Virgilio nel Medio Evo, vol. I
Part 17
Tutto ciò può introdurci a intendere la genesi e la natura vera del Virgilio della Divina Comedia. — Se si tien conto di quanto abbiamo osservato sull'idea che si aveva dell'antichità e di Virgilio nel medio evo, è chiaro che con questo si trova d'accordo ne' suoi lineamenti generali il Virgilio dantesco, il quale non è certamente il Virgilio reale augusteo, ma il Virgilio ideale che risultava dai concetti propri di quell'età. Nondimeno sarebbe un errore il credere che la ragione per cui Dante sceglieva Virgilio per sua guida fosse intieramente esterna, quasi ch'egli, cercando nelle sue cognizioni un nome che meglio si adattasse a quell'ufficio, fosse indotto dall'aureola con cui si presentava il nome di Virgilio a scegliere questo. Il grande poema dantesco è tale che in esso, tanto per la stessa finzione poetica, quanto pel modo come questa è trattata, la persona e la subbiettività dell'autore è tenuta in vista continuamente. Dante ha voluto mostrarci il suo cosmo ideale, non fuori di sè e senza di sè, ma in sè e con sè. La scelta dunque delle simboliche sue guide non poteva esser fatta a caso, nè determinata da ragioni esterne, ma doveva essergli prescritta inevitabilmente dalla storia del suo pensiero e della sua coscienza. Se egli avesse voluto fare un poema puramente didattico, in cui di sè e dell'anima sua punto o poco si trattasse ed in cui la sua persona figurasse soltanto artificialmente come avrebbe potuto figurarvi quella di un altro, di leggieri avrebbe potuto scegliere altri personaggi, od anche come altri fecero in casi simili e il simbolismo medievale invitava a fare, sceglier nomi di niente altro significativi che d'idee personificate, quali, a mo' d'esempio, _Pistis_ e _Sofia_ o altri di tal natura, in luogo di Beatrice e Virgilio. Ma l'indole del suo poema era tale, ed il rapporto che questo aveva colla storia del suo pensiero e dei suoi affetti era così profondo, che egli dovette chiedere non ad altri che alla sua coscienza due nomi che fossero stati realmente compagni del suo spirito nelle varie vicende sue e potessero giustamente chiamarsi sue guide nell'ideale e psicologico suo viaggio. Tali erano Beatrice e Virgilio.
Il nome di Beatrice è nome di persona reale, e rammenta al poeta un primo suo affetto, ma la elaborazione ideale di questo oggetto del suo amore, finì col far rappresentare a questo nome una idealità mistica, sempre scopo di profondi affetti, ma lontanissima dal significato primitivo; talchè pel lettore della Divina Comedia che altro non sapesse di Dante e ignorasse la _Vita Nuova_, Beatrice apparirebbe alla prima come un nome inventato. Virgilio, pur seguendo il processo del pensiero dantesco, rimaneva sempre cosa reale e concreta e non soltanto un puro nome segno d'idee e di affetti. Esso fu l'autore favorito di Dante, in esso Dante trovò pascolo a più di una idea fervorosamente coltivata e sostenuta, ed anch'esso, come Beatrice, fu tratto quindi nella maestosa corrente di quello spirito, seguendone gl'ideali e idealizzandosi esso pure. Gl'ideali a cui risponde Beatrice non sono intera creazione di Dante, ma sono alte sintesi del pensiero medievale; e questo stesso ha luogo per Virgilio, con tal differenza che mentre il nome di Beatrice è applicato agli uni soltanto per un processo della mente dantesca, per gli altri taluni caratteri si trovano nel medio evo già aderenti al nome virgiliano, per modo che, per quanto concerne Virgilio, Dante, innamorato di questo poeta, non ha fatto fino ad un certo punto che concretare in una sintesi personificatrice quanto sparpagliatamente risultava dalle idee medievali su di esso. S'intende però, ch'ei ciò non fece come raccoglitore, ma come interprete del pensiero medievale, che pur viveva in lui. Il tipo di Virgilio, come personaggio e come simbolo, quale ei lo ha ideato e rappresentato, è di gran lunga più nobile e più grande di quello risultasse dai comuni concetti delle menti d'allora.
Dante non si riferisce mai nei vari suoi scritti, nei quali tanto si serve di Virgilio, ad autorità alcuna relativa al poeta; Macrobio e Fulgenzio pare ch'ei non li conosca; certo non si trovano mai nominati da lui, e non v'ha nei suoi scritti segno alcuno da cui possa dedursi ch'ei li leggesse. Egli conosce una interpretazione allegorica dell'Eneide che certamente non è sua, ma di cui non nomina l'autore, rammentandola come cosa ammessa generalmente; e questa non è l'interpretazione di Fulgenzio, ma quella che, forse ispirata dapprima da Fulgenzio, ebbe corso presso gli scolastici, quali Bernardo di Chartres e Giovanni di Salisbury. Di questa egli può aver avuto contezza nei suoi studi filosofici a Parigi. Del resto Dante dalla lettura di Fulgenzio non avrebbe potuto essere che nauseato, tanto barbaramente concepito e opposto alla sua idea è il tipo di Virgilio in quell'opera, oltre che esso è unilaterale e non mostra che malamente e stupidamente una parte di ciò che Dante vedeva e sentiva in Virgilio. Intorno a Virgilio Dante non conobbe altro scritto che la biografia[520].
Noi non c'impegneremo in mezzo alle polemiche degli espositori, che con vari sistemi han voluto spiegare ciò che nel concetto dantesco rappresentino l'una e l'altra guida che il poeta ha scelto pel suo viaggio. La natura del nostro lavoro c'impone di cercare i rapporti del Virgilio dantesco con la tradizione letteraria, quanto lo ravvicina al Virgilio dei chierici medievali e quanto lo distingue da quello.
Il viaggio dantesco è figurato come una peregrinazione d'interesse e di scopo psicologico. È una visione graduata nella quale, per arrivare ad intuire la parte più eccelsa, l'anima deve prima purificarsi dalle impurità che la ottenebrano, passando dinanzi al «temporal fuoco e l'eterno», ritemprandosi nella meditazione di quanto la guasta e la minaccia, del male morale e delle sue sanzioni eterne. Così purificato e giunto a tuffarsi nelle acque rinnovatrici di Lete e di Eunoè, lo spirito si rende capace di accedere alla contemplazione della eterna idea. Due sono quindi le guide di Dante in questo psicologico viaggio, una più reale e concreta per la parte negativa, per quella parte in cui l'anima, rimanendo in regione umana, non fa che purificar sè stessa e rendersi degna e capace della visione beatifica; l'altra più mistica, ideale ed eterea per quella parte in cui l'anima estatica e trasumanata vien sollevata alla sfera sublime della perfezione e della beatitudine, ove più limpida e fulgida risplende «La gloria di colui che tutto move». Quest'ultima essendo la meta del viaggio, e la parte prima compiendosi soltanto come necessaria per giungere a questa, la principale guida è Beatrice, da cui dipende Virgilio, il quale da essa è mandato a Dante, tutto fa e tutto ottiene per Beatrice nei regni che percorre, ed a questa in ogni più grave dubbio rimanda. Così, nella meditazione purificatrice delle più tristi e dolorose realtà, guida, maestro e conforto di Dante è un onestissimo pagano di gran nome e di grandissima sapienza; nella contemplazione dell'idea suprema appetita dall'animo come perfezione e felicità, guida è una donna simbolica e ideale il cui nome corrisponde pel poeta ad un affetto intenso e purissimo; la qual donna incarna in sè l'alta speculazione dello spirito in quelle condizioni di lume e di grazia che solo trovansi nel cristianesimo. La prima guida è di tal natura che quantunque molto s'inoltrasse nella via della purificazione e del perfezionamento, non potè giungere a rinnovarsi nelle acque di Lete e di Eunoè, nè potè retrocedere tanto verso quel puro stato da cui l'uomo si allontanò, da togliere fra sè e Dio l'albero fatale ad Adamo; l'altra è guida perfetta che usufruì nell'intera pienezza il beneficio del sangue di Cristo. Beatrice sa quindi tutto quanto sa Virgilio, ma Virgilio non sa quanto sa Beatrice. Di mezzo alla storia curiosa e poco edificante dei tanti sistemi d'interpretazione che sono stati sostenuti e dei tanti vocaboli che sono stati messi innanzi per ispiegare ciò che simboleggiano Virgilio e Beatrice (sopratutto quest'ultima), riman sempre fuori di questione il fatto che Beatrice (sia la Teologia, la Filosofia rivelata, o altro che si voglia chiamare) ha la sua essenza e la sua ragione di essere unicamente nel cristianesimo, e ciò per cui si distingue profondamente da Virgilio è la rivelazione e la fede. Questa distinzione è del resto in più luoghi segnata a chiare note dal poeta, ed uno de' più espliciti è quello ove fa dire a Virgilio[521]
«.... quanto ragion qui vede Dir ti poss'io, più in là t'aspetta A Beatrice, ch'è opra di fede.»
Fra Virgilio e Beatrice non c'è opposizione veruna, chè Dante fa armonizzare intieramente ragione e fede; c'è anzi affetto e buona intelligenza, e nel senso più profondo della idea che rappresentano si può anche giustamente dire che si riducono ad una stessa cosa. Ma di questa stessa cosa essi rappresentano momenti e condizioni diverse tanto che ci è permesso occuparci qui, secondo il nostro intento, esclusivamente di Virgilio senza più toccare di Beatrice.
Le ragioni per cui Virgilio è guida di Dante sono molteplici; alcune le abbiamo già accennate parlando in generale di ciò che era Virgilio per Dante indipendentemente dalla Divina Commedia; riassumiamole ora tutte in breve venendo a parlare di ciò che è Virgilio nella Divina Commedia.
In primo luogo Virgilio era l'autore prediletto di Dante e il più grande poeta ch'ei conoscesse. Grande poeta egli stesso, Dante intese ed apprezzò la nobiltà dell'arte virgiliana con più intelligenza di quello facesse mai alcun uomo del medio evo, e considerò Virgilio come suo maestro in fatto di stile poetico, in quel senso che noi sopra abbiamo dichiarato. Con entusiasmo egli ammirò in lui il cantore di una grande gloria italiana, un poeta di sentimento italiano ed una gloria esso stesso d'Italia. Con esso più che con qualunque altro autore egli meditò e maturò l'alta idea dell'impero, e con esso ne sentì tutta la grandiosa poesia; alla quale idea Virgilio non serviva per Dante semplicemente come teorista, ma sì come testimonio, tanto pel soggetto del suo poema, quanto pel momento storico a cui la sua persona appartiene. Inoltre, secondo il sistema d'interpretazione allegorica allora in voga, Dante trovava espresso allegoricamente nell'Eneide appunto quel peregrinare dell'uomo sulla via della contemplazione e della perfezione, ch'ei faceva subbietto del suo poema. Nel suo concetto dei rapporti fra la ragione e la fede, e della potenza dell'ingegno non rischiarato dalla rivelazione nel raggiungere certi grandi veri, di mezzo alla schiera dei grandi antichi e principalmente dei poeti, brillava Virgilio come colui che, secondo l'idea medievale, appariva più puro e più illuminato di ogni altro, materialmente più prossimo a Cristo, ed anche profeta, benchè inconsapevole, di questo. Finalmente nell'ideare il materiale organismo del suo grande poema, da Virgilio egli prende la prima idea e molti particolari del suo viaggio fra i morti, e di lui più che di qualsivoglia altro autore fa uso in quella vasta tela, in varie guise[522].
Tutto ciò farà intendere, spero, com'io credo intenderlo, fino a qual punto sia profondamente vero e legittimo l'ufficio di guida sua che Dante attribuisce a Virgilio, e come la scelta di Virgilio per tale ufficio non sia, qual generalmente viene considerata, una mera invenzione determinata da ragioni esterne, ma corrisponda ad una realtà interna e psicologica tanto vera quanto quella a cui corrisponde la scelta dell'altra guida, Beatrice. Unitamente alle precedenti osservazioni che conducono a questa maniera d'intendere quella scelta, è necessario non dimenticare mai questo fatto essenziale, che Dante è ingegno creatore, non già in fatto di scienza, ma sì in fatto di poesia e d'arte, e con uno sforzo titanico di cui egli solo fu capace, la speculazione ei la trae nell'ambiente poetico, che è il proprio dell'anima sua, e la poetizza. Egli è poeta e si sente poeta anzi tutto; venerando sempre tutte le sommità dell'ingegno umano, se fra un filosofo e un poeta, grandissimi ambedue, egli deve scegliere un suo intimo, di certo sceglie il poeta. Perciò nel suo poema quelli coi quali si trattiene più a lungo sono artisti e poeti, Virgilio per primo, e Stazio, e Sordello, e Arnaldo e Casella, e quegli uomini «di cotanto senno» fra i quali egli è sesto nel Limbo, sono tutti poeti. Poeta egli si vede nella più ardente brama sua; questo è il merito suo supremo pel quale spera ottenere l'agognata cessazione dell'esilio e il ritorno, com'ei dice, «al bell'ovile ov'io dormii agnello;» e poetica è la corona ch'egli aspira a prendere nel suo «bel San Giovanni» ove prese il carattere di cristiano:
«Con altra voce omai, con altro vello Ritornerò poeta, ed in sul fonte Di mio battesmo prenderò il cappello.»[523]
La sua natura di poeta, e le sue predilezioni come tale, condivise dal suo duca, ei le ritrae mirabilmente in tal bellissimo punto ove guida e guidato, con grandissima loro confusione, s'accorgono d'aver dimenticato la seria meta della loro via, sotto il fascino di un dolce cantare[524].
In generale i dotti, anche più seri, che hanno parlato del Virgilio dantesco han trovato naturale che Dante, cercando un antico che potesse servir di simbolo alla ragione umana indipendente dalla rivelazione, si fissasse sul nome di Virgilio, di cui volgarmente è nota, benchè in modo vago e confuso, la fama di onnisciente e di quasi cristiano che ebbe nel medio evo. Niuno si è fermato a domandarsi come mai Dante, scolastico, non scegliesse Aristotele. Eppure al tempo di Dante, come Dante stesso lo dice, il «maestro di color che sanno» era Aristotele e non Virgilio, e la onniscienza si attribuiva allo Stagirita non meno che al Mantovano, e Dante, come gli altri, considera Aristotele come autorità suprema in filosofia, come maestro e duca della ragione umana[525], ed anzi, come ognuno sa ed intende, nella regione propria della scolastica il nome di Virgilio è di gran lunga vinto da quello di Aristotele[526]; leggende relative alla sapienza di quest'ultimo non mancarono; anche di lui si credette che fosse tanto cristiano quanto mai si poteva esserlo prima di Cristo, e si disputò seriamente se l'anima sua fosse in paradiso[527]; finalmente anche per l'idea dell'impero Dante non lascia di far uso, nelle parti teoriche, dell'autorità del grande maestro. Ma ad onta di tutto ciò, Aristotele estraneo a Roma, greco e non latino[528] affatto ignoto a Dante come poeta, non avea quella intimità e quell'affinità con Dante che avea Virgilio, e d'accordo con quanto sopra abbiamo osservato, non poteva realmente essere scelto da lui per sua guida.
Il Virgilio della Divina Comedia rivela anch'esso, come ogni prodotto dantesco, fino a qual punto Dante aderisse al medio evo, ed insieme fino a qual punto si separasse da questa età, superandola grandemente. Il concetto medievale di Virgilio lo ritroviamo qui, ma la mente geniale e creatrice del poeta gli ha impresso il suo stampo originale, e di mezzo a quei rozzi elementi che più di una volta ci han fatto sorridere, ha saputo trarre un tipo nobilissimo, che è creazione sua. Delle idee medievali su Virgilio talune sono da lui sapientemente eliminate, altre purificate e finamente elaborate[529]. Al tempo di Dante, oltre a quanto già abbiamo riferito della tradizione letteraria su Virgilio, erasi già anche diffusa la leggenda popolare relativa a questo nome ed erasi già anche introdotta nella letteratura, sì nella romanzesca che nella dotta. Dante, che non era estraneo nè all'una nè all'altra, di certo ne avea contezza, come mostra di conoscerla il suo _dolcissimo_ Cino, che l'avea appresa dal popolo a Napoli. È un errore ben grande però il pensare, come ha fatto qualche commentatore antico e quasi tutti i moderni, a quelle leggende a proposito del Virgilio dantesco. Dante non ne ha tenuto il menomo conto, e non c'è luogo nel suo poema in cui pur da lontano Virgilio apparisca come mago o taumaturgo o si accenni in qualche maniera a quanto si pensò su di lui in tal qualità[530]. Basta fermarsi un poco a riflettere sulla grande idea che ha Dante del poeta, e sul culto, non punto triviale e cieco, che professa per lui, per intendere come quelle fole che si spacciavano dalla plebe napoletana sul suo Virgilio e che altri accoglievano troppo leggermente, dovessero ripugnargli. E del resto il modo com'ei tratta i maghi e gli astrologhi nel suo poema mostra chiaro che, nel suo concetto, non solo quelle arti non avrebbero per lui costituito il profondo sapiente che costituivano pel popolo, ma anzi l'esser così sapiente com'ei presenta Virgilio escludeva affatto l'occuparsi di quelle. Secondo il concetto suo, sarebbe stato obbligato a collocare Virgilio all'inferno con Guido Bonatti, con Asdente, e con gli altri, dei quali invece Virgilio si mostra in quel canto tutt'altro che amico ed ammiratore[531]. Ma Dante non ha cercato pel suo Virgilio idea alcuna che fosse estranea agli ideali suoi, coi quali egli congiungeva il nome del poeta, e la magia in questi ideali non c'era davvero.
La parte puramente popolare che aderiva ad un nome letterario non poteva essere accettata da un uomo che conduceva l'arte così in alto e che tanto altamente pensava dei poeti antichi. In fatto di arte e di opera intellettuale Dante è fieramente aristocratico. Neppure ciò che in mezzo alla tradizione letteraria accompagnava allora il nome del Mantovano, si addiceva intieramente all'alto concetto dantesco ed all'uso che Dante fa di Virgilio come simbolo di nobilissima cosa. Egli ha purificato quindi quel nome da più d'una macchia che lo deturpava agli occhi dei cristiani. Certo, Virgilio non è un poeta osceno, e fra gli altri si distingue per certa sua pudica riserbatezza[532]; pur nondimeno gli amori che canta nelle Bucoliche e anche nell'Eneide destavano scrupoli in più di un asceta medievale, che condannava quella poesia come cosa sensuale e lasciva; inoltre tali fatti leggevansi nella biografia del poeta ed anche avean riscontro nelle Bucoliche, secondo i quali Virgilio avrebbe dovuto esser collocato nel cerchio dei violenti contro natura[533] là dove il poeta non esitò a collocare, come prototipo dei maestri di scuola, Prisciano, e il proprio maestro istesso Brunetto. Finalmente quanto alla purezza della dottrina virgiliana, c'era bensì nel medio evo l'idea che il grande poeta latino si fosse grandemente accostato ai principî cristiani, ma c'era anche quella ch'egli come pagano fosse poi anche caduto in più d'un errore, singolarmente epicureo. Questo già vedemmo essergli apposto da Fulgenzio stesso, e si accordava colla sua biografia che lo presenta come discepolo di un epicureo, ed anche col fatto, poichè realmente principî d'indole epicurea, com'è naturale in un poeta di quella età in cui l'epicureismo era tanto in favore presso i romani, non mancano nelle sue opere. Tutto ciò Dante ha lasciato intieramente da parte, sia perchè queste a lui si presentassero come macchie di poco rilievo dinanzi a tanta grandezza di meriti, sia perchè le interpretazioni allegoriche gli permettessero di non vedere nel poeta quel male che altri in esso trovava. Nella cerchia dei violenti contro natura, Virgilio non dice parola, e il modo amorevole ed affettuoso con cui ivi Dante parla a Brunetto suo maestro, mostra quanto in casi simili i meriti gli facessero dimenticare certe colpe. Dell'epicureismo poi Dante non ha una idea diretta intiera e adeguata. Sa da Cicerone _De finibus_ che Epicuro considera fine dell'uomo la voluttà; ma lo sa vagamente[534]. La principal colpa per cui egli colloca gli epicurei in inferno è questa ch'essi «l'anima col corpo morta fanno», principio ch'ei non poteva attribuire al suo poeta, che avea descritto egli stesso il regno dei morti. Perciò Virgilio in quel canto gli parla degli epicurei senza mostrare di averne condiviso alcun errore. E questo processo di purificazione è proprio di Dante, nè soltanto nel suo Virgilio si ravvisa. Tutto traendo in regione astratta e ideale, egli di ciascuna cosa non considera che i caratteri più profondamente tipici, trascurando le imperfezioni di fatto, o le deviazioni che una piccola critica troppo realistica avrebbe avvertito. Così il suicida Catone non ha luogo nella cerchia dei violenti contro sè stessi, fra i quali pur troviamo figure tanto patetiche, ma occupa quell'alta dignità, ed è quella veneranda e santa figura che tutti sanno. Similmente nell'idea di Roma e dell'impero, tanto assiduamente seguìta e profondamente rappresentata nel suo poema, Dante rammenta i grandi tipi ideali di Enea, Cesare, Augusto, Traiano, Giustiniano; ma i brutti tipi di antichi imperatori che la tradizione storica e la leggenda medievale gli avrebbe inevitabilmente impedito di collocare altrove che fra i dannati, come p. es. Nerone, ei non nomina mai.
Virgilio apparisce nella Divina Comedia molto più ricisamente cristiano di quello apparisca nella tradizione del medio evo; ma riman sempre chiara la distinzione che fa il poeta fra ciò che Virgilio fu mentre visse e ciò ch'egli è dopo morto. Virgilio parla sempre come anima di morto, che da lunghi secoli vive nel luogo assegnatole secondo i suoi meriti; colla morte il velo le cadde dagli occhi, e la vita di oltre tomba le rivelò quei veri che prima non avea conosciuti e le fece intendere il suo errore, benchè involontario, e le giuste conseguenze di questo. In questo Virgilio non trovasi in una condizione privilegiata; ei non sa più di ciò debba aver appreso qualunque morto, senza escludere i dannati. Questa è idea cristiana, non propria di Dante soltanto, e da questo lato il Virgilio di Dante si accorda col Virgilio di Fulgenzio. Anche presso Fulgenzio Virgilio parla come ombra suscitata dal regno dei morti: lo scopo a cui serve essendo diverso da quello del Virgilio dantesco, non dice quale fra i morti sia la sua condizione, ma si vede chiaro che certe verità e certi suoi errori ha riconosciuti nella vita di oltre tomba, e che tal soggetto è per lui penoso ed umiliante, nè su di esso ama trattenersi. Ben più espansivo, diverso affatto per iscopo, significato e carattere, il Virgilio di Dante sa e dice quanto la morte gli apprese; sa che erano «falsi e bugiardi» gli Dei che si adoravano al suo tempo, sa che cosa è il Dio dei cristiani ch'ei prima non conobbe, e quindi Dante lo prega:
«Per quel Dio che tu non conoscesti,»
sa che questo Dio è «una sustanzia in tre persone», conosce il beneficio del «partorir Maria.» Queste ed altre simili cose sa Virgilio per la stessa ragione per cui conosce molti fatti posteriori alla sua vita terrena, anche dei contemporanei di Dante, di recente venuti in inferno; ed anche dei fatti anteriori sa quanto prima non avrebbe potuto sapere, conosce Nembrotto[535] e cita il Genesi insieme ad Aristotele[536]. Tutto quanto egli ora sa lo fa riflettere tristamente sulla sua condizione e su quella di Platone e di Aristotele e di tanti altri grandi antichi, che perderono la beatitudine eterna perchè non seppero quanto col solo lume della ragione era impossibile sapere[537]. Però, se le verità cristiane che Virgilio rammenta o anche spiega, le sa come morto, ciò non vuol dire ch'ei le sappia come un morto qualunque; il poeta dando valore e significato di simbolo ad un nome reale avente caratteristiche già ben note e determinate, non poteva presentare questo sapere oltramondano di Virgilio come indipendente al tutto, o diverso e intieramente diviso dal suo sapere mondano. C'è quindi fra le due vite del poeta continuità e non mai opposizione. Quello ch'egli ha appreso dopo morto non lo spinge a disdire nulla di quanto la sua ragione gli dettò vivendo; anzi v'ha tal caso in cui Dante muove un dubbio e Virgilio gli prova che il suo: