Virgilio nel Medio Evo, vol. I
Part 2
Tornando dunque all'epopea, è chiaro che i romani dovevano avere una naturale tendenza all'epopea storica, ed il fatto stesso lo prova colla quantità di epopee storiche che essi ebbero da Nevio a Claudiano[19], fatto che non ha riscontro presso i greci, e per buone ragioni. Ma quel sentimento, che animava tutto il mondo romano e tanto avea bisogno di espansione, era di natura e di origine tale, che riusciva sommamente difficile trovarne l'espressione epica. Considerato nella sua causa ed astrattamente, esso è tale che s'intende come dovesse naturalmente spingere all'epopea; ma quando si cercasse per questa un subbietto in cui concretarlo e dargli una formola adeguata, subito si presentava la base storica su di cui esso riposava, e ciò a scapito; poichè il fatto storico, finchè sia presente alla mente come tale, non può in alcuna guisa servire all'epopea. Per tale scopo conviene che prima esso diventi fatto epico, è necessaria cioè una elaborazione della fantasia, non di un individuo ma della nazione, che lo tramuti in ideale poetico; opera giovanile di cui l'animo nazionale non è più capace in epoche di maturità storica. A sciogliere il difficile problema i greci non aveano fatto nulla, perchè un problema tale ad essi, popolo di natura affatto diversa, non si era mai presentato. Il più noto tentativo di epopea storica presso i greci fu, nell'epoca classica, il poema di Cherilo di Samo sulla guerra persiana, il quale, fondato su di un avvenimento che, quantunque glorioso, non figurava che come un incidente nella vita della nazione, nè rappresentava in alcuna guisa l'essenza stessa di quella, non ebbe che un successo politico momentaneo e passeggiero. L'idea nazionale greca si era già manifestata nella poesia ben più luminosamente e con forme ben più appropriate. Ma il sentimento dei romani era tanto gagliardo e potente, e la natura loro di popolo storico era tanto fortemente pronunziata che non solo le epopee storiche presso di loro furono più numerose che presso di altri, ma ebbero anche maggior successo di quello si sarebbe potuto aspettare dall'epopea storica anche la meglio concepita, quando la freddezza sua naturale non fosse stata compensata dal calore straordinariamente intenso e persistente del sentimento a cui era rivolta, e che anche l'avea suggerita. Ed infatti, cessato quello nell'epoca moderna, anche le migliori di esse sono affatto cadute a terra. Se però un certo relativo successo era possibile per quelle epopee storiche, ed anche per quelle di esse che riunivano (quelle di Ennio e di Nevio, per esempio) in uno strano connubio la favola e la storia, tanto per ragioni di forma quanto per la insufficienza poetica del soggetto, il bisogno nazionale non ne era rimasto completamente soddisfatto. Aver trovato una soluzione di questo problema difficile e complicato è appunto il merito fondamentale del mantovano, ed una causa principale di quell'entusiasmo che destò la sua epopea, e che durò in grandi proporzioni finchè rimase vivo quel sentimento di cui era la più nobile completa e fedele espressione poetica. Le mire nazionali di Virgilio come di altri poeti augustei sono sempre evidentissime, nè appariscono soltanto prodotte da impulsi istintivi e non avvertiti, come in tanti altri scrittori romani, ma sono spesso calcolate nell'intento artistico. Virgilio non volle comporre un'epopea che avesse un carattere puramente letterario o dotto, alla maniera degli alessandrini, e non iscelse quindi, come altri fece prima e dopo lui, un tema dalla ricca saga greca, quale la Piccola Iliade, la Tebaide, l'Achilleide od altro simile sprovvisto di ogni valor nazionale pei romani. Guidato da un istinto artistico maraviglioso in un epico di quel tempo, egli arrivò anche a scansare tutti quei temi storici che tanto tentavano altri poeti, ed aveano tentato alla prima anche lui, e si determinò pel solo che, fra le tradizioni allora in corso presso i romani, offrisse quel carattere eroico ideale che è indispensabilmente richiesto dall'epopea, ed insieme fosse nazionale, se non di origine, certo di significato[20]. Com'egli a ciò arrivasse per semplice sforzo di genio poetico, modificando gradatamente il concetto primordiale dell'opera sua, è cosa che si rileva da parecchi indizi con certa chiarezza, e che non può lasciare inosservata chi voglia equamente giudicare di lui. Imperocchè, per le ragioni generali che abbiamo dette, anche a lui, quando volle intraprendere la composizione di un poema nazionale, si presentò per prima l'idea di un argomento storico latino o romano. Già prima che scrivesse le Bucoliche avea pensato ad un poema sui Re di Alba; ma presto abbandonò quell'idea, come dice il biografo, «offensus materia»[21]. Più tardi, entrato già in rapporto con Augusto, si decise seriamente alla composizione di un poema, e di nuovo il soggetto che gli si affacciò primo alla mente fu di natura storica. La grandezza degli avvenimenti contemporanei, e l'amicizia del principe che tanto prevalse in quelli, lo condussero naturalmente a scegliere per tema le Gesta di Ottaviano[22]. Tale egli stesso dichiarava essere il lavoro da lui meditato, allorchè nel 29 leggeva in Atella[23] le Georgiche ad Augusto tornato d'Asia[24]. Da questo primo soggetto, a forza di modificare il piano primitivo secondo le esigenze del suo sentimento artistico, egli giunse a comporre l'Eneide nel corso di undici anni, cioè dal 29 fino alla sua morte. Nel 26 già Properzio conosceva alcune parti del lavoro e ne parlava entusiasticamente come di grande cosa che andavasi facendo, ma profondevasi più largamente nelle lodi delle Bucoliche e delle Georgiche sulle quali fin lì riposava la rinomanza del poeta. Dalle parole di Properzio, come anche da quanto scriveva Virgilio stesso in quel torno ad Augusto[25], si rileva[26] che le parti del poema allora composte appartenevano già a ciò che poi rimase l'Eneide, ma il poeta manteneva ancora il pensiero di arrivare col suo poema da Enea ad Augusto. Come oggi si vede, inoltrandosi nel suo lavoro egli con tatto felicissimo eliminò ogni idea di narrare fatti puramente storici, facendo così un poema epico-storico, ed invece diede corpo al suo disegno solo rammentando fatti e personaggi storici di volo e per via di occasioni artisticamente colte o procurate, senza che ne rimanesse menomata la natura propriamente eroica e poetica degli avvenimenti che formano il soggetto fondamentale del poema[27]. Della opportunità artistica di questo procedere si accorsero anche i critici antichi, i quali seppero pur ben definire quanto per questo lato Lucano siasi mostrato inferiore a Virgilio[28]. E così nacque l'Eneide, in un modo che agli occhi nostri mostra patentemente quanto chi la scrisse fosse nel concetto e nel sentimento della poesia superiore ai migliori poeti della sua epoca, della più splendida epoca che s'incontri nella storia dell'arte, dopo quella delle grandi creazioni greche.
La critica moderna ha potuto ragionevolmente distruggere certe vecchie idee sul valore storico della saga di Enea, e sulla provenienza di essa[29]; le sue negazioni non potranno mai estendersi a questo fatto indiscutibile, che questa saga già fin dal tempo della prima guerra punica la troviamo in corso fra i romani, e che resa popolare dai poeti, dagli storici, dal teatro, dalle arti plastiche, dal culto e dagli atti stessi dello stato, ai tempi di Virgilio essa aveva acquistato il valore di una saga nazionale estremamente simpatica a tutti gli uomini di cultura romana e del tutto armonizzante colla poesia propria del sentimento romano[30]. Certo se si fosse trattato di comporre un'epopea che fosse in tutto dell'indole dell'epopea omerica, a ciò si sarebbe prestata assai male anche quella saga per gli elementi e caratteri eterogenei che racchiudeva; ma ciò che doveva esprimere l'epopea virgiliana era ben diverso di natura da quanto avea espresso l'epopea omerica, e rimpetto a questo scopo i difetti del tema, pur rimanendo, erano assai meno sensibili. Omero si muove in un'atmosfera tutta ideale; egli non può mai volgere lo sguardo alla storia, che nascerà soltanto più secoli dopo di lui; i limiti e le proporzioni reali dell'essere umano e della sua attività sono tanto lontani dalla sua mente nell'opera poetica, che ben di rado, e solo come termine di paragone, richiama la povera mole dell'uomo vero e proprio (οἷοι νῦν βροτοί εἰσιν); figlio di una età senza storia, egli è l'interprete di una idealità nazionale che è già esclusivamente poetica di per sè stessa. Il poeta latino invece vivendo nella più alta fase dello sviluppo storico della nazione, doveva, tenendosi nell'ambiente ideale voluto dall'epopea, mirare pur costantemente alla storia nella quale avea le sue radici quell'universale sentimento che allora raggiungeva la sua massima intensità, più che mai bisognoso di grandiose espansioni[31]. Conscio di questo suo ufficio ed assistito nel compierlo da una genialità tutta sua propria[32], egli coordinò il suo poema, nel soggetto e nella trattazione, così strettamente colla storia romana, ch'esso può dirsi una preparazione a quella ed insieme un riassunto poetico dell'impressione ch'essa lasciava nell'animo di quanti la contemplavano[33]. Come accade sempre quando si trova la formula lungamente desiderata che esprima intieramente ciò che è nell'animo di tutti, il poema fu accolto con uno scoppio di generale entusiasmo in tutto il mondo romano.
È mirabile vedere con quanto interesse tutti gli uomini colti s'informassero dei progressi di quella grande composizione, e quanto forti, visibili influenze essa esercitasse, fin dal suo nascere sulle lettere latine. Mentre il poeta l'andava componendo, Augusto, Mecenate e tutta la schiera di amici, cortigiani, dilettanti, poeti, retori che li attorniava, erano più o meno al corrente del lavoro, di cui varie parti venivano dall'autore grado grado recitate in quei circoli. Quando Virgilio morì, non altra pubblicità che questa aveva avuto il poema, di cui niuna parte era stata condotta a quel grado di perfezione che meditava il poeta; ma un vasto pubblico ne conosceva l'esistenza e, per l'incontro avuto dai saggi recitati agli amici, grandissima era l'aspettazione. La pubblicazione ebbe luogo per opera dei due amici di Virgilio, legatari dei suoi scritti, Tucca e Vario, ai quali Augusto impose quell'incarico delicato. Quanto tempo impiegassero nel preparare quella pubblicazione non sappiamo, ma certamente dovette essere assai breve[34]. L'impressione fu profonda e universalmente vivissima. In quel poema, che divenne il primo titolo della nominanza dell'autore, tutti riconobbero la più grande opera della poesia latina[35], e per esso divenne Virgilio pei romani, come poi lo chiamava Velleio, il «principe dei carmi»[36]. Lo studio di Virgilio e della sua fraseologia si riconosce già nel suo grande contemporaneo Tito Livio, nel quale trovansi chiare reminiscenze anche di frasi dell'Eneide[37]. Ricco di tali reminiscenze mostrasi poi singolarmente Ovidio[38] che avea 24 anni quando morì il grande poeta, da lui però conosciuto soltanto di vista[39]. E deve notarsi che per Livio e per Ovidio ciò non si può certamente ripetere dall'uso fatto di Virgilio nella scuola, come poi accade per tanti altri poeti e prosatori latini. Dai ricordi di Seneca il vecchio[40] rileviamo pur chiaramente che nel primo decennio dopo la morte del poeta l'Eneide era conosciutissima e si citavano versi di essa come volgarmente noti. Singolarmente attraente per una certa parte del pubblico riusciva la patetica poesia delle avventure di Didone[41], che più tardi strappava le lagrime ad Agostino[42], e che troveremo sempre fra le parti del poema più ammirate nei secoli seguenti.
Una critica affettatamente severa, schifiltosa, paradossale e pregiudicata può dir quel che vuole su questo grande poeta come su tanti altri grandi scrittori latini. Se essa erra, il danno è tutto suo. La scienza potrà difficilmente perdonare gli eccessi di certe reazioni intellettuali, comunque queste possano essere feconde di progresso. L'opera di Virgilio, considerata, com'è dovere, nell'ordine suo e nelle sue ragioni storiche è e riman sempre un grande monumento che non ebbe l'eguale nè prima nè poi; legittimo è il fascino che per tanti secoli esercitò su tutti gli spiriti colti, dagl'infimi ai più grandi. Imitatore è Virgilio solo negli accessori ed anche come tale è grandissimo; lo è perchè doveva esserlo, nè v'era potenza di genio che a tal condizione potesse allora sottrarsi; una emancipazione totale dell'arte da quanto imponevano le ancor vivissime creazioni greche, era cosa che niuno desiderava, niuno voleva, e sarebbe stata accolta con indignazione come una anormalità mostruosa ed inintelligibile. Le vie del genio non possono essere sempre libere in qualunque momento e condizione dello spirito umano. Non per questo però esso si fa men manifesto a chi non si veli gli occhi per non vederlo; nè è lecito disconoscerlo e denigrarlo, dandogli sprezzantemente, come si è fatto per Virgilio, il nome di _virtuosità_. Per la natura, gli elementi, lo scopo affatto speciali dell'opera sua, Virgilio lavorò in un ordine di produzione tanto diverso da quello della poesia omerica e dell'epica greca in generale[43], che la sua opera, proporzionata com'è all'intento, costituisce una vera creazione. Una dose di ellenismo c'era nel pensiero romano, c'era quindi anche nel poeta, e sarebbe stato infedele se non l'avesse rappresentata nel suo poema; ma il primo più profondo carattere di Virgilio sta nell'esser egli, come con giusta intelligenza lo chiama Petronio essenzialmente Romano[44].
CAPITOLO II.
A quei risultati però non si poteva arrivare per semplice genialità naturale, chè questa sola non bastava nelle condizioni d'allora, come non basta mai a produrre grandi opere d'arte in epoche di grande cultura. Tanto la natura sua stessa e delle sue cause, quanto anche l'influenza dei greci contemporanei, davano alla poesia augustea, come in generale alla più gran parte della poesia romana, un carattere essenzialmente dotto. Molti studi filologici ed eruditi erano indispensabili al poeta per raggiungere una forma d'arte che stesse in armonia colle condizioni della cultura generale. L'indirizzo della poesia greca di quel tempo, dominata dagli alessandrini, era talmente dotto, che nè la lingua della poesia era cosa vivente, nè la poesia stessa era destinata ad esser patrimonio d'altri che di dotti. Se v'ha fatto che metta in rilievo quel tanto di genialità poetica che ebbero pure i romani, tale è senza dubbio il confronto fra essi e i greci nell'uso degli esemplari antichi. Da Alessandro in poi la decadenza della poesia greca è tale, che chi ne studia la storia, se vuol riempire la vasta lacuna che gli si fa dinanzi, conviene si rivolga ai latini, presso i quali soltanto trova una continuazione di quell'indirizzo e di quella produttività.
La dottrina e lo studio, non solo dei prodotti greci, ma anche degli antecedenti prodotti romani, non impedisce ai più eletti poeti latini di trasfondere nell'opera loro quella vera poesia e quel carattere nazionale di cui gli alessandrini sono affatto privi. Non iscrivono per una stretta cerchia di dotti, ma per un pubblico vastissimo di cui l'educazione è tale che nel poeta richiede ed apprezza anche il retore, il grammatico e l'erudito. In queste doti, essenzialissime in un poeta romano, niuno raggiunse Virgilio, il quale oltre ai molti delicati studi di arte, molto studiò pure la lingua nella sua natura presente, e nei suoi antecedenti letterari, per piegarla alla maggior possibile perfezione e farla organo adequato dei suoi concetti artistici; molto pure studiò, in libri e con viaggi, e località e miti e antichi usi e quante simili cose di fatto si connettevano col suo poema[45]. Egli ebbe il segreto di adoperare soltanto come mezzo, senza mai ostentarla, questa molta dottrina, e di non subordinare ad essa la poesia. Gli antichi di questo ben si avvidero[46], talchè egli riuscì a due intenti non sempre identici, quello di piacere ai dotti di professione ed a tutti gli altri ad un tempo. Le doti mirabili della poesia virgiliana nell'uso e nella creazione del linguaggio poetico, e nella struttura del metro, la minutezza delle ricerche erudite da lui fatte per dare al suo poema il colorito più fedele, sono cose tanto vere, che la più severa e maldisposta critica odierna ha pur dovuto in questo confermare gli elogi prodigati al poeta dagli antichi[47].
I bisogni e il carattere del pensiero romano erano tali, che l'impressione prodotta dalle caratteristiche più estrinseche e meccaniche del poema fu profondissima. Essa sopravvisse e dominò in tutte le variazioni che subì il concetto del poeta, e rimase, comunque contorta e deturpata, pur vivissima per tutta la tradizione letteraria del medio evo latino. La perfezione della lingua era pei romani di tanta importanza in un'opera d'arte, che si può dire fosse la principal cosa a cui si guardava nel giudicarne, ed essa sola tenesse luogo di molti altri meriti. Ed invero le condizioni degli scrittori romani erano per questo lato assai diverse da quelle dei greci, presso i quali le forme dell'arte, svoltesi per un moto naturale e spontaneo del pensiero nazionale, furono assecondate da un corrispondente svolgimento del linguaggio spontaneo e naturale, talchè i poeti questo piegavano e traevano facilmente ai loro intenti, senza bisogno di uno studio grammaticale e filologico. Il processo per cui si è svolta la letteratura romana è ben lontano da tanta naturalezza. Ridurre una lingua rozza aspra ed incolta a servire di organo a forme letterarie d'origine non nazionale e quasi repentinamente accettate dal di fuori, era cosa di grandissima difficoltà, colla quale ebbero a lottare i più antichi autori latini; ed essa costituisce la più forte loro preoccupazione[48]. Da questo aspetto può dirsi che da Livio Andronico a Cicerone e a Virgilio, la letteratura romana non sia che una serie di tentativi coi quali si cerca continuamente di piegare la lingua alle esigenze estetiche imposte al pensiero ed al gusto dalla influenza greca[49]. Così presso i latini, contrariamente a quanto avvenne fra i greci, per questa condizione di cose ed anche pel contenuto materiale della influente cultura greca, la ricerca grammaticale esiste già e domina, presso a poco, in ogni scrittore, assai prima che lo sviluppo completo della letteratura abbia avuto luogo, ed il pensiero nazionale siasi acquetato nel trovamento di forme che lo esprimano adequatamente. A questo ultimo risultato giungono Cicerone nella prosa e Virgilio nella poesia. L'uno e l'altro hanno tanto bene e tanto giustamente soddisfatto a quell'ideale di perfetto linguaggio, a quel bisogno di proprietà di finezza e d'armonia, che con essi la meta è raggiunta, ed ogni ulteriore tentativo non riesce che a male. Questo merito loro, certamente altissimo, fu il principale ad essere veduto dagli antichi, e fu senza dubbio in tanta intensità e universalità delle esigenze a cui soddisfaceva, una principalissima causa della loro rinomanza. L'efficacia così dell'oratore come del poeta era tanto dipendente da un merito di questa natura, che raggiungendosi per esso lo scopo, esso poteva servire anche a misurare l'oratore come oratore, il poeta come poeta.
Invero questo prevalere dell'importanza di una qualità formale sopra le altre nella pubblica estimazione, al punto da esagerare anche queste in grazia sua, od anche da tenerne luogo, non è certamente ciò che ci vuole per giudicare giustamente il valore artistico di uno scrittore. Senza soscrivere al giudizio troppo aspro di Mommsen sul merito di Cicerone come oratore, è indubitato che la grande rinomanza, anche oratoria, di questo scrittore è in grandissima parte un effetto del suo alto valore come scrittore latino, piuttostochè del vero suo merito oratorio[50]. Per questa maniera di giudizio Terenzio fino all'ultimo medio evo ebbe più voga di Plauto, quantunque inferiore ad esso in qualità di comico[51]. Se però il giudizio degli antichi su Cicerone fu fuorviato dalla loro predilezione per le qualità della lingua, talchè gli assegnassero un posto diverso da quello che in realtà gli compete nella storia dell'eloquenza, certo il giudizio loro su Cicerone si teneva in una sfera più prossima alla vera e più di loro competenza, che non quello su Virgilio; chè realmente gli usi prattici dell'arte oratoria, e la vita repubblicana, avean reso i Romani più competenti giudici d'oratori che di poeti; i quali meno che i primi avevano nella vita e nell'indole nazionale romana la prima causa dell'esser loro. Perciò è da notarsi che dei giudizi su Cicerone di un carattere generale, nei quali egli è, comunque, giudicato in qualità d'oratore, è definita la sua arte tanto in sè quanto in rapporto cogli altri oratori greci e latini, se ne trovano; su Virgilio invece un giudizio che lo definisca, non dico giustamente, ma completamente nella sua qualità di _poeta_, non lo troviamo. Molti scrissero su di lui, quanti su niun altro scrittore latino. Lo stesso entusiasmo che destò la sua opera, non solo appena fu pubblicata, ma anche mentre il poeta la componeva e non se ne conosceva che qualche libro o qualche saggio, provocò degli scritti e delle critiche assai[52]. Contro le buffonerie e le smodatezze di alcuni, piuttosto nemici che critici, stanno le numerose espressioni di ammirazione entusiastica, che senza dubbio fedelmente rappresentano il grado e la natura dell'impressione generale. Ma l'entusiasmo e il sarcasmo non sono la critica. Fino a qual punto gli scritti relativi a Virgilio di molti grammatici suoi contemporanei o del primo secolo dell'impero fossero di carattere estetico, e si occupassero di ciò che oggi dicesi l'alta critica, è difficile giudicare dalle notizie che ci rimangono; ma è chiaro che, se l'arte virgiliana avesse in quelle trovato una notevole e sufficiente definizione generale, la tradizione grammaticale a noi nota, che è tutta piena del nome del poeta, l'avrebbe pur conservata. Invece il meglio che questa ci conserva si riduce ad una osservazione di Domizio Afro, insufficiente quantunque giusta, la quale segna affatto esternamente il posto che compete a Virgilio in quella gerarchia di poeti di cui Omero è sovrano[53]. E del resto, come abbiamo veduto, solo esternamente potevano giudicare gli antichi con giustizia il rapporto fra la poesia omerica e la virgiliana. Dei giudizi dei contemporanei, uno solo ne vien riferito[54] che, quantunque espresso con parole maligne, definisce con qualche verità una caratteristica generale dell'arte virgiliana; ma esso considera il poeta unicamente dall'aspetto retorico, e potrebbe essere applicato anche ad un oratore[55]. Coloro poi che facevano un rimprovero a Virgilio del grande uso ch'egli ha fatto d'Omero, evidentemente erano animati da un sentimento d'inimicizia, poichè dimenticavano l'uso simile di tanti altri illustri poeti anteriori[56], così romani come greci, ed inoltre (come lo stesso Virgilio a ciò soleva rispondere)[57], non pensavano alla grande difficoltà di farlo convenientemente. L'uso assai libero che Virgilio ha fatto dei poeti anteriori, così greci come romani, aveva la sua giustificazione, o meglio la sua naturale ragione di essere in un modo di vedere ed in una tradizione fra gli antichi comune e regolare; il fargliene un addebito era cosa assai più evidentemente ingiusta ed odiosa allora, di quello possa parere oggi a noi che abbiamo su tali fatti idee molto diverse[58].