Vita di Andrea Doria, Volume I

Part 14

Chapter 143,831 wordsPublic domain

Ora le parole provocatrici del rancore implacabile di Andrea furono queste. Dopo avere nel suo libro della Repubblica di Genova confortato costui ad imitare lo esempio di Ottaviano Fregoso, il quale ruinando la fortezza mostrò quanto avesse più a caro il bene della patria, che la grandezza sua, gli disse: — se la patria tu ami davvero, rendile le galee, che questo solo fie valevole argomento, che alla grandezza della casa tua il pubblico bene tu preferisci: conciossiachè come potremo noi salutarti liberatore, se conservi in casa tanta potenza con la quale, quantunque volte ti piaccia, opprimerai la libertà? Come benediremo te padre, se un cittadino, un uomo di una di quelle famiglie da cui presumi avere affrancato la patria, dimostrò maggior segno di affetto, e desiderio della libertà di te, che pure te ne vanti liberatore? Nè la fortezza al Fregoso, nè il principato, quella abbattuta, questo dimesso, erano cose, che fossero a lui meno profittevoli o meno accette, che le tue galere a te. —

E non pertanto il nome di Andrea Doria sonò e suona come di cittadino principalissimo in Genova, mentre quello di Ottaviano Fregoso o va obliato o appena si rammenta: questa, oltrechè ingiustizia suprema, sarebbe indizio manifesto di non sanabile perversità se, considerando diligentemente la cosa, non andassimo capaci come ciò avvenga, piuttostochè per ispregio di coscienza, per fallacia di giudizio: infatti celebrando Andrea Doria padre della patria e restauratore di libertà, essi errano nell'oggetto, non già nello affetto. Avventurati noi, e bene imprese le nostre fatiche se ci fosse concesso raddrizzare gli storti giudizi! Nobilissima mercede dello storico è la potenza di rendere, e far sì che altri renda la giustizia ai meritevoli, togliendola a cui indegnamente la usurpò: intanto i lettori leggano questo, e ci pensino sopra. Ottaviano Fregoso profferse sincero la renunzia al dogado; Andrea finse, però che, conservando lo ufficio di censore perpetuo, poneva fondamento alla tirannide: Ottaviano, ruinando la fortezza, si fece inerme dentro città armata, Andrea, mentre Genova (fortuna o insidia che fosse) perde le galee, ritiene le sue e le accresce di numero. Il primo, libero di sè, leva ogni dipendenza alla patria; costretto dalla forza altrui la confida alla protezione della Francia, il secondo liberissimo sottopone la Repubblica all'Austria; bene la governa indi innanzi la gente Doria, ma per lei. Genova ormai, come la favola racconta che avvenne allo incantatore Merlino, sepolta viva dentro un avello imperiale, si sente morire.

La maggiore o minore servitù non rileva o poco, imperciocchè la libertà consista, è vero, nel patto delle franchigie, ma troppo più che nel patto, stia per mio avviso, nella potenza di costringere altrui ad osservarlo preciso e sincero.

E poichè la materia non solo lo comporta, ma altresì ne fa debito, dirò come in certo libro di _Elogi dei Liguri illustri_, pubblicato da certo abate Giovambattista Raggio, un anonimo, il quale si segna con le lettere A. B. dettando lo elogio di Agostino Spinola, dopo avere, e a ragione, biasimato la strage del Fiesco e dei parziali suoi a Montobbio, di cui sarà discorso in appresso, scrive così: — oltrechè non sappiamo quanto fosse la magnificata libertà concessa dal Doria alla patria, nè quanto possa dirsi giustamente donato il non tolto, ma ai nomi oltraggiati ripara la posterità nella calma delle passioni e delle parti. — Ma ciò non piace all'abate Raggio, il quale, redarguendo l'anonimo scrittore, dichiara, che se la bontà delle cose si deve argomentate dagli effetti grandi, sarebbe stato ad ogni modo degno di eterna lode il beneficio del governo ordinato dal Doria, come quello, che partorì fuori pace, concordia dentro, ricchezze, e copia dei beni di Dio. Ed è falso, eccetto le ricchezze, che ci furono sì, ma salario di servitù; e se come il Raggio avverte, cotesta riforma piacque allo storico Giustiniano, doveva ammonire eziandio, come la famiglia di lui appartenesse alle ventotto degli oppressori; se giorni di pace succedessero alla riforma, lo dica la storia d'Italia; se concordia dentro, lo attestino i tumulti del 1547 e del 1575. Nè basta; chè lo stesso abate, dopo avere magnificato le leggi del Doria, ed il vivere libero instituito da lui, ecco che nello elogio di Ambrogio Spinola mi esce fuori a commendare questo, però che ardisse prima contrapporsi alla traboccante autorità di Giovannandrea successore di Andrea Doria, la quale, soprastando a tutti, minacciava spegnere la libertà; e ci racconta come Ambrogio, valendosi dell'autorità sua e del favore che godeva larghissimo in corte di Spagna, impedì la promozione al dogado di Agostino Doria caldeggiata a tutto uomo da Giovannandrea per aumentare sempre più casa sua. Donde possono cavarsi due considerazioni; la prima, che se la tirannide dei Doria non mise radice in Genova, più che ad altro se ne deve grazia alla fortuna, la quale negò ad Andrea successori quali li dava a Cosimo dei Medici a Firenze, e suscitò emulo a loro Ambrogio Spinola, capitano famoso, che meritò comune con Demetrio il nome di _poliorcete_[29] e per dovizie fu chiamato il _ricco_, contendendo col quale era più facile scapitare che vincere: la seconda considerazione cade su l'essere gli elogi di tutte le cattive maniere di scritture pessima, come quelli, che guastano la politica, alterano la morale e sconciano l'arte: massime se composti da diversi, e raccolti in fascio, che allora ti compariranno sovente uno contrastare all'altro; nè per essi ti riuscirà più intendere quale regola di giustizia tu abbia a seguire, e quale d'ingiustizia evitare.

Andrea Doria non pure della libertà della propria patria si mostrò tenero, ma eziandio dell'altrui finchè ci trovò il conto; questo mancatogli, si attenne alla tirannide, parendogli potere fare con essa a maggiore sicurtà. Da principio noi lo vediamo studioso a indurre Firenze ad accordare con Cesare, al quale effetto persuase Luigi Alamanni, che lo accompagnò in Ispagna, a tornarsene a Firenze, e quivi adoperarsi presso la Signoria, onde mandasse oratori a Cesare prima che ei si partisse da Barcellona, che per la parte sua egli avrebbe cercato, che l'accordo ad ogni modo seguisse. Luigi, venuto a Firenze, espose la proposta, la quale fu argomento di pratica nel Consiglio. Antonfrancesco degli Albizzi lesse un discorso pro, Tommaso Soderini contro, e, mandato a voti il partito, si vinse non si accordasse, a ciò indotti da parecchie ragioni, ma più che tutto dai giuramenti di Francesco I, il quale prometteva, sopra la sua fede di gentiluomo, non sarebbe mai entrato in lega con Clemente VII, nè fatto accordo senza metterceli dentro.

Ira o coscienza lo inasprisse poi, tale dimostrò Andrea in seguito animo iniquo contro a Firenze, che se di più non le nocque, certo è da credersi non dipendesse da lui.

Ricordano le storie come tre galee del Doria, venendo da Napoli, passarono via dinanzi a Livorno senza salutare, com'è di costume, il porto, onde Beco Capassoni, il quale era contestabile della fortezza, riputandole nemiche, ne sfondò una con le artiglierie; e comecchè i Fiorentini mandassero persone a posta per iscusarsi, Andrea mise mano addosso, per rappresaglia, a molte bestie in Val di Serchio, e agli averi dei mercanti a Genova, a Lucca e a Pietrasanta, e questo parve caso luttuosissimo non solo per ciò, ma anco e più, perchè fu colpa, che Jacopo, e Francesco Corsi perdessero il capo, e certo vetturale di Calcinaia restasse condannato alla forca, come si può vedere nel libro undecimo delle storie di Benedetto Varchi.

Baccio Valori, avendolo richiesto lo soccorresse di artiglierie per pigliare Volterra difesa dal commissario Francesco Ferruccio, gli mandò un cannone da sessanta, due colubrine, un mezzo cannone, e un sagro con 360 palle di ferro, che, imbarcate alla Spezia, giunsero alla spiaggia di Bibbona il 18 Aprile 1530; e peggio ancora, come lo vediamo somministrare ai danni della Repubblica fiorentina veracemente e sola in travaglio per la libertà d'Italia, così le taglia insidioso i nervi alle difese: i mercanti fiorentini stanziati a Lione, mossi da patria carità, ed anco pei conforti di Luigi Alamanni volendo sovvenire il commissario Ferruccio che attendeva in Pisa a far massa di soldati, tanto da comporre un esercito nuovo, il quale con lo aiuto dei Cancellieri e dei montanari di Pistoia bastasse a rompere l'esercito imperiale e papalino assediante Firenze, collettarono fra loro ventimila scudi di oro; nè li potendo rimettere per via di lettere di cambio, consegnaronli all'Alamanni affinchè per terra o per acqua li portasse a Genova, e quinci a Pisa con destro viaggio. Messere Luigi, per più sicurezza, scelse il cammino per terra, e, giunto al confine ligure, spedì al Doria un messo per averne il salvocondotto di passare incolume le terre del Genovesato, non immaginando nè manco per sogno, che, stante la molta amicizia la quale passava fra loro, fosse per negarglielo Andrea, e questo fu quello che per lo appunto gl'intervenne con molta amarezza di lui e biasimo del Doria, non pure dei presenti, ma dei futuri. Animo e corpo il Doria si era dato a Cesare.

E poichè fu confitta la Italia in croce, Andrea più tardi si mise di mezzo a sconficcarla: forse per avanzarne i chiodi. Quando i fuorusciti e i Cardinali fiorentini spedirono oratori in Ispagna a movere querela contro al duca Alessandro, il Doria prese a favorirli grandemente proponendo a Carlo V, che dove avesse restituito la libertà a Firenze, egli si sarebbe adoperato, con molta speranza di venirne a capo, ad ordinare una lega tra Lucca, Siena, Firenze e Genova, la quale eleggendo lui per capitano, lo Imperatore avrebbe potuto noverare il nuovo Stato fra quelli a lui massimamente devoti. Ma la necessità sola agguanta i principi per gli orecchi, e gli costringe ad ascoltare la ragione dei popoli; Carlo allora si sentiva gagliardo così, che poco dopo, assalita Provenza, sperò conquistare la Francia; e poi, per imperiale istinto, dalle repubbliche ei repugnava: nè penso che il comando di Andrea sopra una lega poderosa gli garbasse: ragione per dubitare della fede di Andrea lo Imperatore non aveva, che co' benefizi se lo era legato; ma se fidati è buono, non ti fidare è meglio di lui, e se questa regola di governo nacque prima in Corte non so; so questo per altro, che da moltissimo tempo vi fu accolta e ci ha stabile stanza.

Riuscito invano siffatto tentativo, Andrea si sprofondava nell'odio contro la libertà. Nel 1527, tornando di Spagna in compagnia di grossa mano di soldati, udita la morte del duca Alessandro, gl'invia in Toscana per mantenervi i popoli in devozione dello Imperatore, e però impedire, che si riscattino dalla servitù. Col granduca Cosimo si mostrò svisceratissimo, per quanto glielo permettessero il tenace interesse, il gelo degli anni e l'indole sospettosa. Dopo ciò non si dica, che Andrea avversando la libertà fuori, la favorisse in casa, dacchè ella non sia pianta, che qui attecchisca e lì no; formando ella parte di umanità, perseguitandola in un luogo, la perseguiti da per tutto.

Altri dice: Andrea fare oltre, e meglio di quello ch'ei fece, per avventura non potè; il bene e il male formano termine di confronto nelle vicende umane, che, quanto al bene assoluto, non si conosce, ed anco, conoscendolo, all'uomo forse non è concesso arrivarci: così, se il governo di casa non fu buono, parve almeno l'unico possibile in coteste contingenze, e, tranne poche mutazioni, durò 269 anni; fuori, nella rovina delle fortune italiche, fondò stato immune dalla immediata potestà straniera: forse le prerogative attribuite al Doria superarono la modestia del cittadino di libera repubblica, ma potè risparmiare alla patria l'onta del presidio spagnuolo.

In questo modo ragiona una scuola che, per essere timida e bugiarda, si presume prudente. Della riforma interna abbiamo detto quanto basta. Rispetto a Genova, affermiamo, che, se Andrea avesse secondato il senso patrio, che nel popolo genovese non venne mai meno, e la operosità, stupenda dote di lui, avrebbe potuto ammannire cinquanta galee, le quali avrieno posto la Repubblica in grado a secondare le occasioni di avvantaggiarsi con le leghe, ampliare e confermare lo Stato. Nè fa ostacolo la fede allo Imperatore, imperciocchè, messo anco da parte, che la patria deva andare innanzi a tutto, e che commette ingiustizia suprema chiunque obblighi, o si obblighi a fare cosa contraria a lei, onde la forma del contratto non può vincere la sostanza di quello; non curato nè pure lo esempio, non che dei principi, dello stesso Papa (esempi a vero dire dagli onesti imitabili poco), di leghe strette, allo improvviso tronche, rannodate da capo, per iscioglierle alla prima occasione sotto pretesto di cacciare i barbari d'Italia, nulla impediva ad Andrea che, venuto il termine della prima condotta, si scansasse da rinnovarla, essendo appunto la decorrenza del tempo il modo più piano col quale cessano le obbligazioni. Per lo contrario Andrea, con venti galere in Genova disarmata, qui è tiranno, in Ispagna schiavo; condottiero altrui, non cittadino: egli conta la patria fra i suoi capitali fruttiferi; la milizia diventa un traffico per guadagnare moneta, o buscare, se capita, qualche terra o città; la patria vassalla siede con le ciurme sopra i banchi delle sue galere e voga con lui.

Ora fa più di ventotto anni, che, scrivendo io il libro dello _Assedio di Firenze_, giudicai Andrea Doria nè grande cittadino, nè della sua patria liberatore: nel medesimo libro, e a modo che mi spirava amore, mi posi con industria a purgare Michelangelo Bonarroti dall'accusa di avere derelitta per formidine la patria; ora il cercare lungo pei volumi della storia mi confermava nel giudizio intorno al Doria, da quello sopra il Bonarroti mi dissuadeva. Miseria grande ella è questa per noi! che, tenendoti al male, quasi sempre ti apponi, mentre per converso con la medesima spessezza tu la sbagli supponendo il bene. Così oggi come allora io penso, che se in Andrea fossero stati cuore e mente magnanimi, avrebbe potuto, volendo, mutare la faccia della Italia; la lega delle Repubbliche, tardi ed in mal punto immaginata, se fosse stata proposta allo Imperatore mentre durava in lui la paura dei Francesi, poteva farsi, e costituirsi gagliarda, mercè di vincoli con sapienza tessuti; non difficile, anzi destro approfittarsi dell'odio, che i due emuli si avvicendavano implacabile; e quando anco si fosse dovuto con industria prolungarlo ed inasprirlo, questo non è vietato da legge divina od umana, quando sia per liberare la patria dalla servitù straniera. Ne porgevano congiuntura propizia le cose della religione scompigliate in Alemagna, torbide in Francia; il Turco minaccevole: forse (questo però assevero non senza peritanza) il Papa non si sarebbe, almeno in quel torno, mostrato nemico alla salute della Italia.

Quanto poi alla prova riesca agevole abbattere questi colossi dalla fronte di bronzo, dai piè di creta, lasciati da parte gli esempi, che si rinnovano cotidianamente dinanzi agli occhi, ci basti toccare i prossimi ai tempi dei quali favelliamo. Di vero la Repubblica di Firenze resse sola contro lo Imperatore e il Papa, e stette ad un pelo per vincerli, nè vuolsi dubitare nè manco, che gli avrebbe abbattuti tutti, se le fosse proceduto amico Andrea, come pur troppo ella ebbe a sperimentarlo nemico: più tardi la fortuna offerse un'altra occasione con la guerra di Siena; nè fu reputato folle, bensì arditissimo il disegno di Francesco Burlamacchi da Lucca. Certo in fama non si salisce, che con molto rischio. Vari i talenti degli uomini, ma vari hanno da essere altresì i premii. Andrea fu vago sopra tutto di beni terreni, ed ebbe in copia sostanze, e quelli, che corre il costume di appellare onori; fu principe, fu cavaliere, prima di San Michele, poi del Tosone; una bestia e un santo; ammiraglio di re, d'imperatore e di papa; tanto deve bastargli; la fama di liberatore della patria ei lasci ai pochissimi eccelsi, che si misero dentro a tanta impresa anima e corpo, senza pretendere, come senza sperare altro guiderdone, eccetto la lode, e le più volte postuta.

Questo poi io ho reputato debito scrivere, non in odio di Andrea, ma per giustizia verso coloro, i quali dal fatto magnanimo non si aspettando altro che fama, è mestieri, che questa sia conservata per loro intatta ed intera. Se le parole paressero troppe a taluno, pensi, che lo errore s'insinua negli animi umani come il pruno dentro le carni presto, e profondo, sicchè a volernelo cavare ci bisognano tempo e diligenza infiniti.

Se il Doria non fosse stato un grande capitano, adesso io non istarei a dettarne la vita, ma affermo risoluto, che, scrivendo di lui, non penso, e non ho pensato mai esporre i gesti di un grande cittadino.

CAPITOLO VI.

Pericolo di Andrea di essere preso dai Francesi e come ne scampa. Va a Barcellona a pigliare lo Imperatore; liete accoglienze e sospetti. Carlo a Genova. — Benefizii fatti dallo Imperatore al Doria, e se è vero che questi donasse il principato di Melfi al marchese del Carretto. — Disfatta e morte del Portondo. — Impresa di Andrea alle Baleari. — Guerra turca; sua origine e suo incremento. — Solimano sotto Vienna; di un tratto si parte, e perchè. — Il Doria in Grecia. — Venezia ricusa partecipare alla guerra. — Espugnazione di Corone. — Lamba Doria. — Geronimo Tuttavilla. — Todare Trigidito e sua morte. — Severità di Andrea per mantenere la disciplina. — Prende i Dardanelli di Morea e di Romelia. — Descrizione del palazzo di Fassuolo. — Andrea vi accoglie Carlo V. — Vasellami di argento gettati in mare. — Il Turco va a ripigliare Corone. — Ardimento di Geronimo Pallavicino e di Cristoforo Doria. — Battaglia sotto Corone. — Valore del capitano Ermosilla e di Antonio Doria. — I Turchi disfatti fuggono. — I Francesi mettono sossopra il mondo per vendicarsi di Carlo V. — Morte del papa Clemente VII. — Querimonie della Cristianità per la lega di Francia col Turco. — I corsali Barbarossa acquistano il reame di Algeri e come. — Ariadeno chiamato da Solimano in Costantinopoli. — Rivolgimenti a Tunisi; — Andrea persuade a Carlo V la impresa di Tunisi; la favorisce il Papa che dona al Doria stocco, cappello e cingolo benedetti. — Grandi apparecchi. — Provvidenze contro le cortigiane. — Costumi portoghesi e spagnuoli. — Morte del conte di Sangro. — Presa della Goletta. — L'ebreo Synam. — Ordine del Barbarossa di ammazzare settemila cristiani. Pietosissimo caso del figliuolo del giudeo Synam. — Battaglia di Tunisi. — Chi la ingaggiasse primo. — Prodezza di Ferdinando Gonzaga. — Tunisi preso, e patti col re Muleasse. — Nuova guerra tra il Re di Francia e lo Imperatore; il quale lo provoca a duello. — Consulta di Carlo in Asti, e consigli che gli dà Andrea. — Guerra in Provenza. — Venerazione di Carlo V per le forche. — Assalto improvviso dei Francesi contro Genova; che è ributtato. — Capitani d'Italia combattonsi pro e contra, e tutti ai danni della patria. — Strage di Alessandro duca di Firenze, e sollecitudine di Andrea a danno della libertà: — in grazia sua la servitù in Firenze si conferma.

Qualunque ordine politico possiede sempre dentro a sè tre cagioni, una per nascere, la seconda per durare tempo più o meno lungo, l'ultima per morire: su coteste prime caldezze ognuno si mostrava contento, e poi ad ogni modo corre comune il dettato, che di defunti non si parla a tavola; nonostante questo, così proviamo i nostri disegni incerti, che la sgarrò di un pelo, che la barca non sommergesse nel porto; imperciocchè lo Imperatore avendo, sotto pretesto di difesa, mandato verso Genova duemila Spagnuoli di fresca leva, che, per essere mal vestiti, peggio pagati, di ogni cosa necessitosi, avevano nome di _Bisogni_[30], i Genovesi, a cui parve la medicina peggio del male, risposero si sarebbero guardati da loro e non li vollero ricevere; della qual cosa preso odore il Sampolo, che trattenevasi in Alessandria, spedì segretissimamente nel mese di Dicembre i capitani Montegiano e Vallecerca con duemila fanti e cinquanta cavalli a cogliere alla sprovvista la città; e se tanto non potessero, almeno s'industriassero pigliare Andrea Doria; nè questo dovere riuscire impossibile, e nè manco difficile, pel continuo dimorare ch'egli faceva nel suo palazzo di Fassuolo fuori delle porte di San Tommaso. I capitani adoperarono diligenza, e per giungere inattesi o rimandarono indietro, o trassero con esso seco la gente in cui s'imbattevano, e la fortuna si piacque a mostrare loro lieta la faccia fino al palazzo di Andrea, dove arrivarono quasi sul fare del giorno: propizia l'ora, quiete alta dintorno, nel palazzo tutti sepolti nel sonno: studiano il passo, e già mettono le mani sopra i serrami delle porte, quando di un tratto si leva il grido: _all'armi!_ Andrea, senz'attendere altro, si getta d'intorno una vesta tanto che il copra, e per la via sotterranea guadagna la spiaggia, dove spiccato un salto dentro la barca che ci teneva sempre allestita, egli stesso sfrenella i remi e si salva. La fortuna di un tratto mutato sembiante aveva disposto, che, mentre il Doria tenendosi ormai fuori di pericolo viveva a sicurtà e senza sentinella, due soldati, l'un tratto dalla cupidità di sbancare l'avversario, l'altro dalla bramosia di rifarsi del perduto, vegliassero tutta notte co' dadi in mano, onde poterono di leggieri udire lo scalpiccío, che moveva la gente, comecchè procurasse ire cauta. — E qui, poichè tutte le cose si disfanno per adattarle alla comodità delle nuove generazioni, non fie discaro conservare la memoria della reliquia di certa statua vecchia la quale un dì vedevasi collocata sul muro di cortina tra San Michele e San Tommaso: sopra di questa le tradizioni varie; una fra le altre testimonia ce la ponesse Andrea in ricordanza del fatto ed in onore del soldato, che primo dette la sveglia. Veramente ci era poco da onorare; ma quando il conto torna, anco ai peccati mortali si accendono i moccoli. Il Vallecerca, vista andare a vuoto la insidia, saccheggiò ed arse il palazzo del Doria, così compiendo da ladro una impresa incominciata da traditore.

Dopo ciò, premendo a Carlo di Spagna passare in Italia per incoronarsi a Bologna, mandò al Doria, andasse a pigliarlo a Barcellona, al che egli si accinse con apparecchio veramente stupendo; ammannì di tutto punto quattordici galee, ornandole in guisa, che facevano maraviglia a vederle; le ciurme di seta, gli ufficiali di damasco cremesino vestiti, egli solo di negri panni abbigliato; giunto in compagnia di cinquanta gentiluomini, sfarzosi per broccati di oro e per gemme, al cospetto dello Imperatore, mentre faceva l'atto dello inchinarsegli per baciargli il ginocchio, Carlo lo trattenne e lo salutò levandosi il berretto, e quando se lo ripose in capo volle ad ogni modo, ch'egli facesse lo stesso: onore da tempo lungo, e con ismaniosa cupidità desiderato da Antonio da Leva, e sempre invano; ond'egli ne viveva sgomento così, che, ricercato come andasse il suo male, che fu di podagra, con sospiri rispondeva: non essere già i piedi, che gli dolevano, bensì la testa; alludendo al non potersela coprire alla presenza dello Imperatore. Quantunque anche ai nostri giorni si cerchino e si stimino coteste inanità più che meritano, l'uomo si meraviglia a considerare come da quelli, di cui ragioniamo, con passione si cercassero, e con religione si riverissero; così il vecchio Brantôme raccontando, che convenuti a mensa la regina Isabella ed i re Ferdinando, e Luigi XII, questi impetrasse, che quarto ci sedesse Ferdinando Consalvo, preso da entusiasmo sclama: — di guisa che per giudicio universale fu stimato cotesto giorno non essere stato meno glorioso per lui dell'altro nel quale entrò a capo del suo esercito trionfante in Napoli, dopo disfatte le forze francesi, e degli aderenti nostri in Calabria, a Cerignole e al Garigliano! —