Virgilio nel Medio Evo, vol. I
Part 3
Generalmente la critica di quei grammatici si attiene ai particolari; giudica di parole, di forme, di struttura metrica, discute certe parti dell'organismo della narrazione, notando qualche inconseguenza, qualche contradizione, si trattiene in questioni di erudizione. Scarse, e sempre relative a luoghi particolari, sono le osservazioni di stile; per lo più si riducono a confronti; là è una immagine che Virgilio ha trattato meglio o peggio di Omero, qua una descrizione in cui è stato superato da Pindaro. Nell'assieme di tutte le osservazioni che ci rimangono[59] si scorge una certa libertà e indipendenza di giudizio, per la quale, quantunque considerato come altissima autorità nel campo grammaticale retorico ed erudito, Virgilio non è in questa prima epoca dai grammatici dotti ed assennati ammirato ciecamente; molti nei sono riconosciuti in esso e messi in evidenza, e li ammetteva in certa misura lo stesso Asconio Pediano nel libro che scrisse contro i detrattori del poeta. Ma quei detrattori che erano animati, nel criticare, da sentimenti nemici al poeta, durarono poco, e non si trovano che fra i suoi contemporanei. Le osservazioni critiche di Igino, di Probo, ed anche quelle più aspre e più numerose, ma meno giuste, di Anneo Cornuto[60] non ledevano in alcuna maniera il nome di Virgilio. Eran considerate come macchie inevitabili che si trovano in ogni opera umana, e che si notavano anche nello stesso Omero; generalmente si era convinti che il grande poeta le avrebbe tolte via, se la morte non gli avesse impedito di compiere l'opera sua. Taluno arrivava ad attribuirgli l'intenzione di mettere alla prova, introducendo certe difficoltà nelle sue poesie, il sapere e l'acume dei grammatici[61].
Così della poesia virgiliana già in questa prima epoca si sentiva più di quello si definisse. Come organo il più fedele del sentimento nazionale, come prodotto artistico in ogni parte finamente armonizzato col gusto le tendenze la coltura i bisogni dello spirito pubblico, essa esercita un prestigio immenso e ben giustificato, dinanzi a cui il nome stesso del grande oratore romano impallidisce e diviene troppo unilaterale. Ma allorchè da quella impressione vogliono risalire alle cause e ad una analisi dell'opera virgiliana, si arrestano ad una parte di essa puramente esterna e formale, tanto perchè l'indirizzo generale dello studio d'allora a questa parte sopratutto rivolgeva le menti, quanto perchè la teoria letteraria d'allora non poteva guidare a veder bene addentro nella vera natura dell'epopea. Quest'abitudine nella critica turbò non poco, come abbiamo notato, anche il concetto dell'eloquenza ciceroniana, quantunque l'oratoria fosse assai di competenza romana, e quantunque nel paragone fra Cicerone e Demostene si stesse su di un terreno assai più solido che in quello fra Virgilio ed Omero. Quanto a Virgilio, quella specie di critica ristringeva il valore del poeta in un campo troppo angusto per tanto nome, e per la qualità e la universalità dell'entusiasmo che avea destato. Il valore poetico e nazionale di questo nome, quella parte cioè che generalmente sentita pur non capiva in quel campo ristretto ed incapace di farla vedere nella sua vera e complessa natura, serviva come di lievito ad accrescere le proporzioni della parte che restava definita, dei meriti dotti, spingendo ad esagerarla. La idea della sapienza universale del poeta non si scorge ancora, ma c'è già quella di una sua universalità letteraria per la quale esso regna nella poesia e nella prosa, nella grammatica e nella retorica, ossia negli elementi primi e caratteristici della cultura del tempo; ognuno è prono a trascendere parlando di lui, esagerando più o meno il numero e la varietà dei suoi meriti; nè certamente Marziale esprimeva una idea esclusivamente sua, quando diceva che, se Virgilio avesse voluto provarsi nella lirica e nel dramma, avrebbe superato di leggieri i più grandi lirici e tragici[62]. Fin dal principio adunque si trovano nella nominanza del poeta i segni e le cause di un traviamento di cui vedremo poi le fasi e le proporzioni ulteriori.
CAPITOLO III.
Virgilio è del piccolo numero dei poeti fortunati sott'ogni aspetto. Ammirato per le rare doti del suo ingegno non solo, ma per quelle dell'animo eziandio che rendevanlo uno degli uomini più simpatici del suo tempo[63], quanti furono buoni poeti suoi contemporanei non dubitarono di riconoscere la sua superiorità, e tutti a gara e con parole di entusiasmo gli fecero onore, come scorgiamo da quei che ci rimangono. Non mancarono a lui nemici, chè al genio non mancano mai: ma glieli fece facilmente dimenticare la stima dei grandi d'ogni specie e del popolo romano che, udendo i suoi versi in teatro, unanime sorse in piedi, ed al poeta a caso presente fece segno di rispetto, come solea fare collo stesso Augusto[64]. Egli certamente da quanto ottenne coll'opera sua in vita, dovette argomentare della durevolezza e della immortalità del suo nome.
I segni della popolarità del poeta si ritrovano in ogni sfera. Nell'alta società, che per moda amava darsi l'aria di letterata, la donna saccente, descritta da Giovenale, (secondo lo scoliasta sarebbe Statilia Messalina moglie di Nerone), in mezzo ad un circolo di grammatici e di retori, trattava con molto sussiego e gran profluvio di parole le questioni letterarie più in voga; parlava di Didone; pesava e confrontava il valore di Virgilio e di Omero[65]. Polibio liberto di Claudio, cortigiano molto influente, e dilettante di lettere, assai probabilmente del calibro del suo padrone, intraprendeva una parafrasi latina di Omero ed una greca di Virgilio, ed a lui Seneca, nello scritto che gli ha dedicato, profondeva per tale suo lavoro[66] elogi tanto sinceri quanto gl'incensi che nello stesso scritto profonde al di lui signore, futuro eroe dell'Apokolokyntosis. Anche il teatro era un campo di ogni grande popolarità, nel quale trionfava il poeta. Non solo ivi già mentr'egli era vivo e per più secoli dopo la sua morte furono recitati i suoi versi[67], ma anche da questi si trassero speciali rappresentazioni. Nerone, minacciato da ogni parte, vedendo approssimare la fine, fece voto, se scampava, di rappresentare egli stesso una composizione pantomimica intitolata il _Turno_, desunta dall'Eneide[68]. Era poi una finezza di moda avere nei ricchi banchetti, fra gli altri divertimenti, anche recitazioni di versi omerici e virgiliani. Così anche alla mensa goffamente lauta di Trimalcione vediamo figurare gli Omeristi, e recitato con istrazio crudele da un servo il quinto dell'Eneide[69]. Fra i donativi (Xenia) che l'uso richiedeva si facessero in certe circostanze, erano anche taluni dei libri più in voga; fra questi qualcuna delle poesie minori, od anche tutte le opere di Omero e di Virgilio, scritte elegantemente in piccolo volume, e talvolta anche ornate del ritratto del poeta[70].
Nè il nome di Virgilio e dei poeti della nuova scuola rimase limitato alla sola Roma, ma corse in un attimo per le provincie. Fra le numerose iscrizioni che si veggono tuttora graffite sui muri in Pompei, alcune ci presentano versi di Ovidio e di Properzio, ma più assai di Virgilio[71]. Una di queste ci offre il verso 70 dell'8.ª egloga:
CARMINIBUS CIRCE SOCIOS MUTAVIT ULYXIS; un'altra:
RUSTICUS EST CORYDON;[72]
un'altra, che fa una mesta impressione nella città rovinata e deserta:
CONTICUERE OM[NES].
Queste iscrizioni probabilmente sono dovute a scolari, come ad essi probabilmente si debbono gli alfabeti o le parti di alfabeto che trovansi segnate sul muro in parecchi luoghi di Pompei[73]. Quando accadde la catastrofe di Pompei, nel 79 dell'era volgare, Virgilio era morto da 98 anni, ma quantunque senza dubbio la maggior parte delle iscrizioni graffite pompeiane debba collocarsi nell'intervallo fra l'ultima catastrofe e quella che la precedette sedici anni prima, molte sono certamente assai più antiche; una ve n'è che appartiene di sicuro al 79 prima di Cristo, ed anche uno degli alfabeti pare debba ascriversi al tempo della repubblica[74]. Il nome di Virgilio nella Campania, suo soggiorno prediletto, fu grande già mentre visse, e la sua sepoltura a Napoli lo localizzò in quella regione in un modo tutto particolare. Niente impedisce adunque di credere che sui muri di Pompei possano essere stati graffiti questi versi virgiliani che vi si leggono tuttora, in epoca molto vicina alla vita del poeta e forse anche mentr'egli ancora viveva. E quel «Rusticus est Corydon» ed il «Conticuere omnes» non sono tuttora due dei luoghi virgiliani più volgarmente conosciuti e rammentati da quanti hanno frequentato le scuole? Nè soltanto i graffiti pompeiani offrono prova della popolarità di Virgilio; anche fra le epigrafi propriamente dette s'incontrano, colla più singolar varietà di oggetti, versi del poeta; se ne son trovati su di un cucchiaio di argento, su di un tegolo, in un bassorilievo che rappresenta una venditrice di selvaggina, ed in iscrizioni funebri[75].
Ma il più notevole trionfo di Virgilio e degli altri poeti augustei fu propriamente quello che ottennero nell'insegnamento. Riempito per opera loro il vuoto che già da tempo si faceva sentire nelle lettere latine, sarebbe stata cosa pazza seguitare nelle scuole la vecchia tradizione, e non profittare del nuovo e vitale alimento che si offriva agli studi. Assai più che certe riforme augustee, dava occasione ad un incremento degli studi grammaticali come professione speciale, lo sviluppo a cui la lingua letteraria era arrivata, e il grado di perfezione che avea raggiunto con Cicerone e Virgilio. Appena poste in luce le nuove poesie, furonvi grammatici che se ne giovarono nell'insegnamento, e primo tra questi si crede fosse un Q. Cecilio Epirota, liberto di Attico, il quale, secondo dice Svetonio, per primo nelle sue lezioni elementari fece esercitare i giovanetti nella lettura di Virgilio e degli altri poeti nuovi[76]. È difficile oggi per chi non abbia fatto uno studio speciale sulle condizioni della coltura e degli studi in quell'epoca, figurarsi esattamente quanto grande fosse la potenza e l'influenza dei grammatici nel formare e promuovere le rinomanze letterarie. In quella febbre di produzione letteraria, non soltanto provocata dai gusti di un principe, ma resa di moda anche dalla eleganza dei tempi, per cui fin Trimalcione si atteggiava a letterato, i mezzi d'ottenere pubblicità e favore erano cercati avidamente; come nelle _recitationes_ molti pagavano chi li applaudisse[77], altri ricorrevano ad ogni basso mezzo per ottenere l'accesso nelle scuole dei grammatici, e vedere così i poveri prodotti della loro musa quasi consecrati dall'insegnamento. Il disprezzo con cui Orazio parla di queste arti mostra quanto fossero adoperate[78]. Certo è che l'onore d'essere letti nelle scuole meritava la pena di occuparsene, ed era cosa di conseguenza, anche per noi tardi posteri; poichè i grammatici fecero la scelta di quel tal canone di poeti che per la via delle scuole, e non per altra, è giunto fino a noi. Molti scritti che sono andati perduti nol sarebbero se avessero avuto la fortuna di essere adoperati dai maestri come libri di testo; così pure molti altri furono conservati che non avrebbero meritato un tale onore. Finchè un certo buon gusto dominò fra coloro, principalissimo regnò nelle scuole Virgilio, ed insieme con esso Terenzio ed Orazio, nè mancò chi esponesse Ovidio, Catullo e gli altri che ci rimangono del buon tempo. Più tardi, quando la retorica ebbe più profondamente invaso il campo della poesia, si credettero degni di servir come testi Lucano, Giovenale, Stazio ed altri, ai quali il confronto coi primi riesce invero assai svantaggioso. Questi primi seguitarono però sempre ad essere letti e studiati insieme coi nuovi; e sopra tutti ed invariabilmente Virgilio, col quale e con Omero (finchè gli studi greci seguitarono a fiorire) soleva aprirsi il corso[79].
Durante tutto il primo secolo dell'impero e parte del secondo lo studio grammaticale prende un forte sviluppo e domina tutto il campo letterario, dando luogo per parte di uomini speciali ad opere dotte ed importanti, che saranno poi espilate dai grammatici dei tempi posteriori. Il procedere di coloro era modellato fino ad un certo punto sugli studi grammaticali dei greci. Però, benchè per illustrare Virgilio da essi molto si facesse di quanto si era fatto per illustrare Omero, l'uso ch'essi fecero di Virgilio come autorità grammaticale doveva essere naturalmente ben diverso dall'uso che i greci fecero in ciò di Omero. Anche in questo, come nelle cause fondamentali, la nominanza di Virgilio differisce profondamente da quella di Omero, colla quale pure esternamente ha tanti punti di contatto. Omero era stato molto studiato ed illustrato dagli alessandrini, ma la sua lingua e le sue forme non aveano allora che un valore storico, e quantunque potessero ancora essere e fossero adoperate in certe poesie di ragione intieramente artificiale ed academica, non avrebbero certamente potuto servire di base ad una teoria grammaticale destinata a governare l'uso generale degli scrittori. Virgilio invece, il più alto e definitivo portato dello sviluppo letterario latino, era e doveva essere la base e l'autorità più solenne[80] di ogni dottrina e di ogni studio grammaticale. Esso è infatti come la stella polare di ogni grammatico e nello studio di esso si approfonda chiunque si destina a quella professione[81]. Indubitatamente non vi fu altro scrittore latino sul quale tanti grammatici scrivessero quanto su Virgilio, non uno che servisse alla composizione di opere grammaticali tanto quant'egli.
Il suo valore letterario e la sua autorità grammaticale richiedevano molta sicurezza circa la genuina lezione del suo testo, e più critici se ne occuparono, non soltanto emendandolo secondo congetture, ma anche con l'uso di MSS. autorevoli provenienti dalla sua famiglia, ed anche dei suoi stessi autografi che si conoscevano ancora ai tempi di Plinio, di Quintiliano e di Gellio[82]. Oltre poi alla critica del testo, la illustrazione di luoghi difficili, di vocaboli, di fatti mitologici, geografici e simili, le osservazioni di stile sul tale o tal altro luogo considerato in sè o in confronto con qualche luogo simile di poeta greco, erano i soggetti di dotti trattati d'Igino, amico d'Ovidio e della nuova scuola[83], di Probo che può dirsi l'Aristarco latino, di Anneo Cornuto e di altri assai che sarebbe lungo annoverare, e che non sono poi neppure tutti conosciuti. Altri, come Aspro, facevano commenti che accompagnavano, illustrandole, le opere del poeta[84].
Oltre poi a quanto si scriveva direttamente intorno a Virgilio, moltissime opere grammaticali si dettavano nelle quali gli esempi erano tratti a larga mano da Virgilio assai più che da altri scrittori. Quindi quello scambio, che anche oggi si nota nella antica letteratura superstite, fra i commenti virgiliani e le opere grammaticali, per cui tale osservazione che fa parte di un commento trovasi riprodotta in un'opera grammaticale, e viceversa[85]. Direttamente queste opere non le conosciamo, ma i grammatici posteriori, che se ne servono nelle loro compilazioni, ci possono dare un'idea dell'uso che in esse era fatto del poeta. La primissima dote per cui Virgilio appariva in quelle come re degli scrittori, era la proprietà della lingua[86]. Un esempio luculento dell'autorità del poeta in questo presso i grammatici, lo abbiamo nell'opera di Nonio composta verso la fine del III secolo, nella quale l'autore mise poco o nulla di suo, limitandosi a compilare da opere anteriori, il che costituisce il suo pregio per noi. In quest'opera, che pur non è di gran mole, e che ci dà, per così dire, la somma delle varie autorità usate dai grammatici antecedenti[87], gli esempi desunti da Virgilio sono ben 1500. Nessun altro dei numerosi scrittori citati in essa, sia della repubblica sia dell'impero (il più recente è Marziale), raggiunge questa cifra neppur da lontano; neppur Cicerone che dopo Virgilio è l'autorità principale, nè Varrone che pure è dei più citati. Ed in tutto il campo degli studi grammaticali la stessa prevalenza ha luogo come può facilmente vedere chiunque dia un'occhiata agl'indici degli autori nella edizione del Keil. Per dire tutto in poco, l'uso che fecero di Virgilio i grammatici è cosa tanto sterminata che se tutti i codici di Virgilio fossero perduti, colle notizie che gli antichi ci danno sulle poesie virgiliane e i passi di queste che ricorrono citati, anche dai soli grammatici, si potrebbero ricostruire nella massima parte le Bucoliche le Georgiche e l'Eneide[88]. La maggior parte di quelli esempi avrebbe potuto essere scelta senza dubbio anche altrove; ma l'autorità dell'esempio virgiliano era massima, ed inoltre Virgilio era come la Bibbia di quella gente; era il primo dei libri scolastici, e tutti l'avean sempre per le mani.
La scuola e l'insegnamento orale era il centro dell'attività di tutti quei grammatici; però quel che indirettamente conosciamo dei loro scritti non appartiene certamente alle regioni basse ed elementari dell'insegnamento. Valerio Probo, il più distinto fra tutti gli illustratori di Virgilio, non tenne scuola propriamente detta, ma parlava di cose dotte confabulando in un circolo di pochi e scelti uditori. Nondimeno alcuni scritti anche assai dotti e importanti, come p. es. quello di Aspro, furono fatti appunto per l'insegnamento, ed in generale molte osservazioni e schiarimenti contenuti in trattati critici e dotti furono adoperati dagli autori di commenti fatti per l'uso scolastico. Attraverso alla letteratura dotta di quell'epoca oggi superstite, si può presso a poco indovinare ciò che avveniva nell'insegnamento più elementare. Virgilio era il primo libro latino che prendevano in mano i fanciulli dopo avere imparato a leggere e scrivere, e d'allora in poi esso serviva non meno all'insegnamento elementare che al superiore. Di esso si serviva dapprima il maestro per avvezzare lo scolaro a leggere a senso, distribuendo opportunamente le pause e le inflessioni della voce[89]. Questa scelta, come quella di Omero per lo stesso scopo, è lodata da Quintiliano, non solo per la bellezza di quella poesia, ma anche per gli onesti e nobili sentimenti che ispirano i carmi dei due poeti; «quantunque, soggiunge, ad intendere le loro belle qualità sia necessario un giudizio più maturo; ma per questo resta tempo, chè non saran poi letti una volta soltanto»[90]. Poi di quella lettura il grammatico deve approfittare per far esercitare i giovani a sciogliere in prosa il periodo poetico, a notare la quantità, a rilevare anche ciò che è irregolare, barbaro o improprio, «non però per biasimare i poeti, ai quali, per le leggi metriche che li stringono, molto si concede»[91]. E così su quel testo giungeva il giovane a fare ogni altro esercizio di interpretazione e di illustrazione. Ma tutto questo era più o meno ben fatto secondo il sapere dei grammatici, che nella generalità non era grandissimo. Assai ve n'erano rozzi e dappoco, per tacere dei molti cerretani. Ai più incolti Quintiliano raccomanda l'osservanza di quanto era scritto nei manualetti usati più generalmente nell'insegnamento elementare[92].
CAPITOLO IV.
Un posto simile a quello che teneva nell'insegnamento grammaticale occupava Virgilio anche nello studio retorico che faceva seguito immediatamente allo studio della grammatica e con esso strettamente si connetteva, tanto che alcuni precetti o esercizi di carattere retorico, già eran fatti dal grammatico[93], ed anche molti insegnanti, singolarmente in una più antica epoca, si erano occupati di ambedue gl'insegnamenti[94]. Ma mentre la grammatica nel primo secolo ha uno sviluppo nobile, la retorica si distingue in esso per una notevole decadenza. È una pianta parassita che ha perduto ogni alimento proprio col cadere della libertà, e si regge artificialmente invadendo tutto il campo letterario, dandogli il proprio colorito, paralizzandone o imbastardendone i prodotti. In quella frenesia di declamazione che tanto era generale da proporzionare ad essa gli intenti e le dottrine e i metodi dell'insegnamento e della generale educazione, vario era l'uso del poeta. Naturalmente nella teoria retorica, in tutto quanto si riferiva ai precetti, molto per la esemplificazione si traeva da esso, che era già noto ed usato assai nell'insegnamento antecedente, ed in cui già il grammatico aveva avvezzato i giovani e cercare le figure e i tropi. Nella parte prattica, che era propriamente la principale nelle scuole comuni, oltre ai temi per le declamazioni, ne traevano sentenze, immagini, idee, ed espedienti oratorii, ne imitavano le descrizioni, copiavano talune espressioni felici; e di quest'uso nella scuola e fuori, si ha già esempio fin dai primissimi tempi della sua rinomanza, fra i più distinti retori dell'evo augusteo contemporanei del poeta, fra i quali principalmente, per farsi amico Mecenate, distinguevasi nel prendere molto da Virgilio, Arellio Fusco, uno dei numerosi amici di Seneca il vecchio[95]. A questo aveva servito già, e serviva tuttavia anche Omero, nel quale gli antichi trovavano il più vetusto monumento dello studio retorico, ponendo che i discorsi degli eroi omerici da questo studio fossero guidati. Lo stesso sobrio Quintiliano si entusiasma parlando delle virtù della eloquenza omerica, grande in ogni genere[96]. Qualità retoriche era tanto più facile trovarle in Virgilio, che realmente egli non meno che tutti i poeti dell'evo augusteo, era uscito dalla solita scuola del grammatico e del retore. Ovidio porge colle Eroidi (Suasariae) il più chiaro esempio dello studio retorico di quei poeti. Può essere poi un fatto fortuito, ma forse non lo è tanto quanto pare, che le più antiche citazioni oggi note di versi Virgiliani ricorrano appunto in bocca di retori contemporanei del poeta, i quali o se ne servono per le loro composizioni, o ne parlano da un aspetto retorico[97].