Vincenzo Monti (1754-1828) La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero
Part 2
Sotto tale aspetto il Monti fu paragonato giustamente al Canova, ma la Roma di Pio VI, che perdonerà allo scultore la bellezza pagana delle sue Dee e Semidee e persino la procace nudità di Paolina Bonaparte, sorgente in sembianza di Venere molto terrena dal piccolo _sofà-empire_ di Villa Borghese, la Roma di Pio VI, dove si lascia morir di veleno o di crepacuore lo Spedalieri, perchè ha osata una timida conciliazione fra il dogma e il _Contratto Sociale_ del Rousseau, non perdonerà al poeta d'avere, ripigliando la tesi degli Enciclopedisti, ricongiunto il suo pensiero a quello del Parini, dell'Alfieri e di tutti i contemporanei riformisti, Lombardi e Napoletani, d'aver intuonato, lì, appiè della cattedra infallibile di San Pietro, il peana trionfale della ragione e della scienza con quei versi:
Umano ardir, pacifica Filosofia sicura, Qual forza mai, qual limite Il tuo poter misura?
e, celebratene le continue vittorie, d'aver concluso con vaticinio superbo, che sa d'eresia:
Che più ti resta? Infrangere Anche alla morte il telo E della vita il nèttare Libar con Giove in cielo.
La Roma di Pio VI non perdonerà al Monti queste audacie, e se poscia se ne impaura egli stesso, se vacilla, se piega ai terrori, che inspira un governo di preti implacabili, alle lusinghe, che la fortuna non gli mantenne mai, ai dolci errori, cui possono trascinare un giovine caldo di cuore, di sensi e di fantasia l'opulenta bellezza e il lampo dello sguardo, tra devoto e profano, delle donne Romane, e più inebbriante d'ogni altro quello, che lanciò sul poeta Costanza Braschi, ripeterò che il Monti non è un Catone, ma ripeterò altresì che non è meno gran poeta per questo, e poeta grande appunto, perchè somiglia al suo tempo, ed il tempo a lui.
Quando, a guisa di onde incalzantisi le une sulle altre, incominciarono a ripercuotersi anche in Italia gli echi della Rivoluzione Francese, gli animi pro o contro s'agitarono profondamente, ed in Roma assai più contro che pro.
S'immagini ora l'ambiente di Roma, allorchè fu tutta piena d'emigrati francesi, fra i quali le zie del Re, ospitate dal cardinale De Bernis, il destituito ambasciatore di Francia, e mentre a Parigi si bruciava il Papa in effigie per rappresaglia al bruciamento in Roma dei libri massonici del Cagliostro.
L'avversione alle novità francesi andava crescendo in Roma ogni giorno. Le più strane novelle correvano e trovavano fede, ora del Re scampato e già rifugiato in Germania, ora degli alleati entrati trionfanti in Parigi, ed il popolo, se vedea allora passare il vecchio De Bernis, gli staccava i cavalli dal carrozzone e lo tirava a braccia, poi si precipitava a prosternarsi appiè di santi e madonne, che stillavano sangue, stralunavano gli occhi, e versavano lagrime, come persone vive.
Peggio fu, quando si riseppero le sanguinose scene della Rivoluzione, la ghigliottina in permanenza, il Re con la famiglia in carcere, la Repubblica proclamata, i Giacobini prevalenti con la Convenzione, e quando nel novembre del 1792 si vide capitare in Roma Niccola Giuseppe Hugou de Bassville, segretario della Legazione francese di Napoli, quel medesimo, che poi pel poema del Monti restò noto al mondo col nome più poetico di Ugo Bassville, e che prima fu spedito quasi di nascosto per tastar terreno, poi s'atteggiò a diplomatico, e d'intesa con pochi amici e colle Logge Massoniche accese, insieme ad un La Flotte, ufficial di marina pure francese, una briga internazionale per surrogare sul palazzo del Consolato e dell'Accademia di Francia all'antico stemma Borbonico quello della Repubblica.
Il Papa resistette, lo sdegno universale divampò, e provocato con iattanza francese dal Bassville e dal La Flotte finì il 13 gennaio 1793 nell'assassinio, a furor di popolo, del Bassville.
Si disse allora e si ripetè poi, che il governo ci avesse mano, ma non è provato, e le circostanze di fatto, diligentemente vagliate dal Vicchi, sembrano anzi escludere tale complicità.
Comunque, la reazione popolare giunse a tale, che ad imbrigliarla bisognò tutto il vigore e la sollecitudine, che prima adopravansi solo contro i sospettati aderenti della Rivoluzione, fra i quali era certamente anche il Monti, framassone, amico al Bassville, e che avea lasciate in mano di lui carte compromettenti.
Seguirono in Francia la decapitazione del re e della regina, il _Terrore_, le stragi, la guerra universale, e a tali eccessi anche i più caldi in Italia ristettero e ripugnarono. Così pure accadde al Monti, che oltre a trescare in cospirazioni avea già dovuto a questo tempo cercar di deviare la maldicenza e l'invidia, suscitate dalla sua gloria e dal misterioso romanzo dei suoi amori colla duchessa Braschi, mercè un matrimonio improvviso con Teresa Pickler, bellissima giovinetta romana, tutta gloriosa d'aver conquistato il cuore dell'acclamato autore dell'_Aristodemo_ e del _Galeotto Manfredi_ e certo ignara di servire da parafulmine alle sue politiche e galanti marachelle. Ma che bel parafulmine era allora Teresa Pickler! Ed il Monti se ne innamorò per davvero, e forse la duchessa Braschi avrà detto fra sè: “troppa grazia!„
Fra tali intimi e segreti contrasti di terrori personali, di passioni colpevoli, di affetti legittimi, di illusioni e disinganni patriottici è nata la _Bassvilliana_, il vero poema storico della controrivoluzione italiana.
Esso è troppo noto da doverne a lungo parlare.
Anche oggi (e vi è corso sopra più d'un secolo) esso è uno dei capolavori più popolari della poesia italiana. Ma vedete destino di persecuzione, signore! Quando alla lunga scemò d'interesse e venne a noia l'eterna inquisizione sulla versatilità politica del Monti, ad un'altra croce fu messo, la ricerca di tutte le sue imitazioni e assimilazioni come poeta, specie dalle letterature straniere. E si comincia dalla _Bellezza dell'Universo_, di cui il meglio sarebbe levato dal Milton, dai sonetti sulla _Morte di Giuda_, nei quali il Monti avrebbe accattato dal Klopstock persino l'immagine della Divina Giustizia, che pigliò pel collo il traditore
E lo piombò sdegnosa in Acheronte.
(dimando io, se c'è bisogno di farsi imprestar questa roba!) e via di questo passo, il Monti non avrebbe mai fatto altro che un cibreo d'imitazioni felici, belle, armoniose, ma composto a un dipresso, come lo speziale, pigliando da tutti i barattoli, compone le ricette del medico.
L'idea madre della stessa _Bassvilliana_ (che non è il meglio di certo di quel poema) si vuole tolta dal Klopstock. E ammettiamo pure che la _Messiade_ sia il modello della _Bassvilliana_. Che cosa significa ciò? La macchina poetica, su cui adattare un soggetto particolare e contemporaneo, qual'è la morte del Bassville, un soggetto cioè, la piena realtà del quale è presente e a tutti nota, non ha la stessa importanza, che in una vasta creazione epica, com'è la _Messiade_, in cui deve rispecchiarsi qualche punto prominente della storia del genere umano, qualche punto vecchissimo di data, con pochi o molti fatti, la verità dei quali si perde o svanisce nel vago della tradizione e della leggenda e quindi lascia al poeta ogni libertà d'immaginare e di ricomporre.
V'ha qui uno stadio di premeditazione e di lunga gestazione organica, che non ha rapporto coll'improvvisazione, coll'estemporaneità d'una poesia d'occasione, com'è in sostanza la _Bassvilliana_ del Monti.
D'altra parte qual è il poeta, anche fra i sommi, che nella scelta della sua macchina poetica non abbia attinto da quel fondo comune, che l'arte, la storia, gli ingegni colti e la fantasia popolare vengono tutti insieme accumulando e che in ogni tempo appresta, si direbbe, lo stampo, in cui il poeta getta le bellezze originali del proprio estro e dell'arte propria? A questa legge, benchè di tanto scemata di forza, di quanta n'ha acquistata nel tempo moderno l'individualità dell'ingegno, a questa legge s'è conformato anche il Monti.
V'ha anche al suo tempo col ravvivato studio di Dante, colla sazietà degli ideali arcadici, colla voga del preromanticismo fantastico del falso _Ossian_ e sepolcrale del Gray e del Young un materiale poetico molto diffuso e forme molto comuni, nelle quali tutti incappano: il Bertola, Alessandro Verri, il Varano, non meno dell'Alfieri, del Monti e del Foscolo, e da qui procede in parte il meraviglioso anche delle più consuete macchine poetiche del Monti, quella sua quasi continua evocazione spiritica, quella sua folla di ombre, quel suo collocarsi fra cielo e terra, fra la morte e il misterioso _al di là_, quando non preferisce inforcare il vecchio Pegasèo e sparire in pieno olimpo mitologico.
Per ora gli toccherà fra poco di sparire soltanto da Roma. L'enfasi e le invettive della _Bassvilliana_ contro gli eccessi della Rivoluzione francese non bastarono a smorzare i sospetti del Governo Pontificio. Ed ecco il Monti, il poeta di _Bassville_, che la notte del 3 marzo 1797 fugge nascostamente da Roma nella carrozza d'un aiutante di campo del generale Bonaparte, venutovi apportatore del trattato di Tolentino, e piomba prima a Bologna, indi a Milano in mezzo a tutto il bailamme delle repubbliche improvvisate dai Francesi.
Quando la _Bassvilliana_ fu ideata e composta, essa rispondeva al sentimento più diffuso e comune allora in Italia. Ma gli avvenimenti successivi dal '93 al '97, l'anno in cui il Monti fuggì da Roma, lasciando interrotta la _Bassvilliana_, siccome interruppe sempre tutte le sue creazioni maggiori (altro segno grandemente caratteristico e dei tempi e di lui), ma gli avvenimenti successivi, dico, aveano mutata la faccia delle cose; aveano dato tutt'altro corso ai pensieri e alle speranze dei molti, che pur ripugnando agli eccessi, favorivano in cuore i principii della Rivoluzione francese; e il Monti, con quel bel senso di prudenza e di opportunità, che avea sortito da natura, e il Monti giù, a precipizio, per questa china, senza pensare un momento, se vi coglierà allori o legnate, se vi troverà in fondo un Campidoglio o una Rupe Tarpea. Ma egli nella sua testa dovea a un dipresso ragionare così: “non sono stati ben accolti nella Cispadana e nella Cisalpina tanti altri profughi di Roma? non vi sono il Gianni, il Lattanzi, stati ben più di me servili alla Curia Romana e per di più canaglie di tre cotte e tanto inferiori a me d'ingegno e di gloria? E il Cicognara, che ieri recitava in Arcadia il necrologio di Luigi XVI, non è ora Presidente del Comitato di difesa nella Cispadana? e il Salfi, che fino a ieri ha piaggiato i Borboni di Napoli, non è ora a Milano il giornalista più temuto e il portavoce del giacobinismo più puro? perchè dunque dovrebbero pigliarsela solo con me, non reo che d'aver detto in versi magnifici quello, che quasi tutti gli Italiani migliori pensavano e sentivano, allorchè composi la Bassvilliana?„
Ah, signore, era un gran furbo quel buon Monti e val proprio la pena d'esser uomo di genio per conoscere così bene il mondo, gli uomini, la vita, e ragionare a questo modo, dimenticando per di più che quei Gianni, quei Lattanzi erano suoi nemici giurati, da lui in Roma mille volte aizzati, scorbacchiati, flagellati, e che ora non avrebbero mancato di ripagarlo a misura di carbone! Ma non basta. Il Monti è anche più imbecille di così. Salta il fosso del tutto, anzi va a ruzzoloni al di là dell'altra sponda, e in un'ignobile lettera al Salfi sconfessa la _Bassvilliana_ e nelle nuove sue cantiche: il _Fanatismo_, la _Superstizione_, il _Pericolo_ e nell'inno per l'anniversario della decapitazione di Luigi XVI, traveste addirittura la nobile Musa della _Bassvilliana_ in scapigliata e discinta _tricoteuse de la guillotine_; sfoghi sinceri forse, per quanto eccessivi, di sentimenti dovuti celare e comprimere troppo a lungo, ma che ad ogni modo sono la più brutta e dissennata pagina della vita del Monti.
Ne pagò il fio, non dubitate! E quantunque egli appartenesse in realtà alla parte più onesta, più saggia, più nobilmente liberale della Cisalpina, e forse anzi appunto per questo, non ebbe mai tregua nè mercè e più d'una volta parla in certe sue lettere disperate della tentazione di farsi saltare in aria le cervella.
La Cisalpina, già agonizzante (mentre il Bonaparte era in Egitto) per le violenze, le corruzioni, i ladronecci, le frenesie d'ogni guisa, sprofondò del tutto sotto la vittoriosa reazione Austro-Russa, ed il Monti esulò in Francia, fino a che la vittoria di Marengo non gli consentì d'intuonare lo splendido inno del ritorno e della redenzione sua e dell'Italia:
Bell'Italia, amate sponde, Pur vi torno a riveder! Trema in petto e si confonde L'alma oppressa dal piacer.
Egli ricupera la patria e sè stesso e nella _Mascheroniana_ vendica sublimemente la patria e sè stesso. “Molti, diceva, ne rimarranno scottati, ma è giunto il tempo di un'onorata vendetta e perdio me la voglio prendere, per istruzione della mia patria, lacerata da tanti birbanti.„ Sentitelo come descrive il _leggiadro vivere_ della Cisalpina con quella potenza tremenda d'invettiva, per cui la poesia si eleva a storica e umana ad un tempo, è specchio cioè del presente e vaticinio e ammonimento solenne per altri tempi, che con quel presente avessero mai, per caso, qualche rassomiglianza:
Altri stolti, altri vili, altri perversi, Tiranni molti, cittadini pochi E i pochi o muti, o insidïati, o spersi. Inique leggi e per crearle rochi Sulla tribuna i gorgozzuli e in giro La discordia co' mantici e co' fochi, E l'orgoglio con lei, l'odio, il deliro, L'ignoranza, l'error, mentre alla sbarra Sta del popolo il pianto ed il sospiro. Tal s'allaccia in senato la zimarra, Che d'elleboro ha d'uopo e d'esorcismo; Tal vi tuona, che il callo ha della marra; Tal vi trama, che tutto è parossismo Di delfica mania, vate più destro La calunnia a filar che il sillogismo; Vile! tal altro del rubar maestro A Caton si pareggia e monta i rostri Scappato al remo e al tiberin capestro. Oh iniqui! E tutti in arroganti inchiostri Parlar virtude e sè dir Bruto e Gracco Genuzi essendo, Saturnini e mostri. Colmo era insomma de' delitti il sacco; In pianto il giusto, in gozzoviglia il ladro, E i Bruti a desco con Ciprigna e Bacco. . . . . . . . . . . . . . . . Dal calzato allo scalzo le fortune Migrar fur viste e libertà divenne Merce di ladri e furia di tribune. V'eran leggi; il gran patto era solenne, Ma fu calpesto.... Vôta il popol per fame avea la vena; E il viver suo vedea fuso e distrutto De' suoi pieni tiranni in una cena. Squallido, macro il buon soldato e brutto Di polve, di sudor, di cicatrici, Chiedea plorando di suo sangue il frutto: Ma l'inghiottono l'arche voratrici Di onnipossenti.... . . . . . . . . . . . . . . . . Sai come s'arrabatta esta genìa, Che ambizïosa, obbliqua entra e penètra E fora e s'apre ai primi onor la via.
Il poeta, signore, ha sfogato il suo nobile sdegno e si calma, perchè è da sperare che questa tregenda d'infamie sia finita. Sia finita? Oh sì! Quando finirà l'uomo!
E un altro entusiasmo ora trascina il Monti. Ma chi glielo inspira? Napoleone! E chi vuole accusare il Monti pei suoi poemi napoleonici, il _Prometeo_, il _Bardo_, la _Spada di Federico_ e la _Palingenesi politica_, rientri in sè o si guardi attorno e dica se spesso non ha visto gente più spassionata e di più astuto cervello del Monti scalmanarsi per personaggi centomila volte minori! Fossero pure falsi miraggi gli splendori del vice-regno napoleonico, ma certo è che fra quei miraggi la nostra coscienza politica ed un partito nazionale si venivano formando. Si vorrà forse dire che ciò non apparisce nei versi del Monti? Lo dirà chi non gli ha letti, perchè mai il nome sacro d'Italia suonò più alto che nei versi e nelle prose di lui e ad ogni occasione, anche quando allo stesso dominatore francese quel nome cominciava a dar ombra. Nella prolusione alle sue lezioni universitarie di Pavia nel 1803 (prolusione, che si direbbe lo schema del futuro libro del _Primato_ di Vincenzo Gioberti) parlò sì alto e sì libero anche contro i Francesi, che la censura non ne permise la stampa, se non mutilata e mutata.
Riunitosi nel 1815 il Congresso di Vienna, che spartì i popoli come branchi di pecore, il Monti trovò ancora accenti nobili e degni, ma poco dopo cantò per l'Imperatore d'Austria il _Ritorno d'Astrea_, e questa è senza dubbio, al pari della lettera al Salfi, una delle sue mancanze di carattere più ripugnanti. Non c'è scusa che tenga a tale viltà, ma non mi par giusto, ripeto, in mezzo ad un moto così grande di reazione Europea qual'è quello del '15, e mentre in Italia il regno napoleonico cadeva senza rimpianti e peggio fra vendette nefande e applausi, non di sola plebaglia prezzolata, agli alleati liberatori, non mi par giusto, dico, imprecar solo al Monti, quasi rappresentasse egli solo tanto stolta rapidità d'ingratitudine, d'obblìo e di nuove speranze.
Ben presto esso e gli altri dovettero ricredersi, e quanto al Monti in particolare, esso nel consacrare, alcuni anni dopo, al marchese Trivulzio uno de' suoi ultimi canti chiudeva così:
.... E s'ei dimanda Come del viver mio si volga il corso, Di' che ad umil ruscello egli è simìle, Su le cui rive impetuosa e dura I fior più cari la tempesta uccise.
Di quel po' che avea raggranellato, durante il regno italico, avea salvato appena qualche briccica. A sentir certuni, si direbbe essersi esso, nei nove anni, che quel regno durò, tuffato sino alla gola in tutte le voluttà sardanapaliche, che aveano ammollito e corrotto i proconsoli e i marescialli napoleonici, legittimi precursori di quelli, che nei disastri francesi del 1870 si consolavano dicendo: “_c'est égal! nous nous sommes bien amusés!_„ In quella vece che cos'era stato il Monti in realtà? Un segretario senza segreti, un consulente non consultato, un professore senza cattedra, uno storiografo senza storia, un poeta Cesareo con un Cesare troppo affaccendato da badare a' poeti.
Contuttociò, dopo la Restaurazione, la carriera, anche letteraria, del Monti, si può considerare come finita, perchè poetò per piccole occasioni o in difesa della vecchia arte sua, come nell'elegantissimo sermone sulla _Mitologia_, o s'abbaruffò coi Cruscanti su quell'eterna questione della lingua, che gli Italiani, come se non avessero niente altro di meglio da fare, rinnovano quasi ad ogni età della loro storia. Ma nè a compire i poemi interrotti potea pensare, nè a tentarne di nuovi, e tutt'al più si deliziò, coll'incontentabilità del vecchio artista, d'andar sempre accarezzando e perfezionando le linee della _Feroniade_, il solo poema, che trascinò dalla gioventù fino ai suoi ultimi anni, senza compir mai neppur questo.
Bisogna dire però che la grande nomea del suo ingegno e la popolarità della sua gloria poetica non fossero stato punto oscurate presso i contemporanei dalle sue metamorfosi politiche, delle quali menarono tanto scalpore critici e biografi posteriori, se il romanticismo lombardo, che era la forma letteraria del liberalismo nascente e dell'opposizione alla letteratura officiale, gli profferiva di diriger esso il _Conciliatore_, il famoso giornale-programma dell'arte nuova nel 1818; se due giovani, caldissimi d'amor patrio, come Silvio Pellico ed il Berchet, lo stimolavano ad entrar con essi nella setta dei Carbonari; se il Leopardi ed il Manzoni cercavano la sua approvazione ed il suo appoggio; se finalmente la Polizia Austriaca l'avea in sospetto e facea sorvegliare la sua corrispondenza col conte Giulio Perticari, suo genero, anch'esso in voce d'aderente alle cospirazioni marchigiane e romagnole.
Ma ormai il povero Monti non era più che l'ombra di sè stesso. Ogni speranza, ogni dolcezza, ogni gloria si concentravano per lui nella moglie e nella figlia Costanza, sposata nel '12 al Perticari, e per le cui nozze i poeti d'Italia incomodarono tutti i vecchi Dei dell'Olimpo.
La moglie però, Teresa Pickler, bellezza giunonica, e che il Cantù chiama ironicamente _fior di virtù_, nelle acerbe polemiche letterarie e politiche, combattute dal Monti, non fu risparmiata, e forse non era senza torti, se è vero che non fu del tutto insensibile alle marziali eleganze degli ufficiali francesi; se è vero che fu l'eroina della prima redazione dell'_Jacopo Ortis_ di Ugo Foscolo, e che l'avarizia e l'avidità di lei furono cagione di più d'una delle debolezze politiche di Vincenzo Monti.
Comunque (e questo è l'importante) esso l'amò sempre tenerissimamente e la immortalò in quei versi soavissimi:
.... La stella Del viver mio s'appressa Al suo tramonto: ma sperar ti giovi Che tutto io non morrò: pensa che un nome Non oscuro io ti lascio, e tal che un giorno Fra le italiche donne Ti fia bel vanto il dire: “io fui l'amore Del cantor di Bassville, Del cantor che di care itale note Vestì l'ira d'Achille.„
I disseppellitori implacabili di carte vecchie, i quali al primo brano di lettera un po' calda, in cui s'imbattono, d'una donna celebre ad un uomo celebre altrettanto, s'esaltano subito d'aver messa la mano su grandi arcani d'amori proibiti (sono i piccoli carnevali dei topi d'archivio e di biblioteca) fantasticarono, fra gli strappi del Monti alla fedeltà coniugale, anche di suoi amori colla baronessa di Staël, da lui conosciuta in Italia nel 1805; ma per poco che si conosca dell'indole e delle abitudini epistolari della famosa autrice di _Corinna_, si vedrà che non trattasi se non di frasi e della passione consueta di quell'illustre donna di trarsi dietro aggiogati al suo carro trionfale tutti i più notevoli uomini del suo tempo e d'aver dato a tutti inspirazioni, consigli, conforti; specie di mecenatismo femmineo, civettuolo ed inconcludente, che di rado poi valica ne' suoi benefici certi confini.
Basti questo aneddoto. Il Monti e la Staël si scambiarono un giorno il dono d'un libro. Nel giorno stesso il Monti capita in visita dalla contessa Cicognara e ve lo depone, dicendo che sarebbe tornato a riprenderlo. Di lì a poco eccoti la Staël, che, dicendo lo stesso, vi depone il suo; ma tutti e due quei libri rimasero alla contessa Cicognara, e nè la Staël, nè il Monti si ricordarono mai più di ridomandarglieli.
Ben più della moglie del Monti è notevole figura di donna la sua figlia Costanza, che fu veramente il suo idolo. Era ingegnosa assai e un vero miracolo di bellezza, e con questi pregi ereditò anche il destino del padre d'essere fatta segno a molti amori di certo, ma anche ad odii feroci, perocchè alle colpe della mediocrità, che non dà ombra, s'usa misericordia, non a splendori d'ingegno e di bellezza, dai quali troppa gente si sente offuscata. Restò vedova nel 22 e fu accusata persino d'avere avvelenato il marito. Era una calunnia infame, ma fu creduta, e dovettero scolparnela solennemente i suoi amici e vendicarnela il padre ne' suoi ultimi versi.
Il Monti morì nel '28, Costanza nel '40; e di tutte queste vicende del poeta, che ne' suoi versi, nella sua vita e in quella pure della sua famiglia rispecchiò più caratteristicamente d'ogni altro le vicende del suo tempo, il Niccolini faceva, non volendo, l'epilogo in una lettera al Maffei con queste parole: “in breve tempo il Monti, la sua moglie, la sua figlia sono spariti: pochi ne parlano, e i più di questi ne dicono male. Oh vanagloria delle umane grandezze!„
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Vincenzo Monti (1754-1828), by Ernesto Masi