero ad imbrogliare. È verosimile, che il Gonzaga operasse a quel modo per gelosia di Andrea, o pel desiderio di non avere compagni nella impresa, ed in fine perchè il suo disegno gli comparisse migliore davvero, e più inteso al suo feroce proponimento; ed anco allo Imperatore forse piacque non crescere il fascio dei suoi debiti verso Andrea, mulinando fino d'allora tale concetto nella mente cui presagiva non avrebbe dovuto garbare allo astuto genovese. Certo Andrea fin qui non può sostenersi incolpevole della strage di Pierluigi, e nè anco dopo si rimase da insidiarlo, ma la congiura che menò a morte quel gramo fu tramata dal Gonzaga con l'accordo dello Imperatore, e questo sarà meglio chiarito da quello che verrò esponendo.

Intanto giovi mettere alquante parole intorno al Duca di Piacenza. Pierluigi Farnese fu figliuolo di papa Paolo III, che lo ebbe da certa femmina romana, dicono di casa Ruffina, allorchè, essendo cardinale dei Santi Cosimo e Damiano, andò legato per Alessandro VI nella marca di Ancona, nè Pierluigi fu il solo figlio che rallegrasse la vita al buon pontefice, il quale, se lasciò dubbi i posteri che ei fosse santo, circa alla paternità sua desiderò non ci avessero a cascare dubbi; di fatti oltre a Pierluigi gli si noverarono figliuoli Paolo, Ranuccio, Costanza, e forse anco Isabella, nè mica tutti della sola Ruffina, bensì da altre donne. Giulio II con la bolla dell'8 luglio 1505 legittimò Pierluigi e Paolo, e poichè grande a cotesti tempi era la reputazione della casa Farnese per aderenze e per facoltà, il cardinale dei santi Cosimo e Damiano vide ambite le nozze del suo primogenito dalle prime tra le famiglie principesche d'Italia; egli preferì alle altre la Orsina di Pitigliano, e con la Girolama ammogliò Pierluigi giovancello di dodici anni, cui la seconda moglie in breve partorì Alessandro, Ottavio, Ranuccio, Orazio e Vittoria: un tempo esercitò la milizia, e non pure senza gloria ma con infamia, imperciocchè di ventiquattro anni si trovasse nello esercito del Borbone contro la Patria, e di conserva con Sciarra e Cammillo Colonna, masnadieri piuttostochè capitani, empisse Roma di rapine e di sangue: e quando da Clemente VII e da Carlo V venne statuita la impresa di Firenze, costui, ci fu chiamato da Nocera dove stanziava con duemila fanti; però comparve fra i primi a fare la massa tra Fuligno e Spello; e perchè veruna specie d'infamia mancasse alla vita di lui, dopo avere ferita la patria Roma, volle dare di una lanciata anco in Firenze; ma ci si trattenne poco, che indi a breve fu casso dal marchese del Vasto dalla milizia con ignominia; nè se ne conosce la causa. Dei suoi costumi piglia vergogna a raccontare e ribrezzo. Il Varchi, in fine delle storie, narra lo immane caso di Cosimo Gheri vescovo di Fano, il quale lo stesso preposto Ludovico Muratori non nega, quantunque ripigli il Varchi per averlo messo fuori; ma il Muratori era prete e dei buoni, però sentiva passione al divulgarsi di cosiffatte nefandigie, e di vero sarebbe bene celarle, se col tacerle si emendassero le colpe. Altri poi cotesta scelleraggine alla ricisa disdice, affermando il Varchi averla cavata fuori da Pierpaolo Vergerio, che di vescovo di Capo d'Istria si fece luterano, e allega in testimonio l'apologia dettata contro il Vergerio da monsignor della Casa: gli è tempo perso, imperciocchè Pierluigi tanto non lo trattenesse la vergogna, che in pubblico non se ne vantasse, e si citino complici del fatto Giulio da Piè di Luco, e Nicolò conte di Pitigliano; nè tolgono fede al racconto le infermità ond'era tutto guasto, conoscendosi come esse non lo impedissero dallo sprofondarsi in ogni maniera libidine. Tuttavolta i devoti della reputazione di Roma contrastano l'avventura per un altro argomento, il quale è questo: il Varchi, essi dicono, ci accerta come Pierluigi venisse assoluto dal misfatto, in grazia di una bolla, e questa per quante ricerche s'instituissero non riuscì rinvenire: al che si risponde, che il Varchi notava altresì simile assoluzione essere accaduta in segreto, ed avere composto la bolla il vescovo di Cesena Ottaviano Spiriti, e Jacopo Cortese, per la quale cosa, potendo cotesta carta essere agevolmente soppressa, non abbiano mancato di farlo per torre di mezzo un testimonio di vergogna; anzi tu crederai addirittura così, se consideri, che se nello inventario delle bolle, conservato in Castello Santo Angiolo, la bolla di cui è discorso non occorre, nè manco si trovano in esso notate due altre bolle, che si ricordano nello inventario custodito in Ancona, e compilato nel 1532, dove, sotto la rubrica di scritture nuove raccolte da Sebastiano Gandulfo, tu vedi la bolla dell'assoluzione generale del Duca, e l'altra per la colpa del contrabbando del sale, e nondimanco chiusa con la clausula: _e per ogni altro eccesso_. Ora chi può dire, che l'assoluzione dell'atroce violenza esercitata a danno del mitissimo vescovo di Fano non si trovasse insinuata così di straforo alla coda della frode del sale? Di questi tiri Roma costuma; e di bene altri ancora. Oltre a ciò, se vuoi prova della mostruosa libidine di costui, ad ogni piè sospinto tu ne incontri un fascio: singolarissime queste. Pierluigi, compiacendo all'andazzo dei tempi, ed alla superstizione propria, in capo di ogni anno ordinava al suo astrologo (il quale, ad un punto faceva ufficio da medico) il prognostico: di questi ne rimangono, a me noti, sette dal 1537 al 1544; quello del 1537 gli presagisce settanta anni di vita, o circa, e morte naturale per copia di umori o _soverchio di coito dopo il bagordo_; nel trentotto lo ammonisce a non incappare nella _peste_, e gl'indovina che procederà _carnalaccio_ secondo il solito, e così di seguito crescendo sempre le previsioni dei mali, che, a quanto sembra, non avevano virtù di renderlo meno cavallino di prima[15]. Dimostrazione del costume non pure dell'uomo, ma altresì del tempo te la somministra certa lettera di Marco Braccio, scritta da Roma a messere Francesco del Riccio, che racconta una bestial caccia di Pierluigi ad un giovane famigliare del cardinale Farnese di Ferrara, e il giudizio, che di cotesto fatto porgeva lo scrittore[16], messa in brani perfino la ipocrisia, ultimo e disperato velo del pudore. — Astutezza egli ebbe e molta, pregio vulgare in ogni età, e all'ultimo, in cui ci si fida, esiziale, sicchè i nostri antichi solevano ammonire, in pellicceria andare a far capo meno pelli di asino, che di volpe; e poichè le gherminelle alla lunga irretiscono cui le tende, così se resti preso, invece di misericordia provochi le beffe, e ben ti sta, che chi trova diletto di far frode non si deve lamentare se altri lo inganna. Nè Pierluigi camminava così insidioso fuori di casa, ma nelle mura domestiche altresì co' famigliari suoi e con gli stessi segretari: ed era in virtù di cosiffatto vezzo, che, mentre egli stava negoziando la lega con la Francia, fingeva acconsentire allo Imperatore, e ciò con l'Annibal Caro suo segretario, usando tenere parechi ministri, all'uno dei quali confidava quello, che nascondeva gelosamente all'altro. Tale fu l'uomo che Paolo III pontefice massimo elesse per fondamento della propria famiglia, e forse tanto più lo ebbe caro, quanto lo meritava meno; da prima lo assunse duca di Castro, conferendogli ad un punto il gonfalonierato della Chiesa, poi gli ottenne dallo Imperatore il marchesato di Novara; per ultimo intendeva procurargli anco la signoria di Milano, ma qui fu dove gli si troncarono i disegni. I Veneziani, un giorno inflessibili a conservare incontaminato il libro di oro, oggi ridotti a cercare salute con la viltà, scrivevano sopra l'albo dei nobili il nome di Pierluigi bastardo.

Ottavio figliuolo di Pierluigi da prima ebbe Nepi; poi Camerino, retaggio antico dei Varano, usurpato a danno di Giulia da Varano, e di Guidubaldo Feltrico della Rovere suo marito, il quale dai Veneziani, paurosi che il Papa cessasse da sovvenirli nella guerra contro il Turco, fu derelitto.

Il Papa, sempre studioso di promovere la grandezza di casa sua, venne in pensiero di conferire in feudo a Pierluigi Parma e Piacenza: veramente coteste due città appartennero sempre al ducato di Milano, ma la Chiesa, tenacissima a tenere, non cessò mai di pretendere, che formavano parte dello esarcato. Giulio II le ridusse in sua potestà e le occupò finchè visse; lui morto si tolsero alla Chiesa, le ripigliò Leone X per cederle da capo al re di Francia conquistatore di Milano; all'ultimo le ricuperava la Chiesa. Lo impero non poteva razionalmente mettere innanzi sopra le medesime diritto di sorte alcuna, imperciocchè lo imperatore Massimiliano con ispeciale capitolo avesse ceduto a papa Giulio Piacenza, consenziente Ferdinando il Cattolico, che poi lo stesso Carlo V nel 1521 confermò: quanto a Parma spettava alla Chiesa per tutte le medesime ragioni di Piacenza, anzi con qualcheduna di più: almeno si afferma così nella scrittura intorno alle cose di Piacenza, dettata dall'Annibal Caro in nome del Cardinale Farnese, quando, dopo morto Pierluigi, avendo il Gonzaga occupato la città a nome dello Imperatore, questi con ogni maniera amminicoli si scansava restituirla, proponendo, tra le altre cose, assegnare in iscambio di Parma e Piacenza quarantamila scudi di entrata pei nipoti del Papa.

Ora, per tornare al nostro racconto, il cardinale Gambara studiandosi andare a' versi del Pontefice, saltò su a proporre al Collegio dei Cardinali s'infeudassero in Pierluigi Farnese Parma e Piacenza come ducati dipendenti dalla Santa Sede: giudicava il Papa sarebbe stato dai Cardinali bene accolto il partito, dacchè a conti fatti, tenuto a calcolo le spese di mantenimento delle fortezze vecchie, della fabbrica delle nuove, dei presidii, non che delle munizioni, poco civanzo ne faceva la Chiesa; tuttavolta non accadde così; allora per ispuntarla con la opposizione del Sacro Collegio, offerse in baratto Camerino e Nepi togliendoli al nipote: ripreso il negoziato a questo modo potè andare, sempre però con inciampi e non pochi, chè qualche Cardinale si asteneva da comparire in Concistoro, qualche altro protestò contro, e il Caraffa fu visto in quel dì visitare le sette chiese come si costuma per la espiazione di qualche grosso peccato.

Giustizia vuole, che per noi si dica come Pierluigi, investito di cotesti ducati, non si comportasse già contro i popoli tiranno, anzi attendesse, per quanto lo concedevano i tempi, a felicitarli: forse operò così, a norma dell'arte nota ai Principi nuovi, di gratificarsi il popolo per opprimere i signori, e questi vinti, venire destramente a capo dello incauto aiutatore; o forse lo persuase a mitezza lo stesso consiglio, che induce il villano ad ingrassare il bue; tuttavia la storia gliene deve tener conto, imperciocchè allora vissero principi, e non hanno cessato anco adesso, i quali non seppero reggere i popoli nè manco con l'arte che adoperano i contadini a governare le bestie.

Ad abbattere pertanto i feudatari, avvezzi sotto la Chiesa a vivere secondo il libito proprio, egli ordinò che, cessato il vivere dentro alle castella, dove imbestiavano la vita, si riducessero ad abitare le città, mutava la elezione del consiglio e degli altri ufficiali, tolse via i privilegi, ed istituendo la milizia, affrancò i popoli dal vassallaggio, dacchè una volta arrolati, non dovessero servire altri tranne il Duca e i Capitani preposti da lui; quello poi che soprattutto gli fece nimico giurato Agostino Landi, fu il partito preso di privarlo dei feudi di Bardi e di Campiano.

Ferdinando Gonzaga, poichè tentati gli umori li trovò più che disposti a dargli mano, ecco come ammanniva la trama, e ciò moltissimo per compiacere all'odio proprio contro ai Farnesi, e molto altresì all'imperiale padrone, il quale mentr'egli si portava a pigliare il governo di Milano, gli fece sapere, che morto il Papa, intendeva rimettere le mani sopra Parma e Piacenza[17]: nel febbraio del 1547 Ferdinando avvisa lo Imperatore, come Pierluigi, fidandosi di soverchio nel Papa, non si guardava con le debite diligenze, quindi agevole sorprenderlo; per la quale cosa lo supplicava, così per suo governo, a fargli sapere, se capitando il destro di _rubargli_ alcuna delle due terre volesse _restare servita_. Carlo, che di casa di Austria era, risponde: magari! ma desiderava esserne avvisato prima: allora il Gonzaga riscrive avere rinvenuto un modo acconcio a _rubare_ Piacenza[18]: _Sa_ Vostra Maestà, che nel _robbare_ (almanco chiamava le cose col suo vero nome costui, e scrivendo allo Imperatore di Austria gli canta in faccia, che il modo del rubare ei lo ha a sapere) un luogo, la maggiore difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno a fare il furto: ora la comodità si presenterebbe col mettere insieme gente per Montobbio (però s'ingannava, che la batteva da pirata e corsaro, e il Duca, il quale teneva, più ch'ei non sospettasse, occhio alla penna, aveva preso fumo ed ordinato fino dall'aprile di mettere sentinelle alla custodia dei confini per diligenza di Francesco Clerici castellano di Campiano) e così gittare della polvere negli occhi al Duca. Presa una porta, per suo avviso sarebbe caduta la terra, a patto, che ci si fosse potuto intromettere di colta buona mano di gente; a questo fine farebbe, che un suo servitore insultasse certo fidato di lui; _questi fingesse_ mettersi in salvo a Crema, donde avrebbe spedito cartelli di sfida; egli Gonzaga, _fingendosi_ offeso per siffatti cartelli, _fingerebbe_ mandare sicarii a sbertire il suo fidato, il quale _fingendo_ scoprire la trama, riparerebbe a Piacenza, donde rinnoverebbe sfide, e cartelli, e si metterebbe attorno otto o dieci uomini raunati sotto pretesto di guardarsi la vita: per la notte poi che si avesse a dare esecuzione al trattato, egli invierebbe altri quindici uomini senza che uno sapesse dell'altro, e così si troverebbero in venticinque ad occupare la porta: in tanto spargerebbe voce di raccogliere trecento fanti per aiutare l'assedio di Montobbio, ma in verità avrieno ad essere più di seicento: e siccome da Lodi, dov'ei ne farebbe la mostra, per giungere a Piacenza bisogna passare il Po, ordinerebbe al suo maestro di casa comperasse legna od altro in quel contorno, e mandasse barche per levarle: egli poi cavalcherebbe fino a Lodi sotto colore di recarsi a Mantova per complire il fratello; se nonchè, appena avvisato del caso, piegherebbe con diligenza costà in compagnia dei suoi gentiluomini, e darebbe sesto al negozio: in breve messi dentro alla terra duemila fanti, e cento cavalli manderebbe fuori un bando terribile, che chi si attentasse in qualunque modo sovvenire il Duca, guai! I gentiluomini piacentini tastati da lui non si opporrebbero: uno aiuterebbe alla scoperta; però al fine, che la impresa tornasse proprio a profitto, sarebbe mestieri impadronirsi anco di Parma, e questo si potrebbe fare appostando un trecento cavalli su quel di Cremona, e seguito lo effetto di Piacenza, passare il Po alla volta di Parma, minacciando ferro e fuoco a cui si movesse: inoltre, a seconda della congiuntura, metterà in opera partiti, che si potranno allora meglio fare, che ora dire: vorriasi altresì tirare dalla nostra il conte di San Secondo, ma con costui bisognerebbe ungere; e se la Maestà Sua lo facultasse a spendere, supplicarla a credere, ch'egli starebbe su lo stringato più che si potesse. Adesso che Sua Maestà è chiarita, ordini quanto reputa prudente, però si desidererebbe sollecita risposta perchè bisogneria _fare lo effetto_ la prima domenica dopo Pasqua. — Tutto questo il buono Imperatore Carlo V ordinava a danno del padre del suo genero; senonchè, a dir vero, per questa volta egli rispondeva: piacergli riavere Parma e Piacenza, ma non gli garbare il modo.

Don Ferrante, che non era uomo da sgomentarsi per poco, persistendo nella pratica, propone allo Imperatore ch'ei procuri barattare Siena con Parma e Piacenza, e pauroso che un senso di onestà venisse importunamente a trattenere il suo augusto padrone (anco a quei tempi si chiamavano augusti), ovviava al pericolo dicendo: che quanto al mantenere la fede ai Sanesi non ci era da pensarci nè manco, essendosi eglino mostrati per lo addietro tanto contumaci; e poi si lasciasse servire, ch'egli avrebbe condotto la pratica con tale ragione, che mutandosi i tempi, la Maestà Sua potrebbe rigettarla a beneplacito, e conchiude la lettera con queste notabilissime parole: — Sapendo la poca carità che passa tra il Papa e me, può ben credere ch'io non mi muova a questo per volontà di fargli servitio. —

Tutti questi tramestii non si erano potuti condurre, senzachè ne scappasse fuori un qualche odore, però che un segreto in due, difficilmente, ma pure si custodisce, di rado in tre, disperato poi in quattro; e mosso per avventura da particolari avvisi, il Papa non rifiniva mai sollecitare il Duca a costruire la cittadella di Piacenza, e Antonfrancesco Rainieri per commissione di lui scriveva nel 27 maggio 1547 al Duca: — il Papa non dice altro se non se si elegga un prospero giorno nel quale si getti la prima pietra della fabbrica, la quale la Sua Santità felicita col segno della sua santissima benedizione. — Veramente il Duca in questa parte non assonnava, imperciocchè l'avesse già posta tre giorni prima: tuttavia fece buon viso alla benedizione, quantunque serotina, e ne cavò tutto il partito che si può cavare dalle benedizioni papali per tirare su le mura di una cittadella: quindi facendo lavorare indefesso grandissima quantità di muratori, Pierluigi l'ebbe dentro piccolo spazio di tempo condotta a termine di difesa; dal quale fatto i congiurati pigliavano argomento di venire alla conchiusione del negozio, avvertendo essi, che una volta ultimata, le difficoltà sarebbero loro cresciute nelle mani due cotanti: il Gonzaga non aveva mestiere gli facessero dintorno calca, tuttavia serpentato serpentava Carlo V, e mettendoci di suo non poca mazza avvertiva, i gentiluomini piacentini essere ormai disposti di levarsi a rumore contro il Duca; solo a cose fatte domandare soccorso, e sostegno: per _honestare_ il negozio, dopo seguíto il colpo manderebbero uomini a posta per significargli, che non gli accettando egli, nella sua qualità di vicerè di Milano, come uomini dello Imperatore, si sarebbero dati al re di Francia. Laddove Sua Maestà non si voglia scoprire subito, si tengono capaci di durare otto mesi o un anno, ma dentro questo tempo bisogna, ch'ei si pigli Piacenza a patto di non la rendere ai Farnesi; e qualora egli ricusi il partito, e' si confessano costretti di fare la cosa ad ogni modo, perchè il Duca lavora di forza intorno alla fortezza, e intende averla fornita in ottobre, che se questo avvenisse, e' si dovrieno tenere per ispacciati; molto più, che il Papa negozia il parentado col re di Francia a condizione, che pigli la difesa del Ducato; consideri con la usata diligenza questa deliberazione di volere mandare a compimento in ogni modo la impresa, e il pericolo che si possano voltarsi alla Francia: questa occasione perduta, pensi che per tempo lunghissimo non si presenterebbe un'altra pari in bontà. — Lo Imperatore rispondeva a tale informazione del Gonzaga con la lettera del 12 luglio 1547; mediante cui, accettando il trattato, raccomandava un mondo di cautele perchè non capitasse male la impresa, e soprattutto non si mettessero le mani addosso a Pierluigi Farnese. —

Dacchè di poche trame ci rimanga così continuo e patente il filo come di questa, non fia grave a chi legge conoscere come Ferrante Gonzaga le volontà del suo padrone intendesse, e come altrui le interpretasse, e si chiarirà che, anco con meno, un sacramento potria convertirsi in peccato mortale: sacramenti poi non erano le parole, nè le intenzioni dello Imperatore: pertanto il Gonzaga faceva capire ai congiurati tali essere le volontà di Carlo: — desiderare lo Imperatore, per alquanti dì si soprassedesse, ma poi in ciò rimettersene a loro: non si muova foglia senza sicurezza dell'esito: la persona del Duca non si guasti, solo si cacci fuori dalla terra libero: però egli Gonzaga non si può dissimulare punto come lo indugio sia pieno di pericolo, e prudentissima la prigionia del Farnese. Fatto il colpo, il conte Giovanni Anguissola ed i compagni suoi mandino subito ad offerirgli la città a questi patti:

1.º Dentro un giorno risolvasi a tenerla o a lasciarla, imperciocchè, avendolo a fare contro un nemico potente, non possono stare senza padrone; _aliter_ darannosi in balía di altri signori. 2.º Tutti i feudatarii del Ducato, senza eccezione, vengano a fare omaggio a Sua Maestà, e mancando, confischinsi loro i beni. 3.º Non si liberi il Duca pel razionale sospetto, che liberato non corra a Parma per tentare di rifarsi. 4.º Il ducato riducasi a devozione di Sua Maestà. 5.º Tengasi il Duca imprigionato finchè anco Parma non venga in potere dello Imperatore. 6.º Di quanto accadde in cotesto dì, sia di _omicidii_, sia di _guadagni_, non si abbia a cercare, nè inquisire, reputandosi il tutto fatto e acquistato in buona guerra.

Dopo spedite simili istruzioni ai congiurati, il Gonzaga, scrivendo allo Imperatore, nel ragguagliarlo dell'operato, vantavasi del tiro furbesco di farsi mandare dai congiurati i capitoli, con la intimazione ricisa di accettarli o ricusarli dentro ventiquattro ore: per cotesto modo, egli avvertiva, si toglie via il pericolo di lasciare la città nelle mani dei congiurati, e si riversa sul capo a costoro l'odio della prigionia del Duca, come quella che dallo Imperatore era stata dissentita, e da lui Gonzaga assentita per forza.

Ma se ai congiurati premeva far presto, premeva altresì di non fare a fidanza: però aggiunsero per patto: le rendite della città si riducessero come ai tempi dei duchi di Milano e dei Papi; le cause da mille scudi in giù si decidano a Piacenza: il Gonzaga, non prevedendo questo intoppo, mancava di facoltà per assentire simili concessioni, onde dichiarò averne a riferire allo Imperatore; forse anco poteva concedere, ma pensò che, mettendo i congiurati alle strette, non si sarieno gingillati a badare il nodo nel giunco, e prese errore; di qui nuovo ritardo. Carlo V informato delle nuove pretensioni, nicchia per parere, ma poi promette: quanto allo attendere, il tempo darebbe consiglio.