Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani
Part 7
"Nel forte di cotali maneggi, _Keldresal_, Primo Segretario de’segreti affari, il quale veramente si è sempre manifestato vostro Amico, ebbe ordine dall’Imperadore di produrre il proprio sentimento: il che egli fece in un modo il più adattato a confermarvi nell’opinione avvantaggiosa che avete di lui. Ei confessò che erano grandi i vostri delitti; ma che non ostante aveavi luogo per la clemenza, la più bella di tutte le virtù che un Principe adornano; e che da Sua Maestà in un grado così eminente era posseduta. Disse, che era sì nota ad ognuno l’amicizia che regnava tra esso lui, e voi che forse il Consesso Augusto, innanzi a cui ei perorava, lo spaccerebbe in colpevole di parzialità: che con tutto questo, per ubbidire a Sua Maestà Imperiale, direbbe con libertà il proprio parere: Che Sua Maestà, in considerazione de’vostri servigj, e per soddisfare al proprio genio inclinato alla clemenza, avesse la bontà di conservarvi la vita, e comandasse che solo vi si cavassero i due occhj, sembravagli che con un tale espediente, sarebbe in qualche modo appagata la Giustizia, e che l’Universo tutto esalterebbe perfino alle Stelle l’Imperiale misericordia, ed altresì la generosità, e la dolcezza di que’che gustavano dell’onore d’essere suoi Consiglieri: Che la perdita de’vostri occhj nulla vi toglierebbe delle vostre forze, che potreste, non ostante, impiegare a favore di Sua Maestà: Che un coraggio cieco non può non essere più grande, perchè non iscorge verun pericolo: Che il timore che avevate per gli occhi vostri, era stata l’unica difficoltà nella vostra intrapresa contra la nemica Armata; e che dovea bastarvi di vedere per gli occhi de’Ministri.
"Fu altamente rigettato da tutto il Consiglio un tal sentimento. _Bolgolam_, l’Ammiraglio, non potè contenersi; ma tutto in furia disse: Che stranamente egli stupiva con quale fronte osasse il Segretario di persuadere la conservazion della vita d’un traditore: Che i servigj da voi prestati, per giudizio di tutti gli conoscitori delle Ragioni di Stato, erano l’aggravio medesimo de’vostri delitti: Che voi, che eravate capace, in pisciando, di smorzare il fuoco sopra l’Appartamento dell’lmperadrice, (attentato, che egli nol potea rammemorare senza raccapricciarsi,) potevate, un giorno, cagionare col medesimo mezzo un allagamento, e affogare tutti que’che si trovassero nel Palagio. Aggiunse: Che le forze stesse, con cui v’impadroniste della Flotta nemica, servir potrebbono in un primo vostro disgusto, per ricondurla a _Blefuscu_: Che valide ragioni gli facean credere che nel fondo del vostro cuore nodriste una criminosa inclinazione all’eretico stile di rompere le vova; e che siccome il tradimento annidasi nel cuore prima di scoppiar colle azioni, così egli vi denunziava come traditore, ed instava che foste fatto morire.
"Uniformossi all’opinione di lui il Tesoriere, e rimostrò che era impossibile che l’Erario di Sua Maestà bastar potesse pel dispendio del vostro mantenimento: Che tanto era lontano che l’espediente di cavarvi gli occhj, proposto dal Segretario, fosse un rimedio al male che si temeva, che pel contrario, secondo tutte le apparenze, non servirebbe che ad aumentarlo, come ciò provasi con l’esempio di certi Uccelli, i quali, tolta che si è lor la vista, più ingrandiscono, e più s’ingrassano: Che Sua Sacra Maestà, e tutto il Consiglio, che erano vostri Giudici, stavano, in loro coscienza, pienamente persuasi che avevate meritata la morte; il che era sufficiente per condanarvi, quando anche contra di voi non ispiccassero quelle pruove che dimanda il precioso della Legge.
"Sua Maestà Imperiale essendo assolutamente portata a salvarvi la vita, ebbe la bontà di dire: Che poichè il Consiglio avea deciso che la perdita de’vostri occhj fosse una punizione assai leggiera, protrebbesi nel progresso farvene soffrire qualche altra. E l’amico vostro, il Segretario, chiedendo efficacemente di essere udito in proposito all’obbiezione del Tesoriere, che il vostro mantenimento fosse un eccessivo aggravio per sua Maestà, disse: Che l’Eccellenza Sua, per le cui mani passavano tutte le rendite Imperiali, agevolmente a una tale inconvenienza provveder potea, col diminuire a poco a poco la pietanza assegnatavi: Che mancandovi la nutritura, vi afievolireste di giorno in giorno, e senza altro in pochi mesi vi morreste di digiuno: Che essendo smagrato, e smunto per metà il vostro corpo, più tanto a temersi non sarebbe il puzzo del vostro cadavere, e che immediate dopo la vostra morte, cinque o sei mila Sudditi di Sua Maestà, potrebbono in due, o tre giorni, scarificar le vostre ossa, ed interrarne il carname in diversi luoghi, affine di prevenire qualunque infezione, lasciando lo scheletro, come un monumento di ammirazione per la posterità.
"In questo modo, per la strettissima amicizia del Segretario, ebbero felicemente fine tutte queste discussioni. Espressissimamente si proibì di rivelar il progetto di farvi morire a grado a grado; ma si estese ne’Registri la sola sentenza di cavarvi gli occhj. Non vi ebbe che l’Ammiraglio, il quale trovasse che voi foste trattato con troppa umanità, e che volesse a tutto costo la vostra morte senza ritardamento. Venivagli inspirato questo furore dall’Imperatrice, che non ha mai potuto perdonarvi l’indecente, ed irregolare metodo, onde estingueste il fuoco appiedatosi all’Appartamento di lei. Da quì a tre giorni, il vostro Amico, il Segretario, verrà a visitarvi per leggervi gli Articoli d’accusa intentata contra di voi: vi notificherà poscia la bontà statavi praticata da Sua Maestà Imperiale, e dal Consiglio, di non condannarvi che a perdere solamente gli occhj; sentenza soavissima, a cui il Monarca non dubita che non siate per soscrivere con riconoscimento: E perchè sia ben fatta l’operazione, saran presenti venti Chirurgi di Sua Maestà, quando vi si scoccheranno appuntate saette nelle pupille.
"Io lascio alla vostra prudenza di prendere le più adattate misure sopra ciò che vi ho riferito. Quanto a me, affin di togliere qualunque sospetto, con la maggior segretezza mi ritiro."
Ei lo fece, e abbandonommi in preda a’più crudeli agitamenti. Era un costume introdotto da quel Principe, e dal Ministero di lui, (costume, che seppi accertatamente non essere stato messo in uso che in quel tempo,) che quando la Corte avea il disegno di praticare qualche barbara esecuzione, fosse, che la vittima immolata esser dovesse al risentimento dell’Imperadore, o all’odio d’un Favorito, il Principe perorava al suo Consiglio, allargandosi sopra la propia bontà, e sopra la propria clemenza, come sopra due caratteri già noti a tutto il Mondo. Dopo d’essersi pronunziato, s’imprimeva immediatamente il discorso, e si spargeva subito per tutto l’Imperio. Non ispaventavasi mai tanto il Popolo, se non quando riceveva tali sorte di prove della benignità dell’Imperadore; imperocchè si avea riflettuto, che a proporzione che si era più esaltata la clemenza di lui, altrettanto il supplizio era inumano, e maggiore l’innocenza del condannato: E per quello spetta a me, ingenuamente confesso, che non essendo io destinato ad essere uomo di Corte, ne pel mio nascimento, nè per la mia educazione, io era un giudice così inesperto, che ravvisar non sapeva nella sentenza grazia di sorta; ma che pel contrario, sembravami, anzi che mite, rigorosissima la sentenza medesima. Io volea talvolta difendere la mia innocenza; mercè che, tutto che negar non potessi gli fatti prodottisi contra di me, non ostante egli era infallibile che nella mia condotta non aveavi veruna reità, e che perciò avrei potuto, come già il divisava, rimettermene alla decisione de’Giudici. Ma scappommi ben presto una tal vaghezza, da che richiami alla memoria la possanza de’miei nemici, e la corruttela delle giudicazioni. Mi trovai un giorno terribilmente tentato di mettermi in difesa; giacchè in tempo di mia libertà, nulla potuto avrebbono contro a me le forze tutte dell’Imperio, e mi sarebbe riuscito assai agevole di distruggere, a colpi di pietra, tutta la Capitale: ma con prontezza rigettai, non senza orrore, un tal progetto, rammentandomi il giuramento impegnato all’Imperadore, le grazie che io ne avea ricevute, e il titolo di _Nardac_, onde egli aveami onorato. Non aveva io bastevolmente appreso il sistema di gratitudine de’Cortigiani, per credere che l’ingiustizia, che s’intentava di praticarmi, rendesse soddisfatte tutte le obbligazioni che io doveva all’Imperadore.
Presi finalmente una risoluzione che forse da taluni sarà biasimata, e per quello ne penso non contra ragione; dovendo io confessare d’essere debitore della conservazione de’miei occhj, e per conseguenza di quella della mia libertà, alla mia precipitazione, e al mio poco di esperienza; perchè se allora conosciuto avessi il genio delle Corti, come il feci dappoi, e altresì la condotta loro a riguardo di criminosi che lo erano molto meno di me, volentieri mi sarei suggettato a sì facile punizione. Ma trasportato dal fuoco della giovinezza; e a vendo, d’altra parte, la permissione di andar ad umiliar i miei ossequj all’Imperador di _Blefuscu_; innanzi che se ne spirassero i tre giorni, tener feci una lettera all’amico mio Segretario, in cui io gli esponeva il mio disegno di partir per _Blefuscu_ la mattina medesima; e senza attenderne la risposta fui al luogo dell’Isola, ove stava sull’ancora la nostra Armata. Preso un de’maggiori Vascelli di guerra, gli legai alla prua una fune, e levati i ferri, mi spogliai, e misi i miei vestiti (colla coltre ch’ebbi attenzione di portar meco,) nel Vascello, e strascinandolo dietro di me, in parte camminando, e in parte a nuoto, pervenni al Reale porto di _Blefuscu_, ove il Popolo mi attendeva da lungo tempo; e furonmi assegnate due guide per condurmi alla Capitale, che ha il nome medesimo. Perfino alla distanza di dugento verghe dalla Città portai le guide nelle mie mani, e allora le riposi a terra, pregandole di notificar il mio arrivo ad uno de’Segretarj, e dirgli ove io mi trovava, e che mia intenzione si era di attendervi gli ordini di Sua Maestà. Un’ora dopo n’ebbi in risposta, che Sua Maestà, tutta l’imperiale Famiglia, e i primarj Signori della Corte, uscivano ad incontrarmi. A tal nuova, mi avanzai un centinajo di verghe; ed appena fui a portata d’essere ravvisato, che l’Imperadore, e tutto il suo seguito; discesero di cavallo, e l’Imperadrice, e tutte le sue Dame, uscirono delle loro Carrozze, senza che nè pur una di quelle persone desse indizio di spavento in vedendomi. Mi corcai a terra per baciar la mano dell’Imperadore, quella dell’Imperadrice. Dissi a Sua Maestà, che io là mi trovava secondo la promessa, e con la permissione dell’Imperador mio Signore, per aver la gloria di ammirare un sì potente Monarca, e affine di prestargli quel serviggio ond’era capace la mia abilità, e che la fede dovuta al mio Sovrano concedere mi poteva; ma profondamente me ne tacqui sul proposito della mia disgrazia; poichè statone io instruito in segretezza, poteva supporre di nulla saperne: e oltracciò, non poteva immaginarmi che l’Imperadore avesse l’imprudenza di discoprirne l’arcano, giacchè io più non mi trovava nelle sue mani: nel che tuttavia restai deluso, come il dirò ben presto.
Io non istancherò il leggitore sopra la relazione distinta del mio ricevimento, che fu proporzionato alla magnificenza di sì gran Principe; nè sopra l’imbroglio in cui mi rinvenni, per non aver nè abitazione, nè letto, essendo costretto di dormir a terra, involto nella mia Coltra.
CAPITOLO VIII.
Per una singolar buona sorte, presentasi all’Autore il modo di lasciare Blefuscu, e dopo di aver superate alcune difficoltà, sano a salvo alta sua Patria ei ritorna.
TRE giorni dopo il mio arrivo, standone passeggiando alla parte Settentrionale dell’Isola, osservai nel mare, in distanza, poco più, o meno, di mezza lega, qualche cosa che avea l’aria d’un schifo roversciato sossopra. Mi tolsi le scarpe, e le calze, e avanzando nell’acqua dugento, o trecento verghe, vidi l’oggetto che la marea continuava di gettar alla spiaggia, e allora chiaramente distinsi uno schifo; il quale secondo le apparenze tutte, erasi staccato di un Vascello, per qualche burrasca. Senza perdere instante fui di ritorno alla Città, e supplicai Sua Maestà Imperiale di prestarmi venti de’suoi maggiori Vascelli, e tre mila Marinaj, sotto il comando del Vice Ammiraglio. Sciolse questa Flotta in tempo che io mi rendei pel cammino più corto al luogo, donde lo schifo aveva io discoperto, e trovai che la marea avealo vie più accostato. I Marinaj tutti erano proveduti di funi di già allestite dalla mia attenzione; avendone attorcigliate molte insieme, perchè fossero più consistenti. Arrivati che furono i Vascelli, mi dispogliai, e marciai per l’acqua sin alla distanza di cento verghe dallo schifo; dopo di che, per arrivarvi, fui costretto di far a nuoto il rimanente cammino. I Marinaj mi gittarono l’estremità d’un cavo, che io legai alla parte anteriore dello schifo, e l’altra estremità a un Vascello di guerra. Ma poco men inutile fu tutta la mia fatica; perchè non riuscendomi sentir fondo, operare io non poteva. In tal urgenza, fui obbligato di guadagnar a nuoto il di dietro dello Schifo, che nella più possibile maniera mi accinsi a sospignere con una mano, e come mi era savorevole la marea, tanto nuotai che toccai fondo, non avendo l’acqua che fino al mento. Per lo spazio di due minuti, o tre, presi alquanto di fiato, e poscia a spignere lo schifo continuai, finch non più che le mieasoelle dall’acqua erano coperte; e come allora aveva io superato il maggior imbroglio, presi d’altre mie funi che erano in uno de’Vascelli, e le legai prima allo schifo, poscia a nove Navi, che io avea fatte avvicinare a tal effetto. Essendo propizio il vento, rimburchiarono i Marinaj lo schifo; ed io, in sospignendo, il loro travaglio agevolai, finchè arrivammo alla distanza dal lido non più che di quaranta verghe. Ivi attesi che abbassasse l’acqua, dopo ciò mi portai allo schifo a piedi asciutti, e pel soccorso di due mila uomini, provveduti di differenti ordini, il dirizzai, e con grandissimo piacere, pochissimo danneggiato il vidi.
Io non istarò tediando il Leggitore nel ragguagliarlo, che durante lo spazio di dodici giorni, soffrj mille, e mille stenti, per condurre il mio schifo al Porto Reale di _Blefuscu_, ove la novella del mio arrivo attratto avea un infinito numero di Popolo; il cui stupore alla vista di un sì prodigioso Bastimento, eccede qualunque immaginabile esagerazione. Dissi all’Imperadore che un destino felice presentato mi avea quello schifo, per trasferirmi in qualche luogo, donde potrei restituirmi alla mia Patria, e supplicai Sua Maestà di dar gli ordini necessarj, perchè mi venisse somministrato quanto occorresse per rassettare, e vettovagliare lo schifo stesso, e di accordarmi eziandio la permissione d’andarmene; al che assenti l’Imperadore, dopo tuttavia qualche obbligante rimbrotto, di voler io abbandonarlo sì presto.
Stupj fortemente di non vedere in quel frattempo a comparire Corriere di sorta alla Corte di _Blefuscu_, per parte dell’Imperadore di _Lilliput_, a mio riguardo. Ma intesi dappoi, che Sua Imperial _Lillipuziana_ Maestà, non potendo immaginarsi che fossemi nota qualche cosa de’disegni di lei, avea creduto che io solamente mi fossi portato a _Blefuscu_ per disimpegnare la mia parola conformemente alla licenza che io ne avea avuta: e che dopo di aver inchinato il _Blefuscuano_ Imperadore, non mancherei fra pochi giorni di ritornamene. Ma finalmente cominciò ad inquietar la lunga mia assenza, e dopo di essersi consultata col Tesoriere, e col resto de’suoi macchinatori, inviò ella alla Corte di _Blefuscu_ Persona di qualità, incaricata d’un esemplare degli Articoli di accusa contra di me. Rappresentar dovea quest’Inviato all’Imperadore la clemenza estrema del suo Padrone, il quale compiacevasi di condannarmi alla sola perdita degli occhj; che io mi era sottratto alle mani della giustizia, e che se nel termine di due ore io non fossi di ritorno, sarei dichiarato traditore, e spogliato del mio titolo di _Nardac_. L’Inviato aggiunse; che per mantener la pace, e l’amicizia fra’due Imperj, stava il suo Signore in attenzione che Sua _Blefuscuana_ Maestà rilasciasse gli ordini convenevoli perchè io fossi ben bene bastonato, e così condotto a _Lilliput_, per esservi punito, come un ribelle.
L’Imperator di _Blefuscu_, presi tre giorni per consultarsi; fece una risposta che in complimenti; ed in iscuse sol consisteva. Disse; che il Monarca di _Lilliput_ ignorar non potea che il progetto delle mie bastonate era onninamente impraticabile; che non ostante che io asportata avessi la sua Armata navale, ei non lasciava di professarmi grand’obblighi per avergli assistito nella stipulazion della pace, che, qualunque a mio riguardo fosse la cosa, ben presto si sarebbero sbrattati di me i due Imperi, avendo io rinvenuto sopra la spiaggia un bastimento sì prodigioso, che era non solo idoneo a contenermi, ma eziandio a trasportarmi per mare in quale sia si altro Paese; che egli avea comandato di provveder misi tutto il bisognevole pel mio cammino; e che in questo modo ei si lusingava che in poche settimane, d’un peso sì intollerabile sarebbero alleggiate entrambe le Monarchie.
Ritornossene l’Inviato a _Lilliput_ con una risposta di tal tenore; e l’Imperador di _Blefuscu_ participommi tutto il Trattato; offrendomi, (ma sotto sigillo di segretezza) la sua protezione, in caso che volessi restarmene al suo servigio; il che ricusai con la più possibile civil maniera; perchè, tutto che sincere credessi le sue esibizioni, io mi avea determinato a non più fidarmi alle Corti, se potessi dispensarmene. Dissi di più; che giacchè la mia sorta, o buona, o trista, aveami dato nelle mani un Vascello, io era risoluto di mettermi in mare, piuttosto ch’essere il motivo della rottura di due sì possenti Monarchi. Non mi parve l’Imparadore disgustato del mio disegno; ed il caso scoprir mi fece, che anzi, sì egli, che i Ministri di lui, se n’erano compiaciuti. Riflessioni tali affrettar fecero la mia partenza, nel che la Corte, la quale altro non desiava che di vederla effettuata, ebbe la bontà di secondarmi. Cinquecento Operai impiegati furono nel lavoro di due vele per lo mio schifo; e queste vele furon formate della più grossa tela che trovar si potè, posta tredeci volte l’una in sull’altra. Io stesso allestj il mio sartiame, ed i cavi, venti o trenta attorcigliandone insieme. Una gran pietra, che dopo molto stento mi riuscì di trovare sul lido, mi servì d’ancora. Il grassume di trecento Vacche valsemi per ispalmare il mio Vascello, e per alcuni altri usi. Non può credersi quanto io abbia faticato per rintracciar legni di tal grandezza, che di remi, e d’alberi servir potessero, nel che, non ostante, molto bene fui ajutato da’Legnajuoli di Nave di Sua Maestà, che assai a pulirgli contribuirono dopo il mio più rozzo lavoro.
Nello spazio d’un Mese fu tutto lesto: e allora feci chiedere a Sua Maestà Imperiale se avesse ella qualche cosa a comandarmi, perchè io divisava d’andarmene. Accompagnato dall Augusta sua Famiglia, uscì della Regia l’Imperadore; ed io mi prostesi a terra per baciargli la mano, ch’ei mi porgè con graziosissimo modo. Fecero lo stesso l’Imperadrice, e le Principesse del sangue. Regalommi Sua Maestà di cinquanta borse, cadauna di cento _Sprugs_, col suo Ritratto in grande, che immediate riposi in uno de’miei guanti, per guarentirlo dagli accidenti. I complimenti seguiti alla mia partenza furono troppi, perchè io quì ne faccia la descrizione.
Cento Buoi, trecento Pecore, e tante pietanze, quanto quattrocento Cucinieri apprestar poterono, con biscotto, ed ogni sorta di bevanda a proporzione, servirono a vettovagliare il mio schifo. Presi meco sei Vacche, e due Tori vivi; e lo stesso numero di Pecore e di Montoni; intenzionato di trasferirgli al mio Paese, e di moltiplicarne la razza. Per loro nutritura, io avea imbarcata una buona quantità di fieno, ed un sacco di frumento. L’avrei fatto volentieri d’una dozzina di Naturali del paese; ma a patto veruno non volle aderirvi l’Imperadore, ed oltre a una diligentissima visita che si è fatta in tutte le mie tasche, Sua Maestà giurar mi fece da uomo d’onore, di non asportare veruno de’suoi Suggetti, anche che eglino stessi vi consentissero.
Con tal apparecchio, misi dunque alla vela il ventiquattro Settembre 1701. a sei ore della mattina; e dopo quattro lege, o circa, di cammino verso Tramontana, essendo il vento a scilocco, scopri i verso l’ore sei della sera una piccola Isola, lontana una mezza lega a Ponente Maestro, e che mi parve diserta. A distanza ragionevole dalla spiaggia, lasciai cascar l’Ancora; e dopo leggermente cenai, e procurai di riposarmi. Sei buone ore, secondo la mia conghiettura, dormj; mercè, che due ore dopo d’essermi risvegliato, stavasene spuntando l’Aurora. Facea un bel chiaro di Luna; e prima che risorgesse il Sole presi la colezione. Levata l’Ancora col favore d’un buon vento, continuai il cammin medesimo del precedente giorno; nel che il mio compasso da saccoccia egregiamente mi servì. Mia intenzione si era di guadagnar, se il poteva, una delle Isole, che io avea ragione di credere situate al Greco Levante del Paese di _Diemen_. Nulla vidi per tutto quel giorno; ma nel seguente, verso le tre ore dopo il mezzodì, essendo discosto, secondo il mio calcolo, venti e quattro legge da _Belfuscu_, scopri i una Vela che per iscilocco navigava. Cacciai la scotta sopra di essa, ma corrisposto non fui; con tutto ciò me le andava accostando sempre più, perchè allenta vasi il vento. Sforzai tutte le mie Vele, e di là a mezz’ora la ciurma del Vascello mi ravvisò, e fece un tiro di moschetto per avvertirmi che io era stato veduto. Egli è invano che io possa esprimere l’allegrezza in me eccitatasi dalla speranza di rivedere la mia cara Patria, e quelle persone, onde io era unito con vincoli di tanta tenerezza. Imbroglio il Vascello le Vele, e fra le cinque e sei ore della sera del venti sei Settembre l’abbordai: ma quali trasporti di mia gioja nel riconoscerlo per _Inglese_! Misi le mie Vacche, e le mie Pecore nelle tasche del mio vestito, e con tutte le mie piccole provvisioni montai il Vascello,il qual era di Mercanzia, rivenendo dal Giappone pe’Mari di Ponente, e d’Ostro, e il suo Capitano, nomato _Giovanni Biddel_, era un gran Galantuomo, e peritissimo nella Marina. Ci trovavamo allora a’trenta gradi di Latitudine Meridionale; ed il Vascello potea avere cinquanta uomini di equipaggio, fra quali uno ne rinvenni vecchio mio camerata, col nome di _Pier Guglielmo_, il qual fece un ritratto vantaggioso di mia persona al Capitano. Quest’onestissimo uomo mi praticò qualunque sorta di convenienze, e mi pregò di dirgli donde io veniva ultimamente, ed ove mi pensava d’indirizzarmi. In pochi termini soddisfeci alla curiosità di lui, ma egli s’immaginava che io sognassi, e che i pericoli da me scorsi mi avessero intorbidato il cervello. Su corale disputa, trassi le mie Vacche, e le Pecore dalla saccoccia, che appena scorte da lui, confessò di non aver che rispondere a una somigliante spezie di dimostrazione. Fecegli poscia vedere l’oro regalatomi dall’Imperador di _Blefuscu_, il ritratto in grande di Sua Maestà, ed alcune altre curiosità del Paese. Gli presentai due borse, ogniuna di dugento _Sprugs_; e gli promisi, che giunto che io fossi in _Inghilterra_, gli avrei dato una delle mie Vacche, e altresì una Pecora pregna.