Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867

Part 5

Chapter 53,878 wordsPublic domain

A notte inoltrata si era a Ponte Sfondato, che credo fosse un cascinale isolato. Lì trovammo dei militari nostri e poco mancò non li attaccassimo, ritenendo che vi fossero per arrestarci. Ma poi si riconobbe che si trattava di un distaccamento il quale non aveva alcun ordine in proposito. Anzi l'ufficiale che lo comandava fu con noi gentilissimo.

Il malanno più grave diventò allora per noi quello dei viveri. Trovandovisi già accampata la truppa, ben poco vi si rinvenne da ristorarci; ed al banco del misero botteghino che c'era, fu una ressa indiavolata a chi arrivava primo. Ma con gli spintoni e le gomitate sangue da un muro non si cava di certo, e il botteghino in poco più di due ore fu letteralmente depredato, senza che perciò il nostro appetito fosse sazio.

Ci minacciava davvero la sorte del Conte Ugolino a due passi dal confine, quando un lampo di genio di uno di noi venne in soccorso a tutti. In quella bettola ci restava ancora in un angolo un mezzo sacco di riso. Rimboccate le maniche e fatto grembiale d'una tovaglia, il compagno nostro si mise a far da cuoco e in men di mezz'ora l'intera colonna faceva onore ad un risotto improvvisato che per la circostanza e per l'appetito restò fra noi memorabile.

A Ponte Sfondato si potè riposare un po' meglio che a Cantalupo.

La mattina si marciò per Passo Corese.

In vicinanza del confine si fece _alt_, e si passò il ponte della ferrovia alla spicciolata fino ad un casolare isolato che pareva servisse ad uso di stalla. Ma prima d'attraversare il ponte Giovannino schierò la sua sezione (alla quale io pure appartenevo) davanti a sè e volle farle la sua parlatina, che riferisco pur essa nella sua originalità:

«Amici, entriamo ora nel territorio nemico e speriamo che questa giornata sia per essere a noi fortunata e gloriosa. Io desidero che noi ci trattiamo tutti come fratelli, e però permettete che fin d'ora io dia a voi del tu, e vi prego di fare anche voi lo stesso con me[15].

«A qualunque evento si vada incontro e qualunque cosa possa accadere, voi sapete che delle disgrazie saranno inevitabili. Ma siccome il buon ordine vuol essere sempre mantenuto in qualsiasi frangente, ricordatevi che restando ammazzato (disse proprio così) o ferito alcuno dei capi, prende il comando quello che immediatamente per numero gli vien dopo. Quindi, se restassi ammazzato io, prenderà il comando della sezione il capo della prima squadra e capo di questa resterà il numero due; se resta ucciso il numero due, comanderà il numero tre e così via per ogni squadra».

Sono le sue precise parole e furono dette da lui colla massima calma e colla dolcezza di voce sua abituale, sicchè mi fecero forte impressione. Questo parlare della propria morte e di quella dei compagni con tanta serenità e calma, come se si trattasse di un ordine da darsi per una partita di caccia, e il parlarne come di cosa imminente e che forse poteva accadere in quel giorno stesso, mi mise in corpo un lieve tremito che potea dirsi anche _paura_.

È inutile dissimularlo! Un uomo è uomo, e sono ben pochi che abbiano il coraggio volgarmente detto del sangue freddo. Chi non fu mai esposto al fuoco, se ha, lontano dal pericolo, il coraggio a parole, quando s'avvicina al fatto e quando è al fatto stesso, prova nel primo momento un senso istintivo di terrore che lo invade tutto. I primi colpi di fuoco sono sempre terribili e sono quelli che provano i coraggiosi ed i vigliacchi. Dopo, nel furore della mischia, anche un vile può avere il suo pazzo coraggio; ma è nella resistenza alla prima impressione che sta la vera prova. L'istinto non si distrugge, e però chi prova terrore al fuoco e vi sta esposto inchiodatovi dal sentimento del dovere, quegli è un eroe. Chi si ubbriaca d'esaltazione, gridando e smaniando, è come colui che si alcoolizza per prender forza. Le battaglie si vincono più con la resistenza passiva che col furore dello attacco.

Giunti che fummo allo stallaggio o casolare di Passo Corese, s'andò tutti a finire nelle mangiatoie, cercando di rifarci là dentro degli arretrati del sonno.

Ma anche qui io fui sfortunato più ancora che a Cantalupo.

D'improvviso il comandante chiamò il furiere e gli ordinò che prendesse le sue disposizioni, perchè erano giunti trecento fucili, e si doveano scaricare e portare, con le relative munizioni, in una barca. Non ricordo quali disposizioni il furiere prendesse; ricordo bensì che una delle prime sue vittime fui propriamente io.

Non me ne lagnai però. Avevo preso a fare religiosamente il mio dovere, ed anzi rammento ancora con un po' d'orgoglio che di nessuno dei mezzi di trasporto che avevamo a nostra disposizione lungo la marcia, io volli mai approfittare! D'altronde ero il più giovane: era troppo giusto che cedessi i comodi ai più anziani d'età.

Confesso però che la fatica di quel trasporto mi riuscì penosissima. I fucili si portavano a fasci di quattro o cinque con la baionetta rivolta all'in giù. Pioveva nuovamente, e l'acqua mi penetrava fin nelle midolla attraverso il logorato mio stifelius d'estate. In terra c'era una mota argillosa appiccicaticcia, che rendeva fastidiosamente faticoso il camminare. La fretta, il peso dei fucili che male stavano uniti assieme e sfasciandosi e cadendo colle baionette sfregiavano le mani, il cammino malagevole oltremodo, formavano un insieme di tali difficoltà, che mi facevano sudare goccioloni caldi, mentre la pioggia mi agghiacciava e mi attaccava i panni alla pelle.

In vita mia non credo di aver sopportato mai fatica più ingrata.

Mentre si eseguiva tale operazione e la pioggia continuava a flagellarci, m'avvidi nel rimettere i fucili al battelliere che sull'opposta riva del fiume era accorsa gente la quale riparata da ombrelli stava spiando quello che noi facevamo. Incontanente al mio ritorno ne feci avvertito Enrico il quale accorse a vedere. Ma quando egli arrivò sul posto, erano tutti spariti.

Che costoro abbiano contribuito a far abortire il nostro tentativo avvisando il comandante del presidio di Roma?... chi lo può sapere? È però certo che l'indomani il capitano Cialdi dell'esercito pontificio ordinava di spazzar via tutte le barche del fiume a monte di Roma.

La barca nella quale collocammo i nostri fucili era un ampio barcone di quelli che portano legna da fuoco in Roma. I fucili furono allogati nella stiva stessa e in parte fra le cataste della legna.

Di sommo aiuto in quest'opera d'imbarco ci furono Angelo Perozzi, già conosciuto a Terni e nostro compagno d'armi, e il ricevitore doganale Buglielli, romano, che rividi tre anni di poi a Napoli. Allora mi confessò che quando ci vide partire, egli, che conosceva i concerti e le intelligenze prese con Roma, guardò trepidante l'orologio e battendosi la fronte esclamò addolorato: «Dio faccia che arrivino in tempo, ma temo che sia oramai troppo tardi!»

E s'apponeva al vero!

VIII.

Il Tevere.

Il fiume classico, il fiume della storia e della poesia ci accolse nel suo seno. Il barcone che ci conteneva era seguito da altre due barchette nelle quali furono collocate due squadre comandate dal Fabris e dallo Stragliati.

Quest'ultimo ebbe l'ordine di sorprendere un posto di doganieri che doveva esistere presso la foce dell'Aniene. I segnali dal barcone alle barchette si dovevano fare con fanali a colori.

La corrente ci trasportava maestosa. Il cielo si era rasserenato, tirava un vento rigido e secco.

Il comandante dispose una guardia speciale sopra coperta del barcone e la mutava ogni mezz'ora. Il mio turno venne quando era già notte alta. Il vento frigidissimo mi aveva asciugati tutti i panni inzuppati, nè io me n'accorsi. Un senso indistinto di tristezza mi portava colla mente lontano, lontano, ove di certo si palpitava sulla mia sorte. Benchè il cielo fosse stellato, la notte era buia. Le due sponde del fiume si distinguevano appena come due nere striscie serpeggianti. Di tratto in tratto la pianura appariva ancor più cupa del resto: erano forre, macchie, canneti, boscaglie. Non un lumicino che additasse un casolare, che accennasse alla veglia, all'esistenza di qualche creatura. Tutto era buio, tutto dormiva. Pensavo alla notte eterna, senza speranza di nuovo sole, senza miraggio d'aurore più splendide delle nostre, e lo spirito rifuggiva aborrente da cotesta vacuità del nulla. Per alcuni ha l'attrazione dell'abisso, per me ha l'orrore del precipizio.

Alta la notte! Fra poche ore spunterà il sole: lo vedremo noi? lo vedrò io? Un colpo di fucile aggiustato nell'ombra da una di queste sponde potrebbe rompere la mia meditazione e con essa troncare il filo di mia vita, le mie speranze, i miei sogni. Addio illusioni di gloria! addio trionfi del Campidoglio! Morto nel buio! Colpito proditoriamente, non ebbe tempo di battersi, non vide il nemico in faccia!

Un brivido mi scoteva dai tetri pensieri. Aguzzavo la pupilla innanzi a me e dalle parti. Nulla! Le due barchette non si scorgevano affatto: a stento potevansi distinguere le tortuose sponde del fiume ed i gomiti repentini della corrente, che or ci portava presso a riva ed or ci lanciava ad arenarci contro la sabbia della spiaggia opposta: gli urti ed i sobbalzi improvvisi mi toglievano bruscamente alle mie tetre meditazioni.

Quand'io smontai la guardia e fui sceso in stiva, Giovannino mi toccò i panni, poi mi disse col suo dolce sorriso:

— Vedi un po', questo venticello è stato per te una manna. T'ha asciugati i panni senza bisogno di fuoco: così non ti prenderai nessun malanno.

Ed infatti non ebbi nemmeno il più piccolo raffreddore. Il morale s'impone al fisico e ne vince e ne sublima la debolezza.

A notte inoltrata fu ordinato il trasbordo dal barcone sopra tre barchette già predisposte a Passo Corese. Una di queste che s'era smarrita ed era stata causa del ritardo nella partenza, si era più tardi rinvenuta lungo il fiume. Ci trovammo per tal modo stipati sessanta uomini (l'avanguardia Stragliati non compresa) in tre piccoli schifi. I fucili li adagiammo sul fondo, dove per mala ventura c'era dell'acqua, e noi alla meglio ci accomodammo sopra di essi. Come ci si potesse stare ognuno può pensarlo! Si era accovacciati sugli acciarini, sui calci, sulle baionette. Le barche affondavano a cagione del peso, l'acqua era a quattro dita dalla sponda e guai al più leggero movimento!

Se un picchetto di gendarmi, o anche un solo gendarme si fosse divertito dalla sponda a fare di noi bersaglio e avesse tirato al buio in quelle tre masse nere che scorreano lente lungo il fiume, avrebbe fatto un massacro terribile. Guai poi se avessimo reagito, saremmo tutti finiti capovolti nell'acqua e affogati.

Ad onta della posizione incomoda, ad onta del freddo che penetrava nelle ossa, il sonno la vinse e molta parte di noi non tardò ad addormentarsi colle teste penzolanti. Non dormiva però l'infaticabile Enrico, il quale ad un certo punto del fiume fe' sostare le barche.

— Hai veduto un fanale? chiese al fratello.

— No, e tu?

— Io sì, ma non ho distinto bene. Siamo giunti al posto, dove Stragliati deve aver fatto il colpo. Ecco, ecco! rosso, sta bene! il colpo è riuscito.

Di fatto lo Stragliati, come si seppe di poi, inavvertito alle sentinelle, si era spinto fino al Posto di Finanza, aveva disarmato agevolmente il piantone e destate le altre guardie che dormivano, le aveva con sè imbarcate, impadronendosi delle loro armi. Vidi più tardi quei poveri disgraziati, che avranno probabilmente ricordato a lungo la brutta sorpresa di quella notte; più che spaventati mi sembravano insonnoliti.

Arrivammo finalmente ad una località dove l'amico Perozzi pratico dei luoghi, giudicò prudente di sostare in attesa di segnali che dovevano venire da Roma, alla quale, ei diceva, ci trovavamo ormai vicini. Tutti allora eravamo svegli.

— Vedete nulla? domandava ad ogni momento.

E ciascuno appuntava lo sguardo lontano quanto più poteva. Nulla!

Disgraziatamente una folta nebbia venne ad involgerci tutti e ci lasciò per qualche tempo nel buio più profondo. Era un freddo umidiccio, sicchè i panni cominciavano di nuovo ad aderire alla pelle.

Un barlume lontano lontano, quasi indistinto dapprima, cominciò a mostrarsi e subito una delle nostre barche fu sciolta. Vi montò il romano Candida per penetrare in Roma e ritornare poi immediatamente per barca o per terra a darci notizie. Ma il Candida non si vide più: forse lo arrestarono i gendarmi posti a guardia del fiume, forse gli fu impedito di retrocedere per terra.

Sbarcammo. Eravamo tutti indolenziti, colle ossa peste, affrante. Qualcuno di noi nel discendere, forse per naturale abitudine, cercava di ricomporre il proprio abbigliamento (per mo' di dire!) riabbottonandosi la giacca, scuotendo il fango dai calzoni, ponendosi un fazzoletto al collo a riparo dall'umido o ravviandosi colle dita i capelli.

Quando Enrico se ne avvide, sorrise. Fu forse l'unica volta che io lo vidi sorridere: non era suo naturale.

— Che cosa dovrei fare io allora! esclamò. Io che ho tanto girato in questi giorni senza mai svestirmi, io che non muto da un mese biancheria, e da otto giorni non mi sono nemmeno levata un momento la calzatura!

Albeggiava. Il Perozzi fece osservare che in quella località sarebbe tra breve cominciato il passaggio della gente, la quale veniva a bere l'Acqua Acetosa, fontana medicinale poco discosta, e che quindi conveniva che ci nascondessimo.

Poi che fummo sbarcati tutti, fatta una ricognizione del luogo, si riparò in un canneto e vi si stette parecchio tempo accovacciati o seduti sul fango. Fu allora che vidi distintamente i doganieri pontifici fatti prigionieri. Erano uomini dai trenta ai quarant'anni e sembravano rassegnati alla strana avventura loro toccata.

Neanche il canneto però fu ritenuto luogo opportuno per potervi rimanere l'intiera giornata.

Poco discosto da esso sorgevano quasi a picco alcuni dirupi frastagliati da alberi e cespugli: su di essi mise l'occhio Enrico e pensò che da quelle alture avremmo potuto agevolmente difenderci in caso di un attacco. Ordinò a Giovannino che colla sua sezione vi salisse per osservare se convenisse occupare quella posizione.

Salimmo tenendo nascosti i fucili colle coperte, perchè il bagliore delle canne non fosse veduto da lungi, precauzione inutile perchè i fucili si erano per l'acqua e per l'umido tutti arrugginiti. Sulla sommità ci trovammo in vicinanza di una villa, la quale aveva forma di castello piuttosto che di palazzina. Ci si avanzò prudentemente collocando sentinelle in parecchi punti e Giovannino si spinse per uno stradello fino ad un'altra casa alquanto più discosta e prospettante verso l'altra parte della collina.

Da là lo vidi ritornare con un uomo che recava seco delle chiavi. Era il vignarolo. Lo accompagnava un ragazzino suo, che alla vista di noi e specialmente dei fucili, si gettò in un piangere dirotto, come se lo avessero picchiato. Il vignarolo ora lo sgridava, ora lo rincorava: poi si fece animo, e quel ragazzetto, che aveva del resto molto spirito, ci fu di grande giovamento: riuscì perfino a penetrare in città e a riportarne un messaggio. Il vignarolo sembrava abbastanza disinvolto: lo giudicai un galantuomo che non ci avrebbe di certo traditi, e se ne ebbe infatti la prova il giorno dopo, quando egli diede ricetto ai feriti nostri.

Quella vigna apparteneva al signor Glori romano, clericale della più bell'acqua. Non era ancora passato l'anno, che già il vignarolo era stato licenziato dal Glori.

Fui a trovarlo nel 1870. Aveva mutato padrone, ma non per questo era accorato. Ricordo che bevemmo insieme un bicchiere e mi parlò con passione e con vero dolore di Giovannino morto un anno prima.

Quanto al signor Glori, volesse o no, dovette sorbirsi ogni anno, d'allora in poi, un pio pellegrinaggio, che per lui rappresentava una invasione.

La prima volta nel 1870, appena entrate le nostre truppe, molti patrioti si recarono con pio pensiero a visitare il posto dove era morto il povero Enrico. Il signor Glori ci si adirò e chiuse a chiave l'ingresso, talchè quando poco dopo ci andai io, mi fu forza corrompere il vignarolo per passare.

Ma venuto il 23 ottobre dello stesso anno, anniversario del fatto d'armi, fu organizzata una commemorazione solenne, alla quale intervennero tutte le Società e tutti i patrioti liberali di Roma.

La dimostrazione essendo troppo imponente e il proprietario non potendo opporvisi, dovette, a scanso di peggio, aderire. Però all'on, Pianciani che gliene aveva fatto chiedere il permesso, il signor Glori fece rispondere che egli lo accordava non al deputato Pianciani, bensì al conte Pianciani, e non per farvi commemorazioni, ma per fare quanto la sua discretezza, a cui si affidava, gli avrebbe consigliato.

La discretezza, ahimè! per quanto buon volere ci mettesse il Pianciani, andò a rotoli.

La folla era tale e tanta e l'onda invadente così impetuosa, che i sentieri della vigna, troppo angusti, non la contennero, onde la vigna e i campi subirono una calamità non prevista di certo in nessun contratto d'assicurazioni.

IX.

Villa Glori

Il fatto che prende il nome da Villa Glori, non fu, in sè stesso, che una mischia accanita che durò un'ora o poco più. Preso isolato, non avrebbe avuto una grande importanza: parecchie fucilate e un vivace attacco alla bajonetta: ecco tutto. Ciò che valse a circondarlo, per così dire, di un'aureola, fu l'ardimento del tentativo e, più che tutto, il sacrificio dei due capi della spedizione, figli di una famiglia di martiri.

Il nostro còmpito era di spingerci dentro Roma. L'esserci invece dovuti fermare al di fuori, fu effetto di impreveduti accidenti e della necessità di attendere nuove comunicazioni. Arrivati fino a quel punto sarebbe stato viltà retrocedere prima di avere notizie da Roma, e venir meno alla promesse di d'appoggio fatta ai nostri; ma scoperti anzitempo ed attaccati, fu forza difenderci ed il campo rimase a noi; allora fu prudenza dei nostri il ritirarsi come fecero, nè era possibile fare altrimenti.

Sarebbe stata una pazzia rimanere sul posto. Come avrebbe potuto sostenersi lungamente una banda di settantotto uomini che aveva perduti i capi ed era decimata, con una posizione possibile forse a difendersi dal lato del fiume, ma impossibile dal lato opposto? Settanta uomini non sarebbero bastati nemmeno per le fazioni dal lato dello ingresso alla vigna, tanto il pendio vi è dolce ed allargantesi gradatamente fino alla base del colle. L'indomani mezzo il presidio di Roma sarebbe uscito ad attaccare la piccola colonna.

Entrare in Roma la notte stessa con le barche non si poteva, perchè queste erano sparite; entrarvi ordinati in colonna pigliando d'assalto Porta del Popolo o un'altra porta, non era cosa cui si potesse neppur pensare, perchè erano tutte difese da cannoni. In ogni caso sarebbe occorsa l'opera simultanea di insorti che si muovessero dentro la città, e in quell'ora sarebbe stato impossibile avvertineli. Unico mezzo sbandarsi alla spicciolata, e così fu fatto. Perciò, lasciati due o tre a cura dei feriti, alcuni entrarono in Roma, altri furono a tempo per trovarsi a Monterotondo e Mentana; altri, pur troppo, furono sorpresi e carcerati[16].

Non vi è impresa, per quanto lodevole, che non possa dare argomento a critiche o ad osservazioni. Ai superstiti di Villa Glori qualche facile censore mosse il rimprovero di avere abbandonati i loro morti e feriti, pur tenendo il campo. Ho stimato per ciò doveroso per me scagionare i miei compagni da tale ingiusta accusa, benchè io creda che le mie difese siano affatto superflue.

Aperta la casa e visitata in ogni sua parte, poco ci volle a fissarvi quartiere. Una stanza venne adibita per il comandante ed il suo stato maggiore (diremo così), tutte le altre per la truppa.

Un po' alla volta tutta la compagnia fu sul colle portando seco i fucili e le munizioni che avevamo trasportato con noi. In breve tutta la casa fu occupata. Ci sbandammo tutti qua e là per le stanze, e frugando per ogni buco, trovammo in una camera dei melograni e buon numero di bottiglie. Ne sturammo parecchie a onore e gloria del signor Glori: così ci avevan detto chiamarsi il proprietario. Ciò che, del resto, era per noi di ottimo augurio.

Mancavano però i viveri ed il comandante pensò d'inviare all'uopo in città il furiere Muratti per provvederne e in pari tempo per dare e ricevere notizie.

Partì egli infatti e, per andar sicuro e senza molestie, credette bene, per suggerimento dello stesso comandante, di barattare passaporto con Mosettig che, come triestino, lo aveva austriaco. In tal modo il Mosettig diventò il conte Giovanni Colloredo, perchè, come già avvertii, il Muratti aveva il passaporto con questo nome. La precauzione fu eccessiva e forse dannosa. Il Muratti fu arrestato egualmente a Porta del Popolo e per quanto si spacciasse come austriaco e buon cattolico e parlasse tedesco, non essendo creduto, fu condotto alla polizia e soltanto più tardi lasciato libero.

Questo fatto dell'arresto del Muratti io non lo seppi che di poi, all'ospedale, dal cappellano dei gendarmi, il quale mi disse che noi avevamo mandato in città una spia tedesca!

In quel mattino noi avvertimmo parecchi oziosi e sospetti aggirarsi intorno alla vigna, e per quanto ci fu possibile, li arrestammo tutti. Tra costoro c'era un bifolco, un pezzo di giovinotto, che piangeva come un fanciullo; ma la sua ingenuità era così grossolana, da far pensare che fosse più furbo che santo. Ad ogni buon conto anch'egli fu requisito ed incamerato come gli altri.

Verso mezzodì dall'amico Veroi che era di sentinella, fu segnalato l'approssimarsi al colle di alcuni dragoni i quali sostarono al basso fuori del cancello. Enrico ne fu tosto avvertito e tenne consiglio coi capi sezione. Poco di poi intesi Giovannino che diceva ad uno dei nostri capi squadra:

— Porteremo la nostra sezione alla cascina del vignarolo: si prevede un attacco.

Riordinammo i fucili: un'occhiata alla rivoltella e una rassegna rapida delle munizioni di cui ci riempimmo le saccoccie dei calzoni, della giacca e del panciotto; poi ci recammo con cautela alla cascina del vignarolo.

Di fianco ad essa sorgeva isolato un monte di paglia; c'era in cima la nostra sentinella sdraiata, perchè potesse vedere senza essere veduta. Nel casolare del vignarolo si stava allora appunto allestendo un po' di cibo e più che tutto un buon brodo che ci andò in tanto sangue. Si mangiava allegri, non preoccupati per nulla della imminenza di una catastrofe: anzi si celiava lepidamente ricordando episodi ed aneddoti d'altri giorni e d'altri amici.

Il più faceto e grazioso narratore in quell'istante era il povero Mantovani. Parmi ancora vederlo seduto sopra una cassapanca con un pezzo di pane in una mano ed un quarto di pollo nell'altra. Narrava e mangiava a quattro palmenti. Infelice! Tre ore dopo era morto!

Infatti si stava ancora mangiando, quando entrò in gran fretta la sentinella esclamando a bassa voce:

— I soldati! i soldati!

Immediatamente ognuno diè di piglio all'arme sua, e tutti si uscì alla rinfusa dal casolare. Ci schierammo alla meglio lungo il ciglio del colle riparati da una leggera siepe e attendendo, ginocchio a terra, l'avanzarsi del nemico.

Lo si vedeva infatti venire innanzi con cautela disteso in colonna.

Evidentemente veniva ad una ricognizione. Non si distingueva di qual corpo fossero i militi, ma il colore cupo delle monture ce li faceva riconoscere per carabinieri esteri (svizzeri).

— Attenti! ci disse sottovoce Giovannino, non fate fuoco finchè non ve lo ordino io!

Una prima scarica ci salutò ad una distanza, per verità, troppo rispettabile e le palle passarono fischiando sul nostro capo.

— Non ancora, non ancora! lasciate che si accostino di più!

Infatti lentamente si avanzavano regalandoci una seconda, poi una terza ed una quarta scarica.