Virgilio nel Medio Evo, vol. I
Part 12
Oltre a quanto leggesi nelle biografie, trovansi negli scrittori del medio evo non poche idee erronee e notizie favolose su Virgilio. Già, come notammo altrove, i commentatori delle Bucoliche spesso imaginavano, senza alcun fondamento, fatti ai quali il poeta alludesse allegoricamente. Così secondo un commento che leggesi in un MS. del IX secolo, Virgilio avrebbe tenuto in Roma pubblica scuola di poesia, ed a ciò si riferirebbe il noto «formosam resonare doces Amaryllide sylvam»[425]. Curioso è il colossale anacronismo di un anglosassone il quale, prendendo alla lettera certe espressioni metaforiche, considera Virgilio come contemporaneo di Omero e suo discepolo ed amico[426]. Per una strana confusione di varie idee delle quali abbiamo già parlato, Pascasio Radberto asserisce che la Sibilla recitò in persona le dieci ecloghe dinanzi al senato[427]. È noto il soggetto del grazioso poemetto _La Zanzara_ (Culex) attribuito a Virgilio; Alessandro Neckam riferisce quel fatto come avvenuto a Virgilio stesso e come occasione quindi di quella composizione poetica; ma poi si disdice, notando che avendo letto quel poemetto si è accorto di essere stato tratto in inganno da una falsa voce[428]. Una tradizione, che non ha nulla d'inverisimile, portava che Virgilio ricevesse non piccole somme dalla liberalità di Augusto[429]; particolarmente fra i grammatici era volgare la fama di una larga ricompensa data da Augusto al poeta pei commoventi versi: «Tu Marcellus eris etc.» che fecero una vivissima impressione sull'animo di Ottavia. Nel commento di Servio è detto che per quelli egli ebbe una somma solennemente pagata o contata in _aes grave_[430]. Quella somma viene stabilita nella biografia interpolata in _diecimila sesterzi_ per ciascun verso[431]. Questa notizia la vediamo più tardi legarsi alla storia dei versi «Nocte pluit tota etc.» con singolari aggiunte. Benzone di Alba (XI sec.) dice che per questi versi Virgilio ebbe da Augusto danaro a profusione e _la libertà_[432]. La stessa cosa afferma Donizone[433]. Non contento di ciò Alessandro di Telese (XII sec.) dice che per essi Virgilio ottenne da Augusto in feudo la città di Napoli e la provincia di Calabria[434]; nella quale aggiunta noi vediamo la leggenda letteraria incontrarsi e mischiarsi colla popolare che allora già si divulgava nel Napoletano dov'era originaria; in questa Virgilio figura appunto come signore o patrono della città di Napoli. Di questi elementi che predisponevano il terreno letterario all'accettazione delle leggende popolari, è d'uopo rammentarsi per lo studio che intraprenderemo nella seconda parte di questo lavoro.
Se, per le ragioni che abbiamo accennate, quel tono enfatico con cui soleva parlarsi di Virgilio non avea luogo nelle biografie in prosa, esso avea un largo campo nelle composizioni poetiche che aveano per soggetto il poeta. La poesia di ragione classica, così nel medio evo come prima governata dalla retorica e confusa colla declamazione, si esercitava tenendo costantemente Virgilio dinanzi. In lui essa trovava il principale modello da imitare, in lui una specie di emporio retorico-poetico, da lui prendeva i temi per gli esercizi di versificazione declamatoria, e questi ultimi non soltanto dalle sue opere, ma dai suoi meriti e dai fatti principali della sua vita. Così avea origine la gonfia biografia virgiliana in versi, che ci è giunta incompleta, scritta nel VI secolo dal grammatico Foca, all'enfasi della quale serve di misura l'ode saffica che la precede[435]. Ma molte particolarità della vita del poeta erano volgarmente conosciute sia per le biografie annesse ai commenti e lette nelle scuole, sia per la esposizione scolastica delle sue poesie stesse, singolarmente delle Bucoliche. Le più spiccanti e notorie fra quelle particolarità furono speciali soggetti di esercizi poetici. Così la storia delle possessioni perdute e poi riacquistate per grazia di Augusto e per intercessione di Mecenate ed altri amici, era nota a quanti avean letto le Bucoliche, e più di un poeta latino trovò una ispirazione in quel fatto egualmente onorevole pel poeta e pel suo protettore; così Marziale[436], Sidonio[437] ed altri. In un codice del X secolo leggesi un esercizio poetico medievale consistente in una epistola in versi diretta da Virgilio a Mecenate allorchè le terre mantovane erano passate in possesso dei veterani[438]. Un epigramma dell'Antologia si riferisce al fratello di Virgilio, Flacco, immortalato dal poeta, secondo i commentatori e la biografia maggiore, nel Dafni della V ecloga[439]. Delle notizie provenienti direttamente dalla biografia niuna fu tanto trita quanto quella dell'ordine dato da Virgilio morente di bruciare l'Eneide; era questo un tema che si prestava assai alla declamazione, e difatti più d'una ne troviamo su tal soggetto. Già al tempo di Gellio e di Svetonio, Sulpicio Apollinare componeva su di ciò quei tre distici che troviamo riferiti nella biografia[440]. In epoca più tarda furono composti i distici che leggonsi nel codice Salmasiano, coi quali i Romani pregano Augusto di comandare che la volontà del poeta non sia eseguita[441]. Ma la declamazione su questo tema prende un tono assai più alto facendo parlare Augusto stesso, come troviamo nel famoso «Ergone supremis» etc., che forse faceva parte della biografia versificata da Foca, sopra rammentata[442].
Le composizioni stesse del poeta servivan poi di tema per esercizi di versificazione e di poesia. Ciò accadde anche per talune brevi poesie che trovansi riferite nella biografia. Così l'epigramma che, secondo il biografo, Virgilio giovanetto compose contro Balista maestro e ladrone, ebbe molta notorietà e trovasi in più codici, estratto certamente dalla biografia e mescolato con altre poesie di Virgilio e d'altri[443]. Esso fu imitato da più d'un poeta scolastico, e ben sei variazioni su questo tema, certamente di autori diversi, si trovano da un interpolatore introdotte nella biografia verseggiata da Foca[444]. Questi esercizi scolastici erano opera, non soltanto di scolari, ma anche di maestri; negli ultimi tempi della decadenza si trova l'uso di comporre in più su di uno stesso tema, a modo di tenzone, e se ne ha notevole esempio nelle composizioni dei _dodici poeti scolastici_ o _dodici sapienti_[445], che prendono tanto larga parte dell'Antologia latina e, giudicando dalla cura con cui furono raccolte e conservate in più manoscritti, pare incontrassero molto favore. I temi sono vari; una descrizione, un fatto mitologico, le lodi di una persona; generalmente si preferiscono soggetti già trattati in modo celebre da qualche chiaro poeta, quale p. es. Ovidio[446], e più spesso Virgilio. Così il noto epigramma che leggevasi sulla tomba del poeta, e secondo la biografia sarebbe stato composto da lui stesso[447], trovasi rifatto in un distico e amplificato in due distici da ciascuno dei XII poeti[448]. A questo genere di esercizio appartengono anche gli argomenti in versi delle varie poesie virgiliane[449]. Il numero e la varietà di quelli che ci rimangono provano che anche questo esercizio era soggetto di una specie di certame scolastico. Taluni di questi riassunti versificati si riferiscono anche alle Bucoliche e alle Georgiche[450], ma i più si riferiscono all'Eneide. Si hanno argomenti a ciascun libro dell'Eneide composti di un sol verso, altri di quattro, di cinque, di sei, di dieci versi[451]. Una composizione di undici esametri, di incerta età, dà il numero totale dei versi di tutte le opere di Virgilio ed il contenuto di esse[452]. Il più antico esempio di questa sorta di lavori, ai quali per lo più Virgilio stesso presta non poco del suo, sarebbero gli hexastichi attribuiti a Sulpicio Apollinare; trovansi in un codice vaticano del V o VI secolo. Non sono certamente di molto anteriori a questa età i decastichi, preceduti da cinque distici nei quali Ovidio se ne dichiara autore[453]; nel che vediamo riflettersi il rapporto in cui erano realmente Virgilio ed Ovidio nell'uso scolastico di quel tempo. Poi composizioni di tal natura si fecero lungo tutto il medio evo. Non fu certamente Virgilio il solo a cui lavori simili si dedicassero, ma per lui si fece in tal genere assai più che per alcun altro poeta latino. L'Antologia offre anche parecchi epigrammi sulle lodi del poeta, generalmente fondati sul luogo comune del confronto con Omero per l'Eneide, con Teocrito per le Bucoliche, con Esiodo per le Georgiche[454]. In uno di questi epigrammi troviamo messo in versi il detto di Domizio Afro riferito da Quintiliano[455]. Due distici di stile metaforico e contorto pretendono dar consiglio a chi «con piccola barca si fa a percorrere il vasto pelago di Marone»[456].
Finalmente a questi esercizi della scuola fornivano materiali i luoghi delle maggiori opere virgiliane, quelli stessi che servivano di tema alle declamazioni in prosa. Più d'una composizione dell'Antologia è ispirata da luoghi siffatti[457], e singolarmente la scuola retorica si riconosce nei così detti _temi virgiliani_ che sono studi su motivi retorici offerti dalle poesie virgiliane e propri alla declamazione, variazioni su versi del poeta, nelle quali il tono viene per lo più esagerato secondo la _tuba_ e la _pompa_ richiesta necessariamente dal gusto del tempo. Tali sono le parole di Didone ad Enea (Aen. IV, 365 sgg.), di Enea ad Andromaca (Aen. III 315 sgg.), di Sace a Turno (Aen. XII 653 segg.)[458]. Abbiamo inoltre una lettera di Didone ad Enea[459] in cui l'argomento virgiliano è trattato secondo la maniera di Ovidio, un lamento sulla rovina di Troia nel cui ritmo si riconosce evidente il medio evo inoltrato[460], ed altro di cui qui sarebbe superfluo parlare.
Propriamente il focolare di queste produzioni poetico-retoriche alle quali presiede l'autorità virgiliana, non può dirsi sia il pieno medio evo, ma piuttosto il principio di esso e gli ultimi tempi dell'impero. Il quinto e il sesto secolo sono singolarmente fecondi di questo genere di versificazioni nate nelle scuole, diffuse in quelle ed amorevolmente raccolte da uomini senza dubbio anch'essi di scuola, i quali senza scrupolo mescolavano le minori poesie degli antichi grandi maestri più note nelle scuole, ai prodotti scolastici più generalmente ammirati in quel tempo di cattivo gusto. Quindi quella strana confusione di nomi che complica le difficoltà dell'ordinamento critico dell'Antologia latina. Intanto colla importanza che così vediamo attribuita ai prodotti di una regione bassa e per lo innanzi condannata all'oscurità, si manifesta evidente l'ultimo spossamento della poesia classica che, ridotta ad anfanare miseramente nell'artificiale atmosfera della retorica, si consuma ed emacia al punto da mostrare le povere ossa sulle quali si regge. Quest'ultima nota smorta e scolorata della poesia latina, piuttosto che rimpetto all'antichità, abbiam voluto richiamarla rimpetto al medio evo, al quale con essa vengono tramandati e raccomandati i grandi esemplari antichi, ed essa soltanto dà l'intonazione per quel poco che quella età, tutta avviluppata nell'ascetismo monacale, potè produrre sulle orme della poesia classica.
CAPITOLO XI.
Se v'hanno due cose che stiano assolutamente agli antipodi, tali sono il sentimento pagano e il cristiano. È impossibile immaginare una differenza più grande, più profonda, nel modo di considerare il mondo esterno e l'interno. Il sentimento cristiano è assorbente in modo singolare, esso chiama a sè tutta l'anima dell'uomo, tutta la concentra in una idea; tutti i sentimenti, le passioni, gli affetti, gl'istinti che hanno tanta parte nelle produzioni artistiche, esso riforma e riduce, connaturandoli a sè stesso e facendoli convergere verso un solo scopo. Tutte le ispirazioni poetiche si incontrano in un obbiettivo solo: si ama in Dio, si geme in Dio, si esulta in Dio, si vive in Dio; Dio insomma è la base di ogni formola in cui si traducono, si risolvono o si acquetano gli affetti, i patemi, gli entusiasmi, le speranze, e le trepidazioni dell'anima umana. E l'orizzonte della vita è cambiato affatto, e con questo profondamente rinnovati tutti i principî escatologici di essa. L'occhio si figge ansiosamente sul problema della esistenza di oltre tomba, alla salvezza di questa tutta l'attività umana vuol coordinarsi. La vita terrestre è un peso, un pellegrinaggio, una prova dura e difficile, ed ora per la prima volta si ode dire che c'è una vita mondana, che c'è un _mondo_ periglioso e nocivo, da cui l'uomo pio deve tenersi lontano. Una rivoluzione violenta bisogna che abbia luogo nella coscienza umana, perchè l'uomo possa arrivare a considerar così sè stesso e la società e la natura. Gl'ideali poetici concepiti in un'epoca di espansione spontanea, quando lo spirito non violentato nè torturato alcunamente, tutto il mondo, secondo natura, riconduceva a sè stesso, e con ingenua fiducia credeva in quello e l'amava e lo divinizzava, riconoscendovi, come in uno specchio fedele la propria immagine, doveano necessariamente ripugnare ad anime che vedevano in modo così nuovo e diverso l'essere umano, nei suoi rapporti col suo simile, colla natura, e colla divinità. Quel sentimento che potè avere per prodotto l'ascetismo eremitico e monacale quanta parte dell'animo poteva lasciare alla intelligenza del bello antico, alle idealità artistiche di Omero e di Virgilio?
Se il cristianesimo avesse continuato da solo là dov'esso era nato, limitandosi ad una riforma religiosa della stirpe giudaica, la natura sua propria e originaria lo avrebbe condotto ad una poesia di genere speciale che avrebbe potuto essere una seconda fase dell'antica poesia biblica, ad esso naturalmente più prossima. Sarebbe stata sempre una fase notevolmente diversa dall'antecedente; poichè c'è nella prima idea cristiana un sentimentalismo umanitario, una finezza e dolcezza di sentire religioso che dà a Cristo ed ai suoi un tipo ben distinto da quello di David, di Isaia, e delle più calde e poetiche anime dell'antica legge. In ogni caso però avrebbe certamente avuto in comune coll'antica poesia giudaica, il non essere figlia di una scuola e di uno studio che avesse l'arte per iscopo. Se c'era cosa che dovesse ripugnare alla natura di questo primo sentimento cristiano, tale doveva essere ed era in realtà, tutto quanto sapesse di convenzionalismo artistico, di affettazione, di ricercatezza, e mirasse ad uno scopo diverso dal puramente etico e religioso. In parte perchè ebreo di povera condizione nato e vissuto in Palestina e non tocco nè modificato in alcuna maniera, come tanti altri ebrei d'allora usciti dal suolo nativo, dalla civiltà greco-romana, in parte per la stessa natura eterea, sentimentale e mistica della sua dottrina, Cristo rimase estraneo e indifferente a qualunque cultura. La semplicità è nell'ideale cristiano la qualità prima fra le esterne, con cui si contrappone all'antico mondo civile. La più alta poesia cristiana non si produsse quindi nel campo artistico, dal quale i seguaci di Cristo, quanto più fedeli all'idea primordiale del Maestro, si tennero lontani. Essa, piuttostochè in forme, si rivelò in idee e in sentimenti espressi nel modo più ingenuo e pedestre; senza comporre un verso, senza pure immaginar di poetare, seguendo l'impulso che dava allo spirito la nuova idea ferventemente appresa e fomentata, produsse l'ideale di Cristo, che è senza dubbio il suo più alto portato poetico, e la cui entusiasmante efficacia non fu certamente piccolo elemento in quella magia che moltiplicò a milioni e neofiti e martiri. Non d'altra natura, ma semplici ed affatto non curanti della forma, sono le effusioni poetiche di Francesco d'Assisi e di chi scrisse della «Imitazione di Cristo», tardi ma fedeli e genuini echi della più vera e più originale cristianità.
Nel diffondersi pel mondo greco-romano, il cristianesimo trovava invero il terreno assai preparato negli elementi sì positivi che negativi della decadenza, e non era esso il solo nuovo prodotto che desse al pensiero e al sentimento di quell'epoca un carattere nuovo, ben diverso da quello dei periodi più splendidi irreparabilmente passati. Per un processo lento, di cui con sufficiente studio si trovano e si spiegano chiaramente le vie e le fasi, esso riuscì ad infiltrarsi nella società greco-romana, modificando questa, non però senza modificare sè stesso in proporzioni considerevoli. Lo spirito di proselitismo che era nella sua natura tanto gagliardo e invincibile quanto lo era per Roma lo spirito di conquista, lo ridusse a piegarsi a necessità ed a transazioni inevitabili. La prima concessione che dovette fare fu quella di istruirsi, di divenir colto, d'iniziarsi alla civiltà greco-romana, ed essendo questa troppo vitale per poterla estinguere, cercare di assimilarsela, per poterla influenzare nei suoi effetti ulteriori e modificare. Così (fatto strano quando si pensi all'ideale di Cristo e della società evangelica) i cristiani poterono divenire pittori e scultori, poeti d'arte e verseggiatori, e cercare un organo del loro sentimento religioso là dove Cristo non avrebbe nè immaginato di cercarlo, nè voluto che si cercasse. E in tal guisa avea luogo una prima e principale di quelle mille contradizioni appena palliate da ogni sorta di pii ripieghi suggeriti dalla fede, in mezzo alle quali il cristianesimo è venuto vivendo fino ai dì nostri.
L'idea cristiana indossando le forme dell'arte poetica antica non approdò mai ad altro che ad una specie di singolare travestimento, del quale l'abilità di qualche poeta non potè riuscire che a diminuire la stranezza. Non di rado il contrasto fra le forme e le idee tocca il grottesco e il ridicolo, per chiunque non abbia gli occhi velati dal fervore della fede che tutto scusa ed ammira in una parola guidata da questa. E veramente, se l'idea cristiana trovava una sufficiente preparazione ed elementi favorevoli nel campo in cui si andava propagando, non per questo essa trovava in quello forme artistiche appropriate e corrispondenti. Il misticismo e la nuova tendenza del pensiero che favorirono i trionfi del cristianesimo nella decadenza, appunto perchè prodotti di un deperimento e non di un rinnovamento, di una fiacca e delirante decrepitezza, non di una calda e giovanile energia, non determinavano quel grado di sentimento ardente che rinnova e crea l'arte plasmandola secondo la natura propria: essi ad altro non aveano servito che a malmenare l'arte antica, trascinandola in basso. Questa trovò dunque il cristianesimo così ridotta; la trovò viva apparentemente nelle scuole e nella cultura, ma spenta in realtà nell'intelletto e nel cuore. Quelle forme ormai vuote che erano proprietà domestica del mondo civile ed esemplate dai più grandi nomi del patrimonio intellettuale d'allora, il cristianesimo si occupò di trarle dai subbietti profani e pagani ai subbietti sacri e cristiani. L'uso di esse era realmente cosa tanto meccanica ed inerte, che parve naturalissimo considerarle come aperte al primo occupante, e capaci di adattarsi ad un sentimento qualunque. Eppure, nate in Grecia, esse avevano già fatto il salto non piccolo dalla grecità alla romanità, nè senza molto sforzo, e sol coll'aiuto dei più splendidi rappresentanti del genio latino, erano riuscite ad adattarsi a quest'ultima. Ora trarle ad una seconda trasmigrazione, ben più violenta della prima, perchè negazione recisa del pensiero poetico ed artistico ch'esse avevano seguito e servito in Grecia e in Roma, era una velleità che solo poteva nascere in una epoca in cui il dominio della retorica su tutta la letteratura avea fatto perdere il sentimento di quel rapporto necessario ed intimo che deve esistere fra le forme dell'arte e le condizioni dello spirito.
Insomma l'imitar Virgilio, come fanno Prudenzio, Sedulio, Aratore, Giuvenco e tanti altri poeti cristiani[461], mettendo in esametri la vita di Cristo, o vite di santi o fatti biblici, l'imitare Orazio, Ovidio ed altri poeti antichi componendo distici e carmi trocaici e giambici su fatti e idee cristiane, era un lavoro di sforzo, nel quale convincimenti, raziocini, moralizzazioni potevano esser cosa seria, ma la poesia propria del sentimento cristiano non poteva avere che pochissima parte, poche e stentate espansioni. Versificare il vangelo era un cristianizzare l'esercizio scolastico, ma era anche un togliere alla ingenua narrazione evangelica la poesia sua propria, per darle un ornato ripugnante alla sua natura. Però gli uomini educati nella cultura romana, che aveano sempre dinanzi agli occhi gli esemplari antichi, accolto il cristianesimo, dovevano vedere con compiacenza riempiuto, quantunque in modo insufficiente e posticcio, un vuoto che questo presentava per essi. La descrizione della tempesta negli esametri di Giuvenco prete richiamava alla mente loro la bella descrizione virgiliana; più d'un carme di Prudenzio li faceva ripensare ad Orazio. Che poi della poesia antica soltanto la forma ci fosse in quelle composizioni, che della poesia cristiana vera e propria non ci fosse che una parte troppo tenue, era cosa che poco importava in un'epoca in cui la poesia non si apprezzava che come retorica e versificazione. Per tal guisa la poesia cristiana, seguendo i tipi classici, era cristiana nell'argomento, pagana nella forma; quante volte un poeta cristiano uscisse dall'argomento sacro, i tipi classici gl'imponevano tanto e tanto che, come vediamo in Ausonio, a stento si riesce a distinguerlo da un pagano. Ciò si verifica sopratutto ai tempi della decadenza e del risorgimento, che sono quelli nei quali la poesia latina dei cristiani più si permette di divagare nel campo laico e mondano. E questa va contata fra le altre ragioni per cui, nel predominio dell'ascetismo, la poesia latina viene tanto generalmente consecrata ai subbietti sacri, e rifugge tanto dai profani. Ma anche ai tempi della decadenza, finchè seguitò a vivere il paganesimo, i cristiani che erano tali ferventemente e per elezione ed eran resi esaltati dalle lotte, concentrandosi intieramente nell'idea religiosa, poco accordavano nelle loro poesie ai temi non religiosi. Già in quest'epoca la cultura cristiana è rappresentata in massima parte dal clero e così anche la poesia; rari sono i laici cristiani di cui questi secoli ci abbiano tramandato qualche composizione. Fin da quest'epoca adunque già si prevede che cosa dovrà essere la società e la cultura quando il paganesimo sarà affatto estinto e tutto il mondo civile cristianizzato. È il carattere del medio evo; la prevalenza dell'autorità religiosa e dell'idea religiosa in tutti gli atti e in tutti gli ordinamenti della società che ne è penetrata fino alle più intime viscere; è il concetto della cristianità che si va sviluppando e applicando nei successivi trionfi del cristianesimo, il quale non è assorbito dalla società romana da cui nacque lontano e diverso, ma è invece assorbitore di essa. Le sfere dell'attività umana vengono ripartite con distacco e divisione profonda fra gli stati e condizioni varie degli uomini. La prima radicale divisione che si completa col completarsi del trionfo sul paganesimo è quella dei laici e dei chierici; ai primi rimane tutta la vita materiale, agli altri la cultura e la vita intellettuale; al laico par naturale che la cultura non sia cosa sua, nè si vergogna di non averne più di quello si vergogni di non essere chierico; la differenza netta e recisa finisce col riflettersi nei nomi, e chierico acquista il significato di uomo di studio, laico il contrario; il primo è distinto, ma non per questo l'altro è sprezzato; ognuno fa il suo mestiere. Così la cultura e la vita intellettuale resa privativa di una casta religiosa, si concentrava nella religione; tutti gli ordini sociali sentivano l'influenza di quella casta invaditrice per natura, per missione, e per tradizione, che aveva in mano il cuore e la mente di tutti, dal principe più potente fino all'ultimo dei villani.