Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 8

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Nel nostro rimanente viaggio, che generalmente parlando, felicissimo riuscì, non ci accadde cosa di gran momento, degna della notizia del Leggitore. Arrivammo alle _Dunes_ il terzodecimo di Aprile 1702. La sola mia disgrazia fu, che i sorcj mi asportarono una Pecora, onde le ossa, propi issimamente rosecchiate ritrovai in un cantone. Sbarchai sano, e salvo, il restante mio gregge, e lo misi all’erba in una prateria a _Greevich_, ove a perfezione ei s’ingrassò, tutto che il contrario temuto ne avessi. Non sarebbemi riuscito di tenerlo in vita in un sì lungo viaggio, se il Capitano non mi avesse somministrati alcuni de’migliori suoi biscottini, che ridotti in polvere, ed impastati con l’acqua, egregiamente nodrivano la piccola mia mandra. In mostrandola a qualificate, ed altre persone, considerabilmente profittai pel poco di tempo che me ne restai in _Inghilterra_; e innanzi d’inprendere il mio secondo viaggio, la vendei per secento Scudi. Dopo l’ultimo mio ritorno, trovai la razza accresciuta di molto, in particolar delle Pecore; le quali, a quello che io ne spero, contribuiranno assai all’avanzamento del lanificio, per la finezza della lana loro.

Due soli mesi me ne restai con la moglie, e co’figliuoli; poichè l’insaziabile brama di veder nuovi mondi, non permettevami un più lungo soggiorno in mia casa. Provvidi la mia Sposa di mille e cinquecento Scudi, e ciò che mi restava oltre a questa somma, commutai in danajo, ed in merci, con la speranza di far fortuna. Mio Zio _Giovanni_ mi aveva lasciato un picciolo podere che mi fruttava trenta scudi per anno; cosicchè io non correva il risico di lasciare la mia famiglia in meschinità, e fuor di questo, io pur avea un’altra piccola tenuta, onde ritraeva anche di più. _Giannato_ mio figliuolo, così chiamato dopo suo Zio, studiava allora il Latino, ed era un ottimo ragazzo, e quanto a mia figliuola _Lisaberta_, (che al presente è ben maritata, ed ha figliuolanza,) ell’applicavasi a’lavori d’ago. Mi accommiatai dalla moglie, dal figliuolo, e dalla figliuola, rimescolando con le loro le mie lagrime, e fui al bordo dell’_Arrisicato_, Vascello di Mercanzia di trecento botti, destinato per _Surate_, e comandato da _Giovan Nicola_. Che se i miei Leggitori son tentati dalla curiosità di sapere gli avvenimenti di questo secondo Viaggio, mo per appunto soddisfatti gli rendo.

Fine della Prima Parte.

VIAGGIO DI BROBDINGNAG.

PARTE SECONDA.

CAPITOLO I.

Descrizione d’una furiosa tempesta. L’inviato a terra lo Schifo per provvedervisi d’acqua: vi s’imbarca l’Autore per iscoprir il Paese. Egli è lasciato sulla spiaggia, vien preso da uno degli Abitanti, ed è condotto in Casa d’un Fattor di Campagna. Modo ond’egli vi fu ricevuto. Descrizione degli Abitanti.

COndannato dalla mia inclinazione, del pari che dalla sorte, a un genere di vita sempre inquieto ed in moto, dieci mesi dopo il mio ritorno abbandonai un’altra volta la mia Patria; e alle _Dunes_ il venti di Giugno 1702. m’imbarcai sopra un Vascello destinato per _Surate_, detto l’_Arrisicato_, e il cui Capitan Comandante era un tale _Giovan Nicola_. Perfino all’altezza del _Capo Buona Speranza_, ove demmo a fondo per provvision di rinfreschi, ci fu il vento più che propizio. Vi fummo arrivati appena, che ci avvedemmo che l’acqua entrava nel nostro Vascello: e cotale ragione, unita all i febbre che nel tempo stesso sorpreso aveva il Capitano, ci determinò a quivi restar sull’ancora tutto l’inverno, non avendo potuto partircene che sul fine di _Marzo_. Rimettemmo allora alla Vela, ed avemmo un favorevole tempo perfino allo Stretto di _Madagascar_. Ma lasciata a Ponente quest’Isola, a un di presso a cinque gradi di Meridionale latitudine; i venti, che in que’mari regnano infallibilmente fra il Ponente, ed il Libeccio dal principiar del Decembre fin al cominciamento di Maggio; e che per tutto questo tempo egualmente soffiano, sul diciannove d’Aprile si fecero sentire assai più violenti, e piegarono al Libeccio più che d’ordinario per lo spazio di venti giorni. Spirato questo termine ci trovammo al Levante delle Molucche, e presso che al terzo grado di lattitudine Settentrionale, secondo una osservazione fatta dal Capitano a’due di Maggio; giorno, in cui una tranquillissima calma successe alla tempesta che poco innanzi travagliati ci avea; il che produssemi una non mediocre allegria. Ma il nostro Comandante, che più d’una volta frequentati avea que’Mari, ci rendè avvertiti d’una vicina burrasca. Restò compiuta il giorno dietro la predizione di lui; mercè che cominciò a suscitarsi un vento d’Ostro, che la _Mousson du Sud_ comunementesi chiama.

Vedutosi ad ingagliardire da un instante all’altro, ammainammo la Civadiera, e ci preparammo ad abbassar il Trinchetto: ma a cagion del tempaccio, assai faticammo per ottenerne l’intento. Stavasene in alto mare il Vascello; il che risolver ci fece, anzi che metterci alla cappa, di scorrere a secco. La tempesta era sì violenta, che sembravaci ad ogni momento di colar a fondo. Con tutto ciò, per la massima delle nostre buone fortune, dopo di aver infuriato alcuni giorni, ella si abbonacciò.

Durante il cattivo tempo, che fu seguito da un buon Libeccio, con tanta forza fummo portai al Levante, che niun de’nostri asserir potea ove noi fossimo. Abbondavano per anche le nostre provvisioni, il Vascello poco si trovava danneggiato dalla burrasca, e d’una perfetta sanità godeva tutto l’Equipaggio; e pure, mancandoci l’aqcua, era crudelissima la nostra costituzione. Giudicammo che fosse meglio di continuare il cammino medesimo, che di piegare più al Ponente: il che avrebbe potuto menarci al Ponente-Libeccio della Gran _Tartaria_, e nel mare _Glaciale_.

A’sedici Giugno 1723. un mozzo di Nave che era ad alto del Parochetto, discoprì Terra. A’diciassette distinguemmo chiaramente una grand’Isola, o fosse un Continente, (perochè qual de’due nol sapevamo,) alla cui parte meridionale aveavi una picciola lingua di terra sporgente in mare, ed un piccolo seno, tanto nè pur profondo, per ricevervi un Vascello di cento botti. Ci ancorammo a una lega da questo seno; e il nostro Capitano spedì una dozzina d’uomini ben armati nello schifo, co’necessarj arnesi per rintracciarvi dell’acqua. Gli chiesi la permissione di accompagnargli, per vedere il Paese, e procurar di farvi qualche scoperta. Posto piede a terra, non vedemmo nè Riviere, nè sorgenti, ne segno veruno di abitazioni. Costeggiarono i nostri, ansiosi pur di scorgere se fossevi qualche fiume che mettesse in mare, ed io dall’altra parte feci, da per me solo, per quasi un miglio, senza ravvisar altro, che un arrido, e pietroso terreno. Malcontento delle mie discoperte, adagio adagio me ne rivenni al seno mentovato; ma quale stordimento non si fu il mio, quando vidi che le nostre genti, non erano solamente entrate nello schifo, ma che a forza di gran remate smaniavano di riguadagnar il Vascello, econ un affrettamento, onde comprenderne non ne potei la cagione? Stava io per gridar loro che si arrestassero: allorchè mi venne fatto di raffigurare una spezie di Gigante che avanzavasi nel Mare dietro di loro il più velocemente poteva, non avendo l’acqua che fino alle ginocchia, facendo sgambettato, che aveano del prodigioso. Ma i Marinaj, inoltrati più che lui d’una mezza lega, essendo ivi il fondo seminato di roccie, non poterono esser raggiunti dal Mostro. Fummi ciò rapportato dappoi; mercè che non ebbi il coraggio di fermarmi, per essere spettatore del fine d’Un’Avventura sì terribile. Presi il partito di darmi alla più precipitata fuga pel cammino più corto, e dopo uno sfiatato correre di qualche tempo mi rampicai sopra una collina scoscesa, donde allungar potea l’occhio sopra una estensione di Paese assai vasta. Comparvemi allo sguardo d’una buona cultura; ma a prima giunta restai sorpreso dalla lunghezza dell’erba, la qual si alzava per più di venti e quattro piedi, e che nel luogo onde io vedeala, mi parea espressamente conservata per farne fieno. Ad alto della Collina, scoprj una grande strada, per tale almeno la giudicai, comechè non servisse agli Abitatori che d’un piccolo sentiero traversante un campo di frumento. Me ne andai qualche tempo su e giù di questa strada; ma nulla potei vedere nè dall’una, nè dall’altra parte, perchè era ormai la stagione del mietere; avendo gli steli un’altezza di quaranta piedi per lo meno. Bisognai d’un’ora intera innanzi di ritrovarmi all’estremità di questo campo, ch’era circondato da un’alta siepe di cento e venti piedi. Pel passaggio dal campo stesso al campo vicino, aveavi una barricata; e questa barricata quattro gradini avea, al di sopra di cui stava altresì un gran sasso, che bisognava saltare per superarlo. Mi era impossibile di montare questi gradini, essendo ognuno sei piedi alto, e più di venti la pietra. Me ne andava io fiutando qualche apertura nella siepe; allorchè nel vicino campo gettai l’occhio sopra uno degli Abitatori, il quale accostavasi alla barricata, ed era del taglio medesimo che colui che al nostro schifo data avea la caccia. Pareami egli dell’altezza d’un Campanile comune, e cadauna sgambettata di lui, dieci verghe valea, o a un di presso. Stordito dalla maraviglia, e dallo spavento, m’intanai fralle biade, donde il ravvisai all’alto della barricata, risguardando nel campo vicino alla dritta. Un momento dopo lo intesi a gridar non soche, ma d’un tuono così orribile, che il credei da principio uno scoppio di fulmine. Sei mostri accorsero alla sua voce della statura medesima, e tenenti in mano delle salci d’una smisurata grandezza. Non eran questi ultimi così ben abbigliati che il primo, avendo eglino sembianza d’essere servidori di lui; essendo che immediate che ei pronunziò loro alcune parole, si accinsero a mietere le biade del campo ove io mi trovava. Mi staccai da essi il più che potei, comechè con estrema difficoltà; perchè i gambi del frumento non erano, allo spesso, che alla distanza d’un piede gli uni dagli altri, cosicchè stentatamente io passava fra due. Con tutto ciò, in avanzando sempre, pervenni a un certo luogo del campo, ove il vento, e la pioggia, abbattuto avevano il grano. Qui sì che assolutamente mi fu impossibile di far un passo; conciossiacosachè gli steli erano così agruppati, e confusi insieme, che io non poteva pel traverso guizzarmivi; e le reste, che erano cadute, sì forti, che le punte loro traforavano i miei vestiti. Nel instante medesimo io sentiva i mietitori, non più che cento verghe da me lontani. Oppresso di fatiche, e quasi alla disperazione ridotto, mi prostesi fra due solchi, mi augurai di buon cuore la morte. La memoria della mia Sposa, e de’miei figliuoli, che secondo tutte le apparenze io non dovea riveder mai più, vivamente mi tormentava. Un momento dopo io piagneva la mia imprudenza, e la mia pazzia, di aver, contra il consiglio de’parenti, e di tutti gli amici miei, intrapreso un secondo viaggio. In un tale spaventevole agitamento di spirito, non potei di meno di pensare a _Lilliput_, i cui Abitanti mi spacciavano per una creatura di smisurata grandezza, ove io era capace, da per me solo, d’impadronirmi d’una Imperiale Armata, e di operare tante altre maraviglie, onde la memoria sarà conservata eternamente negli Annali di quella Monarchia, e alle quali difficilmente prestar vorrà sede la posterità, tutto che ratificate dalla deposizione d’un numero infinito di testimonj. Io meditava che molto mortificarmi dovea il comparir così picciolo al Popolo fra cui io mi rinveniva, come un _Lillipuziano_ paruto lo avrebbe fra noi. Ma quest’era il menomo de’miei infortunj: mercè che come si è osservato che le Creature umane son più selvagge, e più crudeli a proporzione della grandezza loro; e che altro poteva io aspettarmi, che l’essere divorato dal primo di que’Mostri che riscontrato avessi? An ben ragione di dire i Filosofi, che nulla vi ha di grande, o di picciolo, che per comparazione. Avvenir poteva che i _Lillipuziani_ trovata avessero una Nazione, il cui Popolo, per rapporto ad essi, fosse così piccolo, che eglino stessi l’erano a riguardo di me. E chi sa se la razza enorme di que’Giganti che io aveva negli occhj, non era un semenzajo di Nani, in comparazione di qualche altro Popolo?

Con tutto il mio sbigottimento, non poteva io non dar luogo a tali riflessioni; allor quando uno de’Mietitori, che dal solco, ove io me ne stava appiattato, non più che dieci verghe discostavasi, temer mi fece, che col dar avanti un sol altro passo, non mi schiacciasse, o con la sua falce non mi dividesse in due. Affine di prevenire entrambe queste disgrazie, veduto che l’ebbi in disposizione di qualche muovimento, gettai un grido che la paura prese a suo conto d’ingrandir molto. Si arresta il Mostro; e risguardando per qualche spazio da tutti i lati sotto di lui, finalmente ravvisommi a terra. Per alcuni instanti mi considerò egli con quell’attenzione medesima che si ha, quando si vorrebbe prender in mano qualche pericoloso animaluzzo, senza ch’ei mordere, o graffiar potesse; come io stesso talvolta in _Inghilterra_ praticato aveva a riguardo d’una donnola. Arrisicossi finalmente a prendermi pel mezzo del corpo fra il suo pollice, e l’indice, e mi avvicinò a tre verghe da’suoi occhj, per poter esaminarmi distintamente. Indovinai il pensiero, e per buona sorte fui assistito da una tal presenza di spirito, che in tempo ch’ei mi teneva sospeso in aria indistanza di più di sessanta piedi da terra, non ostante che crudelmente mi pizzicasse fralle sue dita, nè pur fiatai, per paura ch’ei non mi lasciasse cadere. Rivolsi solo gli sguardi miei verso il Sole; giuntai le mani in aria di supplichevole, e alcune parole proferj con un lamentevole tuono, che conveniva pur troppo alla sgraziata mia costituzione di allora. Mercè che io tremava ad ogni momento ch’ei non mi gettasse a terra, come facciamo per ordinario di qualche odiosa bestioluccia, che vogliamo distruggere. Ma il destino che cominciava a placarsi verso di me, operò che la mia voce, ed i miei atteggiamenti, gli piacessero, e che stupito al maggior segno d’intendermi ad articolar de’suoni, mi contemplasse con una spezie di curiosità. Nel tempo stesso non potei di meno di gettare molti sospiri, di spargere alcune lagrime, e di girar la testa verso quella parte ov’ei mi teneva; dandogli a conoscere, nel miglior modo, che mi faceva male. Parve ch’ei mi capisse; perchè levato il lembo del suo vestito, pianamente mi vi ripose, e un istante dopo corse alla volta del suo Padrone, il qual era un buon Fattor di Campagna, ed il medesimo, che io da prima nel Campo veduto avea. Il Fattore, (come suppongo per le loro maniere) ricevute, in riguardo a me, tutte le informazioni possibili dal suo Famiglio, prese un bruscolo di paglia, quanto una canna, e se ne servì per alzare la parte estrema dell’abito mio, che ei credeva una sorta di pelle, onde la Natura avessemi ricoperto. Chiamò i suoi servidori, e chiese loro, (a quel che dappoi me ne fu detto) se mai ne Campi trovata avessero una picciola creatura che mi assomigliasse? Mi mise poscia con tutta la dilicatezza a terra, nella situazione medesima come una bestia a quattro piedi; ma immediate mi levai, passeggiando avanti, e indietro, a piccoli passi, per far comprendere a quel Popolo che mia intenzione non era di fuggirmene. Stavan coloro tutti sedendo d’intorno a me, per Levai il mio cappello, e feci una riverenza profonda al Fattor di Campagna. Mi gettai alle ginocchia di lui; e avendo alzato gli occhj, e le mani al Cielo, pronunziai alcune parole il più alto che potei. Dalla mia tasca trassi una borsa contenente alcune monete d’oro, che con un’aria tutta rispetto gli offerj. Ei la ricevette nella palma della sua mano; indi accostolla ben da vicino alla sua vista, per veder ciò che fosse: dopo ciò, con la punta d’uno spilletto, ch’ei tirò dalla sua manica, più e più volte la girò, e rigirò, ma sempre senza comprendere qual macchina si fosse. Io addocchiato ciò, gli feci segno di mettere la sua mano a terra, e presa, ed aperta la borsa stessa, versai nella palma della mano di lui, tutto l’oro. Aveavi sei dobbloni di _Spagna_ da quattro l’uno, ed altre venti o trenta monete di minor peso. Osservai che egli sopra la sua lingua bagnava l’estremità del più picciolo suo dito, per poter così prendere una delle monete più grandi, e di poi un’altra; ma mi parve che certamente non le conoscesse. Mi accennò di rimetterle nella borsa, e poscia di rimettere la borsa nella mia tasca; il che feci dopo di avergliela offerita ancora cinque o sei volte.

Il Fattore allora restò convinto che io fossi una Creatura ragionevole. Frequentemente mi parlò, e tutto che a guisa d’un mulino da acqua mi stordisse la voce di lui nulladimeno distintamente ei pronunziava. Col più forte tuono risposigli in linguaggj diversi, e molte fiate ei tanto si abbassò, che fra la sua orecchia, e me, non aveavi di distanza che due sole verghe; ma fui inutile il fastidio d’entrambi, perchè d’intenderci non fu vi mezzo veruno. Inviò allora i suoi famiglj all’opera loro, e tratto dalla saccoccia il suo fazzoletto, piegollo in due, e lo stese sulla sua sinistra mano, che, con la palma al di sopra, aperta la mise a terra, facendomi segno di ripormivi; il che non era disagevole, poichè di grossezza non vi ave che un solo piede. Credetti dover ubbidire, e per timor di cadere, mi distesi per lungo sul fazzoletto; col resto di cui, per sicurezza maggiore, m’inviluppò per fino alla testa, e in cotal positura mi portò in sua casa. Pervenutovi, immediate mi mostrò a sua moglie; ma ella fortemente stridendo diede addietro, come appunto in _Inghilterra_ an costume di fare le Dame in vedendo un rospo, o un ragnolo. Considerata però che ella ebbe la mia continenza, e con quale docilità me ne stessi ubbidendo a’menomi cenni di suo marito, addomesticossi ben presto, e guari non tardò ad amarmi di tutto cuore.

Verso il mezo giorno un domestico recò il pranzo, il quale consisteva in una sola pietanza, ma assai buona nel suo genere, e tale che conveniva a un lavoratore di Campi. Venti e quattro piedi di diametro aveva il piatto: e la compagnia consisteva nel Fattore, nella moglie, in tre figliuoli, e in una Vecchia Nonna. Seduto che fu ognuno, il Fattore mi collocò sopra la tavola, che aveva un’altezza di trenta piedi, in qualche distanza da lui. O che terribili dolori di ventre che allor mi presero! e per timore di ruotolar abbasso, mi staccai il più che potei dalla sponda. Trinciò la moglie un pezzo di carne, e sminuzzato sopra un tondo un poco di pane, il pose d’avante a me. Io le feci un profondo inchino, trassi il mio coltello e la mia forchetta, e a mangiar mi messi, onde eglino parvero soddisfatti. La Padrona comandò alla serva di andar in traccia d’una piccola tazza di tenuta non più che di dodici boccali, o circa, e che ella stessa ebbe la cura di riempiere per conto mio. Per prendere la tazza fui obbligato di valermi d’ambe le mani; e in contegno di rispetto brindai alla sanità della Signora della casa; il che fece fare a tutta la brigata un sì grande schiamazzio di ridere, che pensai divenir sordo. Avea la bevanda un sapore di piccola cervogia, e non era ingrata. Il Marito allora mi accennò di mettermi accanto del tondo di lui; ma come io stava camminando sulla tavola per anche tutto stordito, (e ben penso che il Leggitore facilmente sel persuada,) m’accadde d’intopparmi in una crosta di pane, ed in cadendo, di dar del naso sulla tavola medesima, ma per buona sorte senza farmi male veruno. Mi rilevai in un subito; ed osservando la somma inquietudine di quelle buone persone, presi il mio cappello, (che per pullitezza io avea tenuto sotto il braccio,) e girandola sopra la mia testa, gettai nel tempo stesso due, o tre giocondi gridi, per manifestare che io non era restato offeso. Ma nel punto che io mi avanzava verso il padrone, (che così sempre in avvenire il chiamerò,) il più giovane de’figliuoli di lui, che gli era seduto accosto, e ch’era un furfantello di dieci anni di età, pigliommi per le gambe, e sì sospeso mi tenne nell’aria, che non aveavi membro del corpo mio, che non tremasse di paura. Ma il suo padre me gli tolse dalle mani, diedegli uno schiaffo sì terribile che il più grosso Elefante che in _Europa_ siasi mai veduto, ne sarebbe restato rovesciato, e gl’ingiunse di levarsi immediatamente di tavola. Ma io temendo il rancore del giovane; e ricordandomi perfettamente bene fin a qual segno presso noi i ragazzi sono crudeli verso i passeri, i coniglj, i gattuccj, ed i cagnuoli, mi gettai ginocchioni; e additando il malfattore, procurai di far capire al mio padrone, che io gli chiedeva la grazia del perdono di lui. Acconsentivvi il padre, e permise che il figliuolo ripigliasse il suo posto; per lo che mi addrizzai ver lui, e gli baciai la mano; che presa dal padrone, ei più fiate passolla, e ripassolla sulla mia faccia, come per accarezzarmi.

Verso la metà del pranzo, il gatto favorito della mia padrona le saltò nel grembiule. A giudicarne dalla testa, e da una delle zampe, che io attentamente considerai quand’ella lo accarezzava, ed il nutriva, tre volte più che un Bove parvemi grosso quell’animale. L’aria furiosa d’una tal bestia mi fece tremare da capo a piedi, tutto che mi trovassi all’opposta estremità della tavola; e che la padrona il ritenesse, per timore che saltando sulla tavola stessa, non mi brancasse. Ma per buona fortuna la pagai col solo spavento; mercè che il gatto mi bado appena, non ostante che il padrone me gli avesse avvicinato tanto, che lo spazio di tre verghe ci separasse solamente. Come io sempre avea inteso a dire, e altresì esperimentato ne’Viaggj miei che il fuggire, o il mostrar paura dinanzi ad un animale crudele, è il vero mezzo di farsi assalire; mi risolvetti, in un cimento così scabroso, di prendere una maniera intrepida, e di coraggio. Con un sembiante animosamente fiero, cinque, o sei volte, su, e giù spasseggiai sul ceffo medesimo dell’animale, e accanto accanto poscia me gli accostai; ed egli saltò a terra, come fosse più di me spaventato. Un tratto tale di arditezza sì ben riuscitomi, produsse che io poi non avessi tanto terrore de’cani, essendone tre o quattro di essi nell’instante stesso entrati nella stanza, come per ordinario si pratica nelle case de’Castaldi; ed uno di que’cani, ch’era un mastino, quattro Elefanti uguagliava. Vicino di lui stavasene un levriere, ancora più alto, ma non sì grosso.

Era il pranzo presso che al fine, quando entrò la balia tenendo nelle sue braccia un bambino d’un anno, il quale subito mi pose l’occhio addosso, e cominciò a gridar sì forte, che potevasi sentire per una lega, e non per altro com’è solito de’bamboccj, perchè io gli servissi di suo trastullo. Per pura indulgenza mi prese la Madre di lui, e mi avanzò verso il pargoletto, che incontanente mi afferrò pel traverso, e cacciò la mia testa nella sua bocca; il che mi fece gittar gridi sì spaventosi, che atterrito il bambino mi lasciò cadere, e certamente mi sarei rotto il collo, se la Madre non avesse allargato sotto di me il suo grembiule. La balia, per acquietare il bambino, si valse d’un sonaglio, il qual era una spezie di vase voto, riempiuto di grosse pietre, e appeso con una fune alla metà del corpicciuolo di lui. Ma ciò nulla valse, cosicchè fu ella obbligata di ricorrere all’ultimo de’rimedj, che era di presentargli la poppa. Confessar deggio che a’miei giorni non ho mai veduto un oggetto più mostruosamente disaggradevole, quanto quegli che allora si affacciò a’miei sguardi: Ma voglio risparmiare a’miei Leggitori una somigliante descrizione, e in sua vece rendergli piuttosto partecipi d’una riflessione statami inspirata da una sì laida, ed enorme comparsa. La pelle, diceva io fra me stesso, delle nostre Dame d’_Inghilterra_, sembraci bellissima: ma non avverrebbe ciò forse, perchè queste Dame non sono più grandi che noi, e perchè non ravvisiamo la pelle loro col microscopio; il quale ci convincerebbe che la più bianca, e più lisciata carnagione, non è in sostanza che una piallata masse di sporchi colori?