Virgilio nel Medio Evo, vol. I
Part 14
Coerentemente a ciò ed in seguito alle cause medesime era anche grandemente alterato e viziato il concetto storico dell'antichità stessa, veduta in quell'orizzonte che dominavano gli uomini del medio evo. Ai libri ed alle memorie storiche superstiti, che ricordavano gli antecedenti di quella tradizione civile in mezzo a cui si viveva, eransi aggiunti i libri giudaici, che s'imponevano irrecusabilmente come autorità di fede, ed aprivano la storia _ab ovo_ fissando una cosmogonia ed una antropogenia profondamente connesse col concetto monoteistico giudaico e cristiano; e non solo imponevano la fede per una quantità di narrazioni favolose, intieramente diverse per l'indole loro dalla favola antica rammentata dalla tradizione letteraria, ma imponevano eziandio un modo speciale ed esclusivo di considerar la storia. L'idea cristiana, uscita dal giudaismo, avea rotto i suoi primi limiti nazionali, sollevandosi ad abbracciare tutta l'umanità rimpetto a Dio da quello stesso aspetto da cui rimpetto a Dio consideravasi il popolo giudaico, ed «In exitu Israel de Aegypto» era divenuto l'inno simbolico dell'umanità redenta. L'idea dell'agnello divino che purga i peccati del mondo, e i conseguenti fruttiferi fervori dell'apostolato chiamavano naturalmente a contemplar la storia universale con quella distinzione di momenti che suggeriva quella grande e duratura illusione; il regno di Dio, il tralignare degli uomini, e lo scindersi con errori diversi, e il ricondursi poi tutti in un gregge solo e sotto un sol pastore, illuminati e ribenedetti pel benefizio della morte di Cristo. La storia universa presentava così due grandi momenti ben distinti; una lunga epoca di errore e di cecità ed un'epoca di purificazione e di verità, separate l'una dall'altra per la croce del Golgotha. La più prossima e la più simpatica di queste storie era quella del mondo rigenerato e redento, storia di lotte e di martirî, storia patetica e poetica di trionfi e di glorie pei credenti; tutto il resto si considerava in ordine a questa, sia come negazione, sia come lontana armonia, sia come preparazione. Due città grandeggiavano in questa idea; la Gerusalemme del popolo di Dio e di Cristo, la città del passato, e Roma bagnata del sangue dei martiri, sede di Pietro e dei successori, santuario e centro della cristianità vivente. La storia di quelle due città non s'incontrava pei cristiani che in un punto, ma in un punto estremamente solenne, la nascita e la vita di Cristo e il principio del grande apostolato. Da questo momento in poi Gerusalemme spariva e sostituivasi ad essa Roma. Ma questa Roma dei ricordi cristiani era propriamente la Roma imperiale, e niuna epoca della storia era tenuta così presente e così spesso rammentata dagli uomini del medio evo quanto questa degli imperatori romani. Il papato, i padri, i rapporti del cristianesimo coll'impero nei suoi primordi, nelle sue lotte, nei suoi trionfi, la storia dello sviluppo organico della chiesa, gli elementi stessi della cultura sacra e profana, tutto riconduceva a quest'epoca, più prossima sott'ogni aspetto. Come Cristo nei ricordi religiosi stava al culmine della storia cristiana così nei ricordi politici si partiva dal primo imperatore, Ottaviano Augusto, sotto di cui Cristo nacque[472]. Per un fatto sul quale i credenti cristiani non cessarono mai di declamare, trovandovi del miracoloso, i primordi del cristianesimo coincidevano coi primordi dell'impero, e Cristo nasceva quando Roma più fioriva, per potenza, ricchezza ed ingegni, quando la pace regnava nel vasto dominio romano, ed un'epoca di rinnovamento cominciava con auspici apparentemente felicissimi. Eppure Cristo stava agli antipodi di questi splendori, e se in quella coincidenza v'ha qualcosa di notevole, gli è questo che appunto allora nascesse chi, scientemente o no, doveva spingere il mondo tanto lontano dalla vetta che allora raggiungeva. Ma, senza miracoli, le ragioni storiche dicono chiaro che realmente la nuova religione non avrebbe vinto se non avesse trovato un'epoca disposta ad un generale rinnovamento, una società stanca ed avida di novità, e le sue mire universali sarebbero rimaste allo stato di utopia se non avessero trovato preparati tanti elementi di omogeneità fra popoli diversi dal braccio virile dei romani. Questo videro anche i cristiani, e parve, come pare tuttora ai credenti che veggono la storia attraverso al prisma della fede e del sentimento religioso, che l'opera di Dio si dovesse riconoscere in questa preparazione, di lunga mano elaborata onde recare la maturità dei tempi opportuni alla missione del Salvatore[473]. Questo ripetono quanti credono che l'idea della provvidenza debba essere la chiave dei fatti storici, come lo credevano gli Ebrei, che anche fra la cultura alessandrina attribuivano ai fatti della storia antica cause divine[474]. E senza dubbio assai proni rendevano a ciò fare i fatti di Roma, la cui gigantesca grandezza suggerì anche ai romani stessi e agli antichi in generale l'idea di una speciale protezione della divinità. Questa idea comune fra i romani, singolarmente al tempo di Augusto[475], e così solennemente rappresentata da Virgilio, che un destino antico, ed una volontà divina persistente avesse preparato e guidato gli avvenimenti che doveano condurre alla fondazione e alla grandezza di Roma, benefattrice e centro del genere umano, era continuata così e riprodotta in senso cristiano dai cristiani; e nel medio evo, come fra i padri e i poeti cristiani più antichi, tutti ritenevano che Dio avesse permesso e voluto quella città e le sue conquiste grandiose, perchè colla sua centralità mondiale potesse servir di sede ai vicari di Cristo[476].
Col cadere della potenza politica di Roma la universale influenza di questo centro non era venuta meno, ma erasi cambiata; il papato e la chiesa cattolica eransi sostituiti all'impero caduto, lo avevano fatto rivivere nella universalità della loro natura, delle loro istituzioni, dei loro scopi. Alla forza del braccio erasi sostituita la forza dell'idea, forza non del tutto nuova, poichè non soltanto materiali erano i mezzi che cementavano la vasta compage romana, ma anzi c'era in quella una unità morale, gagliarda e persistente, che sopravvisse a lungo allo smembramento politico. Erede e riformatrice di questa grande creazione romana, la chiesa era arrivata a sostituirsi all'impero con una medesimezza tale, quanto a robustezza e latitudine di potere, che la potestà pontificia potè giungere a considerarsi ed essere anche considerata e subìta come la prima potestà del mondo, a cui tutte le altre erano subordinate. Continuatrice dell'impero nella sua parte astratta ed assoluta, la chiesa riverberava quella sua natura anche sulle potestà laiche, che tutte gravitavano verso il grande ideale dell'impero; ideale che volle attuare Carlomagno, non come cosa nuova, ma come restaurazione e continuazione, e quindi facente capo a Roma. Il rozzo _Kunec_ Germanico aspirava a diventare _Caesar_ (Kaiser) e insuperbiva talvolta assai volentieri, dimenticando che l'autorità ei l'attingeva ad una fonte superiore; e quantunque talvolta spezzasse la briglia retta malamente da quello o da quell'altro individuo, pure in realtà sotto il peso di quel potere curvò il collo e si abbassò talvolta nella polvere anche più di qualsivoglia conquiso dall'antico impero; sola e povera soddisfazione che offrano a noi latini le lunghe pagine di quella storia desolante. Così questa idea dell'impero universale, nel medio evo e singolarmente dopo Carlomagno[477], diventa tanto esclusiva che la storia della umanità non si concepisce altrimenti che come una successione di grandi monarchie, dall'una all'altra delle quali il volere divino fece passare la forza e il potere e il dominio su molti popoli[478]. Quindi in questo concetto storico per la Grecia, non conquistatrice, non c'è che un posto esiguo; ce n'è uno cospicuo però per Alessandro; per la Roma anteriore all'impero, benchè nella parte più antica tanto più edificante dell'impero quanto a moralità, non c'è posto che pei ricordi di talune principali conquiste; il medio evo non si adagia che nell'idea dell'impero già costituito e completo, e foggiato con quello scaglionamento piramidale di autorità che costituisce l'ideale suo della società politica e della monarchia imperiale. Perciò per lo più saltano a piè pari dalla fondazione di Roma a Cesare e ad Augusto.
La parte principale adunque della storia dell'antichità allora nota, è la storia dell'impero subordinata alla storia del cristianesimo, mescolata con questa, veduta e immaginata secondo il sentimento cristiano, e quindi tutta travisata e piena di leggende. Roma rimane sempre moralmente _caput mundi_, e niuna città dell'occidente in tutto il medio evo, in mezzo a tanta potenza di popoli nuovi, acquista, neppur da lungi, lo splendore, l'importanza che conserva quella maestosa e veneranda rovina; neppure alcuna se ne scorge che raggiunga almeno il lustro che la romanità seppe dare a Bisanzio. Le città dei principi del medio evo, quale ad es. l'Aquisgrana di Carlomagno[479] non figurano nella storia che in modo oscuro e non proporzionato agli atti di alcuni di essi. Ed invero, le nazionalità si andavano bensì distinguendo assai ricisamente nel campo morale come nel politico, nelle nuove letterature, come nei nuovi gruppi politici in cui si divideva l'Europa, ma ciò avveniva per un moto lento e quasi inavvertito. Opera di riflessione che riducesse, come oggi, ad un principio quel sentimento che forte, ma oscuro, agiva nelle coscienze preparando l'Europa moderna, non c'era. Il diritto pubblico non riposava in alcuna maniera sul concetto dei diritti dei popoli risultanti dal sentimento e dal fatto delle nazionalità, ma si basava invece sui principî opposti, che si formulavano nel feudalismo e nel concetto dell'organizzazione imperiale. Del resto le nazionalità stesse non erano neppure di fatto ben definite e determinate ancora, quantunque tendessero ad esserlo. Risultanti dalla combinazione di vari elementi, esse si andavano enucleando, ma la loro attività storica doveva essere ben più lunga e caratteristica perchè potesse fissarsi intieramente e saldamente la loro individualità morale. Per questa condizione di cose avveniva che, ad onta degli sviluppi nazionali, ribellione vera e propria contro certe idee non ci fosse, ma anzi queste seguitassero ad essere vagheggiate. Erano singolarmente a fronte e distinte per vive antipatie, storicamente legittime, le nazionalità germaniche e le nazionalità latine. La gente germanica, presto corrotta anch'essa, ma serbatrice di certe idee ereditate dai selvaggi e semplici padri suoi, che Tacito contrapponeva ai dissoluti romani come avrebbe potuto contrapporli ad ogni popolo molto civile, considerava i «Welschen» o i popoli latini come gente malcostumata e corrotta; ma d'altro lato non esitava a chiamar sè stessa barbara e rozza[480] ed a riconoscere la nostra superiorità intellettuale e civile e il nobile primato della stirpe nostra. Quindi quella unanimità di ossequio e di riverenza, non certo nel campo materiale, ma nella regione ideale, che dava ai popoli tutti d'Europa indistintamente un tale alto concetto di Roma da allontanare qualunque pretesa di rivalità e di concorrenza. Essa si rivela in mille guise diverse, nelle parole, nelle idee, negli atti degli imperatori germanici, sedicenti romani, nell'affluenza dei pellegrini al palladio della civiltà e della cristianità, nelle ingenue guide scritte per loro uso sulle «Maraviglie dell'aurea città di Roma» nelle espressioni enfatiche in cui prorompono parlando di Roma i mille scrittori del medio evo, ed in tanti altri fatti che lungo e superfluo sarebbe qui enumerare[481]; fra i quali però non vogliamo omettere, perchè molto significativo, quello della ingenua pretensione di tanti popoli nuovi e di tante famiglie principesche d'imitar Roma e i romani sin nella favola delle origini, derivandosi, come i romani e come Augusto, dagli eroi di Troia, e congiungendosi col nobile passato di Roma mediante cento leggende diverse[482]; nel determinare la qual tendenza ognuno intende quanto gran parte dovesse avere l'Eneide e la popolarità di cui questa godeva[483].
L'imperfetto e ancora confuso sviluppo delle nazionalità, singolarmente nei concetti astratti, rendeva possibile l'idea dell'impero risultante dagli elementi tradizionali della cultura ed anche dai più ovvi e visibili rapporti del presente politico e religioso col passato. Ma la rendeva possibile soltanto come idea e non altrimenti. La restaurazione dell'impero antico era una chimera impossibile; l'aggregazione di popoli diversi sotto uno scettro dovea esser cosa posticcia e precaria. Dell'antico cemento romano si era perduto il segreto, ed in ogni caso le vitalità individuali dei singoli popoli erano già troppo sviluppate perchè si potessero fondere come prima e mantenere uniti in un solo organismo. Del resto, quella razza che nell'indebolimento della più nobile avea preso il disopra, era, come si mostrò sempre fino ai dì nostri, affatto sprovvista di ogni facoltà assimilatrice, ed anzi, non che assimilare, grandi masse di essa scomparivano assimilate in grembo a più d'una nazionalità neolatina. Nondimeno le condizioni del pensiero producevano necessariamente l'idea imperiale, che troviamo viva in menti elette di quell'età sia nella nobile utopia di un pensatore, sia negli atti di grandi principi. Qui si osserva di nuovo quella sproporzione fra il contenuto della cultura e del pensiero e i fatti dell'esistenza prattica, che dà al medio evo un carattere tanto particolare. È un'età cotesta che forma e prepara tutto il rinnovamento moderno senza accorgersene e senza volerlo, mirando sempre al mondo antico, cercando di continuarlo o restaurarlo; essa si assomiglia ad uomo che, per una strana allucinazione, cammini avanzando mentre crede e vuole indietreggiare. Non c'è una età a cui, badando a ciò che dice e a ciò che pensa, l'idea del progresso e della rivoluzione sociale paia più antipatica, che più di questa sembri tendere alla immobilità e alla stereotipia; eppure d'altro lato non ve n'ha una in cui il moto sia di fatto tanto vivace, generale, molteplice e trasformatore, non una in grembo a cui la società, il sentimento, il pensiero tanto radicalmente e incessantemente si trasmutino. In questa condizione eccezionale sta la chiave precipua che spiega le tante anormalità e deviazioni che sono proprie di quest'epoca, in tante cose nelle quali l'antichità e i tempi moderni si trovan d'accordo.
Secondo questi ideali Virgilio doveva essere, com'era infatti, il più ammirato e il più simpatico dei poeti antichi; c'era nell'animo degli uomini colti che lo leggevano come un riverbero storico di quel sentimento romano ch'egli avea sovranamente interpretato e rappresentato[484]. Anche il momento storico a cui egli appartiene e nel quale figura tanto distintamente, era il più volgarmente noto e celebre, il più centrale e brillante in quelle conoscenze e in quel concetto dell'antichità. Il grande principato d'Augusto, il cominciamento dell'impero, la prossimità a Cristo ponevano Virgilio nelle più favorevoli condizioni storiche in cui un gran nome letterario potesse presentarsi a menti medievali, e nel concetto che avevasi del poeta, costituivano un lato ed un significato storico di non piccola entità. Unito a questo andava il lato religioso e filosofico di quel nome, come di uomo che molto si accostò all'idea cristiana, e fu fornito di un sapere universale, recondito e straordinario. Tutti gli antichi, che fossero prosatori o poeti, erano allora considerati come _filosofi_; ma la scuola grammaticale e retorica teneva sopratutto fra gli altri in vista i poeti, fra i quali Virgilio era primo. Ha quindi Virgilio più notorietà volgare e quasi popolare che qualsivoglia altro scrittore antico, benchè nel concetto degli uomini più colti e più distinti egli non figurasse realmente come il solo sapientissimo degli antichi. Allorchè nell'ardore scientifico e nel forte movimento intellettuale che si fa manifesto col principiare del sec. XII, Aristotele ebbe acquistato quel posto nella scuola filosofica e quella notorietà che tutti sanno, anch'esso apparve onnisciente; ma Virgilio rimase al posto di prima, poichè il suo nome, quantunque conducesse all'idea del filosofo, non aveva il proprio ambiente nella scuola filosofica, ma in quegli studi latini più comuni e più elementari ai quali Aristotele era affatto estraneo. Centro di Virgilio rimaneva sempre la scuola grammaticale, che ci presenta un altro lato del suo nome medievale, e propriamente il lato fondamentale. Anche nelle scuole di grammatica si fece sentire il nuovo indirizzo e il nuovo movimento degli studi che è rappresentato dalla scolastica; maestri, che furono allora di gran fama e la conservarono a lungo, componevano libri poetici d'uso scolastico che ebbero un grande successo. Ma l'_Alessandreide_ di Gualtiero da Lilla, composta con grande imitazione di Virgilio, quantunque molto letta e adoperata nelle scuole, non nocque al nome e all'autorità grammaticale e scolastica del grande poeta antico, più di quello nuocessero al nome e all'autorità di Donato i libri grammaticali usitatissimi di Alessandro da Villedieu, Pietro Elia e simili.
Riassumendo, nel nome medievale di Virgilio c'è un lato storico, un lato filosofico-religioso, un lato grammaticale e retorico; quest'ultimo è il più basso e triviale, il più barbaro e rozzo, ma nello stesso tempo è materialmente quello su di cui si elevano gli altri. Quanto al lato estetico, artistico, propriamente detto, esso in quel concetto è ridotto a nulla, poichè tutto il resto sta in vece sua, nè ci sarebbe o in gran parte non sarebbe qual'è, se esso ci fosse.
CAPITOLO XIII.
Ciò che principalmente costituisce il concetto del _medio evo_ e dà ragione di questo nome nella storia della vita intellettuale, è un'idea negativa risultante dai rapporti che si scorgono fra il risorgimento e l'antichità. Per tal guisa il medio evo figura come un'età di aberrazione, al disopra della quale l'antica e la moderna Europa si stendono la mano, si ricongiungono e si continuano. Questo concetto che si formula in modo reciso nell'ultima somma dei fatti, si sfuma e si gradua, com'è naturale, allorchè dalle negazioni si vuol procedere alle affermazioni, studiando i rapporti dei tre momenti storici che in esso trovansi posti a confronto, le cause e le vie di quei passaggi che non possono mai essere bruschi, o non preparati e non governati da leggi fisiologiche. Analizzato il pensiero medievale in quanto concerne l'ideale dell'antichità, la continuità dei rapporti coll'antichità stessa da un lato e col risorgimento dall'altro si fa di leggieri manifesta. Si trovano nell'epoca che precedette il medio evo elementi tali che spiegano come potesse aver luogo ed arrivare a grandi proporzioni quell'aberrazione che caratterizza questa età, e nel medio evo stesso trovansi gli elementi che precedettero e prepararono il risorgimento. Due principali aspetti si distinguono in questo grande periodo storico, i quali congiunti fra loro e paralleli fino ad un certo punto, finiscono poi col costituire due epoche distinte, o se si vuole, due sezioni distinte della stessa epoca. Abbiamo il medio evo latino, appunto quello che ha il maggior rapporto coll'antichità ed è come il centro di quanto nella cultura risale a questa; abbiamo il medio evo volgare, che ha la sua ragione di essere in elementi nuovi e nella emancipazione da ogni tradizionalismo. Le due classi, chierici e laici, la schietta distinzione delle quali, come già dicemmo, è uno dei più caratteristici prodotti del medio evo, si mescolano assai in questi due indirizzi, non così però che abbiano egual parte in ambedue. Pel primo l'iniziativa, la preponderanza, come anche l'anteriorità (nei limiti del medio evo) è del clero, nell'altro l'iniziativa e la preponderanza è del laicato; la prevalenza del laicato nella cultura e nella vita intellettuale si afferma luminosamente nel risorgimento, ch'è opera laica, ed ha psicologicamente, come vedremo, i suoi antecedenti nelle lettere laiche e volgari[485].
L'antichità classica con a capo Virgilio, trascinata in mezzo al ripugnante ed eterogeneo moto delle menti chiesastiche del medio evo può assomigliarsi all'astro della luce che attraverso ad un'atmosfera densa e pregna di vapori perde i raggi e il calore, non illumina, non riscalda e non feconda. Questa grande ecclissi non cessò che col tornare di quegli studi in mano del laicato, il che ebbe luogo gradatamente. La prevalenza del clero e del sentimento religioso, in generale la prevalenza della fede sulla ragione era nel medio evo un risultato necessario della recente conversione dell'Europa al cristianesimo. È impossibile che un fatto di tal natura avvenga in sì grandi proporzioni e con sì persistente intensità di sentimenti, senza che duri a lungo la forte effervescenza che deve accompagnarlo. L'Europa doveva avere quel periodo di entusiastiche illusioni, di concentramento fanatico in una idea sola che è indispensabilmente proprio di tutti i neofiti. Questo periodo che avea per risultato di sua natura di concentrare il moto intellettuale nella classe ieratica, dura finchè la riflessione non prende il di sopra, finchè non nasce la speculazione filosofica e razionale, ed i laici non riprendono l'iniziativa nella cultura e nel lavoro intellettuale.