Virgilio nel Medio Evo, vol. I

Part 5

Chapter 53,437 wordsPublic domain

Sotto gl'imperatori del 3.º e del 4.º secolo quali vicende patissero le lettere latine, è noto a tutti. Fra le preoccupazioni di una corte e di un pubblico in cui dominava l'elemento militare, quando ogni villano o barbaro autorevole sulle soldatesche ignoranti, poteva assidersi sul trono dei Cesari, certo il vento non poteva spirare favorevole alle lettere. In tali condizioni, meno profondi divenivano i rapporti della produzione letteraria collo spirito pubblico, e questa veniva già confinata presso una classe di persone che aveva il primo suo impulso come il principale suo ambiente nella scuola. Per questo indebolimento di legami fra le lettere e il pensiero in generale, avveniva pure che il divario fra la lingua parlata e la scritta si facesse sempre più sensibile, e il latino volgare, plebeo o rustico che si voglia dire, prendesse incremento e anche ardire; talchè l'ufficio del grammatico diveniva cosa meno elevata, e già doveva parere assai se s'insegnava a scrivere correttamente. Proporzionata al bisogno e alla qualità di questo è la produttività dei grammatici di questi secoli della decadenza, produttività ricca per numero di opere ma estremamente misera quanto a originalità di vedute. In questo campo degli studi grammaticali, come in ogni altro vedesi uno straordinario impoverimento d'idee: niuno sa muovere un passo di forza propria, senza appoggiarsi ai più antichi. Come nell'arte tutto è poco intelligente imitazione, nell'opera dotta o scientifica tutto è poco intelligente riassunto o compilazione. Ormai la letteratura, disposta a vivere artificialmente e ristrettamente, riduce il suo armamentario, eliminando quanto appariva utensile superfluo, cercando scorciatoie e manifestando un gran desiderio di tutto compendiare. Di tali compendi o compilazioni, coi quali si voleva liberarsi dal leggere un gran numero di scrittori, è ricca l'età della decadenza, e a questa appunto appartengono la maggior parte delle opere grammaticali che ci rimangono. Grande è la iattura delle tante opere antiche che così scomparvero dinanzi alle infelici lucubrazioni di queste larve di dotti. L'impero seguitava a mantener grammatici, e qualche imperatore anche a proteggerli insieme ai filosofi e ai retori, ma più per lusso o per capriccio, che per altro, o anche per vigliaccheria, temendo le ingiurie della loro penna, come vien detto di Alessandro Severo[144]. Del resto il gusto imperiale, finchè favorì le lettere, aveva una predilezione per gli studi greci, nè era di tempra tale da esercitare una benefica influenza; al contrario, sempre più spingeva verso il futile e il vano. Geta che amava mostrarsi amico dell'alfabeto, ordinando pietanze i nomi delle quali cominciassero tutti con una certa lettera, si divertiva pur talvolta a far venire a sè grammatici per chieder loro, fra le altre cose, liste di verbi esprimenti le voci dei vari animali[145].

Da Alessandro Severo in poi, che pure fra le sue predilezioni greche venerava Virgilio (forse piuttosto considerandolo come filosofo che come poeta), il culto delle lettere divenne quasi affatto estraneo alla corte. La vecchia tradizione dell'impero è ormai rotta, e fra coloro che hanno o si disputano il supremo potere, uomini come Gordiano il vecchio[146] sono eccezioni rare ed anche di poco momento. Contrariamente a ciò che era avvenuto in altro tempo, la qualità di militare era ormai opposta a quella di letterato, e distraeva dall'amore per gli studi anche gli uomini che avevano ricevuto una certa cultura letteraria. Gli scrittori della Storia augusta, gente che si presenta a noi tal qual è, senza maschera o belletto di sorta, ci danno una idea assai chiara del livello intellettuale di quel tempo, singolarmente per tutta la regione politica e militare. Vopisco si maraviglia che suo nonno, narrandogli il fatto dell'uccisione di Apro, attribuisse all'uccisore Diocleziano le parole «gloriare Aper Aeneae magni dextra cadis»: «ciò, dic'egli, in un soldato mi reca meraviglia; benchè io sappia che moltissimi sogliono rammentare i detti dei comici e degli altri poeti sia in greco, sia in latino»[147]. Sulla fine del secondo secolo Clodio Albino, che non fu punto amoroso delle lettere, avea studiato anch'egli da fanciullo Virgilio nelle scuole; ma lo studio del poeta non gli avea servito che a manifestare i suoi istinti militari[148]. Ad onta di tutto ciò le reminiscenze virgiliane sono frequenti anche fra questa gente, chè una quantità grande di versi virgiliani avea un uso quasi proverbiale, e la conoscenza del poeta era, per effetto delle scuole ed anche del teatro, cosa volgare. Quindi non solo si trovano versi virgiliani, a proposito di faccende politiche, sulla bocca di Gordiano il vecchio, ch'era un uomo colto[149], ma ne troviamo pure in una lettera di Diadumeno a Macrino suo padre[150], ed in una di Tetrico il vecchio ad Aureliano[151]. Sotto Alessandro Severo, Giulio Crispo tribuno dei pretoriani, esprimeva il suo malumore con versi di Virgilio che gli furono fatali[152]. Con due emistichi virgiliani è composto un motto del circo in favor di Diadumeno contro Macrino[153], e parimenti un emistichio virgiliano ritrovasi fra le acclamazioni colle quali il senato chiamava Tacito, già vecchio, all'impero[154].

Ma se in mezzo alle orgie e ai delitti dell'aula imperiale talvolta seguitava ad udirsi un qualche eco della musa virgiliana, ciò era allora un fatto che non dava prova di alcuna finezza di sentire poetico; solo mostrava come la popolarità del poeta affrontasse i tempi e i luoghi meno propizi. Principale suo ufficio era divenuto l'insegnare ai fanciulli nelle scuole per poi servir di zimbello alle fanciullaggini degli adulti. Lo studiavano tanto a scuola che saperlo a mente da un capo all'altro era divenuto cosa comune. Da questa grande familiarità che si aveva con quel poeta in un tempo di tanta povertà di creazione artistica, traeva origine e occasione il passatempo de' _Centoni_. Combinando i versi e gli emistichi virgiliani in varie maniere si divertivano a far cantare a Virgilio ogni sorta di soggetti. L'idea di questi _Centoni_[155] poteva nascere soltanto fra gente, che avendo meccanicamente appreso Virgilio, non sapeva qual migliore utilità ricavare da tutti quei versi di cui si era ingombrata la mente. E del resto l'uso che da tanti poeti erasi fatto e facevasi di Virgilio in ogni maniera di composizioni, già si assomigliava assai all'opera di questi centonari e dovea condurre naturalmente a questa[156]. Nè trattasi del capriccio di uno o di due, ma di un uso che cominciò presto e finì tardi. Già ai tempi di Tertulliano un Osidio Geta avea con versi virgiliani composta una tragedia intitolata _Medea_, che possediamo tuttora; un altro avea nella stessa guisa composta una traduzione del _Quadro_ di Cebete. Poi vi furono cristiani che ebber voglia di far parlare Virgilio della loro fede; così Proba Faltonia[157] compose con versi virgiliani una storia dell'antico testamento, Pomponio un carme intitolato _Tityrus_ in onore di Cristo[158], Mario Vittorino (IV sec.) un inno sulla pasqua, Sedulio (V sec.) un carme sull'incarnazione, altri altro[159]. Valentiniano imperatore, quasi invidiasse a Virgilio la lode di scrittore pudico, coi versi di lui pose assieme un carme osceno, ed obbligò Ausonio a misurarsi con lui in questo esercizio; così nacque il celebre _Centone nuziale_ che possediamo, e che è senza dubbio il migliore fra i centoni. Oggi tutto ciò si chiamerebbe ludibrio; allora non pareva generalmente che avesse nulla di men che rispettoso verso il poeta, e si ammirava la memoria e l'abilità di chi così componeva[160]. Virgilio doveva essere trattato in tutto come Omero; come vi furono centoni omerici, dovevano esservi centoni virgiliani. Per l'uno e per l'altro poeta v'erano uomini che si distinguevano come specialmente abili nel ricucirne i versi a quella maniera, e prendevano quindi il nome di poeti omerici o virgiliani[161]. Il massimo grado di questo giuoco ridicolo lo abbiamo in un Mavorzio, autore di un centone sul giudizio di Paride, il quale arrivava fino ad «improvvisare» centoni virgiliani, ed una di queste sue improvvisazioni colla quale ricusa modestamente il titolo di «Virgilio moderno» la possediamo ancora[162].

Sul modo di considerare quel poeta che era la pietra fondamentale dell'insegnamento letterario, molto dovevano influire i commenti coi quali era spiegato ed illustrato nelle scuole. Una storia critica dei numerosi commentatori di Virgilio, benchè tentata dal Suringar[163], è tuttavia un desiderio che non sarà soddisfatto prima che molte ricerche e studi speciali abbiano rischiarato questo campo intralciatissimo. I commenti virgiliani, moltiplicatisi fino all'ultimo medio evo, per l'uso continuo fattone nell'insegnamento, erano tutti soggetti ad una grande mobilità, ad incessanti e svariate peripezie. Niun maestro si faceva scrupolo di ridurre, modificare, postillare a suo modo. Chi compilava da più antichi dando alla compilazione il suo nome, chi postillava prendendo di qua e di là e serbando l'anonimo, chi raffazzonava o interpolava a suo modo i commenti già in uso ponendo tutto sul conto dell'autore primitivo. La massa dei commenti che oggi possediamo è giunta a noi come un torrente tutto intorbidato, ed ingrossato da confluenti diversi per natura e per provenienza. Tutti sono o compendi, o rifacimenti, o compilazioni; niuno ne possediamo nella sua forma originaria. Quelli che ci rimangono ancora col nome di Probo e di Aspro possono provare quanto l'attrito scolastico rimpiccolisse o corrompesse l'opera dei migliori grammatici. Come le principali compilazioni grammaticali, così le principali compilazioni di commenti virgiliani che ci rimangono, appartengono a quest'epoca di decadenza, nella quale per questo lato principalmente si distinguono due autori rimasti celebri nell'insegnamento grammaticale posteriore, Donato e Servio.

A giudicare del commento, oggi perduto, di Donato[164], che Girolamo discepolo dell'autore, rammenta fra gli altri commenti adoperati nelle scuole dei fanciulli[165], può servire quanto da esso riferisce Servio[166]. Donato voleva farla da critico e giudicava con molta libertà il poeta, in molti luoghi trovando da ridire; e non solo giudicava tortamente, ma spesso dava prova di tale oscitanza, da errare fino nelle più volgari leggi della prosodia. Le sue critiche non gl'impedivano invero di ammirare il poeta; ma la sua ammirazione era di natura tale che gli faceva presentare ai suoi allievi il poeta in una luce del tutto falsa, attribuendogli, come già da antiche scuole filosofiche erasi fatto per Omero, un sapere straordinario, e cercando nei suoi versi dottrine riposte e scopi filosofici ai quali certamente non aveva pensato mai. Egli spiegava l'ordine delle poesie virgiliane in questa maniera: «È a sapersi, diceva, che Virgilio, nel comporre le sue opere, seguì un ordine simile a quello della vita degli uomini. La prima condizione dell'uomo fu pastorale, e così Virgilio scrisse prima di tutto le Bucoliche; poscia essa fu agricola, e così Virgilio compose poi le Georgiche. Crescendo poi la moltitudine della gente crebbe insieme l'amor della guerra; quindi terza opera sua fu l'Eneide, che è tutta piena di guerre[167].» Vedremo più tardi quale sviluppo e quali proporzioni prendesse quest'uso di cercare allegorie in Virgilio.

Ma il più adoperato dei commentatori di Virgilio ed il solo che oggi ci rimanga completo, benchè tutt'altro che intatto, è Servio che fu usatissimo nelle scuole del medio evo, e riesce molto importante anche oggi, non tanto per la illustrazione di Virgilio, quanto per ogni sorta di preziose notizie che ci ha conservate. Giudicare del valore di questo lavoro di Servio da quello ch'esso è oggi, è cosa assai difficile[168]; poichè da un lato è evidente che Servio compilò da commenti e da opere grammaticali anteriori, dall'altro è pure evidente che, nel grande uso fattone, ha subìto alterazioni diverse, ed è stato interpolato lungo il medio evo, talvolta stupidamente al punto di fargli citare Servio stesso[169]. Certo però Servio era un grammatico distinto pe' suoi tempi e superiore a Donato, di cui spesso con molto senno e giusto sapere riprende gli errori. Ma non per questo egli ha potuto schivare molti difetti della dottrina del secol suo. Una certa stereotopia si ravvisa in tutta la tradizione grammaticale in quest'epoca, ormai irrigidita, quale durerà per tutto il medio evo, e si riconosce chiarissima anche in questa parte prattica dell'insegnamento dei grammatici, che era costituita dalla esposizione degli scrittori. Fra le molte cristallizzazioni di prodotti anteriori che si ritrovano in Servio, assai ve ne ha che provengono da un cattivo indirizzo già esistente in quello studio anche nell'epoca migliore. Quelle questioni futili che furono tanto in voga fra gli Alessandrini circa Omero[170], e delle quali tanto si dilettò Tiberio[171], ebbero luogo anche per Virgilio, e dalla formola uniforme molte si riconoscono ancora in Servio[172]. Una critica coscienziosa ed una solida dottrina non erano punto indispensabili per ciò che la moda domandava in questo esercizio, nel quale troppo spesso i grammatici si trovavano o erano spinti sul terreno della ciarlataneria[173], guardandosi, così ne' quesiti come nelle risposte, piuttosto al sottile, all'imprevisto e allo specioso, che all'utile, al giusto ed al vero. Un curioso esempio di ciò offrono quei 12 o 13 luoghi virgiliani che si credeva presentassero difficoltà insuperabili[174]. La loro insuperabilità era quasi un articolo di fede, e dinanzi ad essi il grammatico tirava di lungo, dicendo: è uno dei dodici. Eppure alcuni di quei luoghi che Servio pone in quel novero, non presentano davvero difficoltà ben reali.

Per quanto debba ammettersi che molto nel commento di Servio è opera di interpolatori, talune interpretazioni allegoriche, come p. es. quella relativa al ramo d'oro con cui Enea scende all'Inferno[175] e simili, sono troppo d'accordo colle idee di quel tempo perchè si possa credere non appartengano a Servio. Però se qua e là ad alcuni versi o a qualche parte del racconto virgiliano Servio attribuisce un significato filosofico, non c'è traccia in tutto il commento di una interpretazione allegorica sistematica e generale, che faccia convergere tutto l'insieme di un'opera virgiliana verso un solo concetto riposto. Di una interpretazione cosiffatta avremo a parlare diffusamente in appresso; allora potremo trattenerci a studiare più da vicino quest'ordine di fatti nella sua indole e nelle sue cause.

Virgilio invero fece uso dell'allegoria, ma piuttosto per cose di fatto che per idee, e ciò fece, come tutti sanno, singolarmente nelle Bucoliche. Un'antica tradizione che risale fino ad Asconio Pediano ed ai tempi stessi del poeta, sull'autenticità della quale non può cader dubbio, portava che il poeta nelle Bucoliche copertamente alludesse a casi della sua vita o ad avvenimenti del suo tempo. Ma questa notizia vaga e generica, lasciava poi indeterminato fino a qual punto egli avesse spinto quell'allegoria, talchè, come pare, fin dai primi tempi, gl'interpreti eran divisi sulla interpretazione di molti luoghi che taluni intendevano nel loro senso letterale o, come Servio si esprime, _simpliciter_, altri invece fantasticavano interpretandoli _per allegoriam_ e credendosi obbligati a pescare fatti ai quali in quelli il poeta volesse alludere. Servio nel giudicare le varie opinioni mostra di tendere ad una ragionevole limitazione del senso allegorico[176] e spesso si pronunzia pel _simpliciter_ escludendo l'allegoria come «non necessaria». Però non è sempre conseguente in ciò, e talvolta anch'egli ammette o lascia passare come possibili interpretazioni allegoriche affatto strane e prive di ogni fondamento[177]. Sarebbe un esagerare i meriti di questo grammatico e farlo troppo disuguale ai tempi suoi, l'attribuir tutto ciò agli interpolatori e credere che di tali peccati egli non porti alcuna colpa. Fino a qual punto giungesse la manìa di così interpretare vedesi subito sul principio del commento alla prima ecloga. Appena detto che sotto la persona di Titiro deve intendersi Virgilio «non però sempre, ma solo dove ciò ragionevolmente si richiede» viene interpretato _sub tegmine fagi_ come una _bellissima_ allegoria, poichè _fagus_ viene dal greco φαγεῖν che vuol dir mangiare, e quindi col nome di quella pianta il poeta allude a quelle possessioni che erano il sostentamento della sua vita e che gli furono restituite per la benevola protezione di Augusto. Più sotto nelle parole «... ipsae te, Tityre, pinus, Ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant» si trova che Titiro è Virgilio, i pini Roma, i fonti i poeti o i senatori, e gli arbusti la gente di scuola. Forse non ha torto chi crede[178] che questa interpretazione non sia di Servio, ma a noi basta il fatto caratteristico che, come si rileva chiaramente dall'assieme del commento, interpretazioni siffatte si dessero, non solo al tempo di Servio, ma anche prima.

A Servio anche senza dubbio appartiene, come al suo tempo, la idea esagerata che si manifesta in più luoghi del commento, circa la dottrina immensa e non a tutti palese che trovasi in Virgilio. Con visibile compiacenza ei cita l'opinione di Metrodoro il quale scrisse che a torto Virgilio era accusato da taluni di non sapere di astrologia[179] ed al principio del 6.º dell'Eneide, che si credeva contenere la dottrina più riposta, pone questa nota: «Tutto Virgilio è pieno di scienza, nella quale tiene il primo luogo questo libro, di cui la parte principale è tolta da Omero. Alcune cose sono semplicemente dette, molte sono prese dalla storia, molte provengono dall'alta sapienza de' filosofi e teologi egizi; talchè parecchi hanno scritto interi trattati su ciascuna di tali cose che trovansi in questo libro.»

Il commento di Servio è più essenzialmente lavoro di grammatico e fatto per servire alla esposizione del poeta nelle scuole di grammatica; non mancano in esso osservazioni di natura retorica, poichè punti di contatto c'erano fra l'uno e l'altro insegnamento, ma la esposizione retorica delle poesie virgiliane non è lo scopo proprio di quel lavoro. Retorico invece è propriamente il commento all'Eneide di Tiberio Claudio Donato, di poco posteriore all'altro Donato di cui già parlammo. L'autore lo ha scritto, senza risparmio di parole, per riparare all'insufficienza ch'ei notava nei commenti allora in uso[180]. Egli crede che la prima qualità di Virgilio sia quella di retore, e che questo autore anzichè essere esposto dai grammatici dovrebb'esserlo dai retori[181]; perciò le sue osservazioni non sono di natura grammaticale o erudita, ma si limitano a dare il senso e la ragione retorica di ciascun luogo dell'Eneide. Per tal sua natura questo commento poco offre a noi di utile per la intelligenza del poeta e per la conoscenza dell'antichità; s'intende come i dotti così poco se ne siano curati, e non sia stato ristampato dal XVI secolo in poi[182]. A differenza di tanti suoi contemporanei, l'autore si è così poco curato di dare certa apparenza di dottrina all'opera sua, che ha eliminato di proposito ogni illustrazione erudita rimandandola ad altro lavoro, e neppure della tecnologia e dello schematismo retorico fa quell'uso che potrebbe aspettarsi in opera di tal natura. Per questa sua scolorata disinvoltura egli ha in qualche modo potuto esser più giusto di altri nel definire lo scopo reale dell'Eneide, non cercandovi altro che le gesta di Enea e la glorificazione di Roma e di Augusto, ed escludendo ricisamente l'idea che nell'Eneide debba riconoscersi un'opera scientifica e filosofica[183]. Con questo ei rispondeva ai critici che aveano ripreso certe inconseguenze o contradizioni nelle quali il poeta cade in fatto di principi filosofici: non si mostra però meno di altri convinto della vastità e varietà del sapere virgiliano, tale, a suo credere, che ogni ramo dell'attività umana può trovare nei versi del poeta utili ammaestramenti[184]. Ciò si accorda coll'idea del sommo e perfetto retore o oratore, il quale, come già diceva anche Cicerone, dev'essere uomo di sapere universale[185].

Veramente Donato non avea ragione di lamentarsi, quanto all'uso di Virgilio fra i retori. La prima esposizione ed illustrazione del poeta apparteneva naturalmente ai grammatici; ma l'uso che i retori facevano di Virgilio nelle loro scuole e nelle loro opere in quest'epoca, non lasciava nulla da desiderare. Negli scritti di retorica molto se ne servivano per l'esemplificazione dei precetti, singolarmente nel trattato sulle figure, il che poi si riconosce anche in più commenti, ed in certi brevi trattatelli sulle figure che accompagnano taluni manoscritti virgiliani[186]. Nel trattato sulle figure di Giulio Rufiniano gli esempi sono quasi esclusivamente desunti da Virgilio[187]. Da quattro principali autori scolastici, Virgilio, Sallustio, Terenzio, Cicerone, traeva Arusiano sulla fine del IV secolo i suoi «_Exempla locutionum_» ad uso delle scuole di retorica[188]. Nello stesso secolo i retori Tiziano e Calvo riunivano in un'opera speciale i temi desunti da Virgilio e ridotti ad esempi oratori per esercizio retorico[189]. Declamazioni in versi e in prosa su temi virgiliani tramandateci da quest'epoca, possediamo ancora[190]. Un esercizio retorico-erudito può dirsi il lavoro, oggi perduto, di Avieno che prendeva a trattare in versi diffusamente favole e fatti più brevemente toccati nelle poesie virgiliane[191]. In mezzo adunque alle morbose esagerazioni a cui arrivava allora la retorica divenuta regina delle menti[192] Virgilio seguitava a splendere di grandissima luce, mutandosi però, in ordine al gusto dei tempi, il colorito di questa, ed aumentando la irrazionalità di sua natura.

Così chi usciva da queste scuole di grammatica e di retorica aveva imparato a considerar Virgilio come il tipo del grammatico e del retore, e come l'autore principale che riassumeva in sè tutti quegli ideali di scienza e di cultura che erano propri di quel tempo. Quale fosse poi il frutto di questo seme nell'uomo adulto e nel dotto di professione, lo vediamo nei _Saturnali_ di Macrobio, nei quali Virgilio viene glorificato come maraviglioso autore enciclopedico.