Vita di Andrea Doria, Volume II
Part 1
VITA
DI
ANDREA DORIA
DI F. D. GUERRAZZI.
VOLUME SECONDO.
MILANO. CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI. 1864.
Dritti di traduzione e riproduzione riservati.
NB. _Tutte le copie non munite della firma dell'editore verranno considerate come contraffatte._
M. Guigoni
Tip. Guigoni.
CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO VII.
Prima di voltargli le spalle, la fortuna qui mandava a Carlo la suprema blandizie, facendogli incontrare da un lato due galeotte turchesche, di cui la prima il capitano Cigala genovese mandò a fondo con le artiglierie, la seconda scampò per miracolo, e dall'altro gli comparve davanti, che giusto in quel punto sbucava fuori del promontorio di Capocassino, l'armata delle galee del Mendozza, con la quale andavano di conserva cento navi, e quasi altrettanti legni minori dagli Spagnuoli chiamati scarzapini; per l'allegrezza grande che sentirono di qua e di là salutaronsi con tante cannonate, che parve un subbisso. Su queste navi, con istupendi cavalli, veniva il fiore della cavalleria spagnuola, nella quale splendeva principalissimo Ferdinando Cortez conquistatore del Messico, e Francesco Ulloa, padre di Alfonso lo storico, in compagnia di parecchi del parentado e figliuoli; capitanava la eletta schiera Ferdinando Alvarez duca di Alba, ed era venuta a proprie spese, reputando mercede bastevole dei perigli l'acquisto delle indulgenze largite dal sommo Pontefice.
Ottimo consiglio sarebbe stato quello di mettere subito mano allo sbarco; ma come i marosi rompevano grossi contro la spiaggia, Carlo temendo ne accadesse sconcio alle navi, e troppo ne avessero a soffrire travaglio i soldati, parendogli eziandio spediente attendere l'armata del Mendozza prima di operare lo sbarco, ordinò ad un tratto, che questo si differisse. Intanto, compiacendo all'uso, mandava un suo trombetto ad Assan agà governatore di Algeri con le solite profferte, e le solite minacce, le quali i codardi non aspettano mai, e i forti respingono sempre. Narrasi che a confermare la costanza dell'Assan agà, il quale fu eunuco e cristiano rinnegato della isola di Sardegna, giovassero i vaticinii di certa vecchia mora, che nei tempi scorsi aveva presagito il naufragio di Diego di Vera, e la rotta di Ugo di Moncada, avveratisi entrambi; se non che poi avendo prognosticato la ruina delle armi imperiali per coteste parti, con esito tanto diverso atteso la espugnazione di Tunisi, si era scaduta di credito; ma costei strillava affermando non avere voluto dire di Tunisi, bensì di Algeri, e lo vedrebbero. L'Assan, ossia che nei vaticinii ponesse fede, o come credo piuttosto simulasse per incorare la gente, fatto sta, che respinse il messaggio con male parole, e subito dopo tratti fuora ottocento Turchi, la più parte giannizzeri, fiore di gente, e molti Arabi, aspettando da un punto all'altro di vedere comparire i terrazzani, e quanti pigliavano soldo dal Barbarossa, a cui aveva spedito celerissimi messi, si dispose non pure a resistere, ma farsi animosamente contro lo Imperatore, e allo aperto combatterlo.
Ottenuta simile risposta, ed essendo calato il vento, gl'Imperiali presero a mettere le fanterie a terra; furono ventimila divise in tre schiere; ebbe ciascuna tre pezzi di artiglieria, nè contrastarono lo sbarco gli Arabi e i Turchi; all'opposto lasciaronli marciare dentro la spiaggia un miglio; quivi i nostri sostarono, pigliando certe alture giudicate luogo acconcio per battere la città, e piantatevi le artiglierie attesero a ripararsi con trincere e fossati.
Algeri, un dì nota col nome di Giulia Cesarea, ha un monte alle spalle, il quale per essere agevolmente difendibile, gli antichi estimarono disperata impresa a espugnarsi. Carlo avvisò assediarla dalla parte di Levante con tre campi, riponendo in ognuno, a scanso di contese, una delle tre nazioni menate seco, Spagnuoli, Tedeschi ed Italiani; i primi avevano a tenere la cima dei colli, i secondi le falde, mentre i terzi si sarebbono alloggiati per la pianura verso il mare. Poichè gli Arabi non si erano mossi ad impedire lo sbarco, ormai confidavano i cristiani arieno occupato Algeri senza molestia, e s'ingannavano: imperciocchè alloraquando stavano attorno a trarre in terra le artiglierie, e i cavalli, ecco apparire gli Arabi su i monti, e quinci balestrare sassi, e di ogni maniera saettume contro gli Spagnuoli: questi risoluti senza badare al numero messa mano agli archibusi a cavalletto, e a qualche sagro[1] gli ributtarono. In cotesta fazione crebbe in fama di eccellente capitano Alvaro di Sandè, il quale, sgombrati a forza gli Arabi irrompenti dalle alture, le occupò e le tenne; tuttavia, venuta la notte, gli Spagnuoli non trovarono requie, conciossiachè gli Arabi, togliendo a bersaglio i fuochi loro, lanciassero colà nugoli di freccie, onde essi ebbero a spegnerli ed a pernottare su le armi; venuto giorno, i nostri ripigliarono inaspriti a combattere, sicchè di corto con molta uccisione dei nemici si levarono quel fastidio dattorno. Per altra parte, instando il Doria, si faceva fretta a cavare di nave le artiglierie, le vettovaglie e i cavalli, chè il tramonto si avvicinava con segnali sinistri. Il vento di tramontana crescendo di minuto in minuto sommoveva con veemenza le onde, e rotolava nugoloni spaventevoli: appena fu buio, la bufera non ebbe più modo, tra fulmini e tuoni rovesciò su la terra torrenti di freddissima pioggia, onde ne rimasero le vettovaglie guaste, fradicie le polveri e le corde di archibuso, intirizziti i corpi, che per metterli al coperto non si era potuto per anche provvedere, maggiore la ruina sul mare che le navi travolte dallo impeto del vento e dalla violenza dei marosi presero prima a non reggersi su le áncore, poi l'una ruinando su l'altra a sfasciarsi fra loro, o correre a rompersi sopra la spiaggia. Così la notte intera; più atroce il giorno, il quale, rivelando il danno passato, ne minacciava altro e peggiore. Il signore Camillo Colonna aveva di là dal fosso, a guardia del campo italiano, tre compagnie di soldati vecchi; traversava il fosso un ponticello di sotto certi poggi prossimi alla città; ora queste compagnie, esposte senza riparo alla pioggia, fitte nel fango, abbrividite si erano aggomitolate prive di forze; la quale miseria considerando i Turchi, con molto sforzo di cavalli fecero impeto contro di loro, e fu facile vittoria, dacchè i nostri, privi di armi atte a difendersi, in parte fuggirono, in parte caddero trucidati, i secondi però troppo più dei primi: qualche italiano, trovandosi ad avere una picca, si provò a morire non senza vendetta, ma quindi a breve l'arme gli cadde di mano, e anch'essi giacquero spenti. I Turchi e gli Arabi, saliti in baldanza, perseguitando i fuggitivi, si avventarono al ponte, e passatolo, assalirono il campo italiano speranzosi di sterminarlo, e lo facevano, però che le artiglierie per colpa delle munizioni bagnate, e gli archibusi tacevano; mentre pertanto scemi di terreno aiuto si raccomandavano a Dio, la salute venne donde se l'attendevano meno. Giannettino Doria (contrastando allo impeto dei cavalloni tutta la ciurma della sua galea) su le áncore si reggeva appena; pure arando il fondo con le áncore, e via via cedendo, si accostava alla spiaggia: colpito adesso dallo imminente scempio del campo italiano che gli stava su gli occhi, nè lo potendo sopportare, recisi gli ormeggi, si abbrivò ad investire su la costa per sovvenirli con prontissimo soccorso. Non devo tacere però che altri afferma in cotesto suo atto non averci parte elezione; essersi trovato costretto a fare così, perchè altre galee incapaci a reggere gli rovinarono addosso in un mucchio, e lo avrebbero fracassato senz'altro, s'egli a quel modo non evitava l'urto; chi di loro racconti il vero, arduo anzi impossibile a noi giudicare: questo è sicuro, che Giannettino, presso i suoi medesimi nemici, ebbe fama di capitano diligentissimo fra quanti allora vivessero, e risoluto così, che deliberata appena una impresa la eseguiva[2]. Quantunque però egli co' suoi Genovesi combattesse pertinacemente, tuttavia, sopraffatto dal numero, si versava in estremo pericolo, quando lo Imperatore lo notò da lungi, e non gli reggendo il cuore che tanto uomo capitasse male, mandò il colonnello Antonio d'Arragona a trarlo d'impaccio con tre compagnie cappate di archibusieri italiani. Si rinfrescò la battaglia, e comecchè i nostri ammazzassero parecchi cavalieri mori, massime di quelli che per combattere più destri erano smontati da cavallo, pure non la potevano sgarare; allora Camillo Colonna e Ferrante Gonzaga, divampanti di furore, accolti intorno a sè gli uomini più valorosi, e concitando le squadre dello Spinola, si precipitarono nella mischia, e oppressi i nemici, vinsero; nocque ai fatti loro la voglia dello stravincere, imperciocchè si cacciassero dietro ai fuggitivi per finirli, e tanto da cotesto empito lasciaronsi trasportare, che arrivarono quasi sotto le porte della città; i pochi fuggiaschi, sperti dei luoghi, per via di tragetti scomparvero come per incanto dinanzi ai loro occhi, lasciando esposti gl'inseguenti al fulminare delle artiglierie piantate su le muraglie. I cristiani per tentare lo assalto mancavano di arnesi e di balía; e poichè la sosta fruttava morti, le quali non potevano nè manco vendicare, deliberarono ritirarsi, e fu il consiglio tardo, chè Assan agà, raccolti intorno a sè i più prodi tra i Turchi e i Giannizzeri, li percosse forte irrompendo fuori delle porte, e gli sgominò così, che non se ne sarebbe salvato neppure uno, se non erano i cavalieri di Rodi, i quali, a piedi, con la cotta pagonazza sul corsaletto, drappellando il gonfalone con la croce, ultimi fra tutti combatterono disperatamente; nondimanco dal balenare che facevano, si poteva prevedere come non fossero per durare, e di momento in momento la morte ne diradava le fila. Lo Imperatore, sebbene uso ai pericoli, si aggirava sgomento pel campo vestito di un manto bianco, con pietosa voce sclamando: _fiat voluntas tua! fiat voluntas tua!_
Lo esempio dei buoni cavalieri di Rodi punse di vergogna e di compassione i loro compagni di arme, i quali fatta testa da capo con ordine promiscuo, soldati e capitani accorsero alla riscossa: molti uccisero, molti rimasero uccisi; ma la virtù non vinse il numero, molto meno potè supplire al difetto delle armi, però che degli archibusi, come notai, non si potessero valere, o poco; di partigiane e di picche non avessero fatto provvista, mentre i Turchi combattessero con le balestre a cocca, da poco tempo, e non senza repugnanza, lasciate dalle milizie cristiane, massime francesi, a cui madama Luisa di Savoia, dopo la battaglia di Pavia, impose l'obbligo di armarsi di archibugio, ed essi lo fecero, per obbedire, non già per servirsene, però che durassero parecchio tempo a preferire le balestre. Ora dalle balestre i Turchi sferravano verrettoni capaci di passare le più salde corazze; con gli archi comuni ammazzavano a furia di freccie, dalla lontana, le milizie scoperte di difese. Lo Imperatore, mosso dal pericolo, rannoda e spinge tre compagnie di Tedeschi, animandole con le parole più ardenti ch'ei seppe; e queste pure andarono e combatterono finchè bastarono loro le forze e la vita: ormai pareva fatale la rotta; pieno il campo di soldati uccisi; dei capitani più famosi chi giaceva spento o urtato da impeto irresistibile si ripiegava indietro, quando parve a Carlo per la salvezza del campo, per onore di Cristo e per la sua stessa fama mettersi con la persona allo sbaraglio; per tanto prepostosi all'ultimo battaglione tedesco, stretto in ordinanza si ficcò nel mezzo della battaglia. Contro questa massa di ferro vennero una dopo l'altra a rompersi le onde dei cavalli turchi e mori; i nostri sbarattati ebbero agio a raccogliersi; i capitani, visto lo Imperatore al cimento, non curate la spossatezza e le ferite, tornarono alla zuffa; fu lungamente e duramente combattuto; all'ultimo parve la fortuna si vergognasse, perchè i nostri poterono rincalzare i nemici, i quali a posta loro spossati ritiraronsi non già in sembianza di vinti, bensì come gente, che tenendo la vendetta in pugno, la differisca a tempo più opportuno.
Contro l'esercito cristiano combatterono non pure gli uomini, ma eziandio gli elementi levati a terribile scompiglio: la pioggia e il vento che per tutto quel dì non avevano mai dato pace, verso sera raddoppiarono di furore: durante la giornata, ora questa, ora quell'altra nave era ita a rompersi sopra la spiaggia, e per quanto lungo si stendeva il lido tu miravi galleggiare tavole, casse, di ogni maniera antenne e funi, e, vista troppo più miserabile, corpi di annegati; tra la furia del mare dibattevansi uomini, donne e cavalli; difficile scampare la morte dalle acque, nè ad ogni modo gli scampati trovavano la vita in terra; imperciocchè i Turchi spietatamente ve li finissero: e su tutti parve infelice un caso, nè si sa come, se pure non si voglia credere, che nell'uomo, messa da parte ogni considerazione di merito o di demerito, faccia più specie la strage di quello, il quale si destina ai piacevoli studi e ai diletti, che dell'altro per professione dedicato alle fortune pericolose: il caso fu questo. Certa cortigiana, giovane e bellissima su quante ne traessero seco loro gli Spagnuoli, cadde in mare vestita com'era di splendide vesti e ornata di oro e di gemme; costei, o l'assistesse la sorte, o in grazia degli sforzi supremi che lo aborrimento della morte persuade alle creature, giunse semiviva alla spiaggia, ma quivi l'attese un feroce, e tale la percosse di una zagaglia nel petto, che il ferro le uscì fuor fuori delle spalle.
Descrivere quanta la desolazione e gli urli e il pianto non fa caso, nè il muggito del mare, nè il fracasso dei legni che o si rompevano urtando fra loro o contro gli scogli come vetri si stritolavano; basti dirne tanto, che centocinquanta navi perirono, e quindici galee: di artiglierie, di munizioni, di armi, di masserizie e di vittovaglie non si parla. In mezzo a così fiera stretta si aspettava un comando dello Imperatore, ma egli si contentò domandare che ora facesse: fugli risposto le ore undici e mezza di notte: dopo tornò a chiedere quanto tempo le galee avrebbero potuto per forza di remi evitare l'investimento su la costa, e gli dissero: forse due ore. Serenatosi a questo, festoso in vista, esclamò: — Pigliate coraggio quanti siete, perchè tra mezza ora tutti i frati e tutte le monache de' miei regni, anzi del mondo, pregheranno per noi! —
Andrea, uomo pio a modo suo, molto raccomandandosi agli aiuti del cielo, si fidava anco molto nella propria virtù: per tutto quel dì egli comparve maraviglioso di opera, di costanza e di consiglio: ai capitani, che disperati di poter reggere all'impeto della bufera, volevano ad ogni costo allontanarsi, dichiarò gli avrebbe tenuti per traditori, e come tali mandati a fondo con le artiglierie; egli poi con la sua armata stette quanto più gli era concesso rasente la costa per sovvenire al bisogno, e ciò con tanto danno e pericolo, che delle quindici galee sbatacchiate alla spiaggia, undici furono sue; nè voglio che questo si abbia per contradizione a quanto scrissi di già; procedere egli cautissimo a cimentare la sua sostanza pressochè tutta investita su le galee, e rifuggire i cimenti se non aveva il pegno in mano di vincere, imperciocchè nei casi ordinarii fosse veramente così, ma nei supremi non badava a nulla gettando allo sbaraglio averi, corpo ed anima: indole questa chè nè manco potrebbe dirsi peculiare sua, bensì comune ai Genovesi; nè antica soltanto, ma, a gloria loro, in gran parte, ai giorni nostri, superstite quaggiù alla malignità dei tempi[3].
Adesso pertanto Andrea, messo da parte se le salmodie delle monache e dei frati avessero partorito profitto, e caso che sì, saria stato tanto di guadagno, con difficoltà infinita mandò avviso allo Imperatore non potersi più reggere in mare; accostarsi alla spiaggia impossibile; andrebbe ad aspettarlo al capo Matafus: egli con subita partita quinci si rimovesse, e per cammino litorano convenisse alla posta. Parve buono il partito, anzi unico; però da non si potere mandare così presto ad esecuzione come avrebbe desiderato, dacchè la gente digiuna e strema di forze non valeva a movere passo, e mettersi in mezzo a notte procellosa per lande impervie non parve prudente: alla vittovaglia lo Imperatore provvide ordinando si ammazzassero i cavalli da traino, ed anco da battaglia; però degli scadenti: a quel modo cibaronsi, chè di legname per fare abbrustolire le carni pur troppo non pativano difetto, ed a quel modo si riconfortarono. Ancora tanto la cura della vita pericolante mette gli uomini in cervello, parecchi studiavano asciugare a cotesti fuochi buona quantità di polvere, che fece poi, come suol dirsi, la mano di Dio.
Nella notte e' fu un gran tempestare fra i capitani imperiali se dovessero ritirarsi o no: quasi tutti opinarono doversi, però che nelle faccende di Stato l'onore stia dove l'utile sta; altri al contrario, e primo tra questi Ferdinando Cortez, il quale disse: per suo avviso non potersi nella contingenza del caso proporre nè anco l'alternativa; imperciocchè pei cavalieri cristiani l'utile fosse l'onore, oltre il quale egli non capiva che cosa fosse Stato, sostanza, patria, nè famiglia, nè nulla, e più oltre accendendosi nel dire, dichiarò con giuramento che, dove lo Imperatore gli avesse lasciato gli Spagnuoli e solo la metà dei Tedeschi e degli Italiani, egli sarebbe rimasto a fare la prova di vincere Algeri od a morire sotto le sue mura. La quale iattanza essendo stata riferita allo Imperatore, fermo a quell'ora di partirsi, fece sì che non lo chiamasse al consiglio, però che Carlo intendesse bene ritirarsi, e ne avesse voglia, che non si potrebbe dimostrare maggiore; ma tuttavia desiderava che la consulta dei capitani glielo venisse a persuadere, e quasi glielo imponesse; onde procurò tenerne lontani quelli che avrebbero mosso contrasto; della quale cosa Ferdinando Cortez, per testimonianza dell'Ulloa, si dolse più che della perdita di cinque smeraldi giudicati del valsente di centomila scudi e più, i quali portando egli addosso, in mezzo a codesta scompigliata battaglia, gli cascarono nel fango e non li potè più riavere. Il Brantôme ricorda il medesimo fatto, ma scrive che non furono già smeraldi, bensì una perla da lui conquistata (per significarlo con parola decente) nel Messico, appo cui quella bevuta da Cleopatra nel banchetto con Marcantonio, avrebbe dovuto reputarsi bagattella, però che ce l'affermi grossa quanto una pera; ma non dice la qualità. Avendoci il Cortez, continua sempre il Brantôme, fatto incidere sopra le parole: — _Inter natos mulierum non surrexit major._ — Accadde che, mentre lo mostrava ai suoi amici nella rada di Napoli, gli cascasse in mare, non senza permissione di Dio, il quale volle punire a quel modo la profanazione della santa leggenda. Questo poi mi piacque riferire, non perchè io creda vero, anzi anco alla novella dell'Ulloa aggiungo mediocrissima fede, ma sì per la ragione, che a me paiano da non tacersi le cose capaci di chiarire le qualità dei tempi e gli umori degli uomini.
Appena si fu messo un po' di lume, lo Imperatore cominciò a ritirarsi, avendo disposto l'esercito in ottima ordinanza; da prima procedeva l'avanguardia sottile, in mezzo, la battaglia composta di feriti e d'infermi, e di chi per età o per sesso appariva meno atto alle armi; veniva ultimo il retroguardo grosso e gagliardo: nè i Mori, com'era da prevedersi, mancarono di farglisi subito sopra a tribolarli, fidati nella velocità dei cavalli; senonchè gli archibugieri, a cui sovveniva in buon punto la polvere asciutta, piantato in terra il cavalletto, li bersagliavano alla lontana, onde, dopo parecchie morti, levarono a costoro il ruzzo di perseguitarli. Così andarono sette miglia, quando ad un tratto trovaronsi trattenuti da un fiume ingrossato dalla pioggia, che il mare burrascoso teneva in collo: tentarono alcuni passarlo a nuoto, ma la corrente li portò via: sovvenne all'uopo Giannettino Doria, il quale, con la ciurma delle galee fracassate, si era messo in compagnia dello Imperatore. Il genovese industre, con maraviglia pari al benefizio dei mal condotti, costruì come per incanto un ponte di legname, donde per tempissimo il dì veniente poterono passare fanti e cavalieri; alcuni però lo avevano valicato nella notte rimontando verso la sorgente, e a questo modo, dopo tre giornate di cammino, giunsero a salvamento al capo Matafus, avendo cessato di perseguitarli i Mori. Quivi Andrea, alacre e vispo, attendeva a risarcire l'armata. Lo Imperatore tostochè vide cotesto vecchio (entrava allora nel settantacinquesimo anno dell'età sua) sul quale pareva che il tempo e la sventura non potessero nulla, presegli ambe le mani, gli favellò queste parole: — Padre mio, poichè Dio non mi ha aiutato in questa santa, giusta e cristiana impresa, bisogna credere che l'uomo non deva tenersi sicuro se non dopo il colpo fatto; — quindi lo consolò per la perdita delle galee, a cui Andrea con serena fronte rispose: — Pazienza! ne faremo delle altre. — Tuttavia lo Imperatore promise lo ristorerebbe, e tenne il patto; imperciocchè quindi a breve gli assegnasse tremila ducati annui sopra le rendite fiscali di Napoli; il pronotariato di Napoli gli concedesse, che poi gli mutò con la città di Tursi, conferitagli per sè e suoi eredi a titolo di marchesato.
Raccolto l'esercito a Matafus, e quivi fermatosi tanto da riprendere fiato, statuirono tornarsene a casa, ma poichè i legni, reliquia del naufragio, non furono riputati capaci a tanta gente, lo Imperatore fece gittarne fuori i destrieri bellissimi da battaglia. Quanto per siffatta determinazione sentissero amarezza i cavalieri, non si può con parole convenienti significare; delle querele loro vanno piene le storie; causa di ciò in parte il pregio, chè valevano un occhio; in parte l'affetto che l'uomo pone negli animali domestici: sicchè troviamo che soldati e popoli poco civili, tra cavalli, cani e femmine non fanno differenza o poca; ma più che tutto, per mio avviso, la causa deve attribuirsi allo spettacolo insolito, il quale percote l'animo più forte del consueto, comecchè più pietoso; e poi perchè il grano che trabocca la bilancia, per essere ultimo, proviamo più grave degli altri. Il vecchio Brantôme racconta il caso con parole sì acconce, che, essendomi provato a far meglio, e sempre invano, ho tolto a riportarle tali e quali, senonchè le volgo nella nostra favella: — E' bisognò buttare via il carico intero, eccetto gli uomini, però che nè anco i cavalli potessero essere salvi vuoi giannetti di Spagna o destrieri di Napoli poderosi, a studio eletti, e feroci e di valore inestimabile; non vi fu cuore, il quale non rimanesse trafitto di angoscia, nel vederli ire a notare per l'alto mare e sforzarsi uscirne a salvamento non mica voltandosi verso terra, bensì a collo teso e a capo levato seguitando, da lontano, finchè reggeva loro la lena, col nuoto e con la vista i diletti padroni, i quali, lacrimando, li miravano, dato il tuffo, uno dopo l'altro scomparire sotto l'acqua. Ho discorso a Genova con vecchi marinari, che mi hanno raccontato come, dopo gli uomini morti non ci fu vista che tanto fendesse il cuore, quanto quella dei cadaveri dei poveri cavalli annegati sopra la spiaggia. —