Virgilio nel Medio Evo, vol. I

Part 26

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[495] Questo non posso invero molto ricisamente affermare, poichè troppo poco furono fino ad oggi esplorate le nostre biblioteche per questa sorta di monumenti letterari de' quali i nostri dotti non pare abbiano inteso l'importanza. Delle poesie latine dei Goliardi fin qui pubblicate, pochissime dan segno di provenienza italiana; l'idea che il principale e migliore autore di quella maniera di composizioni sia italiano è accolta da BURCKHARDT (_Die Cultur der Renaissance in Italien_, p. 174 sg.) con troppa facilità. Per ora i MSS. conosciuti di queste poesie appartengono a biblioteche non italiane. In appoggio della tesi contraria BARTOLI (_I precursori del rinascimento_, Firenze 1877, p. 71 sg.) addita qualche MS. di biblioteche nostre; ma contro di lui ved. STRACCALI, _I Goliardi_, Firenze 1880, p. 54 sgg.; cfr. anche WATTENBACH _Deutschl. Geschichtsquell_. (6ª ed.) I, p. 477. — Anche indipendentemente dai Goliardi, in epoche del medio evo anteriori a questi, l'Italia apparisce in ciò assai men ricca di altre nazioni, come può vedersi nella raccolta di DU MÉRIL, _Poésies populaires latines du moyen age._ Paris, 1847.

[496] Cfr. BARTSCH, _Zu Dante's Poetik_ in _Jahrbuch der deutsch. Dantegesellschaft_ III, p. 303 sgg.

[497] L'esigenza dell'istinto artistico prevalente fra noi era grande per questo lato; tutto essendo rimesso al gusto individuale, e l'uso letterario non essendo ancora arrivato a norme fisse e nettamente formulate, i minori ingegni trovavansi talvolta più imbarazzati nello scriver volgare che nello scriver latino. Fra gli altri sono notevole esempio di questo ch'io dico, le parole che leggonsi in un codice senese del _Fior di Virtù_: «Poichè de' vocaboli volgari sono molto ignorante, però che io gli ho poco studiati; anche perchè le cose spirituali, oltre non si possono sì propriamente esprimere per paravole volgari come si sprimono per latino e per grammatica, per la penuria dei vocaboli volgari. E perciò che ogni contrada, et ogni terra ha i suoi propri vocaboli volgari diversi da quelli de l'altre terre et contrade; ma la grammatica et latino non è così, perchè è uno apo tutti e latini. Però vi prego che mi perdoniate se non vi dichiaro perfettamente le sententie et le verità di questo libro.» ap. DE ANGELIS, _Capitoli dei Disciplinati_ ecc. (Siena, 1818) p. 175. C'era dunque un gusto imperioso a cui doveva chiedere scusa chi non si sentiva forte abbastanza per soddisfarlo. Il latino, comunque _grosso_, era _grammatica_, come lo chiamavano allora in Italia e altrove; avea regole ed uso più determinati, e minori per esso erano le esigenze artistiche. Pare impossibile che il Porr, il quale ha capito tante cose, non abbia capito la ragione semplicissima di quest'uso medievale della parola _grammatica_; ved. _Zeitschr. f. vergl. Sprachforsch._ I. p. 313.

[498] «Questo (volgare) sarà quel pane orzato del quale si satolleranno migliaia e a me ne soverchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo il quale sorgerà ove l'usato tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre e oscurità, per lo usato sole che a loro non luce.» _Convito_, I, 13. Dinanzi a questa profonda, miracolosa divinazione di quell'erculeo intelletto, quanto ridicolamente meschino appare il sussiego aristocratico con cui disprezzano il volgare i perrucconi dell'epoca, e quanto paiono bambini quegli amici di Dante che, come Giovanni del Virgilio (_Carm._ v. 15) lo consigliavano a scrivere in latino il suo poema perchè «clerus vulgaria temnit!»

[499] Con poche parole, ma con giustissime vedute, confronta per questo lato Dante e Raimondo Lullo l'ERDMANN, _Grundriss der Gesch. d. Philosoph._ I, p. 367 (2.ª ediz.).

[500] ABELARDO confessa chiaramente di citare luoghi classici di seconda mano (Op. p. 1045): «quae enim superius ex philosophis collegi testimonia, non ex eorum scriptis, quorum pauca novi, imo ex libris Sanctorum Patrum collegi.»

[501] Dei rapporti di Dante col risorgimento troppo di volo han toccato il BURCKHARDT (_Die Cultur der Renaissance in Italien_, p. 199 sg.) e il VOIGT (_Die Wiederbelebung des classischen Humanismus_, p. 9 sgg.); più ne ha detto il WEGELE (_Dante Alighieri's Leben_ etc. p. 568 sgg.) e lo SCHÜCK nel lavoro speciale che sotto citeremo.

[502] Che Dante non sapesse il greco è cosa evidente per chiunque sappia il greco e allo studio di Dante abbia unito quello della cultura e del sapere medievale. Nondimeno su Dante se ne dovevan dire d'ogni sorta. Il CAVEDONI ha notato per chi nol sapeva quel che intorno a ciò si deve pensare, nelle sue _Osservazioni critiche intorno alla questione se Dante sapesse il greco_. Modena 1860. Ved. anche lo scritto di SCHÜCK citato qui appresso.

[503] Intorno agli studi classici di Dante veggasi il lavoro di SCHÜCK, _Dante's classische Studien und Brunetto Latini_ in _Neue Jahrbb. f. Philol. und Paedag._ 1865, 2.º Abth. p. 253-289.

[504] Parlando del _Lelio_ di Cicerone dice: «E avvegnacchè duro mi fosse prima entrare nella loro sentenza, finalmente v'entrai tant'entro quanto l'arte di grammatica ch'io avea e un poco di mio ingegno potea fare.» _Convito_ II, 13.

[505] Singolari sono, fra le altre, le idee ch'egli ha sulla Comedia e la Tragedia. Non risulta da alcun suo scritto ch'ei conoscesse Plauto, Terenzio e Seneca tragico, pur noti nel medio evo. Il luogo di Terenzio a cui si riferisce _Inf._ XVIII, 133, senza dubbio è desunto dal _Lelio_ di Cicerone.

[506] _Convito_ II, 1; IV, 25, 27, 28.

[507] Parlando di un detto di Giovenale: «e in questo (con reverenzia il dico) mi discordo dal poeta.» _Convito_ IV, 29.

[508] Una delle grandi autorità della scuola grammaticale di quel tempo, EBERHARDO DA BETHUNE nel suo _Laborintus_ segna questi poeti fra gli altri da farsi leggere ai giovani nelle scuole. (Tractat. III _De versificatione_). Un'altra grande autorità di simil genere e di quell'epoca, ALESSANDRO DA VILLEDIEU invita piuttosto alla lettura di poeti o versificatori cristiani (principalmente delle cose sue), distogliendo dal leggere gli antichi. Cfr. THUROT, op. cit. p. 98.

[509] SCARTAZZINI (_Dante Alighieri, seine Zeit_ etc. Biel 1869, p. 232 sgg. e _Zu Dante's innere Entwicklungsgeschischte_ in _Jahrb. d. deutsch. Dantegesellesch._ III, 19 sgg.) sostiene, fondandosi principalmente sull'ultimo canto del Purgatorio, che in certa epoca della vita del poeta il dubbio s'introducesse nell'animo suo, e gravi oscillazioni si determinassero nella sua coscienza, senza però ch'ei giungesse mai ad una negazione o ad essere scettico o indifferente. Neppur io ho mai potuto convincermi che una mente tale a cui fu dato vedere tanto al di là delle menti contemporanee, non avesse dei momenti di dubbio, e non sentisse, almeno momentaneamente, il debole della credenza cristiana. Ma ciò in ogni caso non poteva avvenire che per fatto d'impulsi istintivi e passeggeri, poichè era del tutto impossibile allora andar più oltre in tal materia, formulando per via dialettica e con quieta coscienza una ferma negazione. La mente la più robusta mancava del punto d'appoggio per usare la sua potenza a sollevare, nell'indagine del vero, la plumbea cortina dell'idea religiosa. La filosofia dell'esperienza non era nata.

[510] Sull'elemento antico in Dante ha scritto notevoli pagine il FAURIEL (_Dante et les origines de la langue et de la litt. ital._ II, p. 420 sgg.); ma ei non si è trattenuto a considerare fino a qual punto questo elemento in Dante rappresenti quella stessa cosa che rappresenta in tutto il medio evo. Meglio ciò risulta da quanto intorno a Dante per questo lato ha scritto il PIPER nella sua opera _Mythologie der christlichen Kunst_, I, p. 255 sgg.

[511] «Nos autem cui mundus est patria velut piscibus aequor, quamquam Sarnum biberimus ante dentes, et Florentiam adeo diligamus, ut quia dileximus exilium patiamur iniuste etc.» _De vulg. eloq._ I, c. 6. Al grande esule, ferito nel suo sentimento patrio, è momentaneo conforto ricorrere colla mente all'idea astratta della universale fratellanza umana.

[512] «... e tutti questi cotali sono gli abominevoli cattivi d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri» _Convito_ I, 11.

[513] I fatti della saga troiana de' quali parla, non li conosce che dai latini ed anche con mescolanza d'idee medievali, come vedesi nella fantastica fine che fa fare ad Ulisse (_Inf._ XXVI, 91 sgg.). Neppur pare conosca Ditti e Darete, tanto usati nel medio evo. Anche l'_Homerus latinus_ pare siagli ignoto (cfr. Convito I, 7). Nei pochi luoghi ne' quali cita Omero la sua fonte immediata è Aristotele, una volta Orazio. Cfr. SCHÜCK, op. cit. p. 272 sgg.

[514] Virgilio gli dice:

«................ e così canta L'alta mia tragedia in alcun loco; Ben lo sai tu che la sai tutta quanta.» _Inf._ XX, 112.

[515] _Purg._ XXI, 94.

[516] Pare incredibile che HEEREN abbia potuto scrivere sul serio che Dante conobbe Virgilio solo per autorità altrui! «Selbst die Rolle die Virgil in Dante's Gedichte spielt zeigt wohl dass er ihn mehr aus Nachrichten anderer als aus eigner Einsicht kannte». _Gesch. d. klass. Litt. im Mittelalt._ I, p. 320.

[517] WITTE ha voluto riferire queste parole al _De Monarchia_, ed anche a me è sembrato per un momento che il poeta pensasse qui alle sue prose. Ma oltre ad altre ragioni, il poeta stesso ci vieta di ciò ritenere dicendoci chiaramente che lo stile del suo poetare è quello di cui si gloria; in esso soltanto egli sa di essere, com'è in realtà, novatore. Contro Witte argomenta WEGELE (_Dante Alighieri_ p. 348 sg.), il quale però non ha inteso neppur egli il significato di questo luogo dantesco, riferendo lo _stile_ di cui qui parla il poeta alla parola, ed alla imitazione formale di Virgilio.

[518] A questo condurrebbe quanto sostiene il PEREZ nelle pagine (_La Beatrice svelata_ p. 65 sgg.) che ha consecrate alla definizione di questo stil nuovo di Dante. Negare l'allegoria in Dante non si può; ma questa non era che un modo allora naturale ed ovvio di quella dottrina e profondità di pensiero che Dante richiede nel poeta; non è però in essa che Dante fa consistere la poesia in generale, nè la propria poesia in particolare.

[519] Il «primo amico» di Dante, Guido Cavalcanti, era anch'egli poeta di stil nuovo, e Dante stesso ci dice quanta armonia fosse fra loro nel concetto della poesia volgare. Questo non avrebbe potuto essere se, come molti interpreti antichi e moderni hanno voluto, quel verso (_Inf._ X, 23) «Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno» dovesse intendersi alla lettera, quasi realmente Guido fosse sprezzatore di Virgilio e degli antichi poeti. Nel luogo ove quel verso ricorre trattasi manifestamente dell'idea più profonda che è incarnata nel viaggio di Dante. È per me chiarissimo che la ragione per cui Dante dice che quel suo amico e compagno prediletto non trovasi con lui per quella via, non può in alcuna maniera riferirsi a differenze che esistessero fra loro nell'idea artistica (poichè nè tali differenze c'erano nè ivi sarebbe stato luogo a parlarne), ma si bene nelle tendenze speculative e nel pensiero filosofico, quali sappiamo che realmente esistettero. Cfr. PEREZ, op. cit. p. 382 sg. e meglio D'OVIDIO nel _Propugnatore_ III, 2 p. 167 sgg. (_Saggi critici_, Napoli 1879, p. 312 sgg.). Altrimenti intende FINZI (_Saggi danteschi_, Torino 1888, p. 60 sgg.) riferendo, con assai leggero argomentare, quel verso alla troppo scarsa stima che Guido, secondo Dante, professò pel Mantovano.

[520] Ved. _Inf._ I, 67 sgg. _Purg._ III, 25 sgg.; VII, 4 sgg.; XVIII, 82 sg.

[521] _Purg._ XVIII, 46 sgg.

[522] Si noti quanti luoghi della Divina Comedia ha occasione di citare GUIDO DA PISA nel narrare i fatti di Enea.

[523] _Parad._ XXV, 7 sgg.

[524] _Purg._ II, 106 sgg.

[525] «... in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenzia d'Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenzia.» _Convito_ IV, 17; ved. sull'autorità d'Aristotele e le sue ragioni principalmente _Convito_ IV, 6.

[526] La più curiosa espressione del primato d'Aristotele nel tempo della scolastica, rimpetto al tradizionalismo delle VII arti, è il _Fabliau_ intitolato _La bataille des VII ars_. Ivi è detto fra le altre cose:

«Aristote, qui fu a piè Si fist chéoir Gramaire enverse. Lors i a point mesire Perse, Dant Juvenal et dant Orasce, Virgile, Lucain et Etasce, Et Sédule, Propre, Prudence, Aratur, Omer et Térence: Tuit chaplèrent sor Aristote Qui fu fers com chastel sor mote.»

Ved. JUBINAL, _Oeuvres compl. de Ruteboeuf_, II, p. 426. _Propre_ non è, come vuole Jubinal, Properzio, ma il poeta cristiano Prospero.

[527] Ved. LAMBERTUS DE MONTE, _Quid probabilius dici possit de salvatione Aristotelis Stagiritae._ Col. 1487. Un tempo Tertulliano chiamava Aristotele «patriarcha haereticorum», e Lutero più tardi lo chiamava «hostis Christi!» Nella poesia francese intitolata: _Enseignements d'Aristote_, lo Stagirita parla di Cristo e della credenza cristiana, del tutto come cristiano. Ved. _Hist. Litt. de la France, XIII_ p. 115-118. Cfr. RUTH, _Studien über Dante Allighieri_ p. 258 sgg.

[528] Dante esprime chiaramente nella Divina Comedia di non aver diretto rapporto co' greci e di conoscerli e intenderli solo per mezzo de' latini. Dinanzi a Diomede ed Ulisse (_Inf._ XXVI, 73 sgg.) Virgilio gli dice:

«Lascia parlare a me; ch'io ho concetto Ciò che tu vuoi; ch'e' sarebber schivi, Perchè ei fur Greci, forse del tuo detto.»

Poi dinanzi a Guido di Montefeltro (_Inf._ XXVII, 33) gli dice:

«.... parla tu, questi è latino.»

[529] Dante ebbe la coscienza della nobilitazione ch'egli effettuava del tipo di Virgilio e del suo vedere in quel poeta più addentro che altri allora non facesse. Ad altro non credo possa riferirsi quel ch'ei dice di Virgilio (_Inf._ I, 9): «chi per lungo silenzio parea fioco.» Intendere, come molti fanno, che Virgilio fosse stato a lungo dimenticato e negletto non si può, poichè Dante sapeva che ciò non era, e chiama Virgilio «_famoso_ saggio» e dice che la sua «fama ancor nel mondo dura».

[530] È tale l'oscitanza di taluni espositori di Dante, che si è voluto trovare un'allusione alla magia di Virgilio in quei versi (_Inf._ IX, 22):

«Ver'è che altra fiata quaggiù fui Congiurato da quella Eriton cruda Che richiamava l'ombre a' corpi sui.»

Quasi che fosse mago chi soggiace alle arti di una maga! Dante come tant'altri grandi uomini del suo tempo crede alle arti magiche, ma le considera come brutte e colpevoli _frodi_. FINZI (_Saggi danteschi_ p. 157) sostiene nondimeno la vecchia tesi con un argomentare però che lo mostra assai inesperto di ciò ch'ei chiama «la tradizione popolare.» Acute e giuste osservazioni ha su di ciò D'OVIDIO, _Dante e la Magia_ in _Nuova Antologia_ 1892, p. 213 sgg.

[531] _Inf._ XX, Virgilio parlando dei maghi, indovini ecc. dice: v. 28 «Qui vive la pietà quand'è ben morta;» v. 117 «Delle magiche frodi seppe il giuoco;» v. 121 «Vedi le triste che.... fecer malie con erbe e con imago.»

D'Ovidio nello scritto sopra citato difendendo questa nostra tesi si spinge troppo in là, quando con ingegnoso artificio vuol provare (p. 216 sgg.) che lo sdegno manifestato da Virgilio in quel canto contro i maghi e gl'indovini è come una protesta indirettamente introdotta da Dante contro la leggenda che facea di lui un mago. Ai maghi, siano diabolici o no, Dante non fa mai speciale attenzione; essi in quel canto non sono ricordati che incidentemente e secondamente; i peccatori ivi contemplati, come si rileva pur dalla natura della punizione ad essi inflitta, sono gl'indovini, e la collera di Virgilio dinanzi a questi non fa che rappresentare la stizza di Dante stesso contro gli astrologhi quali Michele Scoto e simili, influentissimi, e in alte regioni, ai suoi tempi. La leggenda non fece mai di Virgilio un indovino, ed anche facendone un mago non gli attribuiva fin lì nè _magiche frodi_ nè _malìe_ nè _fattuccherie_, ma opere benefiche prodotte per straordinaria conoscenza dei segreti della natura; ingenuità inoffensive, iperboli popolesche di glorificazione, che potevano meritare un'alzata di spalle o anche una risata, ma non poi tanta collera. I versi, generalmente sì male intesi, «Chi è più scellerato di colui Che al giudizio divin passïon porta?» si riferiscono esclusivamente agli indovini; _passione_ è qui adoperato nel senso filosofico, come contrapposto di _azione_. Iddio essendo per sua natura essenzialmente _azione_ o _atto_, inaccessibile a _passione_ ossia all'esser passivo, scelleratissimo è colui che scrutando, come fa l'indovino, il giudizio suo _imperscrutabile_ vi _porta passione_, ossia lo _rende passivo_. Quindi Virgilio riprende e tratta di «sciocchi» coloro che, come allora Dante, si commuovono dinanzi al supplizio di quei dannati, non intendendo la profonda gravità della loro colpa, che offende Iddio nella essenza sua stessa, tanto che dinanzi ad essi chi vuol esser _pio_ non può esser _pietoso_: «Qui vive la pietà (_come opposto di_ empietà) quand'è ben morta» (_come_ pietosità); solo con tal gioco di parola (cosa non insolita in Dante) fondato sui due significati della parola _pietà_, si può a nostro avviso ben intendere quel verso assai maltrattato dagli espositori.

[532] Cfr. KLOTZ, _De verecundia Vergili_, in _Opuscula varii argumenti_ p. 242 sgg.

[533] Per tal macchia attribuita a Virgilio da biografi e da commentatori, nasceva l'idea anacronistica e leggendaria che quando Cristo nacque morirono tutti i sodomiti e fra questi Virgilio; così Saliceto ap. Emanuel de Maura Lib. de Ensal. sect. 3, c. 4, num. 12; ved. Naudé, Apologie pour tous les grands personnages soupçonnés de magie p. 628 sg.; Herder ha tentato con poco successo di purgare Virgilio da queste accuse, singolarmente dando alla 5.ª ecloga una interpretazione allegorica; Ueber die Schamhaftigkeit Virgil's in Kritische Wälder II, p. 188; cfr. Genthe, Leben und Fortleben des P. Vergilius Maro, p. 28 sgg.

[534] «Siccome pare Tullio recitare nel primo di _Fine de' beni_.» _Conv._ IV, 6. Il _De natura deorum_, da cui avrebbe potuto desumere più copiose notizie sull'epicureismo, non lo conosce.

[535]

«Questi è Nembrotto per lo cui mal coto Pure un linguaggio nel mondo non s'usa.» _Inf._ XXXI, 78.

[536] «se tu ti rechi a mente Lo Genesi» _Inf._ XI, 106; «La tua Etica» Ib. 80; «la tua Fisica» ib. 102.

[537]

«— E disiar vedeste senza frutto Tai che sarebbe lor disio quetato, Ch'eternamente è dato lor per lutto.

Io dico d'Aristotele e di Plato, E di molti altri. — E qui chinò la fronte E più non disse e rimase turbato.

_Purg._ III, 43 sgg.

[538] _Purg._ VI, 28 sgg.

[539] Bello per mirabile finezza e importante per intendere in qual guisa si presentasse alla mente cristiana di Dante l'antica favola poetica, di cui fa tanto uso, è il luogo del _Purgat._ XXVIII, 139 sgg. ove Matelda, in presenza di Virgilio e Stazio, finisce di parlare dicendo:

«— Quelli che anticamente poetaro L'età dell'oro e suo stato felice, Forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l'umana radice, Qui primavera sempre, ed ogni frutto; Nettare è questo di che ciascun dice. —

Io mi rivolsi addietro allora tutto A' miei Poeti, e vidi che _con riso_ _Udito avevan l'ultimo costrutto_.»

[540] Cfr. Intorno a ciò FAURIEL, _Dante et les origines_ etc. II, p. 435 sgg.; OZANAM (_Dante et la philosophie cathol. au treiz. siècle_, p. 324 sgg.) ha consecrato un lungo lavoro d'indagine ai precursori di Dante in fatto di visioni o viaggi poetici nel mondo invisibile. Quantunque assai istruttivo, poco serve questo lavoro alla intelligenza della creazione dantesca, che per la natura sua propria è cosa originalissima, e con quei così detti precursori (eccettuato Virgilio) non ha che punti di contatto esterni o fortuiti.

[541] Così chiama i poeti coi quali si trova nel limbo (_Inf._ IV, 110), così spesso Virgilio (_Inf._ VII, 3; XII, 6; XIII, 47) e Stazio (_Purg._ XXIII, 8; XXXIII, 15).

[542]

«Ei mi parea da sè stesso rimorso: O dignitosa coscïenza e netta, Come t'è picciol fallo amaro morso!»

_Purg._ III, 7 sgg.

[543] «Qualche rara e lieve accigliatura pedagogica» crede il D'OVIDIO (_Saggi critici_, p. 326) di riconoscere nel Virgilio dantesco, e cita come esempio le parole «o creature sciocche, Quanta ignoranza è quella che v'offende!» _Inf._ VII, 70. Ma ivi, benchè parli Virgilio, lo spregio delle idee volgari è di Dante stesso, come la fantastica teoria che poi Virgilio espone sulla Fortuna è cosa prettamente dantesca e medievale, non punto virgiliana.

[544] Cfr. WOLFF, _Cato der jüngere bei Dante_ in _Jahrb. d. deutsch. Dante-gesellschaft_ II, 225 sgg.

[545] È questo l'aspetto principale da cui il Virgilio di Dante è stato studiato dal RUTH nei suoi _Studien über Dante Allighieri_ (Tübing. 1853) p. 203 sgg., al quale rimandiamo per maggiori sviluppi. Ruth ha scritto anche uno speciale articolo sul Virgilio di Dante, _Ueber die Bedeutung des Virgil in der Divina Commedia_ in _Heidelberger Jahrbücher_, 1850.

[546] Prima di Dante, ed anche prima del medio evo di proprio nome, colui che più si è servito di Virgilio come cantore della potenza romana, per uno scopo storico-filosofico, è Agostino. Ma Agostino ed Orosio suo discepolo, che vedevano Roma cadente e persecutrice, e la udivano accusare il cristianesimo del suo cadere, non potevano arrivare a quei concetti che il medio evo suggeriva a Dante. Roma pagana era ancor troppo prossima ad essi cristiani, e d'altro lato essi non videro il cristianesimo di perseguitato divenir persecutore sanguinario alla sua volta, e la storia della chiesa mutarsi in un libro osceno.

[547] _Li romans de Dolopathos publié pour la première fois en entier par_ CH. BRUNET _et_ ANAT. DE MONTAIGLON, Paris (Jannet) 1856. Esiste in parecchi manoscritti un testo latino del Dolopathos, reso già noto dal prof. MUSSAFIA, che lo considerò come l'originale del monaco Gianni di Hauteseille (_Ueber die Quelle des altfranzösischen Dolopathos._ Wien, 1865; e _Beiträge zur Litteratur der sieben Weisen Meister_, Wien, 1868). I dubbi su di ciò da me e da altri espressi furono tolti di mezzo dalla edizione che ne diede l'OESTERLEY _Ioh. de Alta Sylva Dolopathos sive De rege et septem sapientibus_, Strassb. u. London 1873 sulla quale veggasi l'eccellente critica di G. PARIS in _Romania_ II, 1873, p. 481-503 (per le date ved. p. 501) e STUDEMUND in _Zeitschr. f. deutsch. Alterth._ N. F. VIII, p. 415-425.

[548] Cfr. D'ANCONA, _Il libro dei Sette savi di Roma_, Pisa (Nistri) 1864.

[549] La storia e la prima forma di questo libro ho cercato di rintracciare nel mio lavoro, _Ricerche intorno al Libro di Sindibâd_, Milano, 1869, _Researches respecting the Book of Sindibâd_ (transl. by H. CH. COOTE), London 1882.

[550] v. 12369 sgg. (_Aen._ VIII, 40 sg.).

[551] Dolopathos era d'origine troiana:

«De Troie fu ses parentez» v. 162.

[552]

«Por ce ot nom Dolopathos Car il soufri trop en sa vie De doleur et de tricherie» v. 164 sgg.

[553] v. 12890 sg. (AUGUST. _De civitat. D._ XVIII, 17-18).

[554] «Je sais tot le Viez Testament» v. 4780.

[555]

«Cesar ot par toute la vile Commandé que tuit l'ennoraissent Et seignorie li portaissent.» v. 1652 sgg.

[556] v. 1257 sgg.

[557] v. 1318 sgg.

[558] v. 1396 sgg.

[559]

«La VII est Astrenomie Qui est fins de toute clergie»

_Image du monde_ ap. JUBINAL, _Oeuvres compl. de Ruteboeuf._ II, p. 424.

[560] Lo dichiara diffusamente v. 1162 sgg.

[561] v. 12530 sgg.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.