Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 6

Chapter 63,496 wordsPublic domain

Eccessivamente dalle nostre differiscono le lor cognizioni in proposito agli obblighi de’Genitori, e de’Figliuoli. Come la congiunzione del maschio con la femmina è fondata sopra una inclinazione stabilita dalla Natura per la propagazione di tutte le spezie, pretendono i _Lillipuziani_ che l’Uomo e la Donna sien portati l’un verso l’altro, come il rimanente degli Animali, per motivi di concupiscenza, e che la tenerezza loro pe’propj figliuoli, abbia pur la sua origine da una Legge della Natura: per questa ragione son eglino persuasi, che un Figliuolo non è obbligato a veruna riconoscenza verso suo Padre, per averlo generato; nè verso la Madre per averlo messo al mondo: il che, avutasi riflessione alle miserie dell’umana vita, non è in se medesimo nè una beneficenza, nè conferito come tale da’Genitori, che allora a tutto altro pensavano. Somiglianti ragionamenti, ed alcuni altri della medesima spezie, egli anno determinati a non affidare a’Padri l’educazione de’loro Figliuoli, bensì a stabilire in cadauna Città pubblici Collegj, ove tutti i Genitori, eccettuatine i soli Borghigiani, e i Campajuoli, sono obbligati di mandare i propj Figli d’entrambi i sessi, immediate che toccano l’età di venti Lune; supponendosi che allora cominciano ad essere idonei all’instruzione. Cotali Scuole sono di differenti generi, secondo la differente qualità de’fanciulli. Sono incaricati molti abilissimi Professori di allevargli secondo la condizione de’loro Padri; ed eziandio secondo il propio lor genio, e le proprie loro inclinazioni. Dirò ora qualche cosa de’Collegj de’Giovani; e in progresso, di que’che alle Donzelle son destinati.

Di dotti Professori, e d’esperti Sotto-Maestri, son provveduti i Collegj de’Ciovani d’un illustre nascimento; e i vestiti, e la natritura di questi, son semplicissimi. Inculcansi loro de’principj d’onore, di giustizia, di coraggio, di modestia, di clemenza, di Religione, e d’amor per la Patria. Si tengono sempre occupati in qualche cosa; se si eccettua il tempo, da essi impiegato ne’loro pasti, e nel dormire; ed ancora è molto brieve questo tempo. Due ore per cadaun giorno son destinate pei loro passatempi, i quali in esercizj di corpo consistono. Per fino all’età di quattr’anni, altrui gli veste, ma poscia son tenuti a vestirsi essi medesimi, per quanto eminente possa essere il loro carattere. Non anno la permissione d’addomesticarsi con servidori; ma fra essi soli si trastullano, e sempre in presenza d’un Professore, o di qualche Sotto Maestro; il che gli tien guardati da quelle impressioni di sciocchezza, e di vanità, cui soggiacciono i nostri Figliuoli. Due sole volte all’anno ammettonsi i loro Padri a vedergli, e la visita non eccede lo spazio d’un ora. Si accorda loro uno scambievole abbracciamento nell’entrare, e nell’uscire; ma il Professore, che in simili occasioni non manca mai di sua presenza, non foffre che il Padre parli all’orecchio del figliuolo; che gli attesti una sciocca tenerezza, o il regali di confetti, od altre golosità. Se la pensione pel mantenimento, e per la nutritura di qualche ragazzo non è sufficientemente corrisposta, sonovi Imperiali Uffiziali che costringono al necessario esborso.

I Collegj pe’Figliuoli di persone di minor carattere, come di Mercatanti, d’Artisti, e d’altri, son regolati nella proporzione medesima. I destinati a qualche mestiere, son messi in pratica in età d’anni undici; laddove gli altri, che appartengono a Signori di distinzione, se ne restano ne’lor Collegj perfino a’quindici; il che, presso noi, riviene a venti e un anno: Ma nel frattempo degli anni tre ultimi, si diminuisce a grado a grado il loro sugettamento.

Ne’Collegj delle Donzelle, sono allevate le Giovinette a un dì presso come i Ragazzi, con la sola differenza, che son elleno abbigliate da persone del loro sesso, ma sempre alla presenza d’un Professore, o d’un Sotto-Maestro, finchè sieno pervenute all’età di cinque anni; al qual tempo sono obbligate ad obbgliarsi da se medesime. Che se le Governatrici loro restano convinte di aver lor raccontate novelle di Sogni, d’Apparizioni, e d’altre somiglianti impertinenze, onde in _Europa_ le fantesche nostre son solite di guastare l’immaginazion de’figliuoli, son elleno per ben tre volte scopate in pubblico, imprigionate per un anno, e mandate in perpetuo esilio nella parte più disabitata di tutto l’Imperio. Quindi ne deriva, che le Giovinette, del pari che gli stessi uomini, d’essere scioccamente paurose arrossiscono. Avvi un’altra differenza fra l’educazione di questi, e di quelle; cioè, che gli esercizj delle Donzelle non sono così violenti; che prescrivonsi loro alcune regole sopra l’economico governo; e che non avanzano come i Giovani i loro studj, comechè per altro sieno obbligate d’applicarsi a delle scienze; onde le nostre Dame d’_Europa_ non ne posseggono inferior idea. Essendo che egli è massima di quella Nazione, che fra persone ragionevoli, una Donna esser dee sempre una compagna ragionevole, e ornata di graziosità, giacchè la giovinezza sempre in lei non può fiorire. Toccati che abbiano le Vergini gli anni dodici, (età che è nubile presso que’Popoli,) i Parenti loro, o i lor Tutori le ritirano in propria casa dopo di aver adempiuto ai più cordiali ringraziamenti co’Professori; e molto di rado avviene che la Giovinetta, separandosi dalle sue compagne, non versi delle lagrime.

Ne’Collegj delle Donzelle d’inferior grado, son esse ammaestrate in ogni sorta di lavori, al loro sesso convenevoli. Rimandansi all’età di nove anni quelle che son disegnate ad allevarsi in qualche mestiere, od esercizio; e perfino agli anni tredici si custodiscono le altre.

Le Famiglie de’Ragazzi che d’un ordine inferiore s’instruiscono in que’Collegj, oltre all’annuale pensione, che è leggerissima, sono tenute di corrispondere ogni mese all’Intendente della Casa, una parte di quanto elleno an guadagnato, perchè un giorno servir possa allo stabilimento de’Giovani, dovendosi riflettere che vi ha una Legge, la quale regola la pramatica del dispendio de’Parenti; mercè che, dicono i _Lillipuziani_, è cosa alquanto ingiusta, che persone plebee; Per rendere soddisfatto il propio capriccio, procreino una nidiata di figliuoli, che certamente per le sciocche spese de’loro Padri, non potranno un giorno non essere a carico del pubblico. Quanto alle persone riguardevoli, s’impegnan esse, che ciascuno de’loro figliuoli avrà una destinata somma proporzionata alla sua condizione; e talj vi sono, che an l’incarico di provvedere questi fondi; impegno, onde sempre con saggezza, e con la più esatta giustizia si sciolgono.

I Borghigiani, ed i Campajuoli, custodiscon in propia casa i loro Figli; poichè disegnati unicamente a coltivar la terra, non è di gran conseguenza al Pubblico la loro educazione; ma i Vecchj di loro, e gl’infermi, son curati, e nodriti negli Spedali, non sapendosi in quel Paese cosa sia il dimandare limosina.

Forse che quest’è il luogo che il Leggitore resti informato del metodo onde io vissuto sono in quella Regione, per lo spazio di nove mesi, e tredeci giorni di mio soggiorno. Quanto a’miei mobili, consistevan essi, principalmente, in una tavola, e in un sedile, che io stesso avea lavorato per uso proprio, servendomi de’maggiori alberi del Parco Reale. Dugento Cucitrici impiegate furono per farmi delle camiscie, e per cucire i pannilini del mio letto, e della mia mensa. Questa biancheria era della più grossa qualità: ma siccome a dispetto di tale circostanza, non avrei potuto prevalermene; così esse ebbero l’antivedimento di raddoppiarla molte volte, e oltracciò di trapugnerla, a guisa d’una sottana d’_Europa_. D’ordinario, tre pollici larghi sono i loro pannilini, e tre piedi formano la loro maggior tirata. Affinchè le Cucitrici potessero prendermi la misura, mi prostesi a terra; si mise l’una sopra il mio collo, e un’altra verso la metà della mia gamba; tenendo cadauna per l’estremità una fune, in tempo, che una terza misuravane la lunghezza con una spezie di braccio, lungo un grosso dito.

Dopo ciò, misurarono il mio pollice dritto, e tanto loro bastò; imperocchè con un calcolo di Matematica, avean elleno compinato che il giro del pollice, preso due volte, riveniva a quello del pugno; e che il giro del pugno due volte preso, corrispondeva a quello del collo; e finalmente che il replicato giro del collo, compone quello del mezzo. Per altro, non era necessario tutto questo calcolo, avendo io stesa a terra la vecchia mia camiscia per servir loro di modello; e dir deggio a loro gloria, che l’imitarono perfettamente bene. Dietro i miei vestiti faticarono trecento sarti, ma valevansi essi d’un altro metodo per prendermi la misura. Mi messi ginocchione; ed eglino inalberarono una scala, che dalla terra arrivava al mio collo, e montata da un di loro la scala medesima, perpendicolarmente ei lasciò cadere dal collo della camiscia perfino a terra una corda; il che appuntino riveniva alla lunghezza intera del mio vestito; ma il mezzo del corpo e le braccia, me gli misurai io medesimo. Compiuti che furono gli abiti miei, (dietro cui io feci travagliar i Sarti in mia Casa, perchè le loro potuto non avrebbono contenergli,) aveano gli abiti stessi, l’aria di quei lavori che le Dame _Inglesi_ formano, cucendo insieme una infinita di differenti frusti; con tale varietà però, che i miei vestiti erano tutti d’un solo, e medesimo colore.

Da trecento cucinieri si apprestavano le mie vivande, stando essi alloggiati colle loro famiglie accosto della mia abitazione sotto tende, ove ognuno avea la cura d’imbandirmi due piatti. Era mio costume di prendere in mia mano una ventina di coloro che mi serviano in tavola, ed avevane più d’un centinajo che se ne restavano a terra, gli uni con piatti, ed altri con l’intera bottiglieria de’liquori. A misura che io bisognava di qualche cosa, i miei domestici, che erano sulla tavola, si valevano con grande artifizio d’una carrucola per ritraerla a se, presso poco come in _Europa_ si traggon le secchie da un pozzo. Uno de’loro piatti conteneva una buona boccata; ed assai agevolmente, in un sol tratto, io mi traccannava una delle loro bottiglie di vino. Il loro Castrato non è sì buono che il nostro; ma in ricompensa è squisitissimo il loro Bove. Mi ricordo d’averne mangiato un taglio di coscia, che mi obbligò a tre boccate; ma ciò avviene di rado. Stranamente stupivano i miei servidori nel vedermi a mangiar le ossa, come facciamo nel nostro paese dell’ala dell’Allodola. Una delle lor Oche, o uno de’loro Galli d’Indie, non mi costava la pena che d’un sol boccone; e confessar deggio, che in fatto di dilicatezza, la vincono sopra i nostri, cotali sorte d’uccellami. Rispetto a’loro Uccelli d’alquanto minor mole, venti, o trenta, io potea metterne sulla punta del mio coltello.

Sua Imperial Maestà informata della mia maniera di vivere, volle un giorno aver la sorte (questi sono i termini di lei,) di pranzar meco. Venne ella accompagnata dalla illustre sua Famiglia: ed io ebbi l’attenzione di collocargli tutti in seggj d’appoggio sopra la mia tavola, rimpetto a me, colle loro Guardie che gli circondavano. _Flimnap_, il Gran Tesoriere, intervenne anche egli a un tal convito, e teneva in mano la sua bacchetta bianca. Osservai più d’una volta che ei mi guattava di mal occhio, ma senza manifestarne il menomo indizio; ed io in apparenza non mangiai che con più appetito, tanto per far onore alla mia cara Patria, che per riempiere la Corte di ammirazione. Persuasissimo io sono, che questa visita dell’Imperadore ha recata opportunità a _Flimnap_ di rendermi cattivi uffizj presso il suo Padrone. Fu sempre questo Ministro, segreto mio nemico, comechè esteriormente praticassemi più cortesie, che sembrava non permettergliele il brusco suo temperamento. Rappresentò egli all’Imperadore, che il pubblico erario si trovava in istato pessimo, che egli era obbligato di prender a prestito del danajo a grosse usure; che i biglietti del Tesoro circolar non poteano che a nove _per cento_ di perdita, che in pochissimo tempo io avea costato a Sua Maestà più d’un milione e mezzo di _Sprugs_, (che sono le loro più massicce monete d’oro della grandezza d’un tremolante;) e che, salvo un miglior parere, ei consigliava il Principe a licenziarmi a prima apertura.

Come io fui la cagione, tutto che innocente, che una Dama del primo ordine fosse assalita nel suo onore, innanzi che più stendermi, egli è forza che di giustificarla io procuri. Si era messo in capo il Tesoriere d’essere geloso della propia moglie; essendo che pessime lingue gli aveano rapportato che ella era impazzita di me, ed eziandio perchè alla Corte erasi sparsa voce, che ella una volta venuta fosse in mia casa. Io protesto solennemente che queste sono infamissime calunnie, onde la Sposa del Tesoriere non ha mai contribuito; non avendo io per tutta la mia vita ricevuto per parte di lei, che contrassegni d’amistà innocenti. Vero è bensì, che ella sovente mi visitava, ma sempre in pubblico, nè mai senza essere accompagnata da tre persone; che per ordinario erano sua Sorella, sua nipotina, ed alcuna delle sue amiche; ma ciò non era cosa speziale di lei sola; poichè molte altre Dame della Corte frequentemente venivano a ritrovarmi. Ed io me ne appello a tutti i miei domestici, se in ni un tempo an eglino veduta Carrozza alla mia porta, senza sapere chi fossero le persone che in essa vi stavano. In somiglianti occasioni, immediate che un servidore avea mi avvertito che alla mia porta trovavasi una Carrozza, il mio costume si era di calarvi in un instante, e dopo di aver salutato chi mi visitava, di prendere esattamente in mia mano la Carrozza, e i due Cavalli, (che se ve n’erano sei, l’Ajutante del Cocchiere distaccavane sempre quattro,) e di collocargli sopra la mia tavola, d’intorno a cui regnava una sponda di cinque pollici di altezza, per timore di qualche accidente. Mi è accaduto, non di rado, di aver quattro Cocchj in un sol tempo sopra la mia tavola, ed io starmene nel mio sedile divertendo la Compagnia. Più d’un dopo pranzo mi ricreai col maggior piacere del mondo in tal sorta di conversazione. Ma io ardisco sfidare il Tesoriere, e i suoi due Querelanti _Clustril_, e _Drunlo_, (ne pubblico il nome per isvergognarli,) perchè pruovino se ni uno sia mai venuto incognito in casa mia, all’eccezione del Segretario _Keldresal_, che non vi si portò se non per ordine espresso dell’Imperadore, come par mi di averlo raccontato. Insistito non avrei per sì lungo tempo sopra quest’articolo, se non vi si fosse interessato l’onore d’una gran Dama; per non dir niente di me medesimo; tutto che allora fossi _Nardac_; carattere di cui non è investito il gran Tesoriere stesso, sapendo ognuno che egli non è che _Cumglum_; titolo, che ha la proporzione medesima con quello onde io stava onorato, che l’ha il titolo di Marchese con quello di Duca in _Inghilterra_, comechè, per altro, per ragione dell’impiego suo, ei nel passo mi precedesse. Cotali callunie, che per un accidente che quì non è d’uopo di riferire, mi si sussurrarono alle orecchie, furono la cagione che _Flimnap_, per lo spazio di qualche tempo, scavasse la mina alla sua sposa, ma assai più a me; ed ancorchè alla fine siasi egli disingannato, e rappattumato si sia con esso lei non potè mai perdonarmela di avermi preso in sospetto contra ragione, e riuscivvi pure per farmi togliere la grazia dell’Imperadore, il quale, per dir vero, lasciavasi un po troppo reggere da questo Favorito.

CAPITOLO VII.

L’Autore; essendo informato che i suoi nemici intentavano d’accusarlo d’Alto-Tradimento, rifugge a Blefuscu. Maniera ond’egli vi è ricevuto.

INnanzi di narrare l’uscita mia di _Lilliput_, vuol il buon ordine che chi legge resti instruito de’motivi, che ad appigliarmi, e ad eseguire un tal disegno, la spinta mi diedero.

Tutto ciò che chiamasi Corte, era stato fin allora per me una Terra incognita; poichè la bassezza della mia condizione, non aveami permesso in verun tempo di frequentarne. Per vero dire, la conversazione, e la lettura, mi aveano impresse sinistre idee delle Corti stesse; ma creduto non avrei mai, che la propia mia esperienza dovesse un giorno rendermi convinto dell’aggiustatezza di queste idee, in un paese poi molto lontano, e governato, a quel che io ne pensava, con massime onninamente differenti da quelle che in _Europa_ son del bell’uso.

In tempo che io mi allestiva pel Viaggio di _Blefuscu_ affin d’umiliare i rispetti miei a quell’Imperadore, un Signor di Corte di grande stima, (a cui, in tempo ch’ei col Principe se la passava male, aveva io renduto un insignissimo servigio,) venne nottetempo alla mia casa in seggetta chiusa, e senza farmi avanzar il suo nome, chieder mi fece se forse ei non mi recherebbe disturbo. Licenziati i portatori, misi la seggetta, ed il Signore nella tasca del mio giubbone: e poscia a un servidore di mia confidenza dato ordine di dire ad ognuno che io indisposto stavamene dormendo, serrai a catenaccio la porta della mia casa, e mi messi ad attaccare conversazione con colui che praticavami una visita sì misteriosa.

Dopo i primi scambievoli complimenti, osservai in esso lui una grande inquietudine, e chiestone del motivo, pregommi di pazientemente ascoltarlo, giacchè trattavasi d’un suggetto, onde il mio onore, del pari che la mia vita s’interessava. Ècco in sostanza il discorso ch’ei mi tenne, di cui immediate, al licenziarsi di lui, n’estesi in carta i più importanti Articoli.

"Convien sappiate essersi a cagion vostra più volte assembiato il Consiglio con la più possibile segretezza, e che sono solo due giorni che Sua Maestà n’è venuta ad una finale deliberazione.

"Evvi noto che il Grande Ammiraglio Skyris _Bolgolam_, poco men che dal momento del vostro arrivo, fu sempre vostro mortal nemico. Non so quali esser possano i primi motivi dell’aversione di lui: ma egli è certissimo che ella di molto rinvigorì, dopo il felice successo della vostra impresa contra l’Armata di _Blefuscu_; perchè egli risente in buona coscienza, che con tutta sua Ammiralità, non ne fece in verun tempo altrettanto. Questo Signore, e _Flimnap_ il gran Tesoriere, la cui nemistà contro a voi, pel motivo della moglie di lui, e cognita a chi che sia; _Limtoc_ il Generale, il Ciamberlano _Lalcon_, e _Balmuff_ il gran Giustiziere, an piantato Articoli di accusa a vostro disfavore, e di convincervi di Alto-Tradimento, e di alcuni altri capitali delitti essi presumono."

Persuaso che io era della propia mia innocenza, rendemmi così impaziente un tal esordio, che stetti sul punto d’interrompere quegli che mi annunziava novità così strane: ma ei mi pregò di lasciargli proseguire il discorso; il che fece ne’seguenti termini.

"In riconoscimento della buona amicizia che mi testimoniaste, feci in modo di restar instruito di tutta la loro cospirazione, e di aver copia degli Articoli d’accusa; il che non men che la testa mi varrebbe, se discoprir si potesse."

Articoli d’accusa contro a Quinbus-Flestrin, (l’Uomo-Montagna.)

ARTICOLO I.

TUtto che per una Legge creata sotto il Regno di Sua Imperial Maestà _Calin_ _Deffar Plune_, sia ordinato: Che chiunque piscerà nel ricinto del Palagio Imperiale, sarà riputato come reo di Alto Tradimento: Se per tanto, il mentovato _Quinbus-Flestrin_, in manifesto infragnimento della suddetta Legge, sotto pretesto di estinguere il fuoco che si era appicciato all’Appartamento dell’Imperadrice, maliziosamente, traditoriamente, e diabolicamente ha estinto il detto fuoco nell’Appartamento summenzionato, situato nel ricinto del suddetto Palaggio, contra la Legge testè allegata, contra il dovere di lui ec.

ARTICOLO II.

IL suddetto _Quinbus-Flestrin_ condotta avendo l’Imperial Flotta di _Blefuscu_ al Porto Imperiale di _Lilliput_; ed avendo di poi ricevuto ordine da Sua Imperial Maestà di rendersi padrone degli altri Vascelli tutti del detto Imperio di _Blefuscu_, di ridurre l’Imperio stesso in Provincia per essere da me innanzi governato da un Vicerè; e di sterminare, non solo tutti i Partigiani dell’antico rito di rompere le vova rifuggiti in quel Paese, ma eziandio tutti gli Abitanti di quell’Imperio che sul fatto stesso abjurar non volessero una eresia si orribile; come un traditore che lui è, ha richiesto di essere dispensato dal rendere i servigj suddetti, col ridicolo pretesto di non voler costrignere le coscienze, nè mettere a morte, o ridurre in ischiavitù un Popolo libero.

ARTICOLO III.

QUando gli Ambasciadori di _Blefuscu_ son venuti ad implorar la pace da Sua Maestà, manifestò il detto _Flestrin_, che lui era un traditore, interessandosi a favore degli Ambasciadori sudetti, e tenendogli ricreati; non ostante che ben sapesse, che eglino a un Principe appartenessero, il quale poco prima era stato apertamente in guerra contra di Sua Maestà.

ARTICOLO IV.

ALlestiscesi il suddetto _Quinbus-Flestrin_ (il che direttamente è contrario all’obbligo d’un fedele Suggetto,) ad imprendere un Viaggio alla Corte di _Blefuscu_, tutto che sua Imperial Maestà non gliene abbia accordata la permissione che in voce; e sotto pretesto della detta permissione, ei divisa di fare il Viaggio suddetto, affin di dar mano all’Imperador di _Blefuscu_, il quale di fresco è stato in guerra con la suddetta Maestà Imperiale.

"Vi sono alcuni altri Articoli; ma questi onde l’estratto or ora vi ho letto: sono i più importanti.

"Negar non si può che ne’differenti contrasti che si suscitarono nell’incontro di tutti questi capi d’accusa, Sua Maestà non abbia manifestati contrassegni d’una grandissima clemenza; che ella sovente allegati non abbia i vostri servigj, e procurato di estenuare le vostre reità. Acremente insisterono il Tesoriere, e l’Ammiraglio che soffrirvi si facesse una morte crudele, ed ignominiosa, in appicciando il fuoco alla vostra casa; e che allor quando voi ne sortiste stessevi in aguato il Generale alla testa di venti mila uomini, che sarebbero comandati di ferirvi in faccia, e nelle mani coti saette venenate. Alcuni pure de’vostri domestici dovean ricevere un ordine segreto di strofinare le camiscie vostre con un tal qual sugo attossicato; il che in pochi istantivi avrebbe cagionata una spaventevole ma insieme tormentosa morte. Appigliossi a un tal consiglio il Generale; cosicchè per molto tempo vi ebbe pluralità di voci contra de’voi. Ma risoluta Sua Maestà, se mai si può, di conservarvi la vita, ha staccato il Ciambellano dal partito de’vostri nemici.