Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867

Part 4

Chapter 43,793 wordsPublic domain

Un giorno a pranzo, presente il solito circolo d'amici, avemmo una fiera disputa con un signore sconosciuto, il quale osò apertamente biasimarci perchè, penetrati in Roma, n'eravamo poi usciti. Noi gli chiedemmo come avrebbe fatto a vivere senza mezzi e se per vivere colà intendeva che ci dessimo a rubare. Ei ribattè che c'erano dentro ancora il Cucchi ed altri molti, e quelli di certo non rubavano. Noi replicammo inviperiti; la cosa minacciava di farsi seria. I signori Castellani, Perozzi, D'Andreis ed altri si misero di mezzo e fecero tacere ed anche vergognare quell'uggioso.

Levata la mensa, per quanto chiedessi all'albergatore e ad altri chi egli fosse, non mi venne fatto di saperlo.

Ma quel medesimo giorno noi ci eravamo recati alla stazione ad incontrare un amico che doveva arrivare: non trovando nessuno, eravamo sul punto di ritornare, quando una guardia di pubblica sicurezza mi chiese d'improvviso:

— D'onde viene il signore?

— Da Terni.

— Ma ella non è di Terni.

— E che fa questo?

— M'occorre vedere le sue carte.

— Che carte? gridai io.

— Ma sì certamente, replicò il questurino.

— Ella è un ignorante che non sa quello che dice, apostrofò uno de' miei compagni.

— Un imbecille, aggiunsi io.

— Che non sa con chi tratta e come dee condursi con certe persone, ribadì un altro.

Fosse l'effetto di quest'ultima frase che potea lasciare sospetto alla guardia d'aver preso un grosso granchio chiedendo le carte Dio sa a chi, o fosse l'effetto della violenza con cui l'investimmo e del trovarsi solo contro tre o quattro, il fatto è certo e lo ricordo bene, che la guardia si morse le labbra e tacque come se le avessero gettato un secchio d'acqua in capo, mentre io m'aspettavo di vedermi legato!

Rientrati in Terni verso sera venimmo a sapere che quel signore col quale a pranzo avevamo litigato, si diceva fosse una spia del governo pontificio. Non ci volle altro. Ci mettemmo sulle sue traccie. Era ora tarda. Però ci venne fatto di scoprire il suo luogo d'abitazione e speravamo coglierlo nel covo. Ma il merlo aveva già preso il volo e la padrona di casa ci disse che v'era stato pochi momenti prima un brigadiere di pubblica sicurezza con una guardia a ricercarlo. Dai connotati fornitici ravvisammo nella guardia quella stessa che alla stazione aveva chiesto le carte a me.

Sarebbe stata graziosa davvero! Dopo essere sfuggiti alla polizia pontificia in Roma, venire nel regno a farsi ingabbiare quale spia papalina!

Le bande partivano una dopo l'altra da Terni e fra esse partì pure la famigerata legione romana comandata dal Ghirelli, la quale, dopo la eroica impresa del taglio della ferrovia ad Orte, si squagliò come la neve, e parte dei militi raggiunsero Menotti, parte anche ritornarono alle loro case.

Pochi più rimanevano a Terni. I capi in gran parte erano partiti e fra loro anche Enrico. Dove fosse andato nol sapevamo. La sua assenza però ci inquietava. Si era promesso di partire con lui, gli altri già tutti erano in movimento, e noi soli si attendeva irrequieti.

In quei giorni avemmo notizia dell'arresto di Luigi Castellazzo da parte della polizia pontificia, e la nuova ce la portò quel Serafino falegname, frequentatore di casa Giovanelli, il quale pure, impaziente di fare le fucilate, era uscito da Roma e, se ben ricordo, partì tosto con la colonna Frigyesi[9].

Mentre si stava così penosamente attendendo, Giovannino ci fece un giorno vedere le rivoltelle provvedute espressamente per noi e che fra breve ci sarebbero state distribuite. Fu come mostrare a dei bimbi gli zuccherini con la promessa di regalarli loro se fossero savi.

Infatti per quei due o tre giorni stemmo alquanto tranquilli. Intanto ci furono distribuite delle coperte. Credo provenissero dal magazzino militare. A proposito del Governo che non c'entrava!

Comprendevamo però che la nostra colonna era destinata ad una impresa speciale di cui ancora non si conoscevano i dettagli, ma che si lasciava travedere come un colpo di mano sulla capitale, addirittura un'entrata in Roma.

Qui trovan posto opportuno due lettere scambiatesi in quegli ultimi giorni febrili fra i due fratelli. La prima è d'Enrico, scritta da Orte, ove era andato per concertare la spedizione; la seconda è di Giovannino in risposta all'altra. Ambedue riassumono e dipingono la situazione[10].

Ne ebbi in mano gli originali, favoritimi da un amico, e baciai e ribaciai più volte quei cari e preziosi documenti. Non era feticismo: in quelle due carte sgualcite riviveva per me serena la memoria dei due cari amici, delle vicende passate, delle trepidazioni incancellabili di quei giorni.

Ecco le lettere:

Stazione d'Orte, ore 12 meridiane.

Caro Giovannino,

«Ti scrivo poche righe a precipizio.

«Alla stazione d'Orte, come sai, vi è Ghirelli, ebbene, il treno fu fermato ed i viaggiatori saranno rimandati a Terni... Io credo prematura l'operazione. Volevano rompere le rotaie, ma io l'impedii e Ghirelli mi promise di riattivare le corse in quel giorno o durante quel tempo che ne avremo bisogno.

«Vedrai il proclama che mandiamo a Fabrizi! Quel buffone d'un Mistrali, ch'è qui vicino e che mi fa le scuse perchè mi era dietro mentre scrivevo, dicendomi che fu storditaggine, mi colma di gentilezze, ma se lo vedessi ti farebbe schifo (_sic_); sembra più di un dittatore! più dello stesso Ghirelli che s'intitola Commissario Straordinario del Governo Provvisorio.

«Mi fu messa a disposizione una macchina per proseguire fino a Passo Corese; spero il governo italiano mi lascerà ritornare, se no verrò con una vettura. Spero pure che a Borghetto non ci saranno più i papalini, perchè diversamente mi accalappierebbero come un merlo.

«Comunica il fatto a Fabrizi. Sarei ritornato a Terni se, come sai, la missione che ho non fosse urgente sbrigarla; temo però che il precipitare non ci abbia guastate le uova nel paniere. Ghirelli del resto mi fece le più ampie assicurazioni che starà in relazione con Menotti a cui già mandò rapporto dell'operato. Occhi aperti però e pronti a frenarlo!

«Ti scriverei ancora, ma la macchina è già lesta; procurerò di tornar subito, ciò poi dipende interamente dalle circostanze.

«Saluta gli amici. Pei prossimi preparativi, se avremo chiusa questa via, ne troveremo un'altra.

«Abbiti un bacionone

dal tuo ENRICO».

Questa lettera porta la soprascritta: «_Egregio Signore — Il Sig. Capitano Giovanni Cairoli — Albergo d'Inghilterra, alloggiato al N. 4 e 5 — S. P. M. — Terni._»

Ecco ora la risposta di Giovannino:

«Mio Enrico,

«Terni, 19 ottobre 1867.

«Scrivo in lapis per far presto. L'impazienza è febbrile; non dico la mia, che ti lascio immaginare; parlo della generale, di quella comune a tutti i bravi giovinotti destinati ad esserci compagni. È impazienza però tenuta a bada dalla disciplina che l'abitudine d'altre campagne ha loro infuso nelle vene e dalla molta confidenza in te. Devi ammettere che certamente questa deve essere in buona dose perchè sì brava e generosa gioventù subisca con rassegnazione, con quiete, la lanterna magica delle colonne partenti di qui ogni giorno.

«Come poi devi imaginare, le notizie delle strette in cui si trova la colonna di Menotti, aumentano l'agitazione. Ti ripeto, però, dovrò attendere le notizie con mediocre rassegnazione. Tu ritieni che Checco [_Cucchi_] debba aspettare qualche giorno specialmente per questo incaglio avvenuto alla spedizione della roba dal _bel colpo_[11] di Orte e, come puoi comprendere, sono perfettamente del tuo parere. Peccato non lo sieno gli amici di Firenze, i quali solo per tre quarti si lasciarono persuadere dalle nostre ragioni; tre quarti già molto vacillanti per le incalzanti notizie diplomatiche. Ma ciò saprai perfettamente dal deputato Crispi. Ti avviso solo che si ritiene sicura la spedizione francese. Questa mi parrebbe ragione di più per non precipitare le cose, chè un aborto di rivoluzione, una battuta dai papalini sarebbe ben infelice principio d'una campagna _Gallica_. Di ciò, ti ripeto, parmi non sien perfettamente persuasi gli amici di Firenze.

«Dessi incalzano Checco continuamente; onde temo che questi si decida ad un colpo disperato. Ciò tu avrai subito mezzo di conoscere dalle risposte _romane_ che attendi. Sul dubbio fortissimo di ciò, io credo intanto di farti una proposta che serva ad agevolare o meglio ad affrettare l'entrata in azione dei nostri sessantaquattro[12]. Giudica e rispondi in tutta fretta; se puoi, col telegrafo. Sono tanto più spinto ad esporti questa mia proposta, chè temo non possa arrivare stasera e neppure di buon mattino domani, e, per Dio, si è sulle spine!

«Ma ecco la proposta. Partire noi tutti alla tua volta sotto gli ordini di Tabacchi; arrivati a te, tu combinerai la spedizione ed organizzerai una [_banda?_] a seconda della convenienza dipendente dalle risposte di Roma.

«Io ritengo che accettando questa idea, vi sarebbe in ogni caso da guadagnar tempo; con la formazione della banda è cosa evidente; per quello della spedizione, son pure del parere, pensando si sia più prossimi ad aver mezzi ed alla strada _convenuta_ (con Checco) costì dove tu sei, anzichè qui in questa _fornace_. Tu pondera e risolvi. La risoluzione raccomando caldamente siami comunicata a vapore. Certamente sarai già in comunicazione col signor Carlo Ferri romano, proprietario (credo) di campagne presso Roma e perciò pratico delle strade; tale, cioè, da poter dare informazioni per noi preziose. Così mi disse il signor De Andreis, solo romano che forse conosca.

«Addio. Ti ripeto: mi trovo, ci troviamo sui carboni accesi. Mille cose a Menotti ed agli altri amici. Ti abbraccio caldamente.

«GIOVANNINO».

«_P.S._ Arrivò in questo istante dispaccio di Ghirelli in cui annuncia d'obbedire all'ordine del generale Fabrizi di portarsi verso Menotti, d'obbedire protestando».

Questi due documenti rivelano chiaramente come fino all'ultimo istante l'impresa nostra non fosse nè ben decisa nè ben definita e che non vi era una piena armonia di idee tra il comitato di Firenze, quello di Roma ed i capi spedizione di Terni.

Individualmente delinea in modo stupendo il carattere dei due giovani eroi, l'uno ardito, fremente, che va dritto alla mèta colla sicurezza dell'animo invitto, che chiama le cose col loro nome senza ambagi, che qualifica persone e fatti con quello stesso colpo d'occhio sicuro con cui la sua mano investiva il nemico; l'altro giovine, impaziente ed ansioso di gloria, che però ama riflettere sulle circostanze per volgerle al conseguimento migliore dell'alto ideale che lo sorregge: l'uno già provato ai duri cimenti, l'altro ansiosissimo di tentarli; ardito ed imperterrito l'uno, serio e gentile l'altro; eroi entrambi indimenticabili al cuore di chi li conobbe e li amò nella troppo breve loro vita.

VII.

In marcia.

A Terni ci erano stati mandati da casa i quattrini di cui abbisognavamo, e così potemmo dare un po' d'assetto anche al nostro abbigliamento.

A me era indispensabile sopra tutto mutar copricapo, giacchè quel maledetto gibus combinato collo stifelius nero m'aveva ormai reso la tavola di tutta Terni. Combinai ogni cosa provvedendomi d'un caschettino ungherese che mi venne dato come impermeabile all'acqua, perchè spalmato d'una specie di catrame. Lo era infatti anche troppo, perchè durante la marcia sotto gli acquazzoni raccoglieva entro l'ala rimboccata all'insù l'acqua come entro una vaschetta, ed ogni tanto dovevo levarmelo per vuotarlo. Mutai pure di calzatura sostituendo agli stivalini verniciati un paio di scarponi. Io credetti far meglio prendendoli comodi e ne portai poi la pena nei giorni seguenti, perchè marciando m'impiagarono le piante dei piedi.

La mattina del 20 si seppe ch'era ritornato Enrico e che probabilmente la sera si sarebbe partiti. Tutto quel giorno fu speso nell'equipaggiarci alla meglio cercando colle coperte di supplire alla mancanza di zaino ed adattandovi dentro quanto ci poteva occorrere per viaggio. Vi fu chi si provvide dell'indispensabile borraccia, altri si fabbricò il tascapane, ciascuno pensò per sè senz'aiuto nè di capi nè di comitati.

La sera alle sette tutti dovevamo trovarci nella casa del sig. Frattini, egregio patriota di Terni.

Non uno mancò. Amici ed avversari narrarono che cento erano stati i designati per la spedizione, ma che poi si ritenne conveniente limitarne il numero. Questo particolare non ricordo. Ma Giovannino Cairoli nel suo libretto _La spedizione dei Monti Parioli_ dice invece che il numero dei componenti la banda fu fissato a sessanta, corrispondente al numero dei revolvers che si avevano a disposizione, e che in appresso la banda s'aumentò d'una quindicina.

Benchè s'andasse incontro non solo all'ignoto, ma ad un ignoto di probabilità ben terribile, pure tutti in quel giorno si era allegri e contenti.

La sera al crepuscolo la musica suonava la ritirata sulla piazza di Terni e ritornando alla caserma intonava la canzone: _Andremo a Roma Santa!_ tutti facevan coro cantando con entusiasmo.

Poco dopo si era tutti pronti all'appuntamento: fu allora il momento in cui ci si potè riconoscere e numerare, e divenimmo tutti amici all'istante. Il nome di ognuno di noi rimase scolpito nella memoria e nei cuori di tutti gli altri: le fisonomie, il tempo o la morte le hanno in gran parte pur troppo cancellate.

Venne fatta la distribuzione delle rivoltelle e ciascuno s'adattò la propria alla cintura. Poscia Enrico, intimato silenzio, disse:

— Prima di partire debbo dirvi due parole. Noi partiamo per una impresa, più che arrischiata, disperata. Una volta entrati nel confine, tenetelo bene a mente, non si torna più indietro. Ma ricordatevi pure che sulla vostra vita non dovete contar più nulla. Perciò, se alcuno di voi fosse indisposto o ritenesse opportuno cambiar pensiero, m'avverta; ciò non sarà un disonore; egli potrà far parte d'altri corpi e lo saluteremo con un arrivederci a Roma. C'è alcuno che vuol rimanere?

— No, si gridò tutti unanimi.

— Ebbene, vi avverto che ci toccheranno stenti, privazioni d'ogni sorta, dovremo marciare continuamente, forse non avremo di che nutrirci: non fa nulla, divideremo il tozzo assieme. Se io mi lamenterò, se mostrerò d'aver paura, se mi vedrete indietreggiare, datemi una revolverata nella testa; ma se alcuno di voi lo troverò vile, farò lo stesso con lui.

Un urrà di applausi accolse questa breve arringa, della quale volli recare il testo nella sua soldatesca semplicità, quale io lo ricordo a mente preciso da trent'anni ad ora e quale mi rimase e rimarrà scolpito nella memoria finchè avrò fiato.

E la gentile anima di Giovannino mi perdoni se delle parole del valoroso suo fratello io pubblico una lezione un po' diversa da quella ch'ei ci lasciò e che figura pure scolpita sulla base del monumento al Pincio. Il senso è perfettamente lo stesso, ma egli volle forse ingentilire la forma; io voglio invece evocare un ricordo, quale mi sta in mente e nel cuore da tanti anni e che non potrei mutare di una parola.

Se io avessi a dire da qual porta di Terni si uscì, direi bugia. Era buio e si camminava con molta circospezione; fuori di Terni si trovò un omnibus destinato, non saprei se quale ambulanza o qual riposo per turno a chi si sentiva stanco[13]. Probabilmente siccome la nostra marcia, nel timore che il nostro obbiettivo ci mancasse in causa della rottura della ferrovia di Orte perpetrata dal Ghirelli, doveva essere di molto accelerata, forse quell'omnibus fu cautela molto prudente perchè nessuno rimanesse addietro. Ma l'uomo propone e Dio dispone. L'omnibus ci precedette e noi marciammo dietro a due o a quattro, secondo che la strada permetteva. Si procedette per alquante ore con passo cadenzato e con sufficiente buon umore: dopo, il chiacchierìo cominciò a farsi più rado ed il passo si fe' più lento ed irregolare.

Enrico camminava, anzi correva da un capo all'altro della colonna e incoraggiava con dei: Bravi! bravi! così va bene! Ogni mezz'ora circa l'omnibus si fermava per dare il cambio e sull'ultimo della marcia era preso d'assalto con furore; a tal punto che finalmente una ruota si fracassò, e così il primo a rimanere addietro fu il veicolo dell'ambulanza; le prime marcie infatti sono terribili e ben pochi resistono al dolore acuto delle piante ed al rodimento prodotto dalla calzatura, specialmente se bagnata.

La prima tappa che si fece fu a Configni: era notte buia e non si distingueva se fosse un paesetto od un semplice casolare.

La sosta fu brevissima. Rimessici in cammino all'alba, si cominciò a distinguere la strada che si batteva. Ora si camminava lungo la costa d'una collina, ora si scendeva in una vallata, sempre si aprivano nuovi prospetti, nuove gole, nuove colline, ma l'aspetto del luogo complessivamente era tetro e selvaggio. Rarissima qualche casa, la più gran parte boschi e prati. Segni di coltivazione scarsissimi: comprendevo allora il brigantaggio.

Un'acquerugiola fredda e sottile come nebbia ci penetrava fin all'ossa l'alba del 21; finalmente dopo ore ed ore di cammino senza l'incontro d'anima viva, ad una risvolta c'imbattemmo d'un tratto in un carrozza tirata da due cavalli. La vettura sostò e sostammo noi pure per circa un'ora. Enrico e Giovanni s'intrattennero a parlare col forastiero ch'era in vettura, ed intanto noi ci sparpagliammo lungo un torrente e sdraiatici sui sassi, cercammo un momento di sonno che fu molto breve, troppo breve.

Pioveva, e per non bagnarci e star caldi ci sdraiammo a terra in gruppi di cinque o sei, tutti colle teste in un punto e colle gambe all'infuori come una stella. Sulle teste si buttò una coperta.

Nulla si seppe di quel che i capi si dissero. Quando la carrozza parti io chiesi ad uno dei miei compagni:

— Chi è quel signore?

— È il principe di Piombino, mi rispose.

— Davvero?...

— Sì, mi confermò un altro, è un principe liberale, è dei nostri.

Ora soltanto dopo tanti anni apprendo dall'opuscolo di Giovannino che egli era il sig. Luigi Cucchi ora deputato e fratello all'onorevole senatore Francesco. Io non lo impugno certamente, ma per me quel signore è e sarà sempre il principe di Piombino: il mio ricordo è tale; nè io mi proposi di scrivere della storia ma solo di narrar ricordi ed impressioni.

Tanto al principe che all'on. Cucchi chieggo scusa dello scambio. Al postutto cospiratori e principi non è detto che siano sempre stati in antitesi.

Verso il mezzogiorno circa s'arrivò a Cantalupo.

Era un paese di costruzione singolare: un perfetto rettangolo con una piazza nel mezzo e due porte ai due lati minori. Sembrava il cortile interno d'un palazzo o d'un convento. In tempo antico doveva essere una sola proprietà, forse un castello[14].

Quivi si sostò e più ancora che a rifocillarci, si pensò a riposare. Fu allora che un compagno mi giocò un tiro atroce. Mi ero con somma cura composto un giaciglio di paglia nell'angolo d'una stanza e gustavo già sovr'esso i primi momenti d'un sonno profondo e riparatore, allorchè costui che tornava allora dal rapporto del comandante, invidiandomi tanta felicità, mi chiamò ad alta voce scuotendomi.

— Che vuoi? gli chiesi tutto indolenzito e rabbioso.

— Il comandante ti vuole!

— Chi?

— Il comandante Enrico ti vuole.

— Me?

— Te, sì, e fai presto che t'aspetta.

Balzai in piedi e barcollando andai dal comandante che stava dalla parte opposta del paese.

Enrico non si era mai sognato di domandare di me e quando ritornai scornato per la burletta, trovai l'amico sdraiato sul mio giaciglio che russava placidamente. L'avrei preso a pedate!

A Cantalupo era passata poco prima una colonna di garibaldini. La nostra quindi al suo arrivo trovò, in fatto di cibarie, poco meno che _tabula rasa_. Nondimeno approfittammo largamente di un bettolino di liquori e parte al bettolino, parte nelle case, ognuno trovò di che ristorarsi.

L'amico Tabacchi, pochi anni or sono, mi ricordava il suo desinare di Cantalupo in casa di uno di quei terrazzani e come l'appetito eccellente gli fosse ottima salsa alle povere vivande. Parecchi anni di poi, il collegio di Mirandola mandò, e meritamente, il Tabacchi a sedere a Montecitorio. Chi primo si ricordò di lui e suppose d'avere un valido appoggio presso il Governo, non furon già gli elettori, fu l'anfitrione di Cantalupo, il quale gli diresse una lettera pregandolo perchè gli ottenesse dal Governo un sussidio per restaurare la cadente sua casa, quella casa che nel 1867 aveva avuto l'onore di ospitarlo.

Ecco un nuovo patriota che per il paese aveva sacrificato.... un desinare; e in benemerenza domandava una casa! Almeno costui era ingenuo nel chiedere! Quanti anfitrioni di Cantalupo non vi furono invece astuti nell'ottenere, e forse con meriti ancor minori dell'olocausto d'un desinare!

Alle tre pomeridiane fummo chiamati a raccolta in una chiesa, ove ci venne distribuita una lira a testa. Fu quello l'unico danaro che io percepii nella piccola campagna; e quando più tardi, nell'ospedale di Santo Spirito a Roma, un prete mi compassionava dicendomi:

— Povero figliolo, che colpa ne avete voi? Vi han dato in mano un fucile, vi han mostrato i baiocchi, e voi siete venuto avanti — gli chiesi quanto percepiva egli dalla celebrazione di una messa.

— Due lire, mi rispose.

— Vede? gli replicai. Io fui ben più discreto di Lei. Per mezz'ora di tempo impiegato in preghiere Ella prende due lire, io per giocarmi la vita, non ne ebbi che una.

Schieratici alla meglio nella chiesa, Enrico diede ordine al signor De Verneda di leggere il seguente ordine del giorno che, mentre ribadiva nella stessa forma i concetti del discorso tenutoci il giorno innanzi, provvedeva all'organizzazione del nostro piccolo esercito.

Eccolo:

«Amici!

«È prossima l'ora nella quale ci bisognerà provare che noi sappiamo _operare_. Per riuscire dobbiamo essere ordinati, cioè dobbiamo cercare di essere in condizioni tali da permettere la maggior concentrazione e la maggiore dilatazione delle nostre forze a seconda del terreno che dovremo attraversare. Perciò ho stabilito che la nostra piccola banda si ordini nel modo seguente:

«Un comandante, Enrico Cairoli; un aiutante, Ermenegildo De Verneda; un furiere, Giusto Muratti; tre comandanti di sezione: sezione 1ª, Giovanni Tabacchi; sezione 2ª, Cesare Isacchi; sezione 3ª, Giovanni Cairoli. Ogni sezione comprenderà cinque squadre, ciascuna composta di quattro uomini e di un capo.

«Amici, ancora una volta è mio dovere ricordarvi che l'impresa è difficile, più che arrischiata, disperata. So il vostro valore. Non parlerò a voi del pericolo, della stanchezza estrema che avremo a patire. Ma se qualcuno di voi, per circostanze indipendenti dalla sua volontà, non intende seguirci, lo dichiari francamente, tanto più ch'egli avrebbe il rimorso di recar danno al nostro tentativo. Chiunque è indisposto o avesse malati i piedi è obbligato a non celarsi, perchè guai a lui se persistendo la sua indisposizione si aggravasse, quando saremo sopra altro terreno. Bisogna che egli scelga un cammino diverso, e noi lo saluteremo dicendogli: Arrivederci a Roma!

«Alle quattro si marcia. Il signor Stragliati è addetto ai carri».

Quest'ordine del giorno Enrico l'aveva concertato coi capi sezione e scritto mentre noi si riposava.

Si riprese la marcia. I quattro uomini che col rispettivo caporale costituivano ogni singola squadra erano numerati: dopo il capo squadra veniva il numero uno, poi il numero due, il tre, il quattro, numeri che costituivano, per così dire, l'anzianità nel comando. I capi squadra avevano per unico distintivo un fischietto, che doveva servire ai segnali. Non so quanto realmente in atto esso abbia servito.

La marcia fu rapidissima, benchè molestata dalla pioggia; fu aiutata però da taluni veicoli ed anche da qualche cavalcatura. Il tutto assieme era molto bizzarro: marcia rapida a passo di carica, parte a piedi, parte in carretto, parte a cavallo, alcuni in giacca, altri in cappotto, altri in pastrano, chi col bonnetto, chi col cappello!