Vita di Andrea Doria, Volume I

Part 17

Chapter 173,520 wordsPublic domain

A Solimano recò grave molestia la perdita di Corone, non tanto perchè fosse fortezza di conto, quanto perchè somministrasse baldanza ai Greci di desiderare, e macchinare cose nuove; quindi deliberò riacquistarlo. Il Mendozza, che vedeva quel nuvolone ammannirsegli addosso, sollecita lo Imperatore con grande istanza a sovvenirlo; al Doria ricordò la promessa; veruno dei due gli venne meno, anzi lo Imperatore, per giovargli troppo, gli nocque, imperciocchè, desiderando inviare Andrea in coteste parti più che potesse gagliardo, gli scrisse avrebbegli aggiunto dodici galee costruite per cura di Alvaro da Bazano nella sua assenza di Spagna; però le aspettasse. Il Doria salpava da Genova per Napoli con ventisette galee e trenta navi grosse, divisando costà mettere a bordo le bande dei veterani spagnuoli reduci dalle guerre di Lombardia, ed attendere il Bazano, ma trovò, come spesso accadeva, che gli Spagnuoli, ammutinati per difetto di paghe, scorrevano rubando il paese, o terra di Lavoro, ed avevano altresì sforzato la città di Aversa: il Bazano non si era anco visto, e qualunque se ne fosse la cagione, nè allora nè poi convenne alla posta: degli Spagnuoli giunse a capo il marchese del Vasto, il quale, saldandoli delle paghe e riprendendoli con acerbe parole, gli ridusse alla obbedienza: uno pagò per tutti; il capitano Molina accusato per capo; veramente egli non aveva misfatto di più nè peggio dei compagni, e così pareva a tutti; ma assicurati che da lui in fuori non si saria presa altra vendetta, sembrò anco ai compagni, che veramente egli fosse stato il caporione del tumulto, e lasciaronlo di quieto mazzerare. In simili rivolgimenti un Molina ci ha da essere sempre, e bazza a chi tocca. Intanto che Andrea si allestiva, fece risoluzione di mandare innanzi Girolamo Pallavicino, arditissimo uomo, e sembra gli tenesse compagnia Cristoforo Doria, giovane non meno arrisicato di Lamba, se pure non appartennero questi due nomi ad un individuò solo: questi con destra galea dovevano portare agli assediati vettovaglie e diecimila scudi per le paghe, e più delle paghe e della vettovaglia desiderata la nuova dello imminente soccorso; andarono gl'intrepidi Genovesi, nè perchè trovassero la flotta turca attelata dinanzi Corone mutarono consiglio; chè anzi fulminando su le acque a golfo lanciato nella folta dei nemici si abbrivano, e, poco o punto offesi della grandine delle artiglierie, li trapassano. Stavano tuttavia i Turchi trasecolati del temerario ardimento, quando Girolamo e Cristoforo, sbarcate la munizione e la pecunia, appresi certi segreti necessari intorno ai nemici, di bel mezzogiorno, respinti consigli e preghiere, com'erano venuti se ne vollero andare. Anche qui sperimentarono la fortuna cortese, la quale non solo tolse che le palle nemiche li fracassassero, ma anco volle che dalle galee turche, lanciatesi con inenarrabile furore a dare loro la caccia, come per miracolo scampassero. Andrea pertanto essendo rimasto da essi ragguagliato, che i Turchi attendevano rinforzi di Levante, massime il Moro di Alessandria temuto corsale, rotto ogni indugio, veleggiò per Zante; quivi occorse nell'armata veneziana, dalla quale ebbe avviso l'armata turchesca per lo arrivo del Moro, cui egli non era giunto a prevenire, essere cresciuta fino ad ottanta galee, e mostrarsi ottimamente presidiata da grosse bande di Giannizzeri, esperti in mare, condotti da Luftimbey di Gallipoli; di aiuto non si parlò pure un motto; nè per questo egli o smarrì l'animo, o mutò consiglio, e deliberato in tutto di osservare la fede al Mendozza, spedì da capo Girolamo Pallavicino ed il consorto Cristoforo perchè specolassero il numero e la posizione del naviglio nemico; costoro andarono, e secondo il solito risposero ai desideri di Andrea, il quale, approfittandosi del tempo, pel cammino diritto si avviò a Corone, passando tra capo Gallo e la isola di Ticanussa, che i paesani chiamano Venetica, un canale angusto e più di un miglio lungo, e fu arrisicata ma necessaria navigazione, però che il vento soffiando di terra, se così non avvisava, avrebbe sospinto le navi in alto mare. Questo fu l'ordine di battaglia per accostarsi a Corone: il Doria mandò innanzi due galeoni, uno suo, l'altro del Belluomo siciliano, con raccomandazione di rasentare quanto più potessero a mancina la riva; caso mai i Turchi tentassero spuntare da cotesta parte, essi calate le ancore facessero prova di ributtarli virtuosamente; dopo ciò spinse oltre le navi a due a due di faccia alla costa sempre dal lato manco, ed egli con le galee navigava a canto, pigliando a destra ed abbracciandole con una lunga elittica, e ciò per difenderle ed esserne difeso; che o intatto o con poco danno egli voleva uscirne per istringere i Turchi da due lati, e di fronte costringerli a rimanersi fra le batterie di Corone e lui: il Salviati, priore di Roma, con le galee pontificie tenne il corno destro, il centro Andrea, e andava seco Federigo figliuolo di Pietro Toledo vicerè di Napoli a cui il padre lo aveva commesso per erudirsi nella milizia; il sinistro corno toccò ad Antonio Doria. Luftimbey, quantunque sollecitato, come poi ne corse la fama, dal Moro, non volle scostarsi dalla riva e dar dentro alle linee prolungate troppo e sottili di Andrea, come nè aggrupparsi su le punte dei corni e quivi ingaggiare battaglia togliendosi dinanzi alle batterie delle fortezze: vuolsi credere, che in questa pertinacia lo confermassero la fiducia di potere da per tutto bastare contro il nemico come quello, che tanto gli stava sotto per numero di navi e per forze, ed il sospetto, che scostandosi dal lito parecchi legni imperiali scivolassero a munire Corone di fodero e di armati. Caso fosse o colpa, due delle navi che procedevano di conserva vennero a intricare insieme sartiame ed antenne, donde scompiglio e trepidazione pel fumo e lo scoppio delle artiglierie. Gli Spagnuoli, poco pratichi del mare, disperati della salute, pigliano a buttare giù i palischermi, e a saltarci dentro per fuggire: questi sopraccarichi colano a fondo; molti per la paura di annegare annegano. I palischermi rimasti a galla i Turchi sfondano a cannonate: poi investita una nave ci saltano su e quanti ci trovano ammazzano; subito dopo si arrampicano su l'altra dove il capitano Ermosilla era riuscito a tenere molta parte dei suoi; qui si fecero prove mirabili, chè conobbero potere dare salute non ispirare salute; ma non pareva che i Cristiani ne avessero a uscire, perchè i Turchi avevano guadagnato di colta la prora e il ponte di mezzo; nonostante ciò l'Ermosilla, ritiratosi nel castello di poppa, si difendeva con zuffa a coltellate. Andrea di botto si avventa con alquante galee, e tale spara dintorno una grandine di palle da levare la voglia ai Turchi di venire in soccorso degli assalitori delle navi, e con ordine concitato commette ad Antonio voli alla riscossa; questi non sapendo come sovvenire agli amici così accapigliati co' nemici stette un momento in forse, poi sparò sul mucchio; degli Spagnuoli ce ne rimase parecchi, ma, per buona fortuna, dei Turchi fu grande lo sperpero. In mezzo alla confusione Andrea, inteso a mandare a compimento il suo disegno, secondandolo il vento che si era messo gagliardo, spunta oltre a destra appoggiando a Corone; allora si conobbe espresso la battaglia andare perduta pei Turchi assaliti dai fianchi, e di fronte esposti alle batterie di Corone, le quali, sicure ormai di non offendere amici non rifinivano di lanciare palle. Dopo lungo ed ostinato combattere, dove copia di Giannizzeri rimase morta, e molti caddero prigioni, tra i quali Jusuff, vecchio loro capitano, i Turchi presero ad allargarsi tribolati da Antonio Doria, il quale non poteva darsi pace, che gli avessero ad uscire salvi dalle mani. Mentre con buona fortuna si combatteva sul mare, il Mendozza, soldato non meno avveduto che valoroso, sortì fuori assaltando il campo trincerato, che i Turchi avevano fatto intorno a Corone per assediarlo dal lato di terra, ed anco qui solertissimo Andrea gli porse efficace soccorso, ordinando alle fregate ed ai brigantini della flotta, che surti sopra lo estremo lito con la opera dei moschettieri tenessero lontani i cavalli, mossi di dentro terra per dare aiuto agli assedianti. Dispersi i nemici, il campo preso, cadde nelle mani del Mendozza tanta copia di vettovaglie e di arme, che tra per questa preda e tra per le provvisioni sbarcate dal Doria, dalla estrema penuria si fece trapasso alla massima abbondanza. Andrea, rilevato il Mendozza dal comando della fortezza, ci lasciò Roderigo Maricao, capitano spagnuolo, con le fanterie vecchie imbarcate a Napoli; l'agà giannizzero Jusuff rinviò non solo senza riscatto, ma con doni, sempre intento a condurre i Turchi a pigliare costume della buona guerra; studio, che forse in lui fu qualche volta soverchio, e non ne uscì senza biasimo, come la Cristianità non ne rimase senza danno; avrebbe ancora desiderato riportare più frutto da cotesta impresa perseguitando il nemico, e lo tentò, ma avendolo trovato surto su le ancore sotto le batterie delle fortezze di Modone, non giudicò spediente assalirlo con tanto suo svantaggio: per la quale cosa si ridusse al porto di Messina, dove Ettore Pignattello, vicerè di Sicilia, lo accolse sopra un ponte fatto sul mare, cerimonia che, per molta onoranza, si costuma co' re e con i personaggi di altissimo affare.

Le paci tra i principi, il più spesso pongono fine in apparenza a nemicizie vecchie, ma sempre però danno esordio alle nuove: onde Francesco I non si tenne mai tanto gravato da Carlo, nè tanto si sentì struggere dalla smania di movergli guerra, come dopo la pace di Cambraia; ed aveva ragione; chè gravissimi n'erano i patti, e, se Carlo fosse stato prudente, avrebbe avvertito, che quanto più duri gl'imponeva, tanto maggiore creava la necessità di romperli; ma la fortuna fra i suoi doni ci mette sempre una benda. Francesco adesso le più strane leghe tentava; aizzato Enrico VIII, questi gli rispondeva lusinghiero, perchè infellonito contro Carlo, a cagione del repudio della moglie Caterina zia di lui, voluto dal Re per sospetto di parentela in vista, in sostanza perchè inuzzolito della Bolena; nè qui si fermava, che, agitando più immani conati, s'ingegna mettere in fascio il Turco e il Papa, ci avrebbe mescolato anco il diavolo; se però con lui fosse riuscito è incerto; certissimo, che riuscì col Papa e col Turco. Col Papa s'imparentò per via delle nozze di Caterina, figliuola a Lorenzo duca di Urbino, con Enrico duca di Orleans, il quale, morto il delfino, gli successe nel regno; con Solimano statuì attendesse a nabissare la Italia meridionale, intantochè egli attenderebbe a mandare sottosopra la settentrionale. Il Papa, per tenere il piede in due staffe, con Francesco si stringeva in parentado mediante le nozze della nepote come ho detto, mentre con Carlo si era già legato sposando Alessandro, suo figliuolo bastardo, con Margherita figliuola bastarda di lui, e giunto a questo si reputava beato, parendogli essersi costruito tal cassero donde potere, senza pericolo di offesa, rifarsi secondo le congiunture sul male di ambedue; reduce a Savona da Marsiglia, dove le belle nozze celebraronsi, egli seco stesso gratulavasi nella speranza di aver vinto con buono studio rea fortuna; Andrea, che lo andò a cercare a Savona per condurlo a Civitavecchia, forse fu messo a parte dei disegni dello astuto Pontefice; ma la morte, che tiene continuo fra le forbici il filo della nostra vita, e non si conta mai, appena giunto a Roma, lo tagliò fuori dai vivi; e la notte stessa della sua morte i cardinali in fretta, e in furia gli surrogarono Paolo II; sicchè in un attimo vita, concetti e nome di Clemente VII vennero dal regno dei fatti travolti in quello delle memorie; nè già tra le buone e nè anco fra le mezzane, bensì tra le male pessime; dagli offesi da lui la sua fama abominata e ai pochissimi beneficati comportabile appena. La nuova lega della Francia col Turco mosse eziandio in cotesti tempi querimonia grande per la cristianità; lo attestano gli stessi Francesi contemporanei; fra gli altri il Brantôme, il quale dice che apparve enorme chiamare un cane (così allora i cristiani appellavano i Turchi, e così allora appellarono e continuarono ad appellare poi i Turchi, i cristiani) a disfare la Cristianità, mentre prima la guerra tra cristiano e cristiano si conduceva in modi meno feroci. Ma il francese dopo stretto alla gola di confessare la verità, adesso gavilla per farsi una ragione ed afferma, che quando la lega della Francia col Turco non avesse fatto altro, che salvare dalla ruina la Chiesa di Gerusalemme e il Santo Sepolcro, che Solimano voleva ad ogni patto ruinare, e se ne tenne alle supplicazioni del Re, questo sarebbe stato un solenne servizio reso alla Cristianità; e qui mentisce, conciossiachè i maomettani venerino non meno dei cristiani Gesù e Mosè, quantunque non li reputino in dignità pari a Maometto; quindi il Brantôme rinfaccia a Carlo, che nè anch'egli si deve tenere per uno stinco di santo, dacchè la guerra di Alemagna non avesse già impresa per religione, bensì per ispogliare i protestanti; così vero questo, che permetteva ai Lanzichenetti vivessero a modo loro, ed egli concesse l'interim per guisa, che il suo confessore ordinario, non lo volendo assolvere, gli fu mestieri ricorrere ad altro; e sarà, ma ciò o non rileva, o significa questo, che invece di uno furono due degni di condanna; e la cosa stava per lo appunto così.

Solimano, non estimando riuscire a mettere piede in Sicilia, o messo a mantenercelo, laddove non possedesse luogo destro per ripararsi, e rifornirsi all'uopo, cercò di assicurarsi in Africa. Ibraimo, consultato su ciò, rispose avrebbe molto di leggieri ottenuto il suo intento, qualora potesse tirare dalla sua Ariadeno Barbarossa re di Algeri, il quale consiglio avendo incontrato grazia presso a lui, lo mandarono a chiamare per mezzo di oratori a posta.

Poichè Ariadeno Barbarossa ebbe fama, a quei tempi, essere, assieme al Dragut, i soli ammiragli capaci di reggere a petto di Andrea, e con l'uno e coll'altro egli sostenne dure battaglie, ci sia lecito dare breve contezza del primo: del secondo più tardi. Orucco e Ariadeno fratelli, furono soprannominati entrambi Barbarossa, di padre greco vasaio a Lesbo[34]: di genio cupidi, di mano prodi, irrequieti per indole e per necessità, si fecero pirati: per acquistare un solo brigantino patirono molto; dopo più agevole assai mettere insieme per virtù delle rapine dodici galee ed altri legni minori: pigliarono nome di amici del mare, e così erano, ma al punto stesso nemici di quanti c'incontravano sopra; in breve diventarono terribili da Gibilterra ai Dardanelli, e per converso molti gli amarono con tenacissimo affetto, non solo perchè prodighi del rapito, come la più parte dei ladri sono, facilmente chiamavano altri a parte delle prede, ma eziandio perchè, se eglino procedevano tenaci nell'odio da un canto, dall'altro li provavano sviscerati nello amore tutti quelli che avevano a fare con loro. Diventati poderosi sul mare, cercarono sede opportuna sopra le coste del Mediterraneo per le stanze iemali e pei ripari; ne offerse loro la congiuntura Eutemi re di Algeri, che improvvido gli appellava aiutatori a combattere Orano allora tenuto dagli Spagnuoli: solito il fine; Eutemi scannato, si fa signore Orucco, mentre Ariadeno rimase solo a governare il naviglio. Orucco si resse un pezzo, con le arti consuete ai tiranni, le quali più o meno forbite, a seconda dei tempi, miriamo sempre, e da per tutto uguali, corruzione e terrore; all'ultimo anch'egli, combattendo contro gli Spagnuoli, rimane morto; gli subentrava Ariadeno uomo d'ingegno pari, di fortuna migliore; costui, inteso appena lo invito, con lietissimo animo si mosse, imperciocchè quanto maggiormente ha virtù di agitare il cuore dell'uomo lo spingesse: innanzi tratto la cura di conservare lo acquistato, cosa che, in mezzo a tanti e sì diversi nemici arabi e spagnuoli gli riusciva ogni dì più difficile; in seguito la protezione di grande imperatore pareva a lui, gli desse balía a imprendere gesti più alti, poi il desiderio di più vasta dominazione, per ultimo l'orgoglio blandito. Oltre gli acquisti per le terre italiche, cui egli capiva essere più scabrosi a farsi e a mantenersi, gli se ne offeriva uno molto destro nel regno di Tunisi da parecchio tempo sconvolto con guerre civili; causa del subbisso questa: certa mala femmina Lentigesia vocata, o quale altro fosse il suo vero nome, moglie del re Maometto, volendo nel regno supplantare il proprio figliuolo Muleasse a Maimone primogenito nato da altra donna, gli appose accusa di tramato parricidio; ed il marito vecchio, porgendo facile ascolto, secondo che accade, alla moglie giovane, cacciò Maimone in carcere, chè micidiale del proprio sangue aborrì diventare; Lentigesia, toltosi quel primo ostacolo davanti, corrotti coi doni i maggiorenti del regno, gli ebbe complici ai nuovi delitti, e di lì a breve, attossicato il vecchio re, assunsero al regno il figliuolo di lei: al quale, per quanto sembra, i cieli erano stati cortesi delle qualità, che formano il perfetto principe, raccontandosi, che, il primo dì della sua elezione, mettesse a morte Maimone con diciotto fratelli nati da diverse madri; i nipoti tutti; ed anco degli stessi baroni, aiutatori alla rea opera, parecchi: però dei fratelli ne scamparono due: Abdelmelec e Roscette; il primo, presa la vita in uggia, si rese monaco e morì come la più parte dei frati maomettani o non maomettani si muoiono, tenuto dai devoti per santo, dagli altri per capone. Roscette, rifuggitosi presso l'arabo Abdalla, incontrò grazia al cospetto di lui, e se lo fece congiunto, dandogli a sposa una figliuola; nè qui si rimase, chè mediante sue pratiche, aizzò contro Muleasse le tribù arabe già infellonite per le atrocità commesse, pel governo acerbo e soprattutto pel molto addomesticarsi ch'ei faceva co' corsali del Barbarossa e di altri Turchi famosi: le quali tribù avendo deliberato ribellarsi, per dare fine onesto al moto, pigliano Roscette e addobbatolo con le regie insegne, bandiscono volerlo insediare nel trono dei suoi maggiori. Da una parte e dall'altra raccolte genti, si venne a battaglia in campo aperto, dove dopo molto contrasto rimase sconfitto Muleasse, che si ritirò dentro Tunisi, e quivi attese, senza più oltre sortire, a sostenere l'assedio. Gli Arabi, manchevoli di artiglierie, imperiti negl'ingegni di espugnare fortezze e spinti da naturale voltabilità, dopo pochi giorni sbandaronsi: allora Roscette o sia che non si estimasse più sicuro presso il suocero, o quale altra causa a noi ignota lo movesse, riparò nella reggia di Ariadeno, un dì aiutatore dello snaturato fratello; e Ariadeno lo accolse festosamente, forse con animo lì per lì sincero (chè i primi pensieri dell'uomo sperimentiamo per ordinario benigni) e forse fin d'allora presago gli avrebbe porto l'addentellato per entrare nel reame di Tunisi; fatto sta, ch'ei lo condusse seco a Costantinopoli, e, presentatolo a Solimano, gli disse come intendeva valersene ai danni di Muleasse e a benefizio comune. Veramente Turchi o non Turchi, corsali o no, quando si tratta di acquistare un regno, la giustizia non ha mai messo scrupolo ad alcuno, ma, ogni volta che ci trovino il conto, anco ai corsali come ad ogni altro principe battezzato piace comparire onesti. Solimano s'innamorò di Ariadeno, ed Ariadeno, come di regola, di Solimano; tal coltello, tal guaina; però Ariadeno ebbe subito grado di uno dei quattro principali pascià, e fu bandito grande ammiraglio del mare con la commissione di rimettere Roscette a Tunisi; ampliare la dominazione turca nell'Affrica ed anco in Italia, se si poteva. Ariadeno, tolti seco sopra l'armata mille dei più valorosi Giannizzeri, si voltò in Calabria, mandando ogni cosa a ferro ed a fuoco davanti a sè: faceva precorrere la voce essere suo intendimento disertare il paese per vendicarsi dei danni recati dal Doria nella Morea, ed era strattagemma per cogliere alla sprovvista Muleasse, il quale, senza fallo ragguagliato dalla fama o dalle sue spie, deposto il sospetto non aría atteso a guardarsi.

Di cotesta, piuttostochè guerra, ladronaia, meritano due casi che ne teniamo ricordo, comecchè singolari; il primo fu che i Turchi, trovate a Citerario sette galee nei cantieri sul punto di essere varate, le arsero; il secondo, che a Fondi la scattò di un pelo se non misero le mani addosso a Giulia Gonzaga, nipote di Pompeo Colonna, fanciulla di prestantissime forme, la quale ebbe di catti a fuggire in camicia: tempestarono lungo le coste della Calabria, e per le romane; presero Civitavecchia; scorrazzarono fino ad Ostia; e mentre in Roma e a Napoli si viveva in angustia grande, affannandosi in trepide non già gagliarde nè generose difese, ecco di un tratto il Barbarossa, imbarcate le genti, voltarsi a Tunisi: lo prese con inganno, lo tenne con virtù: finse avere seco menato Roscette, e dava ad intendere ai Mori, il re loro giacersi infermo dentro una lettiga regalmente ornata, che faceva portare dietro di sè; ma Roscette, come prigione, custodivasi a Costantinopoli; se i Mori, conosciuto lo inganno, ne arrovellassero, non è da dirsi; pigliate le armi, asprissimamente combatterono; ma visti morti da tremila di loro, e troppo più i feriti, cagliarono: allora il Barbarossa lenì le piaghe con parole blande e co' doni; anco reggendo, a paragone del Muleasse, fu giudicato benigno; così persuaso dalla indole propria e dal senno: chè aveva a capire non sarebbe corso gran tempo in cui dovria mettere alla prova la fede dei Mori. — Proseguendo nella conquista non andò guari che, mercè la opera di certo eunuco sardo, e dello agà dei Giannizzeri, ridusse alla devozione di Solimano tutto il regno di Tunisi.