Virgilio nel Medio Evo, vol. I
Part 6
Macrobio (IV-V sec.) è autore della sola opera fra le superstiti (all'infuori dei commenti) che tratti di Virgilio in certo modo _ex professo_. Egli ha voluto riunire, per uso di suo figlio, gli appunti e le notizie di ogni sorta ricavate da molta e varia lettura. Per mettere assieme tutto quel materiale slegato e vario, non solo si è servito del dialogo convivale, come già tanti altri, ma riducendo la massima parte di quello ad una discussione sui meriti e il sapere di Virgilio, ha fatto servire il nome del poeta alla esposizione di conoscenze di varie categorie, mostrandoci così quanto larga parte esso occupasse nel sapere di quel tempo. Quantunque egli abbia voluto dare al suo lavoro l'apparenza di una discussione critica sui meriti delle poesie virgiliane, questo non è in realtà che una glorificazione di esse. Tale lo definisce il tono di ammirazione entusiastica che vi domina costantemente, tale il programma della parte dell'opera che si riferisce a Virgilio, quale viene stabilito nel primo libro. Distinto assai egli stesso e dotto, come e quanto lo comportavano i suoi tempi, Macrobio introduce a parlare nel suo libro uomini dei più dotti e distinti dell'epoca, sollevandosi con essi, nella contemplazione del grande poeta, in una sfera molto superiore alla volgare. Egli ha dinanzi alla mente il concetto scolastico di Virgilio[193] e giustamente lo trova piccolo, basso, inadequato; ei sente che nel poeta c'è molto di più di quello i grammatici del tempo fossero soliti a vedervi dentro. Vuole dunque addentrarsi ad esporre le doti più squisite del poeta, che altri poco o punto avvertivano. Nel fare però questo lavoro, che pur parrebbe dover essere come una reazione contro le false e piccole idee di quel tempo, il tempo stesso colle sue idee gli s'impone e travia stranamente il suo giudizio, senza ch'ei se ne accorga.
Per Macrobio Virgilio, non solo è dotto in ogni genere di sapere[194], ma è decisamente infallibile. Ei non ammette, come molti grammatici anteriori, che nelle poesie virgiliane si trovi qualche difetto od errore; ma fa dipendere unicamente dall'ingegno di chi le legge e le studia il trovare o non trovare la soluzione di talune difficoltà[195]. Tutta l'opera è diretta a mettere in chiaro l'immensa dottrina d'ogni sorta contenuta in quelle poesie, in gran parte occulta pei comuni lettori d'allora: «la gran copia di cose che è nelle sue opere e che la maggior parte degli spositori suol passare a piedi asciutti, quasi che ad un grammatico non sia lecito intendersi d'altro che di parole; ... noi ai quali sì crassa Minerva non si addice, non vorremo soffrire che recondito rimanga l'accesso al sacro poema, ma investigando la via di penetrare nei sensi arcani di esso, offriamone aperti i recessi alla venerazione dei dotti[196].» Nel dialogo, un tale Evangelo sostiene la parte contraria al poeta; ma questo personaggio non ha nulla di serio nè di reale; non può dirsi certamente che esso rappresenti l'opinione dei giudici spregiudicati di un'epoca più antica, molto meno dei tempi d'allora, nei quali senza dubbio un personaggio siffatto non esisteva. Egli è lì unicamente per servire coi suoi appunti d'occasione alle lodi di Virgilio, e quasi l'autore tema che le parole di lui, qualunque esse siano, possono essere prese sul serio, si dà ogni cura, nell'introdurlo in scena, di dipingerlo coi colori i più sfavorevoli, come un maledico, di carattere pessimo e di pessima compagnia. Appena è annunziato tutti danno segni di fastidio[197]; ogni volta che apre bocca, dicendo male di Virgilio, tutti inorridiscono[198]. Qualcuna delle osservazioni ch'ei fa l'aveva già fatta qualche antico critico; ma in generale egli s'oppone eccentricamente alle idee le meno contrastabili, ed arriva al punto di negare che Virgilio, nato in un villaggio veneto, potesse sapere qualche cosa di greco e di scrittori greci[199]. Una simile scempiaggine a cui non avrebbe neppur pensato il più crudele detrattore di Virgilio dei tempi augustei, serve di pretesto per esporre, rispondendo ad Evangelo, la profondità di Virgilio nella conoscenza e nell'uso dei greci, che è il tema di quasi tutto il quinto libro. E con una osservazione dello stesso Evangelo si apre la discussione intiera sui meriti di Virgilio, che è la parte più cospicua di tutta l'opera. Evangelo nega ricisamente di vedere in Virgilio qualcosa di più che un semplice poeta, ed anche tale che lasciò la sua opera piena di strafalcioni, e giustamente la riconobbe degna delle fiamme[200]. Simmaco invece sostiene che Virgilio non è soltanto atto ad istruire fanciulli, ma contiene qualche cosa di ben più alto. «Mi par che tu consideri i versi virgiliani come quando fanciulli li recitavamo alle lezioni dei maestri» dic'egli ad Evangelo; «ma la gloria di Virgilio è tale che non può crescere per elogi, nè per biasimi diminuire». E qui i vari interlocutori, collegati contro Evangelo, si pongono d'accordo, prendendo ciascuno ad esporre una parte della sapienza virgiliana e ponendo così il programma dei libri seguenti, oggi incompleti e lacunosi. In questi si vuol dimostrare partitamente, da Eustazio quale fosse la perizia di Virgilio nell'astrologia ed in tutta la filosofia, da Flaviano e Vettio, quanto profonda la sua conoscenza del diritto augurale e pontificio, da Simmaco quanto abile ei fosse in fatto di retorica, da Eusebio quanto grande nell'arte oratoria, da Eustazio quanto e come adoperasse gli scrittori greci; Furio Albino porrà in chiaro quanto Virgilio abbia preso dagli antichi latini nei versi, Cecina Albino quanto nelle parole; Servio, il principe degli espositori virgiliani, dovrà parlare intorno ad alcuni luoghi difficili del poeta. Tutta la parte dell'opera che concerneva l'astrologia e la filosofia è andata perduta, ma sappiamo quel che in questo può aspettarsi da un neoplatonico, ed anche un saggio ne abbiamo nello scritto sul _Sogno di Scipione_ là dove Macrobio riconosce nel «terque quaterque beati» di Virgilio la dottrina pitagorica sui numeri[201]. Miglior fondamento ha, ad onta delle esagerazioni che qui non mancano mai, tutto quanto si riferisce al diritto augurale ed in genere alla erudizione virgiliana, come anche ai confronti coi greci e coi latini[202], che sono le parti dell'opera più importanti per noi, benchè da un tutt'altro aspetto. Tanto la molta conoscenza di un grande numero d'autori antichi latini e greci allora fuori d'uso, quanto una certa finezza di osservazione che trovasi in qualcuno dei confronti fra Virgilio ed altri poeti, sorprendono a prima giunta in uno scrittore, anche distinto, di quest'epoca. Ma il fatto è che Macrobio si è limitato in gran parte a compilare, non soltanto da Servio[203], che compilava egli stesso, ma anche da più opere anteriori di grammatica e d'erudizione ch'egli spesso, senza citarle, copia a parola[204], come è fra le altre quella di Gellio di cui, fra i tanti altri luoghi, ritroviamo copiato per intiero anche il parallelo fra Virgilio e Pindaro, nella descrizione dell'Etna. Nel riunire però tutti quei paralleli, desunti senza dubbio da studi virgiliani più antichi, Macrobio ha messo di suo una intenzione encomiastica ben manifesta. Prima egli riferisce i luoghi nei quali Virgilio è superiore ad Omero, poi quelli nei quali è uguale; di quelli nei quali è inferiore parla per ultimo, non senza premettere parole attenuanti[205]. Similmente, prima di parlare dell'uso che Virgilio ha fatto degli antichi poeti latini, egli ha creduto necessario provare che in ciò non è nulla di male, ma anzi si deve esser grati al poeta di aver conservato ed immortalato nell'opera sua qualche buona cosa contenuta in autori ormai negletti ed anche derisi; del resto, soggiunge, quei passi suonan molto meglio e fan più figura nella sua poesia, che negli originali da cui sono tratti[206]. Le due trattazioni relative a Virgilio come oratore e come retore non ci sono arrivate intiere. In quel che ci rimane della prima troviamo mossa la questione, che non può sorprenderci dopo quanto abbiamo già trovato nelle epoche anteriori, se per divenire buon oratore si possa imparare più da Virgilio o da Cicerone. Con tutti i riguardi verso Cicerone e con tutte le proteste di non volersi fare arbitro fra due tanto sommi, in fondo la risposta è favorevole a Virgilio. Cicerone, dice Eusebio, non ha che un solo carattere di stile (copiosum), Virgilio li offre tutti e quattro (copiosum, breve, siccum, pingue); egli è come la natura che è ricca d'aspetti svariati ed opposti; si potrebbe dire ch'ei riunisce in sè tutte le qualità dei dieci oratori attici, e neppur si direbbe tutto[207]. Questo entusiasmo di Macrobio per l'eloquenza virgiliana rammenta quello, che abbiamo già notato, di Quintiliano per le perfezioni e l'universalità dell'eloquenza omerica. Ma la parte più insulsa è quella che riguarda la retorica di Virgilio. Ciò che ne rimane concerne principalmente il movimento degli affetti, e si riduce ad una pura e semplice verifica dell'osservanza, per parte di Virgilio, delle leggi retoriche relative al _pathos_; esse sono passate in rivista, e grado grado sono citati i luoghi virgiliani che con esse si trovano d'accordo. I retori nello stabilire quelle leggi spesso citavano Virgilio come autorità, e taluni anche come principale autorità; Macrobio invece loda Virgilio perchè ha obbedito ai retori. Così quella parte del suo libro apparisce come un capitolo di retorica invertito, e tale credo sia in fatto.
Macrobio ha trovato il terreno preparato di lunga mano per la sua opera, non soltanto pel materiale di cui si è servito, ma anche per lo spirito in cui è scritta. La decadenza che in essa, quantunque l'autore si sforzi di sollevarsi al disopra dei suoi tempi, si mostra sì avanzata, avea già cominciato da un pezzo; noi abbiam veduto e notato i primi segni e il successivo ingrandire di quel tralignamento della nominanza virgiliana di cui essa segna una fase già inoltrata. Nata in sul disfarsi dell'antico mondo pagano, e figlia di un uomo notevole tuttavia appartenente a quello, quest'opera formula e caratterizza in modo luminoso l'indole di quella più alta idea che si avea del poeta negli ultimi momenti del paganesimo, allorchè il suo nome entrava nella nuova e trasformatrice atmosfera del medio evo cristiano, di cui siamo ormai sul limitare.
A quest'epoca di decadenza e ancora aderenti alla tradizione pagana[208] appartengono due autori che non furono senza influenza nel propagare la rinomanza di Virgilio lungo i secoli della barbarie; parlo dei due grandi luminari della grammatica, Donato e Prisciano. Questi due compilatori, sorti a circa due secoli di distanza l'uno dall'altro, dominarono con tanta forza nelle scuole dei grammatici, durante tutto il medio evo, che il loro dominio sopravvisse anche a questo, e sia direttamente, sia indirettamente, per l'uso che se ne fece nel fabbricare nuovi libri scolastici, si protrasse fino a' tempi nostri[209]. Il commento a Virgilio di cui già abbiamo fatto cenno, oscurato da quello di Servio, non procacciò a Donato la rinomanza ch'egli ebbe in grazia della sua grammatica, tanto adoperata nelle scuole e tanto familiare a quanti le avean frequentate, che il nome di Donato finì col significare quell'arte in generale. Prisciano, con lavori di compilazione più estesi e più dotti che quei di Donato, acquistò un'autorità tanto grande che la venerazione per lui spesso negli scrittori del medio evo si traduce colle più entusiastiche espressioni[210]. Non deviando dalla tradizione dei grammatici anteriori, dai quali compilavano, Donato e Prisciano da Virgilio assai più che da qualsivoglia altro scrittore attingono esempi, al punto che se fino allora Virgilio fosse stato poco letto e trasandato, essi soli, coll'autorità di cui godettero, sarebbero bastati a metterlo in voga[211]. Prisciano, in uno scritto speciale che fu molto in uso, ci dà un curioso saggio del modo col quale nelle scuole si faceva servire Virgilio all'insegnamento prattico della grammatica. Prendendo il primo verso di ciascun libro dell'Eneide, su quei dodici versi ei fa esercitare lo scolaro, chiedendogli ragione di ogni parola e l'analisi grammaticale e metrica; e così passando di domanda in domanda ei trova in quei versi tanto da far ripetere al discepolo le regole o le definizioni principali della grammatica e della metrica[212]. È notevole che Lucano, il quale fu di moda nel medio evo, vien citato da Prisciano quasi tanto sovente quanto Orazio. Ma il poeta ch'ei cita più sovente dopo Virgilio è Terenzio.
Anche all'infuori della sfera scolastica e dotta, il poeta non cessava di essere popolare, come prima lo era stato. Le rappresentazioni teatrali desunte dalle sue poesie continuavano tuttora, ed uno dei soggetti preferiti erano le infelici avventure di Didone, che commovevano le genti fino alle lagrime, ed erano tanto in moda che sulle tappezzerie, nelle pitture ed in ogni opera d'arte figurata erano rappresentate di preferenza[213]. Nè mancavano le letture pubbliche ed ancora nel sesto secolo il popolo affollato udiva leggere l'Eneide nel fôro Traiano[214]. Non conviene dimenticare però che nello stesso tempo destava entusiasmo la meschina poesia di Aratore sugli Atti degli Apostoli, e per ben sette volte era costui chiamato a farne pubblica lettura[215]. E già il nome di Virgilio si applicava ad uomini di così poco valore che Ennodio mostravasene grandemente irritato[216]. Una mano consolare trascriveva ed emendava il testo di Virgilio nel codice prezioso che ci rimane[217]; ma distinzioni di tal natura toccavano a quei tempi anche ad altri scrittori, poveri figli di povera epoca.
Quanto diversa da quella di un tempo era Roma allora, e quanto diverso il popolo romano! La retorica pomposa e vuota dei panegiristi e di Simmaco fra gli altri che giunge ad applicare al regno di Graziano i felici e ridenti presagi della quarta ecloga[218], non fa che rendere più lugubre lo spettacolo di tanta rovina. Ben più reale e giusto è il sentimento di Girolamo che, udendo nella sua solitudine in oriente come Roma fosse stata presa da Alarico, esprimeva con versi dell'Eneide il profondo dolore cagionatogli dalla tremenda notizia, ed esclamava col salmista: «Deus venerunt gentes in haereditatem tuam!»[219] Alle memorie di un passato glorioso si contrapponevano i tristi fatti della decadenza, il gelido ed umiliante contatto dei barbari ormai scatenati ed il presentimento di un avvenire tetro e luttuoso. Quantunque però Roma e il suo impero cadessero, quella unità civile di tanti popoli, ch'era la grande opera sua e la vera sua missione, rimaneva. Nell'animo di tutti Roma era sempre madre di ogni ricordo civile, simbolo di miracolosa potenza, ideale altissimo e poetico di ogni umana grandezza; quel forte ed universale sentimento romano a cui Virgilio avea così bene proporzionato la sua epopea, anche dopo distrutto l'impero, era troppo essenzialmente connesso colla cultura latina perchè potesse spegnersi finchè quella vivesse. La vasta orma che lasciava il dominio romano e i benefizi che l'umanità ne ereditava, danno alle infinite espressioni di quel sentimento che universalmente sopravvisse ad esso per lunghi secoli, una base reale e solida che non permette di vedere in quelle una riproduzione fredda ed automatica dall'antico. Certo però le condizioni del pensiero erano profondamente mutate, e per una grande parte dell'antica cultura questo non poteva essere che passivo, nè poteva, nella sua attività presente, armonizzare assai intimamente con quella. Il gusto era deperito affatto, ed ogni giusta idealità estetica ed artistica era del tutto spenta.
Quelle potenze psicologiche dalle quali l'arte risulta, dove non giacessero paralizzate, erano impiegate e sfogate in un campo novello a cui l'arte di vero nome era estranea. In queste epoche di grandi lotte e di grandi trasformazioni morali e sociali, c'è sempre un dispendio immenso di elatere poetico, il quale, piuttostochè una espansione artistica, ha per prodotto il fatto stesso gravissimo ed imponente del generale rinnovamento. Cristo non verseggiò, ma quanta poesia non assorbì nella personalità e nell'attività sua e in quella di tanti seguaci suoi! L'arte fra quel rimescolarsi ed urtarsi di elementi eterogenei, fra quell'imperfetto pensare e sentire di un mondo che si decomponeva e si rigenerava, avea difetto delle condizioni più indispensabili alla sua esistenza; l'animo delle genti era turbato, distratto vagamente, e come indurato alle impressioni estetiche, il sentimento artistico tralignato o spento. Irrigidita e come stereotipata seguitava intanto l'antica cultura: le menti aveano sempre dinanzi i prodotti dell'arte antica, ma il livello di esse era troppo abbassato, gli scopi e gl'ideali del pensiero erano troppo nuovi e diversi perchè si possa credere che quelle antiche opere, tuttavia studiate e ammirate, esercitassero realmente sugli animi un prestigio più ragionevole di quello di una brillante fantasmagoria. Come vediamo da Macrobio e dai grammatici e da ogni sorta di scrittori, il posto centrale in quel corpo di dottrina, in quel complesso di autorità tradizionali, scolastiche e dotte, era tenuto da Virgilio il quale appariva come l'astro più luminoso intorno a cui tutti gli altri gravitavano. Quelle qualità reali di dottrina che lo distinguevano e che già fin dai primi tempi della sua rinomanza avean condotto a giudizi inesatti, in quest'ultima epoca rimanevano sole in vista ed, in tanto prestigio di quel nome, erano intese ed esagerate in ordine alle tendenze ed alla natura del pensiero d'allora, spinto irresistibilmente al simbolo, all'allegoria ed al misticismo da più cause ed influenze diverse, che si riassumono nel predominio del neoplatonismo e più ancora del cristianesimo ormai trionfante. I poeti del tempo non riuscivano più che ad un verseggiare di rado mediocre, più spesso cattivo, generato e governato unicamente dalla scuola grammaticale e retorica. Tutta l'arte del massimo poeta latino appariva a quella gente come un mistero, di cui la chiave dovea cercarsi in una sapienza vastissima e recondita. Prova di fino ingegno e di sapere superiore al volgare pareva il trovarvi dentro conoscenze e dettami scientifici d'ogni maniera e sensi riposti di alta filosofia.
Centro e sommità del retaggio letterario lasciato dai latini, rappresentante della sapienza antica, interprete di quel sentimento romano universale che sopravviveva all'impero, il nome di Virgilio acquistava un ampio e alto significato che nell'Europa latina lo connaturava quasi colla civiltà stessa[220]. Con questa missione lo tramandava ai secoli avvenire la morente società pagana che nell'abbattimento e nell'agonia si adoperava a riassumere, con opera frettolosa, i portati della splendida e gloriosa sua vita. Parecchi secoli prima che Dante chiamasse Virgilio «virtù somma» Giustiniano, sul più tetragono monumento della sapienza prattica de' romani, era in grado di richiamarne il nome, ponendolo accanto a quello del divino epico greco che, per lui, è il «padre di ogni virtù»[221].
CAPITOLO VI.
Ma ormai possiamo inoltrarci a seguitare le vicende di Virgilio lungo il medio evo. I barbari ed il cristianesimo hanno fatto cambiar totalmente d'aspetto l'antico mondo latino. Da un lato le lettere minacciano di perire sotto i colpi del fanatismo religioso o d'affogare nel vasto pelago della letteratura teologica; da un altro gli invasori, gente ruvida ed incolta, per tutt'altra ragione mostrano di aver occupato i paesi civili che per amore della civiltà stessa o per gran voglia che abbiano di studi classici. Oppressi ed oppressori, laici ed ecclesiastici hanno troppe preoccupazioni materiali o troppo han da pensare per la salute dell'anima, perchè il gusto del bello classico possa fiorire fra loro. Nondimeno c'è un'àncora di salvezza per le lettere latine. Il latino è tuttavia la lingua degli scrittori e della chiesa singolarmente, ed è già un tempo in cui per iscrivere passabilmente in latino bisogna averlo studiato. Mentre esso è quasi affatto ridotto allo stato di lingua morta, i volgari dell'Europa latina, quantunque in istato di formazione più che incipiente, pure non sono ancora giunti a quell'organismo determinato e definitivo a cui mostrano di tendere, ed in cui soltanto potranno arrivare all'onore di lingue letterarie. Quindi le scuole, e principalmente le scuole dei grammatici, devono seguitare ad esistere, ed attorno alla grammatica dovranno seguitare ad aggrupparsi le altre discipline che sono pure o si credono necessarie anche al nuovo avviamento, sopratutto religioso, che han preso gli scrittori. Se i testi raccolti da vari dotti per provare l'esistenza delle scuole in tutte le epoche del medio evo non si avessero, a provar ciò basterebbe questo fatto dell'uso non interrotto di scrivere in una lingua di esistenza puramente letteraria, e differente dalla lingua parlata. Devesi però badar bene a non prendere queste scuole per qualcosa di più serio e importante di quel ch'esse erano in fatto. In esse s'insegnò per l'appunto quanto era necessario, o per meglio dire, quanto pareva necessario; poichè in fondo gli studi profani non erano più uno scopo, ma doveano servire materialmente come propedeutica a studi superiori di tutt'altro genere. Quindi le sette arti nelle quali già da tempo anteriore ad Augusto si era diviso il materiale della istruzione[222], e che poi si erano venute sensibilmente assottigliando, nel medio evo son ridotte ai minimi termini. Un tempo il compendiare in un riassunto ordinato gli elementi delle principali discipline, come fecero Catone e Varrone, era opera che, quantunque utilizzata, teneva un posto modesto fra le produzioni letterarie, a causa della vita reale e propria che animava ciascuno dei rami di sapere in quelle opere riuniti. Ora che quella vita era spenta e ciascun ramo del sapere laico, non più produttivo, veniva ridotto e ristretto nei più angusti limiti dell'indispensabile, i riassunti generali erano un risultato di quelle stesse cause che spingevano ai compendi di ciascuno studio speciale, e, come prodotti richiesti da un bisogno del tempo, doveano esser numerosi e ottenere nella letteratura un posto e una notorietà che prima non avrebbero potuto avere. Ciò spiega le enciclopedie delle sette arti di Cassiodoro, Capella, Isidoro, Beda e di altri che, con vario artificio, tutto il sapere profano racchiusero in picciol volume, e spiega pure la buona accoglienza che ad esse fu fatta e la celebrità di cui godettero per tutto il medio evo. Propriamente in queste enciclopedie si scorge che delle varie discipline in esse trattate, la più prossima e la più affine all'autore è in generale la grammatica, della quale le altre costituiscono come il corteo e il complemento; la natura dell'assieme e della trattazione è tale che mal si potrebbe dare all'autore, per l'indole della sua opera, altro titolo che quello di grammatico. E veramente la grammatica è trattata e considerata sempre come la prima fra le arti liberali, ed è bello udire un re barbaro che si ammanta alla romana, Atalarico, tesserne l'elogio in una ordinanza diretta al senato romano, perchè provvegga allo stipendio dei professori di arti liberali. «La prima scuola dei grammatici, dic'egli, è il più bel fondamento delle lettere, madre gloriosa di facondia che fa e ben pensare e correttamente parlare... È la grammatica maestra del dire, ornatrice del genere umano, che coll'esercizio di bellissima lettura sa giovarci dei consigli degli antichi. Lei non conoscono i barbari... chè le armi ogni altro popolo le possiede anch'esso, ma l'eloquenza solo accompagna i dominatori romani»[223].