Virgilio nel Medio Evo, vol. I
Part 18
«Desine fata deûm flecti sperare precando» quando giustamente s'intenda, non si oppone affatto alla dottrina cristiana sull'efficacia della preghiera per le anime purganti[538]. Questo accordo si cerca di mantenerlo sempre nella regione ideale alla quale appartiene Virgilio come simbolo; di certe deviazioni neppur qui si tien conto e deliberatamente son passate sotto silenzio. Così, benchè Dante prendendo da Virgilio l'idea fondamentale del viaggio fra i morti, l'abbia poi notevolmente alterata nei particolari, secondo certi concetti suoi e certe esigenze della idea e della tradizione cristiana, pur nondimeno queste differenze fra i luoghi che percorrono e quelli descritti da Virgilio non sono mai accennate o toccate in alcuna guisa nel suo poema. Dante nei poeti antichi distingue nettamente l'idea significata in modo aperto o figurato, e l'espressione e finzione poetica che ne è l'involucro; perciò fa anch'egli uso dei nomi e delle imagini mitologiche, non soltanto come simboli, ma anche come elementi puramente poetici[539]. Del viaggio di Enea all'inferno egli prende sul serio l'idea di cui lo considera come figura o simbolo; della parte formale e fantastica egli prende talune cose, altre lascia fuori, altre cambia, senza che ciò possa esser soggetto di discorso nel rapporto, tutto ideale, che è fra lui e Virgilio[540].
Il concetto della purificazione dello spirito e della intuizione di grandi veri, avvenute per semplice sforzo di mente eletta e privilegiata, e senza alcun aiuto esterno, là dove si trovasse applicato ad un nome avente già un carattere letterario o dotto, portava necessariamente con sè l'altro concetto di una sapienza straordinaria e di una dottrina vasta ed enciclopedica. Perciò il Virgilio di Dante è così sapiente come lo vede Macrobio, Fulgenzio e tutto il medio evo. Virgilio nella composizione dantesca ha occasione di presentare soltanto taluni lati del suo sapere enciclopedico; nondimeno si vede chiaro che questo virtualmente esiste in lui, solo limitato là dove comincia il campo di Beatrice; ed anche qui ei sa come ombra, ma la sua veggenza di ombra armonizza colla già sua sapienza di uomo, poichè, non conviene dimenticarlo, per quanto Virgilio sia qui idea e simbolo, la realtà sua di uomo vissuto e di poeta non è mai perduta di vista, anzi è frequentemente richiamata. Perciò la grande sapienza e onniscienza virgiliana che abbiamo trovata nelle idee del medio evo, la ritroviamo in Dante, a cui quella idea, non solo serviva pel suo intento nel poema, ma si presentava da sè anche indipendentemente da questo, come cosa evidente e non punto assurda; giacchè in realtà, le proporzioni e la natura del sapere del medio evo rendevano possibile, anzi necessario, il concetto dell'enciclopedia come concetto di dottrina completa, ed enciclopedica è la tendenza dei dotti di quel tempo, come di Dante stesso. Il medio evo propriamente considerava gli antichi poeti principalmente come _savi_ e come _filosofi_; Dante si accordava con esso e se ne discostava, in quanto anch'egli li considerava come savi[541], ma non dimenticava punto ch'essi erano poeti, e veramente poeti. La profondità del pensiero nella poesia, è appunto ciò per cui egli si ravvicina, come poeta, agli antichi, a capo dei quali è Virgilio. Virgilio adunque, come il più alto poeta antico, è anche il più sapiente e più dotto fra gli antichi poeti, e riconosciamo le idee del medio evo intorno ad esso quando Dante lo chiama «virtù somma» e «quel savio gentil che tutto seppe» e «tu che onori ogni scienza ed arte» e «mar di tutto senno» ecc. Questa distinzione la ottiene Virgilio principalmente fra i poeti; in altre categorie di grandi antichi altri vi sono che non appariscono, secondo Dante, meno dotti o sapienti di lui; poichè Dante, come già abbiamo notato, è pieno di entusiasmo per ogni illustre antico, ed è ben lieto di trovarsi nel limbo dinanzi a quelli «spiriti magni» de' quali ei dice: «che di vederli in me stesso m'esalto.» Con Dante si giunge a fare distinzioni che i monaci medievali non facevano, e il nome di Virgilio, benchè non torni intieramente al suo vero posto, è già sulla via di tornarvi. Se adunque la scelta di Virgilio come rappresentante della ragione e del sapere umano corrisponde al posto che occupa nella tradizione medievale questo antico, dato quel concetto dell'antichità più elevato che è proprio di Dante, per ispiegare la scelta dobbiamo sempre ricorrere alle ragioni interne che abbiamo già esposte.
Le varie anime colle quali trovasi Virgilio nel limbo, e la ragione per cui ivi con quelle si trova, costituiscono già dal principio del poema una caratteristica generale di quel tipo che dev'essere proprio al poeta, di cui l'indole individuale è in tutto il poema tratteggiata con una maravigliosa delicatezza. Virgilio è una delle anime pure che senza lor colpa rimasero prive del bene eterno. Dio lo ha posto «fra color che son sospesi» perchè fu «ribellante alla sua legge» e «non per fare, ma per non fare» e «per non aver fè» e perchè «se fu dinanzi al cristianesmo, Non adorò debitamente Iddio.» Ivi con lui sono grandi d'ogni specie, poeti, scienziati, filosofi, eroi, eroine, personaggi storici, fra i quali anche il Saladino, come c'erano pure, prima che Cristo scendesse a liberarli, Mosè, Rachele ed altri grandi dell'antica legge. Insieme con tutte queste anime venerande, che ivi stanno
«con occhi tardi e gravi Di grande autorità ne' lor sembianti»
trovansi anche i pargoletti neonati che morirono prima che il battesimo li purificasse della sola colpa loro. Tale è la compagnia in cui vive Virgilio:
«Quivi sto io co' parvoli innocenti Dai denti morsi della morte, avante Che fosser dell'umana colpa esenti.
Quivi sto io con quei che le tre sante Virtù non si vestiro e senza vizio Conobber l'altre e seguir tutte quante.»
La comune condizione in cui trovansi tutti questi abitanti del limbo stabilisce e suppone fra di essi certa comunanza di sentimenti, non toglie però che ciascuno debba avere un carattere suo particolare, determinato dal suo nome e da ciò ch'ei fu in vita. Il genio del poeta, così abile nella pittura dei caratteri e nel coglierne le varietà, non avrebbe mai confuso i tipi diversi, e se avesse scelto a sua guida Aristotele, Ovidio o Lucano, senza dubbio li avrebbe presentati con lineamenti diversi da quei di Virgilio. Anche in questo troviamo raffinato e nobilitato il barbaro e grossolano ideale del medio evo; anzi qui la cosa ha luogo al punto che l'ideale dantesco, piuttosto che essere basato sui concetti del medio evo, apparisce d'accordo colla realtà storica. Quando si riflette a quanto vien pure determinato dalla finzione del poema, dall'essere cioè Virgilio abitante del limbo e messo di Beatrice e simbolo, sorprende la straordinaria armonia di concetti per cui uno risultando dall'altro e tutto combinandosi in una idea sola che pur trae Virgilio tanto al di là dell'esser suo reale, pur nondimeno senza stonatura di sorta, ma in pieno accordo col resto, troviamo in Virgilio un tipo assai più prossimo al vero di quello mai mente medievale lo concepisse. Infatti il carattere del Virgilio dantesco è in fondo, non solo quale viene indicato nella biografia, ma quale realmente trasparisce nell'indole di tutta la poesia virgiliana. È un'anima dolce e mite che ha un nobile sentimento di sè, affatto lontano da alterigia, dotata di una sensibilità delicatissima, che anche quando si adira rimane piena di candore, assennata e giusta, e dove sia pur leggermente malcontenta di sè arrossisce e si confonde come una verginella[542]. Dinanzi ad un tipo siffatto è impossibile non rammentarsi il soave carattere d'uomo che trasparisce nella poesia virgiliana, l'«anima candida» che Orazio riconosce in Virgilio, il titolo di _Virgo_ che si volle trovare in questo nome e di _Parthenias_ che applicarono al poeta i suoi contemporanei napoletani. Non credo possa dubitarsi che lo studio intenso ed intelligente del Mantovano deve avere ispirato e guidato il poeta nel fissare i lineamenti ideali di questa elevata e nobilissima figura.
Questo carattere sta poi in pieno accordo con quanto è Virgilio come simbolo. Dante considera il genio e la sapienza umana con entusiasmo e con venerazione, ma anche con giusta intelligenza; ei non la vede lontana e misteriosa come una fantasmagoria, nè crede doversi rimpicciolire dinanzi ad essa. Egli ha la coscienza della propria superiorità ed ha anche, nè lo nasconde, tutto quel legittimo sentimento di sè che deve accompagnarla. Dinanzi al suo Virgilio ei non si trova punto a disagio, anzi c'è simpatia evidente, affetto e stima reciproca fra i due poeti. Dante tratta Virgilio con rispetto e venerazione, ma senza bassezza, come un maggiore della bella famiglia a cui anch'egli sa di appartenere; e Virgilio verso di lui non tiene atteggiamento di uomo superbo, ma si mostra amorevole, premuroso, e paterno, quantunque superiore per la posizione di maestro e duce che Dante stesso gli assegna[543]. Una mente eletta che intendeva giustamente la poesia e il sapere e conosceva in che veramente stesse la nobiltà loro, non poteva fare di Virgilio, come fece Fulgenzio, un superbo, tenebroso e antipatico barbassoro, nè di sè stesso un povero _homunculus_ qualsivoglia. Il Virgilio di Fulgenzio è figlio della barbarie stolida e ignorante che abbassa ciò che vorrebbe innalzare, quel di Dante è figlio di un rinnovamento genialmente manifestato e rappresentato, che riscatta e rialza quanto la barbarie abbassava e deturpava.
Il tatto delicatissimo con cui Dante ha tratteggiato questa bella figura del suo Virgilio è posto in chiaro anche da certe leggere ombreggiature, mediante le quali, senza toglier nulla di molto essenziale alla sua purezza, egli ha mostrato, conseguentemente alla finzione del suo poema, Virgilio inferiore ad altri quanto a perfezione. Egli non solo ammette che nell'antichità anteriore a Cristo ci fossero uomini più perfetti di Virgilio, ma anzi dalli stessi versi del Mantovano desume l'idea del collocamento di Catone, e il nome di quel Rifeo, il quale perchè da Virgilio indicato come «iustissimus unus qui fuit in Teucris» ei colloca in paradiso. Il tipo di Catone sovranamente delineato, e idealizzato anch'esso secondo idee tradizionali[544], santo, maestoso, venerando, ma severo, stoico, _atrox animus_, e spoglio di ogni sentimentalità terrena, trovasi ad un gradino notevolmente superiore a quel di Virgilio, così nel merito come nel carattere. Tanto in là Virgilio non arrivò, e Dante con maestria tutta sua, non solo lo mostra più prossimo e familiare a sè prima di giungere alla purificazione, ma anche, senza introdurre alcun elemento storico o realistico desunto dalla biografia, e solo tratteggiandone il carattere, lo mostra suscettibile di talune leggere debolezze che a Catone non potrebbero attribuirsi e molto meno a Beatrice. Caratteristico è il luogo ove Virgilio si lascia soverchiamente trattenere dal canto di Casella; ma molto più evidente, pel contrasto dei due tipi posti a fronte l'uno dell'altro, è il luogo ove Virgilio parlando a Catone crede di poterlo commuovere pregandolo per Marzia sua. Le parole placidamente severe colle quali Catone ricusa quella _lusinga_, solo avendo riguardo alla «donna del ciel che muove e regge» Virgilio in quella via, segnano nel modo il più manifesto la differenza nel grado di purificazione a cui giunsero quelle due anime.
La varia gradazione nell'ordine della purificazione e del perfezionamento, volendo esser fedeli al concetto del poeta, è la prima base da cui conviene partire per determinare ciò che simboleggiano coloro che guidano o rischiarano Dante nel suo viaggio. Virgilio, che non ebbe fede, lo guida con passo sicuro attraverso all'inferno, ma nel purgatorio in cui già comincia il regno più esclusivamente cristiano della grazia, egli è incerto e di molto ignaro e guida Dante dietro informazioni altrui. È quella la parte della via del perfezionamento ch'ei non percorse intiera nè con passo sicuro, mancandogli la scorta delle «tre sante virtù.» Ad un certo punto adunque a lui si unisce, nell'accompagnar Dante, Stazio che è presentato quasi una emanazione di Virgilio, come quegli che, non solo per lui fu poeta, ma per lui fu anche cristiano, quale sarebbe stato Virgilio se fosse nato dopo Cristo. In questo luogo del poema, con artificio profondo e delicatissimo e con grande opportunità, viene posta innanzi per prima volta l'idea medievale sulla profezia relativa a Cristo contenuta nella 4.ª ecloga. Virgilio che fu profeta di Cristo, ma senza saperlo, e di Cristo non parla mai in tutto il poema, trova, per così dire, un supplemento a questa sua deficienza nell'accompagnar Dante, in Stazio, il quale, nato dopo Cristo, potè intendere il significato di quella profezia e per quella si convertì al cristianesimo. Stazio, come Dante, ammiratore entusiasta del Mantovano arriva a dire:
«E per esser vissuto di là quando Visse Virgilio assentirei un sole Più ch'io non deggio, al mio uscir di bando.»
Di qui il bel movimento di affetti e il calore delle vive effusioni sue allorchè sa che Virgilio gli sta dinanzi, e il motivare della sua riconoscenza verso il poeta:
«........... tu prima m'inviasti Verso Parnaso a ber nelle sue grotte, E prima appresso Dio m'alluminasti.
Facesti come quei che va di notte E porta il lume dietro, e sè non giova, Ma dopo sè fa le persone dotte,
Quando dicesti: — secol si rinnova, Torna giustizia, e primo tempo umano, E progenie scende dal ciel nuova. —
Per te poeta fui, per te cristiano, ecc.»
Ma ad onta della sua conversione qualche impurità rimase a Stazio, che lo tenne al di qua della suprema perfezione; di questa però ei sta a purgarsi in quel regno ed ormai la sua purgazione è intera. Perciò Virgilio all'apparire di Beatrice sparisce, Stazio segue invece, e con Beatrice e con Dante esce dal purgatorio ed entra in paradiso; ma quivi è del tutto dimenticato dal poeta, il quale omai d'altra guida che Beatrice non ha duopo.
Tale è il momento principale da cui risulta la natura ed i limiti di ciò che simboleggia Virgilio nella Divina Comedia. Dante ha una sua idea ben nota, sul migliore ordinamento dell'umanità; egli non aspira soltanto al perfezionamento di sè stesso, aspira all'attuazione di un ideale della società umana ch'ei considera come il più perfetto, il più consentaneo alle leggi della giustizia, della morale e della religione, e perciò come il più appropriato anche al perfezionamento e alla felicità individuale. La distinzione fra spirituale e temporale, fra papa e imperatore, sta alla cima e alla base di questo concetto, che è fondamentale nella Divina Comedia. Enea e Paolo sono i due suoi predecessori in viaggio siffatto, e in fondo all'universo ei vede collocati i più grandi peccatori ch'ei conosca, i traditori di Cesare e di Cristo. Quest'ordine di cose ei non lo presenta come un progetto, ma come un fatto voluto con legge eterna da Dio, reso manifesto in gran parte dalla ragione e dalla storia dell'umanità e confermato dalla fede. Conseguentemente, quell'ideale ei lo trova vivo in tutte le rette coscienze oltramondane e principalmente nelle sue guide. S'intende come di questo concetto, risultante dalla speculazione filosofica e storica, tutta quella parte che si riferisce all'impero e alla potestà temporale, debba essere inclusa nella sapienza virgiliana, e debba trovarsi in Virgilio così nel senso letterale, come nell'allegorico[545]. Virgilio, storicamente, è contemporaneo del buon Augusto, ossia dei principî dell'impero nella pace, prossimo al gran fatto per cui la provvidenza preparava Roma a divenire
«lo loco santo U' siede il successor del maggior Piero»
ed era il cantore dell'impero universale. Ma Virgilio era anche colui che allegoricamente avea cantato la vita contemplativa, e in ordine a questa avea inteso quel più perfetto ordinamento della società umana. Sarebbe dunque tanto ingiusto il dire che Virgilio in Dante non rappresenta altro che l'idea dell'impero, quanto lo sarebbe il dire che la Divina Comedia non contenga nulla di più che l'idea politica di Dante. Come personaggio storico Virgilio deve essere ed è posto in istretto rapporto coll'idea dell'impero; ma questa idea che a Dante risulta da ragioni di alta speculazione, Virgilio deve contenerla anche in quanto egli è simbolo, poichè, secondo Dante, la ragione la prudenza, il sapere, l'intelligenza umana debbono necessariamente riconoscere la legittimità dell'impero romano e la perfezione di quel grande ideale di società civile ch'ei concepisce.
Se si chiede sino a qual punto la tradizione medievale precorresse a Dante nel porre Virgilio in rapporto coll'idea imperiale, troviamo che anche qui la mente eccelsa del nostro poeta non ha trovato prima di sè che elementi, già esistenti bensì oscuramente nelle coscienze, ma ancora affatto privi di una formula determinata. L'idea dell'impero, come abbiam veduto, non venne mai meno nel medio evo e fu l'obbiettivo di molti principi. Niuno avea però raccolto e sviluppato quell'idea, come fece Dante, in una teoria politica avente le sue radici in una vasta speculazione di obbietto universale che include anche la storia dell'umanità. Invano adunque si cercherebbe un altro scrittore del medio evo presso di cui Virgilio e l'idea imperiale si mostrino così storicamente e filosoficamente congiunti, come presso Dante[546].
Qui dobbiamo fermarci. Quanto pel nostro tema abbiam trovato da dire sul Virgilio dantesco, ormai l'abbiam detto. Procedendo più oltre verremmo ad occuparci troppo esclusivamente di Dante, perdendo di vista quei rapporti del suo Virgilio colla tradizione che ci hanno condotto a studiare questo personaggio del suo immortale poema.
CAPITOLO XVI.
Senza dubbio, in tanta celebrità sua e fra tanto e così incessante entusiasmo espresso in cento guise diverse, Virgilio da Augusto in poi non aveva mai ottenuto una glorificazione così grande e nobile, e sopratutto così vera e seria quanto è quella che Dante seppe dargli. Conviene dire però che in questa, come in tutto il lavoro di quella mente privilegiata, mentre si riconoscono le basi medievali su di cui si solleva, c'è poi, rimpetto al medio evo, assai di trascendente che supera e sorpassa i limiti di quella età. Dinanzi a chi studia il pensiero medievale la Divina Comedia sorge repentina e inaspettata, e nulla di quanto la circonda ha mole proporzionata alla grande sua elevatezza. Il partito che Dante sa trarre dalle idee del suo tempo è cosa interamente sua e senz'altro esempio. Altri non arrivarono allora a concepire Virgilio così com'ei potè fare, e noi abbiamo potuto vedere che in questo suo personaggio c'è assai più e meglio di quanto il nostro studio ci ha additato nel Virgilio delle comuni menti medievali. Ma in quanto il Virgilio dantesco eccede il medio evo può servire di correttivo un'altra personificazione del Virgilio medievale, anch'essa ideata nello stesso secolo di Dante. Parmi debba essere conveniente chiusa di questa parte del nostro studio un'occhiata a questo Virgilio del _Dolopathos_, opera di una mente di volgare levatura e mediocremente colta, opera romantica di un monaco, nella quale il concetto di Virgilio ci si presenta in quell'ultimo gradino dell'idea letteraria che più si approssima al livello popolesco, come il Virgilio di Dante appartiene a quella più alta sfera intellettuale in cui il morto tradizionalismo letterario del medio evo già si vede tramutarsi nel reale e vivo sentimento classico del risorgimento.
Il Dolopathos fu scritto in latino sulla fine del XII secolo da un tal Giovanni monaco dell'abbazia di Hauteseille in Lorena e poscia messo in versi francesi fra il 1207 e il 1212 da un tale Herbers conoscente dell'autore[547]. La favola narrata in questo libro è, in poche parole, la seguente: — Dolopathos, re di Sicilia del tempo di Augusto, ha un figlio di nome Luciniano ch'ei manda a Roma ad istruirsi presso Virgilio. Questi istruisce Luciniano in ogni maniera di sapere e singolarmente nell'astronomia. Intanto muore la moglie di Dolopathos; costui sposa un'altra donna e manda a richiamare suo figlio. Per divinazione astrologica Virgilio conosce che Luciniano è minacciato di una grande sciagura e, perchè possa uscirne salvo, gl'impone di serbare assoluto silenzio finch'ei non gli dica il contrario. Giunto Luciniano presso il padre, non risponde ad alcuna interrogazione e rimane ostinatamente muto. Ogni mezzo riuscendo inutile, la regina prende impegno di farlo parlare, lo mena seco e, usata ogni arte inutilmente, finisce col dichiararsegli amante; ma senza pro. Irritata di tale sfregio e temendo le conseguenze del suo passo, medita di far morire Luciniano e lo accusa di averla voluta violentare. Il re condanna il figlio a morte; ma giunge a tempo un savio e raccontando una novella ottiene che l'esecuzione sia sospesa per un giorno. Così fanno altri savi successivamente, fino al settimo giorno in cui arriva Virgilio, narra anch'egli la sua novella e ordina a Luciniano di parlare. Questi rivela tutto e la regina vien bruciata viva. — Poi il racconto seguita fino alla morte di Dolopathos e di Virgilio; dopo di che ha luogo la venuta di Cristo, la predicazione in Sicilia di un discepolo di Gesù e la conversione di Luciniano, che muore santo.
È questa, come ognun può vedere facilmente, una versione del solito popolarissimo racconto dei _Sette Savi_, di origine indiana, del quale si hanno tanti testi nelle varie letterature di oriente e di occidente[548]. Però mentre tutti gli altri testi occidentali si rannodano assai strettamente l'uno all'altro, il Dolopathos per varie sue caratteristiche, occupa un posto separato e riman solitario in questa famiglia di libri popolari. La principal differenza che interessa noi qui in modo particolare sta nella parte che in questo testo, diversamente dagli altri, viene attribuita a Virgilio. Nei testi occidentali generalmente il principe è dato da istruire, non ad uno, ma a sette savi; nei testi orientali però, in quelli almeno di cui oggi si ha notizia, a capo dei quali sta un antico libro arabo oggi perduto, il _Libro di Sindibâd_[549], quest'ufficio è dato a Sindibâd, come al sapientissimo fra tutti i savi del regno. Pare che il monaco di Hauteseille avesse dinanzi un testo, o forse più probabilmente avesse udito una narrazione di quella favola, più fedele alla forma che aveva in oriente; mantenendo l'unità del savio precettore e riducendo liberamente il racconto secondo la natura delle composizioni romantiche, e le idee del pubblico a cui era stato destinato, sostituì Virgilio nel posto che in oriente davasi a Sindibâd in quella narrazione. Nel far questo egli fu guidato o ispirato dalle sue idee di chierico, non avendo di Virgilio una conoscenza puramente popolesca, come accade ad altri autori di composizioni romantiche, ma mostrando di conoscerlo direttamente e citando anche qualche verso di lui nel corso del poema[550]. È tanto reale la conoscenza ch'egli ha di Virgilio che la cornice cronologica dell'opera sua è stata da lui inventata appunto secondo richiedeva l'introduzione di un tal personaggio in essa. Il fatto ha luogo al tempo di Augusto, e la moglie che Augusto diede a Dolopathos[551] è figlia di Agrippa. In altri testi occidentali dei _Sette savi_, ne' quali Virgilio non ha parte, l'imperatore è un Diocleziano o Ponziano o un altro qualsivoglia di un'epoca del tutto imaginaria. Anche il nome greco di _Dolopathos_, di cui vien dichiarato il significato e la ragione[552], è inventato dall'autore e dà prova della sua cultura, come pare la cultura e la condizione di monaco rivelansi nel citar S. Agostino[553] e nel dare al libro una chiusa di significato religioso.