Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 9

Chapter 93,913 wordsPublic domain

Ricordomi che in tempo che io mi trovava a _Lilliput_, le carnagioni degli Abitanti mi sembravano la più bella cosa del mondo, e che quinstionando su questo punto con un uomo di spirito del Paese, intimissimo amico mio, ei mi disse, che il mio volto gli compariva assai più vago, e più pulito, quand’ei mi risguardava da terra, che quando collocato in mia mano, poteva considerarmi da più vicino. Confessommi, che egli allora raffigurava molto pertugiato il mio mento; che i peli della mia barba erano più irsuti che le setole d’un cignale; e che la mia carnagione era composta di molti colori ingratissimi: tutto che non vanamente io possa dire che le mie sembianze sieno così avvenenti, come il sono quelle de’più degli uomini del mio paese; e che il mio colorito così abbronzato non sia, come il dovrebbe, a cagion de’miei viaggi. D’altra parte, parlando delle Dame della Corte di _Lilliput_, ei mi disse più volte, che l’una avea delle rossicce macchie; l’altra troppo grande la bocca; un’altra il naso mal fatto; cose tutte ond’era impossibile che io mi avvedessi. Ingenuamente confesso che son naturalissime cotali riflessioni; e che chi legge avrebbe ben potuto farle senza di me. Con tutto ciò non potei trattenermi dal fargliene parte, temendo che ei non s’immaginasse che realmente più difformi, che noi, fossero quelle vaste Creature: poichè per rendere loro la dovuta giustizia, è forza che io pubblichi ch’egli è un Popolo assai ben formato; e in ispezieltà riguardo al mio Padrone; che, comechè un Castaldo, i suoi delineamenti, non ostante, proporzionatissimi mi parevano quand’io gli considerava in distanza di sessanta piedi; che vale a dire, quand’io me ne stava a terra tutto accosto di lui.

Alzati di tavola, andò il Padrone alla visita de’suoi Operaj; e per quanto liquidarlo potei dalla sua voce, e dalle sue gesta, diede ordine alla sua Sposa di aver buona cura di me. Estremamente io mi trovava lasso, e una furiosa voglia di dormire mi tormentava. La mia Padrona, che se ne avvide, mi adagiò sul propio suo letto, e mi ricoprì con un fazzoletto bianco; ma più grande, e più massiccio della principal vela d’un Vascello di guerra. Dormj due ore, più o meno, sognando di starmene in mia casa con la moglie, e co’miei figliuoli; il che accrebbe al doppio la mia maninconia, quando risvegliatomi, mi rinveni, solo, in un vasto Appartamento che stendevasi per dugento, o trecento piedi; e la cui altezza superava i dugento. Era già uscita la Padrona in attenzione de’suoi domestici affari, e dietro di se avea chiusa la porta della mia stanza. Otto verghe da terra era alto il letto; e stimolato da qualche necessità, avrei ben voluto scenderne, ma non ardj di chiamar persona; mercè che i miei gridi sarebbero stati inutili, e certamente non giunti alla Cucina, ove stavasene rutta la Famiglia. Nel frattempo di quest’imbroglio, due topi si rampicarono sul cortinaggio, e dando del naso da per tutto, corsero da una parte all’altra. Venne un d’essi fin sulla mia faccia, e mi cagionò uno spavento orribile. Più che di fretta mi levai, e sguainai la spada per difendermi. Così temerarie furono quelle prodigiose bestie, che mi assalirono da due lati, ed una insino mi saltò sul giubbone; ma prima che mi offendesse, mi riuscì di fenderle il ventre. Cadde ella a’miei piedi; e l’altra, scorto il destino della camerata, se ne fuggì, ma non senza riportare una buona ferita al di dietro. Compiuta l’impresa; per rimmettermi dallo sbigottimento, e dal disagio, mi si misi a spasseggiare da un capo all’altro del letto. Erano que’topi del taglio d’un Alano _Inglese_, ma infinitamente più agili, e di maggior fierezza: cosicchè se innanzi di mettermi a dormire deposta io avessi la mia spada, infallibilmenmente divorato mi avrebbono. Misurai il topo morto, e il trovai di due verghe, men un pollice, di lunghezza.

Poco dopo entrò nella stanza la mia Padrona; e in vedendomi tutto insanguinato, corse velocemente a me, e mi prese in sua mano: io ridendo, e dando altri segni di allegrezza per farle conoscere che io non avea alcun male, le mostrai il topo morto. Ella ne restò incantata; e ingiunse a una fantesca che con le molli il prendesse, e gettasse dalla finestra. Dopo ciò fui da lei collocato sopra una tavola, donde le feci vedere la mia spada tutta sangue, che in un instante forbj, e rimisi nel fodero. Io mi trovava incalzato da più d’una di quelle sorte di cose, per le quali sono impraticabili le Proccure; e a tal effetto mi sforzai di far comprendere alla Padrona, che io desiderava d’essere messo a terra; il che eseguito, non permisemi il mio rossore di far altri atteggiamenti, che di accennare l’uscio, e d’incurvarmi parecchie volte. Mi comprese finalmente, tutto che con istento, la buona donna: mi pigliò in sua mano, e mi mise a terra nel giardino. Per dugento verghe mi staccai da lei; e fattole segno che mi risguardasse; e non mi seguisse, mi nascosi fra due foglie di acetosa, e soddisfeci alla mie necessità.

Lusingomi che il Leggitore benevolo mi terrà scusato, se talvolta io insisto sopra particolarità di tal fatta; che tutto che poco interessanti agli occhi del volgo ignorante, non lasciano tuttavia di recare un nuovo grado di estensione alle idee, e all’immaginazione d’un Filosofo. Oltracciò, mi sono spezialmente attenuto alla verità, senza adornare il mio stile con le affettate vaghezze della menzogna: e dir posso che tutte le circostanze di questo viaggio an formata una sì viva impressione sopra di me, e sì profondamente si sono scolpite nella mia memoria, che in istendendole in carta, veruna non ne ommisi che alquanto fosse importante: Comechè dopo una esatta revisione ne abbia io scancellati alcuni passi di minor momento, che già stanno registrati nel primo mio esemplare; e ciò per timore d’essere importuno a’miei Leggitori; timore, che, a quel che se ne dice, agitar dovrebbe la maggior parte degli Autori di Viaggj.

CAPITOLO II.

Descrizione della figliuola del Fattor di Camgna. L’Autore è condotto a una vicina Città, e di poi alla Capitale. Particolarità di questo Viaggio.

AVea la mia padrona una figliuola di nov’anni, fanciulla, per la sua età, amabilissima, che col suo ago operava qualunque cosa, e industriosa a maraviglia nell’abbigliar la sua bambola. La madre, ed ella, pensarono di accomodar la culla della bambola medesima pel mio uso nella vicina notte; ed in fatti fu riposta la culla in una piccola cariuola d’uno stanzino; e la cariuola sopra una tavoletta sospesa in aria, per timore de’topi. Altro letto non ebbi per tutto il tempo che dimorai in quella casa; benchè, dopo di aver alquanto appresa la lingua del Paese, e subito che sui in istato di saper chiedere in qualche modo il mio bisogno, più adagiata renduta io l’abbia. Era sì esperta quella giovinetta, che dopo d’sermi tolti, in presenza di sei, due, o tre volte i miei vestiti; potè ella esser capace di spogliarmi, e di rivestirmi; tutto che un tal fastidio io non le abbia mai recato, quando volea lasciarmi fare da per me solo. Mi lavorò ella sette camiscie, ed alcuni altri pannillini; i quali, comechè finissimi, erano tuttavia più grossi, e più ruvidi d’un ciliccio; e sempre ella compiacevasi di farne bucato con le stesse sue mani. Prese pure a suo conto d’instruirmi della lingua del Paese: quand’io accennava qualche cosa col dito, ella me ne diceva il nome, cosicchè in pochi giorni io avea l’abilità di chiedere ciò che io volea. Era colei una ragazza assai buona, che per anche non avea di altezza quaranta piedi, essendo piccola a proporzion di sua età. Imposemi il nome di _Grildrig_; nome statomi conservato dalla famiglia di lei, e per cui fui poscia riconosciuto per tutto il Regno. Questo termine, spiega lo stesso che _Nannuculus_ de’_Latini_, che _Nanerettolo_ degl’_Italiani_, che _Mannikin_ degl’_Inglesi_, e che _Mirbidon_ de’_Francesi_. Principalmente a lei io sono debitore della mia conversazione in quel Paese; non essendomi giammai da lei separato per tutto il tempo del mio soggiorno. Io la chiamava mia _Glumdalclitch_, o sia mia piccola balia. E certamente io sarei il più ingrato di tutti gli uomini, se menzion non facessi della tenerezza, e delle sollecitudini di lei a mio riguardo; desiderandomi con tutta l’anima in condizione d’un adeguato riconoscimento; quando per altro, secondo le apparenze, io non sono che il fatale, tutto che innocente, strumento della sua disgrazia, Comincia vasi già nel vicinato a parlar di me; sparsa essendosi la fama, che il mio Padrone avea rinvenuto ne’suoi Campi uno straordinario Animale, della grandezza d’uno _Splachnuk_, ma le cui membra tutte esattamente eran formate come quelle d’una Creatura umana, ond’egli per sopra più in tutte le sue azioni si rassomigliava; che ei parlava un picciolo linguaggio suo propio; che appresi già avea alcuni termini della lingua del Paese; camminava sopra le sue gambe; era piacevole, ad altresì domestico: veniva quando si chiamava: facea tutto che si volea; le parti del suo corpo erano le più graziose del mondo: ed avea una carnagione più dilicata di quella d’una nobile fanciulletta di tre anni. Un altro Fattore che abitava non troppo da noi discosto, e che era amico intrinseco del mio Padrone, venne a fargli visita, con intenzione d’informarsi della verità di questa Storia. Mi si fece immediate comparire, e collocato sopra una tavola, ove su e giù me ne andava spasseggiando secondo mi si ordinava, diedi mano alla spada, la rimisi nel fodero, feci una riverenza a colui che ci visitava, chiesigli in sua lingua come se ne stesse in sanità, e gli dissi che lui era il ben venuto, co’precisi termini che la picciola mia Nutrice insegnati mi avea. Colui, che era un vecchione, e che la vista troppo non gli serviva, prese gli occhiali per meglio considerarmi; ed io confesso che la singolarità d’un somigliante spettacolo strappommi uno scoppio di ridere assai incivile. Ne conobbero i nostri il motivo, e nel tempo stesso rinforzarono il giocondo schiammazzio, cosa, che ebbe a disgustare quel vecchio pazzo. Passava egli per un avaro, e per mia disgrazia, pur troppo un tal mal credito ei giustificò. Consigliò il mio Padrone di far mostra di me come d’una rarità, in un giorno di Fiera nella Città vicina. In ravvisandogli entrambi a lungo quistionanti insieme, e cogli sguardi loro sovente a me indrizzati, temetti di qualche trama a mio discapito, e nel mio timore mi parve pure di comprendere una parte del loro discorso. Ma la seguente mattina _Glumdalclitch_ mi racconto fedelmente ogni cosa, di già informata da sua Madre. Misemi nel suo seno la povera figliuola, e proruppe in lagrime tali che m’intenerirono. Paventava ella qualche mio infortunio, e che qualche villanaccio tenendomi fra le sue braccia non mi schiacciasse. Ell’avea in me osservati alcuni delineamenti di nobile, e fiera modestia, e bastevolmente era convinta che al segno maggiore mi sarei sdegnato, se per denajo fossi stato mostrato a tutti, come un barattino. Disse il suo Papà, e la sua Mamma promesso le aveano che _Grildrig_ sarebbe suo; ma che ben iscorgeva che farebbono come l’anno passato, che promessole un Agnello, immediate che s’ingrassò fu venduto ad un Macellajo. Quanto a me, protestar posso che mi trovava men inquieto della mia Balia, per una tal nuova. Aveva io gia smarrita la speranza di ricuperare un giorno la mia libertà, e per quello concerne il vituperio d’essere qua e là condotto a guisa di mostro, riflettei che in quel Paese io era un Forestiere, e che una tal disgrazia non potrebbe mai essermi rimprocciata in _Inghilterra_, se mai ritornato me ne fossi; poichè per la trafila medesima, o a buon grado, o a forza, passato sarebbe il Rè stesso della _Gran-Bertagna_, se trovato si fosse nelle mie veci.

Secondo il consiglio dell’Amico, aspettò il Padrone il primo giorno di mercato per trasferirmi in un cassettino alla vicina Città, non prendendo seco lui che la picciola mia Nutrice. Era il cassettino chiuso da tutti i lati, e non avea che una picciola porta, onde entrare, ed uscire io potea, e alcuni piccioli buchi per respirazione dell’aria. _Glumdalclitch_ si era avvisata di riporvi il materasso del letto della sua fantaccia, per coricarmivi. A dispetto di tal cautella, il viaggio, che una sola mezz’ora durò, mi avea poco men che fracassato; mercè che i Cavalli avanzavano quaranta piedi per cadaun passo, e trottavano in maniera sì poco comoda, che un Vascello aggitato da una gran burrasca si eleva, e si profonda molto meno di quel che faceva io ad ogni istante. Aveavi dalla nostra casa alla Città vicina a un di presso tanta distanza, quanto da _Londra_ a _Sant’Albano_. Si fermò il Padrone all’albergo suo ordinario, e dopo di aver consultato l’Oste, e fatti alcuni necessarj apparecchj, nolleggiò il _Gruttrud_, o sia pubblico banditore, per annunziare ad alta voce per tutta la Città, che all’Osteria dell’_Aquilaverde_ vi era a vedersi una Creatura incognita; che questa Creatura non era per anche grande come uno _Splacknuck_; (animale del Paese di circa sei piedi) e che in tutte le membra del suo corpo rassomigliava ad un uomo; pronunziava molte parole, e faceva mille gentillezze.

Fui adagiato sopra una tavola nella stanza principale dell’Osteria: la quale stanza potea avere trecento buoni piedi in quadro. La picciola mia balia stavasene sopra un basso sedile acosto della tavola, per aver attenzione a me, e per ordinarmi ciò che far dovessi. Per issuggire la calca, volle il padrone che io non fossi veduto che da trenta persone per volta. Spasseggiai sulla tavola come m’imponeva la fanciulla; ella mi fece alcune dimande che ben sapeva che io avrei capite, e risposi col più alto tuono che mi fu possibile. Rivolto molte fiate agli Spettatori, dissi loro che erano i ben venuti, gli accertai de’miei rispetti, e mi servj d’altre frasi di già imparate. Presi un ditale riempiuto di liquore che mi fu sporto dalla picciola mia nutrice in guisa di coppa, e bevvi alla lor sanità. Trassi la mia spada, e schermj nell’aria, come i Mastri di tal arte fanno in _Inghilterra_. Provvidemi _Glumdalclitch_ d’un bruscolo di paglia, con cui feci l’esercizio della picca, che aveva io appreso nella mia giovinezza. In quel giorno si fece mostra di me a dodici compagnie differenti; ed altrettante volte fui obbligato di ricominciare l’esercizio medesimo, finchè mi trovava mezzo-morto e di stanchezza, e di sbigottimento: poichè coloro che veduto mi aveano, sì strane relazioni avean fatte di me, che il Popolo, per un motivo d’interesse, stava sul punto di sforzare le porte. Non volle mai permettere il mio Padrone che chiunque si fosse mi toccasse, se si eccettui la fanciulla, e per prevenire qualunque inconveniente, si fecero regnare d’intorno alla tavola delle panche in tal distanza, che era impossibile l’arrivarmi. Con tutto questo, uno Scolaro briccone mi lanciò alla testa una noccivola, e buona mia sorte fu, ch’ei non colpì nel segno: perchè senz’altro mi avrebbe fatto saltar il cervello, essendo grossa poco men che una zucca. Ma almeno ebbi il piacere di vederlo molto ben villaneggiato, e poscia scacciato dalla stanza.

Pubblicar fece il Padrone per tutta la Città, che il giorno di fiera susseguente ei mi farebbe un’altra volta vedere, e nel tempo stesso presesi la cura di allestirmi una vettura più comoda, e con gran ragione; essendo che io mi trovava sì stracco del primo mio viaggio, e di tutte l’altre galanterie che mi si fece fare per ott’ore continue, che appena poteva io reggermi in piedi, e profferire parola. Bisognai di tre giorni innanzi di rimmettermi, e come fosse un destino che in casa stessa non dovessi avere un’ora di riposo: tutti i confinanti nostri, per più di cento miglia d’intorno, renderonsi all’alloggio del mio Padrone affine di vedermi, il che gran somme gli profittò. Così, tutto che condotto non fossi alla Città, pochissimo si era il mio respiro cadaun giorno della settimana, se non si mette in conto il Mercoledì il qual era la loro Domenica.

Il Padrone, veduto il vantaggio che egli da me ritraeva, formo il disegno di condurmi a tutte le più riguardevoli Città del Regno. Provvedutosi del bisogno per un viaggio di lunga corsa, e regolati i suoi domestici affari, prese congedo dalla sua Sposa li 17. Agosto 1703. due mesi, o circa, dopo il mio arrivo. Ci mettemmo in cammino per la Capitale, situata presso poco nel mezzo di tutto l’Imperio, e a più di mille leghe dalla nostra Casa; portando il mio Padrone in groppa del suo cavallo la figliuola _Glumdalclitch_. Mi aveva ella adagiato in un cassettino, e teneva questo nel suo grembiuletto; e il cassettino medesimo era stato guernito dalla buona fanciulla con un panno il più morbido che riuscille di ritrovare; non dimentica pure del letto della sua bambola, nè di quale altra cosa che, o necessaria, od aggradevole, credeva ella dovermi estere. Tutta la nostra compagnia fu un sol ragazzo della casa, il qual seguivaci a cavallo col bagaglio.

L’intenzione del mio Padrone si era di far mostra di me in tutte le Città che incontreremmo in sul cammino, e di lasciare la strada maestra, quando non si trattasse di fare che cinquanta o cento miglia per arrivare a una Terra, o a un Castello di qualche gran Signore; sviamento, ond’egli si lusingava di dover ricavarne qualche profitto; dopo di che, di rimettersi sul sentiero della Capitale ei divisava. Non facevamo noi che cenquaranta, o censessanta miglia per giorno: mercechè _Glumdalclitch_, per compiacermi, si lagnò d’essere faticata dal trottar del cavallo. A grado mio mi toglieva ella dal cassettino, per farmi prendere l’aria, e veder il Paese. Passammo cinque, o sei fiumi, più larghi che il Nilo, o il Gange; e pochi erano i ruscelli così stretti, che il _Tamigi_ al _Ponte_ di _Londra_. Dieci settimane consumammo in tal viaggio; ed io fui mostrato in diciotto gran Città, senza annoverare i Villagj, le Castella, ed alcune case particolari. Il venti e sei d’Ottobre alla Capitale giugnemmo, chiamata in loro lingua _Lorbrulgrud_; cioè, l’_Ammirazione del mondo_. Il mio Padrone prese ad affitto un Appartamento nella principale strada della Città vicino al Palagio Reale, e fece spargere de’biglietti, che contenevano una esatta descrizione della piccola mia persona. La stanza ove adunar doveansi gli spettatori, si stendeva fra i trecento, e quattrocento piedi; e sopra una tavola di sessanta piedi di diametro, cinta, in distanza di tre piedi dalla sponda, di un palizzato per guarentirmi dal cadere dall’alto al basso, doveva io rappresentar la mia scena. Dieci volte al giorno io era visibile, con grande stupore, e compiuta soddisfazione del Popolo. Già aveva io appreso l’alfabeto loro, e sapeva altresì valermi a proposito, quinci quindi, di alcune frasi; imperocchè _Glumdalclitch_ avuta avea l’attenzione d’intuirmene, mentre ce ne stavamo in casa; e pel corso di tutto il viaggio me ne avea ella continuate le sue lezioni. Quasi sempre ella tenea in sua tasca un libricciuolo, il qual era poco più grande che un Atlante di Sansone: quest’era una spezie di Trattato per uso delle Donzelle, affine d’imprimer loro una compendiata idea della loro Religione. Di cotal libro servivasi ella per farmi conoscere gli caratterj, ed eziandio per inserirmi qualche intelligenza de’termini.

CAPITOLO III.

L’Autore è condotto alla Corte. La Regina il compra dal Fattor di Campagna, e il regala al Re. Ei disputa co’Professori di Sua Maestà; è alloggiato in Corte, ed è assai ben veduto dalla Regina. Difende l’onore della sua Patria, e con un Nano della Regina contrasta.

IL fatigante esercizio a cui io me ne stava condannato ogni giorno, avea alterata in poche settimane la mia sanità; e pareva che il profitto che di me ritraevane il mio Padrone, non servisse che ad accendere le brame di lui per un guadagno maggiore. Io non aveva più appetito, ed era orribile la mia estenuazione. Se ne avvide il Castaldo; e conchiuso avendo che per poco tempo potrei durarla, risolvette di non risparmiare cosa veruna per conservarmi una vita sì idonea ad aumentargli una fortuna, onde aveane egli goduto di sì felici principj. In tempo di tali divisamenti, sopraggiunse uno _Slardral_, o Scudiere della Corte, con ordine al mio Padrone d’immediate condurmivi, per ricrear la Regina, e le Dame di lei. Talune di queste già erano venute a vedermi, e raccontate aveano le più incredibili cose della mia bellezza, e del mio spirito. Sua Maestà, e tutto il suo seguito, restarono incantati al di là di qualunque esagerazione; ed io postomi ginocchioni, chiesi di aver l’onore di baciar i piedi della Regina; ma la graziosissima Principessa (collocato che io fui sopra una tavola,) mi stese il picciolo suo dito, che strinsi fralle mie braccia, e sulla cui estremità, col rispetto più profondo, applicai le mie labbra. Mi fece ella alcune generali interrogazioni in proposito al mio Paese, e a’viaggj miei; ed io supplj con le riposte così chiaramente, e in sì pochi termini, che mai ho potuto. Mi dimandò se volentieri passerei la mia vita in sua Corte: io feci un umilissimo inchino; e con un’aria tutta ossequio, dissi di appartenere al mio Padrone, ma che se io fossi l’arbitro di me medesimo, sarei troppo felice di poter consecrar la mia vita in servigio di Sua Maestà. La Regina allora ricercò al Fattore, se egli inclinerebbe a vendermi? Ei, che credeva che un solo mese camparla non potessi, non vi fece troppa difficoltà; e la sua dimanda fu di mille monete d’oro che sul fatto stesso sborsate gli furono; ed io osservai che ogni moneta era prodigiosamente massiccia. Ricevutasi la somma, dissi alla Regina, che poichè allora io era l’umilissimo schiavo di Sua Maestà, le chiedeva in grazia che _Glumdalclitch_, la quale sempre con tanta tenerezza avea avuta cura di me, ammessa fosse al servigio di lei, e continuasse a servirmi di nutrice, e di Maestra. Mi venne accordata la supplica, e non fu difficile il conseguirne l’aderimento del Fattore, molto ben contento che sua figliuola fosse allogata in Corte: e la povera ragazza medesima, dissimular non potè la propia allegrezza. Se ne andò il Padre bramandomi qualunque sorta di felicità, e aggiugnendo ch’ei mi lasciava in buona condizione: non risposi parola; e di fargli una picciolissima riverenza mi contentai.

Del freddo mio contegno ben avvidesi la Regina; ed uscito che fu il Castaldo della stanza, ne fui interrogato della ragione. Presi la libertà di dire a Sua Maestà, che io a colui non aveva altra obbligazione, che di non aver egli schiacciata una miserabile picciola creatura come me, quando mi avea rinvenuto nel suo Campo: obbligazione tale, onde io mi credea a sufficienza disimpegnato, pel profitto che egli avea ritratto in mostrandomi a mille e mille persone, e pel prezzo che testè avea ricevuto da Sua Maestà: Che la vita che io avea menata da che egli mi possedeva, era stata così penosa, che ammazzar potea un animale dieci volte più robusto di me: Che infinitamente la mia complessione ne avea patito per la fatica continua di ricreare qualunque genere di uomini in tutte l’ore del giorno: e che se il Fattore creduto non avesse in pericolo il viver mio, Sua Maestà non mi avrebbe avuto sì buon mercato: Ma che trovandomi allora sotto la protezione d’una sì grande, e sì buona Regina, lo Stupore della Natura, la Maraviglia del Mondo, l’Amore de’suoi Soggetti, e la Fenice della Creazione; io mi lusingava che si troverebbe deluso il timore del mio Padrone, poichè in me io già risentiva a rinvigorire una nuova vita, che dell’Augusta presenza di lei era l’unico effetto.

Si era questi il preciso del mio discorso; in cui, non vi ha dubbio, ho commessi molti errori di lingua, e m’incantai molte volte; ma l’ultima parte fu onninamente dello stile di quella Nazione, per alcune frasi che, in andando alla Corte, mi furono suggerite da _Glumdalclitch_.