Virgilio nel Medio Evo, vol. I

Part 9

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L'allegoria fu applicata dagli antichi all'assieme dei fatti mitologici, e singolarmente alla parola dei poeti che, in mancanza di un codice religioso, erano le sole autorità scritte delle comuni credenze. I soli poeti antichi però che abbiano subìto una intiera interpretazione allegorica sono stati Omero e Virgilio, benchè per vie e per cause molto diverse. Per gli antichi che cercavano autorità scritte delle credenze popolari, niuna ve n'era naturalmente che avesse il peso di quella di Omero, sia per la sua antichità preistorica, sia per la miracolosa possa di genio che si rivela in quella poesia, sia pel carattere, l'importanza e l'uso nazionale di essa. Esiodo non veniva che in seconda linea. In una religione figlia della natura e sorella quindi della poesia, anzi tutta poesia essa stessa, il primo e il sommo dei poeti è la più alta autorità concreta, a cui, oltre al _si dice_ degli uomini, si possono riferire le credenze religiose, ed è perciò pensiero naturale, quantunque in altro senso non accettabile, quello di Erodoto, il quale considera Omero come padre della religione e della morale greca. Quindi le numerose esposizioni allegoriche di Omero che partendo dai filosofi per le ragioni sopra dette, si divulgano poi anche all'infuori delle scuole filosofiche[313]. Virgilio, poeta essenzialmente moderno rispetto ad Omero, era ben lungi dall'avere questa sorta di autorità per la quale, oltre al resto, l'essere molto antico e l'avere valore di monumento era cosa indispensabile. Finchè dunque durò quella sua modernità, quantunque assai massime si traessero con grande rispetto da lui, pure niuno poteva pensare a considerare come composizione allegorica un poema che tutti sapevano non esser tale nè per l'indole del poeta nè per la nota natura del suo scopo. Un'autorità così universalmente nota e venerata era naturalmente da ciascuno contemplata in ordine alla propria sfera; Seneca ci dice come Virgilio fosse considerato dal grammatico, come dal filosofo[314]; questo non cercava ancora allegorie nel poeta (Seneca che era nemico di queste, com'è noto, l'avrebbe detto) e limitavasi a notare e a svolgere quelle fra le idee espresse da lui che erano di natura filosofica. Quando però l'ambiente intellettuale cambiò natura, ed in quello il nome del poeta ingrossò in forme ed in proporzioni irrazionali, subì anche Virgilio la tortura dell'interpretazione allegorica. Ma ciò ebbe luogo unicamente perchè, per le cause che abbiam veduto, l'allegoria era allora in voga, e perchè il pensiero, avido di fantastica speculazione, non poteva capacitarsi che un uomo tanto eccezionalmente sapiente, come si figurava Virgilio, non avesse nascosto sotto le ingenue favole dell'Eneide qualche cosa di più profondo e più importante. Virgilio adunque non subì l'allegoria come difesa dell'antica religione, e neppure come un mezzo apologetico di cui i pagani si volessero servire in favor suo contro i cristiani; chè realmente di fare una simile cosa per Virgilio i pagani non si occuparono mai; ei la subì unicamente da un aspetto filosofico e per effetto della idea stranamente esagerata che si avea di lui come filosofo; come una maniera d'interpretazione allora assai comune, non solo fra i filosofanti, ma anche fra i grammatici. Perciò essa gli fu applicata con eguali convincimenti e senza polemica, tanto da pagani quanto da cristiani, ed i sensi riposti che gli uni e gli altri trovarono in esso furono di un ordine puramente etico e filosofico, anzichè religioso; generalmente si riferiscono alle vicende della vita umana nelle sue aspirazioni verso il perfezionamento.

La perdita di molti monumenti fa che nella letteratura pagana oggi non ci rimangono che scarse tracce di quella interpretazione, e le abbiamo notate già parlando di Donato, di Servio, di Macrobio. Il più cospicuo saggio che ne possediamo è opera di un cristiano, di Fabio Planciade Fulgenzio, scrittore di cui l'età precisa non si è finora potuto stabilire[315], ma che di certo non può esser posteriore al sesto secolo. Il _De Continentia Virgiliana_, in cui Fulgenzio dichiara _ciò che si contiene_, o meglio ciò che _trovasi riposto_ nel libro di Virgilio, è uno dei più strani e curiosi scritti del medio evo latino, e ad un tempo è il più caratteristico monumento della nominanza del poeta in mezzo alla barbarie cristiana[316]. In un preambolo l'autore si affretta a dichiarare ch'ei restringerà il suo lavoro alla sola Eneide, poichè le Bucoliche e le Georgiche contengono sensi mistici tanto profondi che non v'ha quasi arte capace di penetrarli appieno; il perchè egli a ciò rinunzia[317] non essendo cosa dalle sue spalle, chè troppa scienza ci vorrebbe, essendo il primo delle Georgiche tutto astrologico, il secondo fisionomico e medico, il terzo tutto relativo alla aruspicina, il quarto musicale, non senza essere in fine anche apotelesmatico; curiosa enumerazione che ha luogo anche per le Bucoliche. Il dabben uomo vuol essere propriamente filosofo; ma, dic'egli «lasciando in disparte l'acredine alquanto rancidetta dell'elleboro Crisippesco, parlerò alla buona colle muse»; e qui esce in cinque esametri nei quali, per tanta opera che intraprende, invoca l'aiuto delle muse «ma di tutte le muse, che una sola non gli basterebbe»[318]. Grazie a questa concessione propiziatoria fatta alle muse, ottiene di avere dinanzi a sè lo spettro di Virgilio stesso. L'atteggiamento di quella larva veneranda è imponente, serio, come di poeta assorto nella meditazione di novelle creazioni. Con una umiltà che contrasta in modo singolare colla presunzione cerretanesca che domina in questo libro, come in tutti gli altri scritti suoi, Fulgenzio gli chiede di scendere dalle altezze sue e di rivelare a lui i misteri delle sue poesie, non i più profondi, ma i più accessibili ad una povera e barbara mente[319]; al che il poeta annuisce, quantunque gli parli con un sussiego ed un cipiglio da far paura[320] e lo chiami costantemente _omicciattolo_ (homuncule). Dichiara adunque ch'egli nei dodici libri dell'Eneide ha voluto porgere una immagine della vita umana. Facendosi a svolgere e mostrare questo filosofico senso nei particolari, si ferma assai lungamente sul primo verso in cui vien dichiarato il soggetto del poema, e con una farragine di stramberie incoerenti, arriva al riposto significato delle tre parole _arma_, _virum_, _primus_ che quel verso contiene. «Tre gradi, dic'egli, sono nella vita umana: il primo è _avere_; il secondo è _reggere ciò che si ha_; terzo _adornare ciò che si regge_. Questi tre gradi tu li ritrovi in quel mio verso. _Arma_, cioè la virtù, si riferisce alla _sostanza corporea_; _Virum_, cioè la sapienza, si riferisce alla _sostanza intelligente_; _Primus_, cioè principe, si riferisce alla _sostanza adornante_; talchè tu hai qui per ordine _avere_, _reggere_, _ornare_. Così nel simbolo di un racconto abbiamo effigiato la normale condizione della vita umana; la natura in prima, poi la dottrina, terza la felicità». Dichiarato così il preambolo (antilogium), si accinge il poeta alla esposizione della materia contenuta nei singoli libri dell'Eneide; se non che ei fa poco caso del suo interlocutore, nè esita a dirgli, senza ambagi, che prima d'andare innanzi vuole assicurarsi di non parlare ad «orecchie arcadiche» e, quasi dubiti che colui abbia mai letto l'Eneide, gli chiede un sunto dei fatti narrati nel primo libro del poema[321]. Fulgenzio, senza punto mostrarsi offeso, condiscende al desiderio del poeta. Così rassicurato, intraprende Virgilio la esposizione del primo libro e dei seguenti. Noi qui non riferiremo che un sunto dell'assieme e le parti più spiccanti, chè riferir tutte dettagliatamente queste pazze cose sarebbe troppo pesante per noi e pei lettori.

Virgilio adunque dichiara che il naufragio d'Enea significa la nascita dell'uomo, il quale dolente e lagrimoso entra nelle procelle della vita; Giunone che muove il naufragio è Dea del parto, ed Eolo che la serve è la perdizione[322]; Acate significa i dolori dell'infanzia[323]; il canto di Iopa, è il canto delle nutrici. I fatti del II e del III libro si riferiscono tutti all'infanzia, avida di maraviglie e di racconti favolosi, come pure ad essa infine del III si riferisce il Ciclope, che ne simboleggia, coll'occhio unico sulla fronte, il poco intelletto e l'animo prono ad alterigia, il quale è domato da Ulisse, che è il senno. Il periodo dell'infanzia chiudesi colla morte ed i funerali del padre Anchise, cioè coll'uscire dalla tutela paterna. E allora (IV lib.) libero di sè stesso l'uomo si dà ai piaceri della caccia e dell'amore; e la vertigine della mente (bufera) lo conduce alle tresche illecite (Didone), finchè ammonito dall'intelletto (Mercurio) ritorna in sè e lascia quelle; l'amore abbandonato muore incenerito (fine di Didone). Tornato al senno, l'animo (V lib.) richiama gli esempî della memoria paterna e si dà a nobili esercizi (giuochi funebri in onore di Anchise), e l'intelletto trionfante annienta gl'istrumenti dell'aberrazione (le navi bruciate). Così corroborato (VI lib.) si rivolge alla sapienza (tempio di Apollo) non senza prima essere stato liberato dalle allucinazioni (Palinuro)[324], ed aver deposta la vanagloria (sepoltura di Miseno)[325]. Munito del ramo d'oro, cioè del sapere che apre l'adito alle riposte verità, intraprende il viaggio della filosofica investigazione (discesa all'inferno); e prima di ogni cosa a lui si rivelano nel triste essere loro i mali della vita umana, e passa, guidato dal tempo (Caronte)[326], l'onda agitata e torbida degli atti giovanili (Acheronte)[327], ode le querele e i litigi che dividono gli uomini (Cerbero latrante), e che il miele della sapienza sa acquetare. Così procede alla conoscenza della vita futura, delle sanzioni del bene e del male, e dinanzi a quelle ripensa alle passioni (Didone) ed agli affetti (Anchise) della sua gioventù. E l'animo fatto così sapiente (VII lib.) si libera dalla ferula precettrice (funerali della nutrice Caieta), e giunto alla desiderata Ausonia, cioè agl'incrementi[328] del bene, sceglie a consorte la fatica e la lotta (Lavinia)[329] e fa suo alleato (lib. VIII) l'uomo dabbene (Evandro); nella qual società impara i trionfi della virtù sul male (Ercole e Caco). Fattosi usbergo dell'ardente anima sua (armi fabbricate da Vulcano) si slancia nella lotta e combatte (IX, X, XI, XII) contro il furore (Turno)[330], il quale guidato dalla ebbrezza prima (Metisco), e poi dalla pervicacia (Juturna = diuturna) ha seco l'empietà (Mezentius, contemtor deorum) e l'irragionevolezza (Messapo)[331]. Tutto finalmente conquide la sapienza trionfatrice.

Per quanto possa parere strana cosa questa interpretazione nel sunto assai ristretto che ne abbiamo dato, difficile rimane sempre immaginare il grado di stranezza che raggiunge qual'è svolta e sostenuta nell'originale. È chiaro che sarebbe vano chiedere a simili fantasticherie una solida base; ma pure sono anch'esse suscettibili di una qualche finezza di congegno, e possono raggiungere una certa speciosità che le rende capaci talvolta di recar diletto ed anche, date certe disposizioni, di allucinare, come si è visto in assai esempi antichi e moderni. Ma il procedere di Fulgenzio è così violento ed incoerente, egli calpesta ogni regola di buon senso in modo così aperto, grossolano e quasi brutale, che mal s'intende come un cervello sano abbia potuto concepire sul serio un così pazzo lavoro e meno ancora come cervelli sani abbiano potuto accettarlo e prenderlo in seria considerazione. Egli è tanto lontano dal badare ad una legge qualunque, che neppure alla finzione da lui stesso immaginata si attiene costantemente, e in qualche luogo Virgilio, dimenticando di esser Virgilio, parla come fosse Fulgenzio[332]. E l'ignoranza accoppiandosi alla spensieratezza, in bocca al poeta è posta una citazione di Petronio ed anche una del più tardo Tiberiano! A questa grossa ed inescusabile oscitanza va pure attribuito che il libro, qual'è, non ha chiusa, poichè l'autore dimentica in fine che avendo fatto parlare Virgilio fin lì, deve riporsi in iscena egli stesso per congedarsi dal lettore[333]. Proporzionalità di parti nel lavoro non ce n'è alcuna; mentre sul primo verso dell'Eneide si dilunga per più pagine, passa poi a piè pari e con poche righe intieri libri. Il solo su di cui si trattenga con minor fretta è il sesto che, come vedemmo, parlando di Servio, fu considerato come il più ripieno di sensi profondi. Non parlo del linguaggio, strano aborto di una barbarie tanto deficiente di cognizioni quanto priva di gusto, che pur vuole affettare con molto sussiego grande ricercatezza, con frasi stranamente lambiccate e contorte e con vocaboli peregrini pescati d'ogni dove e usati anche impropriamente[334]; nè delle etimologie arbitrarie e tagliate coll'ascia assai peggio di quanto solessero farlo altri antichi.

Degno di nota è il tipo di Virgilio. Qui il poeta è un barbassoro accigliato, tenebroso, brusco e superbo, vale a dire precisamente il contrario di quella mite, dolce e modesta anima che spira nella sua poesia, che tutte le notizie biografiche gli attribuiscono, e che Dante ha così fedelmente ritratto. Per quelle menti barbare tale doveva essere il tipo ideale del sapiente, circondato di caligine come il sapere d'allora, che tornava quasi alle condizioni delle prime sue origini, nelle quali si copre di un poetico mistero. Fra questa gente, come vedesi non solo in Fulgenzio, ma già in Macrobio (singolarmente nello scritto sul Sogno di Scipione), e poi in Marziano Capella, in Boezio e in tanti altri, esso perdendo la sua base razionale e sottrattosi a quelle necessità dialettiche che spingono alla calma l'animo, quand'anche ispirato e divinante, del dotto, tradisce la sua debole natura accompagnandosi e reggendosi sempre nelle sue produzioni con una specie di orgasmo poetico più o meno intenso e pronunziato; come cosa che imponendosi dal di fuori all'animo rozzo e mal preparato, lo rende attonito e lo fanatizza stranamente. Quindi quel mescolare di verso e di prosa che distingue Capella, e Boezio ed anche Fulgenzio. In quell'orgasmo, che alle menti colte e addestrate alla critica scientifica par quasi morboso, niuno penserebbe mai a riconoscere quelle scintille di poesia che nascono nell'animo dalle sospirate e felici intuizioni del vero. In tal condizione di spirito il più alto sapiente apparisce come una natura mistica, divinamente ispirata e quasi estramondana. Tale è Virgilio per Fulgenzio. Chi ben consideri, questo tipo non è altro che uno sviluppo ulteriore di quello che già abbiamo trovato in Macrobio ed in generale fra i pagani della decadenza. Fulgenzio ha seguìto lo stesso indirizzo mettendoci di suo quanto poteva suggerirgli la barbarie e la rozzezza propria e del suo tempo, il quale benchè producesse taluni uomini a lui assai superiori, pure, singolarmente nell'ordine del sapere laico, è da lui assai adequatamente rappresentato, così nei gusti e nelle idee come nella misura delle cognizioni. Certo, il concetto fondamentale della sua interpretazione non può dirsi originale; chè l'idea di cercare in Virgilio un pensiero riposto relativo alla vita umana ed alle sue vicende, trovasi già, come vedemmo, presso altri anteriori. Nella stessa guisa, anzi anche molto meno, potrebbe dirsi originale l'idea dell'altra e maggiore sua opera il _Mythologicon_. Quanto abbia in queste messo di suo, quanto preso da altri, non sarebbe facile precisare, nè qui il luogo d'intraprenderne la ricerca. Quel che qui è necessario pel nostro tema notare molto attentamente è questo, che quantunque Fulgenzio sia cristiano e si mostri anche ferventemente tale, nè il _Mythologicon_ nè il _De Continentia_ sono scritti, come forse taluno potrebbe pensare, con un intendimento apologetico, onde conciliare la tradizione classica col cristianesimo. Non v'ha parola che alluda alla guerra dei cristiani contro di quella, non una che accenni ad una difesa di essa contro un attacco qualsivoglia. Il principio fondamentale, vero movente dell'opera, è puramente filosofico; la conciliazione delle favole antiche, non già col cristianesimo, ma colla filosofia. Evidentemente il _De Continentia_ si connette direttamente col _Mythologicon_, di cui costituisce come un'appendice ed a cui infatti è anche di data posteriore[335]. Pel posto che occupava Virgilio nella cultura d'allora, colui che avea applicato l'allegoria ad interpretare filosoficamente la farragine delle antiche favole, era, per lo stesso momento, indotto ad una simile interpretazione della notissima favola dell'Eneide, che quasi costituiva un piccolo ciclo separato da non confondere col resto, che era principalmente greco. Come poi alla prima era criterio fondamentale l'idea generale dell'altezza del pensiero antico, così a questa lo era il concetto di uno straordinario sapere e di una maravigliosa profondità di mente del poeta. Perciò nel _Mythologicon_ sono introdotte a parlare Urania e la Filosofia, nel _De Continentia_ Virgilio stesso. Fulgenzio adunque trovasi sul piede degli stoici, come dei filosofi e dei grammatici della decadenza; la sua qualità di cristiano, quantunque incidentemente si manifesti, non contribuisce per nulla alla natura dell'opera. Ben si riconosce però nel _De Continentia_ quella specie di condizione privilegiata che fra gli scrittori pagani ebbe Virgilio dinanzi ai cristiani. C'è l'idea che la miracolosa potenza del suo ingegno lo abbia avvicinato assai ai principî, singolarmente etici e filosofici, della nostra religione, tanto che quando ei pronunzia cosa che questa non potrebbe ammettere, Fulgenzio lo interrompe esprimendo la sua maraviglia che in quell'errore abbia potuto cadere colui che seppe dire «Iam redit et virgo etc.»[336]. Virgilio risponde: «Se fra tante verità stoiche non avessi errato con qualche principio epicureo, non sarei pagano. Poichè conoscere tutti i veri non è dato ad altri che a voi, pei quali brillò il sole della verità. Ma non sono qui venuto a parlare di queste cose». Lo stesso consenso e la stessa impazienza si manifesta in altri due luoghi nei quali Fulgenzio rammenta parole del testo sacro o principî cristiani che si trovan d'accordo con quanto dice il poeta; in altri due il poeta non risponde affatto[337]. Ed invero quelle interruzioni sono estranee allo scopo dell'opera, e come tali le considera l'autore stesso; ma erano naturalmente suggerite dal tipo ideale di Virgilio che viveva allora nelle menti dei cristiani. Così, senza nulla di violento, ma per una via naturale e continua che aveva il suo principio nella stessa tradizione classica, il Virgilio di Fulgenzio, ossia il Virgilio della barbarie cristiana, viene ad avere in sè delle cause di simpatia, che diminuiscono notevolmente le incompatibilità fra lo scrittore pagano e i seguaci di Cristo. Questo tipo nel quale domina già l'idea medievale che, in mezzo alle cause d'errore, la ragione umana fosse arrivata, per quanto poteva senza miracolo e senza rivelazione, a principî omogenei anche ad anime cristiane, non è che un rozzo precursore di quello che troveremo raffinato e sublimato nella poesia dantesca.

Fulgenzio è tutt'altro che un dotto od un pensatore, ma fa ogni sforzo per parer tale non esitando neppure ad inventar nomi di autori e di opere che mai non esisterono[338], affine di dare un carattere più peregrino al suo sapere; vecchia arte già adoperata, non senza successo, anche in tempi ben più illuminati[339], e di cui la decadenza e il medio evo offrono parecchi esempi[340]. Egli può considerarsi come la caricatura di quelli che lo precedettero e lo seguirono nello stesso arringo di queste interpretazioni allegoriche, fra i quali pur troviamo uomini di un valore incontestabile. Qual ch'ei fosse, egli era troppo naturale prodotto dell'epoca sua perchè questa non gli facesse buon viso. Il medio evo, colla ingenuità che lo distingue, credette davvero scorgere in lui un uomo di molta dottrina e di mente profonda e fece gran caso delle sue opere. L'uso che ne fece è attestato dai manoscritti superstiti che non sono pochi. Sigeberto di Gembloux (XI sec.) è quasi spaventato da tanto acume[341], ed ammira quest'uomo che ha saputo «cercar l'oro nel fango di Virgilio»[342]. Lo scoliasta di Germanico è interpolato con luoghi del _Mythologicon_, e qualche simile interpolazione trovasi anche nelle favole d'Igino. Il secondo e terzo mitografo vaticano ed in parte anche il primo hanno attinto, più o meno, da Fulgenzio; fatti questi di non lieve importanza quando si consideri che tanto le favole d'Igino quanto taluni dei mitiografi vaticani (singolarmente il primo) furono certamente libri di scuola[343].