Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867
Part 2
Alla Minerva si convenne fra me e il mio compagno di parlare sempre in dialetto per il caso che qualche spia origliasse alle porte. Ottima precauzione, che però corse pericolo di venir guastata fin dalla prima sera dal carattere impetuosamente istintivo del compagno mio.
Poco dopo aver preso possesso del nostro alloggio, ecco un cameriere tutto giuggiole e tutto inchini a domandarci ossequiosamente i nostri riveriti nomi, o meglio ancora, se non c'era d'incomodo, i rispettivi passaporti. Consegnammo i nostri nomi scritti su di un polizzino, non essendo il caso di porgere carte da visita; quanto ai passaporti, rispondemmo che li avremmo consegnati l'indomani, perchè ci scomodava levarli allora dal fondo dei bauli.
Il cameriere ricevette la carta, mormorò uno strascicato e gentile: Benissimo! poi avendoci chiesto se desideravamo mangiare, scendemmo senza altro con lui al restaurant.
Era un salone vastissimo decorato a marmi e stucchi con colonne di marmo, nicchie e statue; qualche cosa di mezzo fra l'aula accademica e la chiesa. Un unico candelabro illuminava il vasto ambiente, che rimaneva quasi tutto in penombra o buio, e davanti al candelabro sedevano a tavola un prete e un suo giovane allievo. Mangiammo di buon appetito. Il prete e l'allievo sorbivano un the, e rammento ancora la strana impressione che ci fece il veder l'allievo, prima di bere e dopo aver bevuto, fare certi enormi segni di croce, come se avesse avuto da esorcizzare la bevanda.
Cenando però mi venne un dubbio, che cioè il protrarre al domani la presentazione dei passaporti potesse dare qualche sospetto; ne feci motto al mio compagno ed egli pure fu del mio avviso. Perciò, finito alla meglio il desinare, risalimmo nella stanza e chiamammo il cameriere.
— Eccole i nostri passaporti, disse tosto il Muratti con un tono burbero in lui abituale, e accentuando le parole sì che uscivano come schioppettate.
— Oh si figuri! rispose l'altro cerimoniosissimo. Non occorreva che lor signori si disturbassero per questo; facciano il loro comodo; se non è questa sera, sarà domattina che daranno conto di sè alla polizia.
Questa parola, detta, io credo, affatto innocentemente da quel loiolino ganimede, fece scattare il mio compagno come se l'avesse punto una vipera, e affrontando minaccioso il cameriere
— Che polizia! gridò.
— Sì, riprese impaurito ed officioso il cameriere, la polizia, cioè l'ufficio dei passaporti, perchè l'ordine è così; sa, noi non c'entriamo per nulla!
— Che polizia, che polizia! per chi ci prende lei? Eccole i passaporti! e li buttò al cameriere con tale una grazia, che questi pel suo meglio sgattaiolò lesto come una gazzella e scese di corsa per il corridoio probabilmente a raccontare al padrone le suscettività tempestose del forestiere nuovo arrivato, mentre io strapazzavo di santa ragione l'amico, dicendogli che con simili modi non si va a cospirare in paese nemico e che se cominciavamo così, non sarebbe passato un giorno che ci avrebbero legati, e l'avremmo finita male!
III.
Alla Minerva.
Se io dovessi qui ricordare quali criteri ci avevano diretti a Roma e quali interessi avevamo, dovrei certamente lavorar di fantasia. Eravamo a Roma, sapevamo di non essere soli, sapevamo che doveva trovarcisi pure un capo, che noi eravamo a sua disposizione e dovevamo attenderne gli ordini. Donde poi ci sarebbero venuti, con quali mezzi si sarebbe agito e quando, ignoravamo affatto.
Intanto stabilimmo di visitare un pochino la città.
Programma nostro il fingerci stranieri: Muratti parlerebbe tedesco, io francese. Io ero sempre vestito coll'abito da società e col gibus che avevo all'atto della partenza. Giovinetto ancora imberbe, quell'abbigliamento mi dava l'aria d'un chierico travestito o d'un pastore evangelico. Per maggiore illusione presi meco quella guida d'Italia rilegata in tela rossa ch'era stata perlustrata dal doganiere al confine di Montalto, la quale, se poteva ingannare la polizia sul conto nostro, disgraziatamente illudeva però anche i ciceroni di piazza.
Infatti questi, appena uscimmo dall'albergo, ci assediarono da ogni parte. Un _bottaro_ ci si accostò, salimmo ed avendoci anch'egli chiesto in francese dove si voleva andare, il mio compagno, affastellando francese tedesco e italiano, diede una tal risposta ed in tale idioma, che non so davvero che cosa il cocchiere riuscisse a comprendere.
Fortunatamente i _bottari_ di Roma erano in gran parte dei nostri, chè se, Dio liberi, quello fosse stato una spia, ci avrebbe condotti difilati a Montecitorio. Per chi nol sapesse, il palazzo di Montecitorio allora era la sede della Direzione generale della polizia pontificia.
Visitammo S. Pietro e vi trovammo una guida o cicerone che possedeva un permesso per visitare Castel Sant'Angelo. Ci tornò opportunissima e l'accettammo.
Ridire le impressioni riportate dalla vista del maggior tempio della cristianità non è qui luogo, nè, per verità, bene me le ricorderei; perchè le nostre osservazioni, più ancora che ai quadri ed alle statue, erano dirette a certi altri forestieri, la maggior parte giovani, che si vedean qua e là girare per il tempio, anch'essi accompagnati dai ciceroni, e che dal loro fare spigliato e dalle mosse ardite s'argomentava agevolmente non esser nè inglesi nè tedeschi nè americani, e meno che mai ammiratori appassionati di ecclesiastici monumenti[3].
In Castel Sant'Angelo ci accompagnò un veterano svizzero col quale il mio compagno fece lunga conversazione in tedesco. Corridoi, scale, scalette, terrazze, stambugi, prigioni, anditi, cortili, muraglioni, feritoie, questo è il mio ricordo di Castel Sant'Angelo, di allora. Ci passai due mesi dopo una notte, la notte avanti alla nostra liberazione dalla prigionia; ma i pensieri di quei momenti, agevolmente lo si indovina, eran volti a tutt'altro che a rilevare la topografia del carcere; nè ora, dopo tanti anni, nelle poche visite fatte al Castello, mi fu mai possibile di raccapezzare dove io passassi quella notte.
Chiedemmo però allo svizzero se quegli antri additati quali prigioni di Benvenuto e della Cenci servissero tuttora di carcere a qualche condannato. Ci rispose che le carceri erano in altra parte del Castello.
Forse, pensavo tra me, vi staranno i prigionieri politici. Li libereremo?... oh qual maggior soddisfazione? aprire il carcere ad un martire della patria!
Assistemmo allo sparo del cannone a mezzogiorno.
Dal ponte Sant'Angelo ci fu dato vedere degli zuavi che lavoravano di carriola e di vanga allegramente lungo le sponde del Tevere, allora in condizioni diverse da oggi. Forse eran tutti figli di famiglie civili, persone istruite e dabbene, forse eran laureati, professori, conti, duchi, baroni, e lasciavan la patria e gli agi di casa propria per venir qui a fare il manovale, il bracciante! Bisogna proprio convenire che la fede fa miracoli!
Rientrando nell'albergo ci si affacciò un frate zoccolante con una cassetta per la questua e noi, come ogni altro inquilino dell'Hôtel Minerva, pagammo senza batter becco il nostro tributo alle anime. Quel frate stava da mattina a sera sulla porta dell'albergo e poichè era albergo frequentato da persone ricche ed abbienti, fors'era questa una speculazione di diritto per qualche convento. Al proprietario dell'albergo, del resto, poteva far comodo come controllo della gente che andava e veniva; fors'anche costui poteva essere un arnese della polizia, ma per noi rappresentava soltanto un pedaggio assai noioso.
Sette od otto giorni si stette all'albergo della Minerva, ma soltanto a dormire. Ci scottava il suolo sotto i piedi in quelle camere e in quell'ambiente. Le pareti stesse potevano parlare. Oltre a ciò i prezzi erano molto elevati e di quattrini per andar incontro all'ignoto non avevamo certamente dovizia.
Avevamo perciò scoperto per i pasti un luogo abbastanza centrale, ma molto democratico. Era la trattoria dei _Tre Ladroni_ in via dell'Umiltà, vicino al Corso. Ora non esiste più. Non vi si mangiava male, ma era un vero antro di Caco e l'insegna non poteva essere più adatta per simile ambiente buio, umido e pur troppo anche sudicio. Ci convenivano militari di bassa forza, borghesi di campagna e preti scagnozzi.
Il posto ci parve ottimo per eludere la polizia.
Ma una sera, anche là, poco ci mancò che non cadessimo in trappola.
Di fronte al nostro tavolo bevevano una foglietta di vino due legionari d'Antibo che, come guerrieri, non erano certo nè Ettori nè Ajaci e men che meno Adoni.
— Guarda un po'! mi disse sottovoce in vernacolo il mio compagno. Se costoro si possono chiamare soldati, io mi lascio volentieri tagliare la testa (veramente altra era la frase)!
Io sorrisi e non risposi, ma uno dei due soldati cominciò a conversare coll'altro alterato, volgendosi ogni tanto verso di noi con piglio e gesto che sembravan di sfida.
— Oh vedi se può essere soverchia la prudenza! Costoro sembra che intendano anche il dialetto ed abbiano compreso il nostro discorso, diss'io sommessamente.
Intanto il militare continuava a parlar alterato, sempre col volto e talvolta coi pugni a noi rivolti. Allora senz'altro noi chiedemmo al cameriere:
— Che cos'hanno quei due soldati?
E uno dei militari senza lasciar tempo al cameriere di rispondere
— _Dites à ces messieurs là_, esclamò, _que je ne comprend pas la langue italienne, mais cepandant j'ai assez compris pour lui dire qu'en France il y a bien plus de politesse qu'ici._
— Perchè dunque non ritornate in Francia, gridò imbizzito il mio compagno, se vi è tanta cortesia? Che ci venite a fare qui?
Una potente gomitata mia gli tolse il fiato e la parola per continuare. Ma ci volle poi per me — aiutato dall'oste — del bello e del buono a pacificare il focoso armigero francese, assicurandolo che nessuno al mondo s'era burlato di lui e che, appunto perchè essi non comprendevano la lingua italiana, avevano fraintese le nostre parole in dialetto.
Le aveva capite anche troppo bene, l'amico! Come campione militare però bisogna confessare che era in molto difetto; è naturale quindi che fosse anche sempre in sospetto!
Usciti di trattoria, feci una nuova e più solenne filippica all'amico che ad ogni istante con simili imprudenze comprometteva la nostra posizione.
Erano intanto già passati quattro o cinque giorni nè si vedeva alcuno nè si sapeva nulla dei casi nostri.
Incominciavamo, per dir vero, a dubitare della serietà dell'impresa, quando un giorno, camminando per il Corso, vedemmo gran folla di gente sulla piazzetta di S. Marcello e di fronte alla chiesa la carrozza del Papa cogli staffieri smontati e le guardie nobili che facevano ala. Ci fermammo a guardare e di lì a poco vedemmo uscire di chiesa Pio IX in persona, bianco vestito ed attorniato, assediato letteralmente da donnicciuole, da bambini, da vecchi che volevano baciargli la mano e le vesti. Egli benediva tutti e lentamente avanzandosi montò in carrozza; le guardie si misero ai lati di essa e via per il Corso a gran trotto.
Era verso sera, proprio nell'ora in cui il Corso di Roma è più animato. Lo spettacolo che ci si offeriva al passaggio della berlina papale era quello di un'onda marina procedente maestosa. Tutta la gente sostava e si prosternava a terra di mano in mano che la carrozza procedeva. E via via così fino a porta del Popolo.
Noi ci fissammo in viso l'un l'altro come estatici a quello spettacolo; quando rinvenimmo dallo stupore, ci domandammo: Che siam venuti a fare noi in Roma? la rivoluzione?...
Un giorno per il Corso adocchiai uno dei compagni nostri e ammiccatogli feci cenno a lui di seguirmi. Lo trassi in disparte in un vicolo nascosto e presi ad interrogarlo ansiosamente sui nostri disegni e sulle speranze concepite; ma pur troppo compresi ch'ei ne sapeva quanto noi. Uniche notizie che ebbi, furono queste, che essi erano sempre all'Hôtel Roma, come noi al Minerva e che il capo e direttore della cospirazione era Francesco Cucchi.
L'indomani di buon mattino andai all'Hôtel Roma sperando di aver nuove notizie. Erano ancora a letto e faceva loro compagnia quel tipo originalissimo ch'era l'amico Andreuzzi, il giovine. Egli era entusiasta dell'impresa ed io, che n'ero scoraggiatissimo, cadevo proprio a proposito. Mi lamentavo che non si sapeva nulla di nulla ed egli a rispondermi che le rivoluzioni van fatte così, che noi non avevamo altro dovere che di star pronti e quand'era il momento, scendere in piazza.
— E le armi dove sono?
— Le armi ci sono.
— Ma dove?
— Ci sono.
— E la gente?
— C'è.
— Ma dove?
— Ti dico che c'è.
— Ma dove? io non l'ho veduta.
— Non serve: lo devi credere.
— Allora piglieremo Roma colla fede.
— Insomma tu devi tacere.
— La piglieremo col silenzio allora.
— Meglio che colle tue chiacchiere, f..... d'un moderato! e giù una grandine di epiteti e di cazzotti dati e scambiati.
Erano queste le nostre esercitazioni, le nostre manovre.
Altro originale per disinvolta sfrontatezza era Augusto Merluzzi, ora morto, poveretto!
Passeggiava un dì per il Corso con uno de' suoi compagni: a un tratto questi vedendo passare una _botte_ diè un grido di stupore, la carrozza fu fermata e ne scese un prete, e lì esclamazioni di stupore e domande:
— Ma come mai ti trovi qui? Ed io che ti credevo a Firenze! Che ci sei venuto a fare? — Il povero amico era impacciato e non sapeva che rispondere e balbettava impaperandosi.
Pronto venne in suo aiuto il Merluzzi:
— Viaggiamo per conto della casa A e trattiamo pure qualche affare per la casa B; siamo qui da parecchi giorni e ci tratterremo ancora dell'altro, se la piazza ci offrirà da lavorare....
— O non mi secchi un po' colle sue chiacchiere! interruppe bruscamente il prete. Questi è mio fratello.
Il merluzzo restò baccalà.
I giorni si seguivano l'uno all'altro e noi continuavamo a fare i viaggiatori, gli inglesi, i touristi ma nell'animo nostro volgevano pensieri tristissimi ed un lento scoraggiamento cominciava ad impadronirsi di noi.
Venne finalmente il momento in cui ci fu annunziata imminente la sommossa, ed anzi fummo avvertiti di tenerci pronti perchè alla sera il Comitato ci avrebbe tolti dall'albergo e trasportati in una casa privata.
Regolammo i nostri conti con l'Hôtel Minerva e alla sera attendevamo i signori del Comitato.
IV.
Casa Giovanelli.
Il cosidetto Comitato nazionale romano fu, a dir vero, tutt'altro che benemerito dell'impresa da noi tentata, anzi l'osteggiò a tutto potere, perchè non si agiva d'accordo col governo di re Vittorio.
Chi aiutò realmente il Cucchi, il Castellazzo, il Guerzoni, l'Adamoli, il Pavesi e gli altri capi convenuti qui in Roma, fu il Comitato o Centro d'insurrezione; ed era esso appunto che in quella sera si occupava di noi.
Alle 8 pomeridiane fu bussato alla porta della nostra camera all'albergo.
— Chi è? Avanti!
Entrarono un signore alto e robusto dalla fisionomia franca ed aperta ed un giovanotto bruno, dagli occhi nerissimi e dai lineamenti delicati e simpatici.
Il primo era Napoleone Parboni, che della fisionomia e della figura nulla ha per anco mutato. L'altro era un certo Augusto, il cui cognome ora mi sfugge e del quale poscia non mi fu possibile aver più traccia.
Riconosciutici scambievolmente, fu convenuto che saremmo partiti con Augusto, il quale ci avrebbe condotti in vettura fino a Santa Maria Maggiore, donde, licenziato il cocchiere, saremmo andati a piedi alla nostra destinazione.
E così fu fatto.
Nessun inconveniente, nessun contrattempo nella partenza. All'uscir dall'albergo si pagò il solito pedaggio, e poi via. Per strada incontrammo il carro dei morti ed io ne trassi cattivo augurio.
Poco discosto dalla piazza dell'Esquilino, in via Graziosa (ora via Cavour), esisteva allora a mano diritta una gradinata che metteva ad un terrapieno, donde poi si accedeva al vicolo dei Quattro Cantoni. Appena imboccato questo, a mano diritta, c'era un vicolo cieco, una specie di cortiletto. In una casa prospettante in questo vicolo ci condusse l'amico Augusto e vi fummo ricevuti con molta cordialità.
I moderni lavori hanno mutato faccia del tutto a quella località, talchè chi si trovi nella bella e maestosa via Cavour mal cercherebbe i meandri e gli angiporti di via Graziosa.
Il vicolo Quattro Cantoni però esiste tuttora e vi si accede per una comoda scalea, salita la quale, subito a mano diritta si imbocca il vicolo cieco. Questo è tuttora immutato e la casa ove noi abitammo, per chi la volesse conoscere, porta ora il num. 72-B ed è alloggio consueto di ciociari e di erbivendoli.
Stranezza del caso! Vent'anni dopo i fatti che sto narrando, io venni a stabilirmi colla famiglia in Roma. Gira e rigira per trovar quartiere, dopo averne visitati parecchi, finalmente ne trovai uno di mio gradimento in via Cavour; vi ci stabilimmo e solo dopo due e tre mesi che vi abitavo, riconobbi che le mie finestre prospettavano proprio sul vicolo Quattro Cantoni e che il vicolo cieco era quasi di fronte a casa mia!
L'uomo che dovea ospitarci, era un certo Giovanelli calzolaio, o meglio ciabattino, morto pur esso alcuni anni or sono. Pochi mesi prima di morire venne a trovarmi. Di salute stava ottimamente, benchè avesse ottant'anni, ma la vista l'avea quasi perduta.
Il suo nome per me e per i miei compagni di quei giorni assurse all'onore di ricordo incancellabile. Aveva famiglia composta di una donna, due ragazze ed un figlio. Una delle ragazze era sposa ed il fidanzato veniva ogni sera a vederla. Era un altro Augusto, compositore tipografo, buonissimo figliuolo e da cui nulla c'era a temere.
Licenziato l'Augusto primo (diremo così), rimanemmo soli a contemplare l'abitazione in cui d'ordine del Comitato eravamo stati sbalestrati.
Era un secondo piano. L'uscio della scala metteva direttamente in uno stanzone, il talamo coniugale del Giovanelli: dallo stanzone si passava in una piccola cucina e dalla cucina in un'altra piccola stanza, che noi destinammo per sala da pranzo.
Poco dopo arrivati noi due, ci vennero anche l'Andreuzzi con un altro amico e l'indomani ci furono portati pure i due commessi viaggiatori di casa A e di casa B. Totale sei ospiti e cinque padroni di casa, ossia undici persone costrette a stiparsi in due stanze, ed ecco come.
Quattro si dormiva per turno nel gran talamo del Giovanelli. Si doveva giacere di fianco e star immobili, pena il ruzzolare in terra... nè giurerei che ciò non sia avvenuto. Si stava pigiati, ma via, meno male! Da uno degli altri letti veniva levato un materasso che ogni sera si stendeva per terra, e così era provveduto per altri due che ci dormivano per turno. Letto un po' duro, ma senza pericolo di ruzzoloni. Il Giovanelli ed il figlio dormivano pure con noi sovra un cassettone che coperto da un materasso poteva anche figurare un divano. In totale quindi otto persone in una camera che non credo misurasse sessanta metri cubi.
Come spazio, stavano meglio certamente di noi la madre e le figlie, le quali dormivano nell'altra stanzetta, ma non so in qual modo, perchè quando noi al mattino si usciva, la camera era rifatta ed assettata, di letti non si vedeva manco l'ombra ed il cubicolo era convertito in triclinio.
Questo fu il nostro alloggio per circa una quindicina di giorni; giorni memorabili, giorni il cui ricordo appare come pietra miliare nella vita monotona ed affacendata della più tarda età, giorni di spensierata allegria, d'incondizionata abnegazione, giorni sereni e giocondi in cui l'ardore e la fantasia giovanile si sposavano in un comune e nobile intento, si acquetavano in una solenne certezza, la coscienza cioè di tentare il supremo compimento dei destini italiani, la realizzazione del voto di patrioti, di eroi, di martiri!
Casa Giovanelli per noi doveva essere poco meno d'un carcere per quei pochi giorni. Non si doveva uscire o quanto meno nelle ore di notte e non mai per andare verso il centro della città. L'occhio vigile della polizia ci avrebbe notati, pedinati ed il covo sarebbe ben presto stato scoperto.
Costretto da questa invasione a sospendere il proprio lavoro e danneggiato negli affari suoi, il buon Giovanelli dovette fare di necessità virtù e di calzolaio fu tramutato _ipso facto_ in cuoco, nella qual briga lo coadiuvavano pure la moglie e le figlie. Faceva le provviste, ci portava i sigari, il tabacco e, più che tutto, ci portava certi fiasconi giganti di vino bianco, coi quali confortavamo gli ozii della prigionia forzata.
Gli amici passavano il loro tempo giuocando alle carte. Io, non conoscendo giuochi, _faute de mieux_, facevo filacce per i futuri feriti, lo stesso lavoro a cui erano condannati i prigionieri di Spielberg e di Gradisca.
L'indomani del nostro arrivo il Giovanelli ci fece conoscere parecchi suoi amici, tutti cospiratori, congiurati, liberali accaniti (diceva presentandoceli) e ce n'era uno sciame. E fatta la nostra conoscenza, venivano poi quotidianamente a tenerci compagnia e a fare conversazione.
Società piacevolissima! Ricordo un Serafino falegname, buon ragazzo, che aveva fatta la campagna del 1866; un carrettiere in camiciotto di tela greggia con una faccia che, Dio liberi, imbroccarla al buio (lo chiamavano _frittata_, non so poi perchè); un vecchietto dai panni logori ma accanito anche lui; una donna accanita nelle vesti, nelle unghie e nei capelli arruffati; un cocchiere a spasso, proveniente da un circo di cavallerizzi; un marmista, un carbonaio ed altri molti.
Ma erano strette di mano, toccate di bicchiere, abbracci, promesse, giuramenti che ci si facevano! E perchè alla scelta società non mancasse anche la buona musica, il figlio del Giovanelli, Pietruccio, di tratto in tratto dava una cantatina con una terribile voce di tenore, accompagnandosi con la chitarra.
Gran parte di questi amici io li rividi per mia somma consolazione nel 1870, dopo la breccia di Porta Pia e si rinnovarono allora gli abbracciamenti, i baci e le carezze. E poichè il caso voleva che in quel tempo io mi trovassi in condizione di potere, almeno moralmente, giovar loro presso apposito Comitato istituito di quei giorni in Roma per provvedere ai danneggiati politici, mi toccò la sorte di dovere, cominciando dal Giovanelli, moltiplicare certificati sopra certificati e prodigar patenti a diritta ed a manca di patriottismo e di danni sofferti, come lo potrebbe fare un dittatore nel pieno esercizio delle sue funzioni.
Eppure, a tutt'oggi che scrivo, l'effetto di parecchi fra quei certificati sussiste ancora. Io stesso che li dettai, ne sono stupito; perchè, lo dichiaro solennemente, i certificati, quantunque in ogni lor parte veri, furon da me fatti per levarmi d'attorno una seccatura, non mai perchè io ci annettessi importanza di conseguenze possibili nell'avvenire, nè perchè io credessi che s'avesse del patriottismo a fare un lucro e men che meno che della sincerità del medesimo in coloro che lo professavano, avessi proprio io ad essere il giudice competente.
Comunque sia, l'abbondare non nuoce; e se la storia del nostro risorgimento può segnalare numerosi ciarlatani, sfruttatori postumi di patriottismo, giustizia vorrebbe però che si rimettessero le cose a posto e si desse a ciascuno la parte sua.
Quanti patriotti morti poveri ed ignorati, quanti vivon tuttora conducendo stentatamente una vita di sacrifici e di dolori, mentre al Senato, alla Camera, nell'esercito, nella magistratura e perfino nelle file più puritane della democrazia idealista mietono il fiore delle onoranze ed assorbono anche lauti stipendi i postumi liberali, che prestarono fino all'ultimo istante mente, braccio e cuore al nemico contro l'Italia insorgente.
La ragione politica, lo spirito partigiano ed il tempo, grande liquidatore di tutte le pendenze, fanno pur troppo obliare anche le brutte pagine della storia di un uomo e detergono (cosa incredibile!) macchie tali che nè la patria rivendicata nè la fermezza delle coscienze oneste dovrebbero mai cancellare o dimenticare!