Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867

Part 10

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Uno di questi però, che era forse il più sollecito ed il più mattiniero e non isdegnava rendere anche i più bassi servigi con una abnegazione veramente mirabile, fu notato che bazzicava frequentemente al letto di un ferito il quale, per la immobilità cui era condannato, da noi si giudicava gravissimo. L'osservazione a lungo andare sì mutò in sospetto, che comunicato di bocca in bocca assieme a qualche tacito lagno, pervenne all'orecchio di uno dei gendarmi di guardia. Questi, in un momento in cui il compagno sano adempiva i soliti uffici, ordinò agli infermieri di mutar posto al ferito, poi fece rovesciare il materasso e nel saccone si trovarono pur troppo parecchi oggetti stati involati di sotto ai guanciali dei compagni mentre dormivano.

Inutile dire l'indignazione generale. Tutti protestammo di non voler più per compagni quei due, ed infatti poche ore dopo una vettura della polizia li trasportava altrove.

Il padre Francesco alludeva a questo fatto quando deplorava la mia condizione. Gli risposi che ogni regola ha la sua eccezione. Anche tra gli apostoli vi fu un Giuda e Cristo morì pur esso fra due ladroni senza che ne fosse per ciò disonorato!

Il frate inorridì della risposta e del paragone, mi trattò da bestemmiatore e disperando di riuscire a nulla, desistette dalle inutili sollecitazioni.

Se i connotati avuti non sbagliano, questo frate stesso pochi anni di poi fece più che insistenza, quasi violenza per poter assistere al suo letto di morte Urbano Rattazzi, di cui era conoscente ed amico. Non ricordo se riuscisse nell'impresa, nè se con l'illustre uomo di Stato i suoi tentativi abbiano avuto miglior fortuna che con me.

L'ordine per la partenza nostra venne alla sera e si estendeva a tutti quelli la cui condizione di salute permetteva il viaggio.

Dei vicini nostri partivamo io e il Bassini. Questi era allora in buone condizioni. Più tardi invece le ferite gli si riaprirono e sofferse una lunga e penosa malattia. Le bajonette gli avevano forato un intestino.

La nostra partenza fu motivo di grande accoramento e di dolore per gli amici costretti a rimanere. Il capitano Ronco, la ferita del quale in quei giorni avea assunto aspetto cancrenoso, quando ilare e contento lo salutai facendogli coraggio:

— Addio, addio, mi disse; non ci rivedremo più, sai.

— Perchè?

— Perchè io non uscirò di qui che per andare a Campo Verano!

Baciai tutti gli amici, ci scambiammo vicendevolmente promesse ed auguri, salutammo con vera effusione d'affetto il buon capitano Galliani, ringraziammo i medici, e allegri come andassimo a nozze lasciammo l'ospedale per andare in patria.

Invece andavamo a... Castel Sant'Angelo!

Attraverso corridoi, scale ed androni, a suon di chiavacci e di cancelli arrugginiti, fummo introdotti in uno stanzone lungo e buio, difeso dal freddo e dall'umido della notte con impannate di tela e lungo il quale in terra era disposta della paglia con dei sacconi.

Al lume delle fiaccole rividi il Campari, il Colombi e il Fiorini, i tre compagni che vollero rimanere nella vigna per curare i feriti, restando così prigionieri volontari, i fratelli Rosa di Bergamo ed altri che non ricordo.

Nella stessa prigione stavano pure molti fra gli arrestati della città. Ce n'era d'ogni condizione. C'era pure un _clown_ di compagnia equestre che ogni tanto per tenersi in esercizio dava spettacolo di salti e capriole. Costui stette in prigione fino al 1870 e appena liberato ritornò al primitivo mestiere. Il poveretto finì più tardi la vita in un ospedale di Bologna, cieco d'ambedue gli occhi.

Rivedere i miei buoni amici fu per me somma consolazione; e in quella sera, per quanto ci fu permesso dalla presenza dei secondini e dei custodi, ragionammo a lungo dei casi nostri e delle passate traversie.

Essi però erano più al corrente che noi di notizie, perchè le avevano giornalmente dall'_Osservatore Romano_, che un secondino recava loro piegato nelle fodere del suo berretto. Per questo incarico (del resto abbastanza arrischiato) veniva retribuito con una lira per ogni copia.

Un pensiero ci angustiava, che con noi non ci fosse Giovannino, ancora detenuto alle Carceri Nuove, e pensavamo che forse il Governo papale volesse fare di lui un martire, lasciandolo soffrire chi sa per quanti anni in segreta.

Quella notte non dormii, e nemmeno i miei compagni. Si sapeva di dover partire, si vegliò tutti al buio.

A notte inoltrata, i chiavistelli delle porte girarono e comparvero finalmente alcuni secondini con torcie e con lumi. Fra questi se ne notava uno vestito da zuavo, aitante della persona e giovane ancora, ma inerme. Costui trasportò in braccio fino al basso il Bassini e qualche altro che non reggevasi in gambe, come avesse portato sacchi di piuma. Mi fu detto che era notissima spia, famigerato sicario e arnese segreto della polizia e che era riuscito colle sue arti a darle in potere parecchi compromessi politici. Vociferavasi ch'egli, unico in tutto il presidio, avesse l'accesso da Castel S. Angelo al Vaticano per il noto passaggio segreto riserbato ai pontefici in caso di cataclismi, e ciò perchè non s'arrischiava ad uscire in città, non essendo sicura la sua pelle se poneva piede fuor delle inferriate del Castello. Di là dirigeva con acutezza di vero cagnotto le sue operazioni di gran mastro caccialepre.

Da Castel S. Angelo alla stazione marciammo a piedi al chiaror delle fiaccole. Era notte inoltrata e si traversò tutta Roma senza incontrare anima viva.

Qual triste senso avrà dovuto fare un corteo simile, di notte, per quelle strade ove, anzichè prigionieri, due mesi prima speravamo di passeggiar trionfatori!

Ma scommetto che quest'antitesi abbastanza dolorosa non ad uno dei nostri in quella notte passò per la mente. Il miraggio dell'imminente libertà e la certezza di rivedere fra brevi ore la famiglia era in quell'istante l'unico nostro pensiero.

Il treno che doveva portarci al confine fu scortato da soldati francesi.

A Civitavecchia ci arrestammo a lungo per attendere altri prigionieri provenienti da quel bagno: una torma di infelici, scarni, pallidi, smunti, abbattuti, veri _pezzenti_. Furono caricati in vetture di terza classe e stipati come le bestie. Anche fra loro ritrovai degli amici, Alberto Ceresa, Silvio Andreuzzi, Carlo Marzuttini ed altri.

Un ufficiale francese della nostra scorta, avendo riconosciuto a quella stazione un altro ufficiale suo amico della legione d'Antibo, che gli chiese dove andasse, rispose che veniva fino alla frontiera a scortare _cette canaille_. Un capitano dei nostri l'udì, lo apostrofò come si meritava e credo ne seguisse una sfida. L'aspetto nostro esteriore però non dava tutto il torto al vocabolo.

Al confine trovammo un altro inciampo. Il treno pontificio dovea retrocedere, ma il treno di ricambio da Grosseto non era ancora arrivato.

Bisognò attenderlo più ore in rasa campagna con un freddo ed un vento micidiali. E ciò naturalmente fu causa che noi mandassimo le ultime nostre benedizioni al governo italiano, il quale appena arrivati al confine ci dava tosto un saggio del suo buon ordine!

Ora, a pensarci bene, si direbbe: che c'entra il governo colle ferrovie? ma allora si ragionava così.

A Grosseto si sostò per pernottare.

Era prefetto il commendator Homodei, un pavese, gentilissima persona. Il Campari e il Bassini, suoi compatrioti, lo conoscevano e perciò fummo ospitati da lui. Alla sera ci trovammo tutti assieme ad una trattoria e si fece onore a parecchi fiaschi di ottimo Chianti.

Chi mi crederebbe se volessi asserire d'aver serenamente e da me solo trovato in quella sera la strada per giungere al soffice ed elastico letto della Prefettura?...

Finora dissi intera la verità, e però una bugia all'ultimo guasterebbe ogni cosa.

L'indomani io abbracciava i miei cari!

XV.

Conclusione.

Sono trascorsi trent'un anni!

Nel 1870, poco dopo la breccia di Porta Pia, un giorno vidi nella vetrina di un libraio al Corso una oleografia rappresentante la _morte d'Enrico Cairoli_. Era una copia del quadro dell'Ademollo e molti si trattenevano a guardarla.

— Chi era questo Cairoli? mi chiese un _paino_. Era un brigante?

I tre militari che si scagliano a baionetta calata sovra un borghese caduto gli suggerivano codesta idea, ignorando egli affatto la recente istoria della campagna di Roma del 1867 ed i suoi particolari.

La domanda di colui sintetizza veramente lo stato d'ignoranza e d'ignavia in che viveva allora la popolazione di Roma intorno ai propri destini.

Venuto il 1870, ed entrate le truppe dalla breccia, il patriottismo fiorì a dismisura, i martiri pullularono, tutti non solo conobbero la storia patria ma ne furono principali attori, tutti furono fattori efficaci della libertà e dell'indipendenza, gli eroi dalle coccarde e dalle bandiere fiorirono innumerevoli!

È storia, non di Roma soltanto, ma di tutta l'Italia. Le commemorazioni patriotiche, a partire da quell'anno diventarono d'obbligo. Quella di Villa Glori, per la vicinanza del posto fuori le mura, divenne popolare e rese pure popolare il fatto che, ignorato e quasi sconosciuto da principio, coll'andar del tempo, accresciuto, ingigantito da artisti e da poeti, per poco non divenne leggendario.

Queste brevi pagine spero rimettano le cose a posto.

Senza esagerare però d'idolatria o di feticismo io deploro un fatto. A merito del municipio di Roma e per iniziativa del compianto comm. Pianciani, coadiuvato poscia dal duca don Leopoldo Torlonia suo successore, venne collocato al Pincio il bel monumento dello scultore Ercole Rosa. Dell'opera d'arte fu già detto abbastanza. È un gioiello artistico, in cui non sono a lamentare che le modeste proporzioni, rese tali ancora più dallo spazioso ambiente dove fu collocato, dal vastissimo orizzonte e dall'imponente panorama che gli fa cornice.

Ma il luogo dove caddero i fratelli Cairoli, doveva essere dal municipio di Roma religiosamente conservato. Invece la passeggiata dei Monti Parioli mutò faccia interamente a quel posto.

Quando ancora la si stava costruendo, un giorno io condussi la mia famiglia a passeggio da quella parte e, quando arrivammo sul posto, io stesso non riconoscevo più la storica villa. Il cancello da cui penetrarono gli svizzeri, la stradicciuola da cui salirono e donde apersero il fuoco, sono spariti. Una frana di terra dava accesso alla sommità del colle ove a stento si scernevano i ruderi della casetta del vignarolo, donde fu aperto dai nostri il fuoco e dove cadde il povero Moruzzi.

La vigna, passata in altre mani, era stata espropriata ed il Municipio si era valso di quella collina come cava di terra per costruire la passeggiata. Per accedere al sommo non v'era altro modo che inerpicarsi per quella frana.

Recentemente, in occasione del 25º anniversario di Roma italiana, venne praticata una nuova strada d'accesso e sul posto ove caddero Enrico e Giovannino fu eretta una colonna commemorativa. La topografia però del posto è affatto mutata, nè alcuno può farsi un'idea del come avvenne l'attacco e si svolse l'azione. Della casa del vignarolo quasi non resta più traccia, la Villa ancora intatta è convertita in una caserma di guardie di finanza e dove spirò il Mantovani e giacque esanime il povero Enrico, ora è la camera di sicurezza per le guardie! Costava tanto poco il coordinare la passeggiata dei Parioli in modo da rispettarne quei cari ricordi! Si rispettano tanti ruderi insignificanti, unicamente perchè hanno il battesimo e la patina dell'antichità, senza forse conoscere se abbiano effettivamente un valore storico ed artistico! Non si risparmiarono quelle sacre zolle che ebbero battesimo glorioso di sangue e dove con nessuna spesa e con verun disagio poteva la generazione crescente tener viva e palpitante la religione dei ricordi colle visite frequenti e col riandare la pietosa storia del dramma ivi consumatosi.

Ora, da due o tre anni, e dopo l'inaugurazione della colonna avvenuta nel 1895, commemorazioni non se ne fanno più; la data però se la ricordano i superstiti ed i pochi che ancora tengono vivo il culto dei patrii ricordi, ed ogni anno il 23 ottobre infiorano di corone il mandorlo alla Villa ed il Monumento al Pincio.

Il popolo di Roma li ama quei due modesti ricordi, e quando passa per il Pincio o sale ai Parioli, vi si trattiene e manda un mesto saluto ai caduti.

Opportune le epigrafi, non così l'elenco del volontari a tergo del monumento. Il nome dei vivi non va mai passato solennemente alla posterità, poichè fino a che c'è vita, c'è campo ancora a coprirsi d'infamia.

Pur troppo però, mentre io scrivo, se venisse fatto di riunirci, molti mancherebbero all'appello.

Per quanto n'ebbi notizia io, li segnai tutti i poveri nostri morti con una crocetta ed ahimè! che la funebre lista già mi rende l'immagine di un cimitero.

Di settantotto nomi già una trentina portano il segno della morte! Uno per anno!

Chi sarà l'ultimo a spargere fiori e corone sui compagni caduti?...

A lui sieno raccomandate queste mie memorie!

NOTE:

[1] «Qui accadde un fatto degnissimo di poema e di storia, e fu che certo capitano austriaco sfidò a singolare tenzone il tenente Cella friulano; entrambi valorosi davvero e l'uno competente all'altro; però o la maggior perizia o piuttosto la fortuna sovvenisse il tenente, il fatto sta che il capitano, rilevate diciassette ferite, si ebbe a rendere: finchè durò questo duello cessarono di tirare da una parte e dall'altra, e il vincitore con parole blande consolò il vinto, chè a questo modo deve costumare chiunque abbia voglia che la virtù gli frutti lode e non biasimo». GUERRAZZI, _Il secolo che muore_, cap. X. — Posso aggiungere che i due feriti furono trasportati a Salò e curati in uno stesso ospedale, divennero poscia amici.

[2] I sessanta carabinieri livornesi, la vecchia guardia della giornata, lasciarono circa la metà di loro sul terreno. Fra questi dodici morti, dei quali troviamo in un album pietoso registrati i nomi, che ci par sacro ripetere: Bertagni Vincenzo, Boni Egidio, Caillon Gustavo, _Capaccioli Natale_, Cipriani Ubaldo, Costa Pietro, Franceschi Francesco, Grotta Giovanni, Lircan Bellini, Giuliani Francesco, Paci Silvestro.

[3] «Si vedevano da più ore gruppi di giovinazzi dal piglio scherano... ben è vero che udivasi tra i borghesi un lamentìo frequente perchè il governo lasciasse errare per la città uomini nuovi di aspetto sinistro e truculento» (!). _Civiltà Cattolica, I crociati di S. Pietro._ Anno 1868, vol. VII.

[4] Per chi non conosce o non ricordi la storia di quei giorni, è bene ripetere qui che fra i progetti d'insurrezione, vi era pur quello di far saltare talune caserme militari. La cosa non riuscì in parte che per la caserma Serristori in Trastevere. Vi rimasero feriti taluni zuavi del concerto e per questo fatto furono imputati e condannati Monti e Tognetti, che scontarono poi sul patibolo il loro ardimento. Lo scoppio accadde il 22 ottobre, ossia il giorno prima del fatto di Villa Glori.

[5] ... parmi si debba pensare a rifornir Roma di giovani; rendere più forte l'elemento importato, dal quale solo puossi aspettare una vigorosa iniziativa. Nè con ciò intendo far torto alla popolazione romana; tutti sanno quale depressione subisca l'animo di un popolo che per tanti anni fu soggetto a dispotico governo, tanto più se tale governo è il clericale. Era davvero necessaria cosa rendere più forte l'elemento importato, che a minime proporzioni era stato ridotto dagli arresti e dagli sfratti, il quale elemento, senza bisogno d'aggiungerlo, era per buona dose composto d'emigrati romani. GIOVANNI CAIROLI, _Spedizione dei Monti Parioli_. Milano, editore Perelli, 1888.

[6] Una sera venne fatta dal Comitato certa distribuzione di denaro. Era giorno di festa, e i quattrini ben si può arguire come furono adoperati. Tanto bastò perchè a tarda ora la città fosse percorsa da numerose pattuglie a cavallo!

[7] Qui in Terni funziona liberamente un comitato, direi meglio una specie di ministero sotto la presidenza del generale Fabrizi, che organizza le bande, le provvede d'armi e le manda oltre il confine. Ogni giorno giungono qui mille circa volontari, e questa sera ve ne sono in paese non meno di duemila. _Rapporto del generale Ricotti, 21 ottobre, al Ministero della guerra._

[8] «Impedisca partenza volontari. Imbarazzano non giovano. Ce ne sono moltissimi. Non si sa che farne». Così telegrafava da Terni un deputato autorevole di sinistra al presidente del Consiglio Rattazzi.

[9] Il colonnello Gustavo Frigyesi, ungherese, fu uno dei più valorosi seguaci del generale Garibaldi. Combattè tutte le campagne dell'indipendenza italiana ed ebbe in ricompensa di morire poverissimo in un ospedale.

[10] Furono pubblicate dal _Capitan Fracassa_ (non però per intiero) il 27 maggio 1883. L'autografo della prima, piegato in quattro, vidi conservato in una busta sulla quale Giovanni Cairoli aveva scritto: _Lettera autografa di mio fratello Enrico (17 ottobre p. p.) da Orte_. La lettera di Giovanni è scritta a lapis su di un foglietto piccolo di carta e non ha busta. Questa lettera probabilmente si trovava fra le carte del portafoglio di Enrico tolto a lui, dopo morto, da me e dal Campari e consegnato con la cintura, l'orologio ed altri oggetti a Giovannino il giorno 24 a Villa Glori poco prima della nostra cattura.

[11] Allude al taglio della ferrovia operato ad Orte dal Ghirelli.

[12] La prima idea dei Cairoli era che la banda non superasse i sessanta uomini. Vedi in proposito più avanti al cap. VIII, nonchè l'opuscolo di E. CAIROLI: _La spedizione ai Monti Parioli_.

[13]

Dove che dietro a noi c'era pe' scorta N'onibussetto tutto sganghenato, Dov'uno ce montava un po' pe' vorta

PASCARELLA, _Villa Gloria_, sonetto II.

[14] Il castello e feudo di Cantalupo apparteneva al principe Vaini che morì senza successione. Poscia passò in potere dei Lante; presentemente è posseduto dal barone Commini.

[15] Di questo tratto di Giovannino, che a prima giunta potrebbe a taluno sembrare strano, s'incarica egli stesso di darci la spiegazione nel suo libretto: «Debbo ora osservare che l'argomento ora toccato (dei legami tra superiori e inferiori) costituisce a mio avviso uno dei punti caratteristici di differenza tra corpo di milizia regolare e corpo di volontari; che cioè, se in quello non è conveniente dare ai soldati dei capi che a loro sieno legati da vincoli d'amicizia, in questo deve all'incontro riuscire vantaggioso. Può forse a tutta prima sembrare strana tale differenza, ma riesce chiara ricercandone le ragioni col mezzo d'acuto esame delle condizioni e qualità diverse del soldato regolare e del volontario».

[16]

. . . . . Quarcuno

Rimase ner casale chiuso drento Co' li feriti; e de nojantri, ognuno Doppo che s'approvò lo sciojjmento Se sbandassimo tutti. Quarchiduno

Fu preso a Roma a Piazza Barberina; L'antri sperduti in braccio de la sorte Agnedeno a schizzà pe' la Sabbina.

Li più se riformòrno in carovana, Passòrno fiume, presero le corte Drento a li boschi, e agnedeno a Mentana.

PASCARELLA, _id._, son. XXV.

[17] «Il comando di piazza solo a giorno avanzato mosse una poderosa colonna di fanti e di cavalli con mandato di battere la campagna da Porta del Popolo infino a Porta Pia, e snidare il nemico se si scoprisse, e dar la caccia agli sbandati». _Civiltà cattolica._

[18] Era probabilmente una ricognizione capitanata dal principe Lancellotti, zelante crociato di quei giorni.

[19] Stavo correggendo queste bozze quando dai giornali appresi che Monsignor Stonor, canonico lateranense e arcivescovo di Cesarea, ebbe dalla Regina d'Inghilterra una speciale attestazione di stima accompagnata da lettera autografa di Sua Maestà, per le grandi sue benemerenze verso la popolazione cattolica inglese residente o di passaggio in Roma.

[20] Nella chiusa mi dava la notizia del fidanzamento d'una nostra parente e poichè, giovine ancora, io avevo già avuto la malinconia di stampare dei versi, concludeva incoraggiandomi: «Addormentati prigioniero, risvegliati poeta!»

[21] Dell'autenticità di questo episodio posso farmi garante, essendomi stato narrato, oltrechè da parenti strettissimi del Biffani (credo tuttora viventi), anche da persone certamente non sospette di partigianeria liberale.

APPENDICE

SCRITTI INEDITI DI GIOVANNI CAIROLI

ED

ELENCO DEI COMBATTENTI A VILLA GLORI

AVVERTENZA

_Nel 1868 Giovanni Cairoli raccontò la gloriosa spedizione dei Monti Parioli traendone la materia specialmente da «un libriccino di note scritto nelle segrete di Roma»: e l'opuscolo di lui fu anche ristampato, dieci anni dopo, a cura di B. E. Maineri. Pur tuttavia siamo certi che gli appunti tratti da quel medesimo «libriccino» e qui per la prima volta pubblicati saranno letti dai cultori devoti delle patrie memorie con piacere e con vivo interesse._

_Sono brevi note scritte frettolosamente e per semplice memoria personale, quando viva ancora era nella mente di Giovanni l'impressione dei casi occorsi e le sofferenze fisiche e morali, che ne erano la conseguenza, dovevano rendergliene più pungente ed in pari tempo più desiderato e continuo il ricordo. Nella loro disadorna brevità quelle poche frasi rapide, concise, buttate giù a scatti e talvolta anche incompiute, ma pur sempre suggestive, tra le quali con insistente affettuosità ritorna di tratto in tratto la frase piena di doloroso rimpianto per il fratello «il mio Enrico, il mio caro Enrico», conservano tutta intiera la loro ingenuità ed efficacia, come uscissero ancor vive direttamente dall'animo del giovane eroe che faticosamente le ha vergate col lapis nei giorni tristi dell'ospedale e della prigionia. Per ciò la commozione che viene da questi incomposti appunti è più immediata e più intensa: nel rifacimento posteriore di essi dato alle stampe l'efficacia dell'espressione spontanea riesce attenuata dalla preoccupazione letteraria, cui, sia pure inconsapevolmente, obbediscono anche gli eroi quando sanno di scrivere per il pubblico._

_Non v'è artificio di letterato che valga la semplicità non cercata: così è degli appunti di Giovanni Cairoli, donde fra pochi tocchi, ma forti e schietti, si intravedono e balzan fuori effetti drammatici mirabili nella loro semplice verità. Valga per tutte la pagina dove è descritto lo svegliarsi dei feriti che giaciono abbandonati sul campo della pugna: nell'oscurità silenziosa della notte, incerti della loro sorte, impotenti a muoversi, si chiamano, si riconoscono alle voci, si scambiano le notizie e gli addii che credono gli estremi, e da ultimo la loro voce si unisce nel grido di Viva l'Italia. È una scena di così grandiosa e sublime semplicità che par staccata dai poemi omerici._

_La nostra edizione riproduce integralmente l'autografo che Benedetto Cairoli consegnò a Federico Napoli e del quale il Ferrari trasse una copia. La lettera con cui il signor Napoli volle cortesemente permetterne la pubblicazione è ispirata a così nobili sentimenti che non possiamo trattenerci dal metterla sotto gli occhi dei lettori come degna prefazione agli scritti di Giovanni Cairoli._

«Roma, 7 gennaio 1899.

«Caro Ferrari,

«Mi pare quasi superfluo darti l'autorizzazione di pubblicare il giornaletto di Giovannino Cairoli relativo a Villa Glori: — ma poichè tu la chiedi la dò con tutto il cuore. Anche se tu, senza interpellarmi, lo avessi fatto, non mi sarebbe mai venuto in mente di rimproverartelo, chè anzi ti avrei dato lode di curare con affetto e venerazione una memoria così cara e gloriosa. E oggi singolarmente in Italia, ove tanto scarso è divenuto il culto delle cose belle! e alla quale a ragione potrebbe rivolgersi l'apostrofe di Giacomo Leopardi:

O Italia, a cor ti stia Fare ai passati onor, che d'altrettali Oggi vedove son le tue contrade Nè v'è chi d'onorar ti si convegna!

«E saranno malinconie di noi vicini al tramonto, vissuti in altri tempi, con altri ideali, con altra religione!