Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 5

Chapter 53,639 wordsPublic domain

L’Imperio di _Blefuscu_ è un’Isola situata a Greco Tramontana di _Lilliput_, da cui n’è separata per un canale di sole ottocento verghe di larghezza. Io non aveva mai veduto il Paese di _Blefuscu_, e stante la nuova dell’incursione onde _Keldresal_ aveami instruito, sfugj di comparire sulla spiaggia che disgiungne quell’Imperio dall’altro di _Lilliput_, per timore d’essere scoperto da qualche Vascello degl’inimici, i quali non aveano veruna contezza di me; essendo interdetto con pena di morte qualunque commerzio fra’due Imperi, durante la guerra, e avendo comandato l’Imperadore che fosse negato l’ingresso ne’suoi porti ad ogni Bastimento, niuno eccettuato. Comunicai all’Imperadore il progetto da me formato di rendermi padrone della nemica Armata, che, per le relazioni di tutti i nostri Scorridori, si sapeva accertatamente che stava sul ferro in Porto, pronta di mettersi alla vela a primo buon vento. Interrogai gli uomini più esperti di Marina, sopra la profondità del Canale, molte volte da essi già scandagliato, e mi risposero essi, che quando l’acqua trovavasi nella maggior sua escresenza, nel mezzo del Canale aveanvi settanta _Glumgluffs_ di fondo, (il che riviene a piedi sei in Europa,) e altrove da per tutto cinquanta _Glumgluffs_ al più. Mi portai sulla sponda del Canale rimpetto per appunto di _Blefuscu_, e nascostomi dietro una piccola eminenza, presi il Cannocchiale, e vidi l’Armata nemica sull’ancora, consistente in una cinquantina di Vascelli da guerra, e in un maggior numero di Bastimenti da trasporto. Me ne ritornai allora all’abitazione, e (secondo la permissione che io ne aveva,) diedi ordine mi si provvedessero molte fortissime gomene; e una buona quantità di spranghe di ferro. Era grossa ogni gomena poco più, o men, che uno spago, e le spranghe all’incirca del taglio d’un’aguglia da cucire. Interzai le gomene per renderle più poderose, e per la ragione medesima, unj tre spranghe insieme, e ad un uncino ne appesi l’estremità. Legati in questo modo cinquanta uncini ad altrettante gomene, fui al Canale una seconda volta, e toltomi d’indosso i miei vestiti, le scarpe, e le calze, mi misi in mare con la mia camiciuola di bufalo, e camminai per lo spazio di mezz’ora, prima della marea. Mi affrettai il più che mi riuscì possibile: e nel mezzo del Canale, prima che co’piedi mi riuscisse toccare fondo, fui costretto mettermi a nuoto per trenta verghe. Trenta minuti di tempo non impiegai, finchè pervenni all’Armata di _Blefuscu_. In vedendomi gl’inimici, un sì orrido spavento gli assalì, che gettaronsi da’loro Vascelli all’acqua, per salvarsi nuotando sopra la spiaggia, ove io vidi raccolti più di trenta mila uomini. Presi allora tutte le mie macchine; ed appicato un uncino alla prua di cadaun Vascello, unj insieme, per l’estremità, tutte le Gomene. Nel tempo dell’azione, mi scoccarono gl’inimici molte migliaja di frecce, onde alcune mi ferirono le mani, ed altre il volto, e che oltra il dolore che io ne risentiva, molto m’inquietarono nel mio lavoro. Gli occhj mi stavano più a cuore; che certamente gli avrei perduti, se non mi fossi risovvenuto d’un maraviglioso spediente per conservargli. Fra l’altre cose, teneva io in una secreta tasca un pajo d’occhiali, che, come penso di averlo detto, non erano stati guatati da’diligenti Esploratori dell’Imperadore. Gli presi, e gli assicurai in sul naso, il più forte che potei. Con una tal difesa, continuai con arditezza l’opera mia, in dispetto delle saette che continuavano a piovere sopra di me, e molte delle quali colpirono i vetri de’miei occhiali, ma senza altro effetto che di leggermente smuovergli. Io aveva di già appiccati tutti gli uncini, e impugnato il nodo ove le gomene tutte riferivano, cominciai a traere gli Vascelli. Ma tutti, e poi tutti, tennero saldo, pel benefizio delle lor ancore. In un tal imbroglio, qual partito prendere? Abbandonai le funi, e lasciando gli uncini attaccati a Vascelli fui così temerario, che col mio coltello tagliai le gomene dell’ancore; ricevendo tuttavia in una spedizione di questa fatta, una tempesta di saette e nelle mani, e nel capo. Dopo ciò, ripresi il nodo che io avea formato coll’estremità di tutte le funi onde stavano appiccati i miei uncini; e con la maggior facilità del mondo, trassi dietro di me cinquanta de’più poderosi Vascelli da guerra degl’inimici.

I _Blefuscuani_, che tutto altro attendevano che una somigliante burla, a primo tratto bruttamente storditi rimasero. Mi avevan essi veduto a recidere i cavi de’ferri; ed immaginarono che io avessi solamente in testa di lasciar le Navi alla discrezione della Marea, o che urtassero l’une coll’altre: Ma quando si avvidero che l’Armata tutta muovevasi in buona ordinanza, o che io solo era quel desso che strascicava la, disperati vomitarono gridi tanto diabolici, che è forza di avergli intesi, per poter formarsene un’adeguata idea. Scortomi fuor di pericolo, mi arrestai qualche instante per togliermi le saette restate fitte nelle mani, e nella faccia, che poscia ebbi cura di strofinar ben bene con quell’unguento stesso, che non è guari, fu da me mentovato. Mi levai in quell’instante gli occhiali miei, e dopo di aver atteso un’ora che l’acqua abbassasse un poco, guazzai con tutti i Vascelli i1 mezzo del Canale, e sano e salvo all’Imperial Porto di _Lilliput_, mi transferj.

Era la spiaggia ingombra dall’Imperadore, e da tutta la Corte di lui, in attenzione dell’evento d’un’Avventura sì enormemente stupenda. Vider eglino i Vascelli disposti in mezza Luna avanzarsi alla volta loro; ma non poterono ravvisar me, che me ne stava nell’acqua fino allo stomaco. Pervenuto che fui alla meta del Canale, aumentò la loro apprensione, perchè io ne aveva perfino al collo. Volea in ogni modo l’Imperadore che io fossi annegato, e che gl’inimici sempre si avanzassero per tentare uno sbarco: ma ben presto svanirono i suoi spaventi; mercè che ad ogni passo che io faceva, divenendo il Canale di minor fondo, in pochi momenti fui in istato di farmi intendere, e levando in aria il nodo formato dall’estremità dei cavi che l’Armata legavano, sclamai ad alta voce: _Viva il potente Imperadore di Lilliput; viva_. Mi ricevè questo gran Principe sul lido un modo il più obbligante del mondo, e sul punto stesso mi creò _Nardac_, che è il titolo più sublime d’onore, che si possa ricevere in quell’imperio.

Mi pregò Sua Maestà di compiere quanto prima una impresa che sì felicemente cominciata io aveva, conducendo ne’Porti di lei il rimanente della nemica Armata, e tal si era la sua ambizione, che parea che l’Imperadore non pensasse meno che di ridurre in Provincia tutto l’Imperio di _Blefuscu_, per essere in avvenire governato da un Vicerè, che di sterminare tutti i ribelli, partigiani dell’antico rito di rompere le vova, rifuggiti alla _Blefuscuana_ Corte, e che a costrignere il Popolo a seguire il nuovo metodo; dopo di che sarebbe egli rimasto il solo Monarca di tutto l’Universo. Ma io non mancai di distrarlo da un tal disegno, per l’efficacia di molti argomenti statimi suggeriti dalla Politica, del pari che dall’equità: E gli protestai che morirei disperato, se contribuito io avessi alla schiavitù d’un Popolo libero. In pien Consiglio l’affare restò discusso, e si unì al mio parere la parte più sana del Ministero.

Gustò sì poco di sì ardita dichiarazione Sua Imperial Maestà, che non me la perdonò mai più. Ella ne fece menzione nel suo Senato; ed i più saggi, alle relazioni che n’ebbi, si manifestarono, almen pel loro silenzio, del sentimento mio: ma altri, che covavano contra di me una segreta nemistà, non poterono trattenersi dal lanciare alcuni maligni tratti, tutto che in un indiretto modo. Quindi formossi tra la Maestà Sua, ed alcuni Ministri animati contra di me ingiustamente, una conspirazione, che ebbe a costarmi la vita. Tanto è vero, che i più importanti servigj che rendonsi di certa fatta, interamente sono dimenticati, immediate che una sola volta si manca.

Tre settimane dopo questa spedizione l’Imperador di _Blefuscu_ spedì una solenne Ambasceria per chiedere la pace, che a condizioni assai vantaggiose pel nostro Monarcha ben presto restò conchiusa; ma il cui ragguaglio poco importar dee al Leggitore. Erano sei gli Ambasciadori, e di cinquecento persone era composto il lor seguito. Fu magnifichissimo il loro Ingresso, e per dir tutto in una parola, proporzionato alla grandezza del loro Sovrano, e all’importanza della lor commissione. Quando il Trattato che essi negoziavano, ed io cui rendei loro de’buoni uffizj pel credito che io avea alla Corte, o che per lo meno m’immaginava d’avervi, quando, dissi, il Trattato restò conchiuso, l’Eccellenze loro, di già instruite de’miei maneggj in lor vantaggio, mi renderono una visita nelle forme. Dieder elleno principio dall’innalzare perfino al Cielo il mio valore, e la mia generosità. A nome poscia del loro Signore mi pregarono di portarmi in quell’Imperio, e altresì di regalar loro un qualche saggio di quella prodigiosa forza onde io era dotato, e di cui intese aveano tante maraviglie. Mi accinsi a compiacerle.

Dopo aver io operati molti incomprensibili prodigj, al dir degli Ambasciadori: e che non avrebbono potuto mai credergli, se essi medesimi stati non fossero testimonj di vista, gli supplicai d’assicurare degli umilissimi miei rispetti all’Imperadore di _Blefuscu_, e di rappresentargli che le gran cose che la Fama pubblicava di lui, mi aveano determinato a non tornarmene al mio Paese, senza l’onore di fargli le mie riverenze. Con tal disegno, la prima volta che vidi l’Imperadore di _Lilliput_, chiesigli la permissione di andar a salutare il Monarca di _Blefuscu_; il che egli accordommi con un’aria la più scipita del mondo: ma ne ignorai la cagione, finchè non so chi graziosamente mi rendè instruito, che _Flimnap_, e _Bolgolam_, rappresentate aveano le mie aderenze cogli Ambasciadori di _Blefuscu_, come indizj manifesti delle malvage mie intenzioni. E fu allora solamente che cominciai, per la prima volta, a formarmi qualche idea delle Corti, e de’cattivi Ministri.

E’necessario d’osservare, che quegli Ambasciadori non mi parlavano che pel mezzo d’un Interprete; differendo l’un dall’altro i linguaggj de’due Imperj, come due idiomi in Europa differir possono: glorificandosi, cadauna di quelle Nazioni, dell’antichità, della vaghezza, e dell’energia di sua propria lingua, con uno spregio dichiarato per quella dell’imperio confinante. Con tutto ciò; come l’Imperadore di _Lilliput_ godea d’un riguardevole vantaggio sopra i _Blefuscuani_, essendosi lui impadronito della parte migliore della loro Armata, obbligò gli Ambasciadori a non parlargli che in _Lillipuziano_; e ricever non volle le loro Credenziali, se scritte non fossero in questa Lingua. Nel che non fi dee negare che egli non avesse somma ragione: comechè d’altra parte, il Commerzio, che in ogni tempo si era praticato fra’due Imperj; l’asilo, che i malcontenti d’una delle Corti rinvenivano sempre nell’altra; ed il costume scambievole di mandar nell’Imperio vicino tutti i giovani di qualità affine di pulirsi con la conversazione degli Stranieri, renduto avessero l’uso de’due linguaggj assai comune in entrambi gli Dominj; come lo sperimentai alcune settimane dopo, quando fui a tributare i miei doveri all’Imperadore di _Blesuscu_: e fu questo viaggio, che la malizia de’miei nemici mi sforzò d’intraprendere, quello il quale mi esibì l’opportunità di riguadagnare la mia Patria, come a suo luogo racconterò.

Rammentasi forse il Leggitore, che allor quando soscrissi alle Condizioni, colle quali mi fu accordata la libertà, ve ne avea che troppo non mi gustavano, perchè a mio riguardo erano troppo vili. Ma immediate che creaco fui _Nardac_, lasciarono d’obbligarmi, e l’Imperadore, (e in questo convien fargli la dovuta giustizia) non me n’ha mai battuto becco. Nulla di meno poco tempo dopo mi si presentò l’occasione di rendere a Sua Maestà, a quel che per lo meno m’immaginava, un segnalatissimo servigio. Nel più profondo d’una tal qual notte fui risvegliato da’grid i d’un infinito numero di persone, che ad ogni instante ripetevano il termine _Burglum_. Molti domestici dell’Imperadore penetrarono la calca per pregarmi d’essere immediate alla Regia, ove per la trascuratezza d’una Damigella d’onore, che in leggendo un Romanzo si era addormentata, stavasene in fuoco l’Appartamento dell’Imperadrice. Fui in piedi in un momento, e comandatosi che anima vivente non attraversasse i miei passi; col benefizio d’un bel chiaro di Luna, feci in modo che guadagnai il Palazzo senza aver posto piede su creatura umana. Trovai molti uomini che aveano di già presentate delle scale all’Appartamento, e che tenevano alla mano una quantità di secchie di cuojo; ma l’acqua n’era discosta. Erano quelle secchie della grandezza d’un ditale da cucire. I poveri uomini me ne riposero in mano il più che loro fu possibile; ma a cagion della violenza della fiamma; poco valsero. Avrei potuto con facilità smorzare il fuoco col mio vestito; ma per disgrazia, la fretta di correre al soccorso, me l’avea fatto lasciar addietro. A prima giunta non vi scorgeva io rimedio di sorta, e l’incendio divorato avrebbe, senz’altro, quel magnifico Palagio, se, per una prontezza di spirito, che confesso non essermi troppo ordinaria, avvertito non mi fossi d’un espediente maraviglioso. La sera avanti aveva io copiosamente bevuto d’un saporitissimo vino, che essi chiamano _Glimigrim_, (i _Blefuscuani_, _Flunec_,) il quale all’estremo è diuretico. Per la massima delle buone fortune, non ne aveva io per anche renduta goccia. Il calore che la prossimità delle fiamme cagionato mi avea, gli sforzi da me impiegati per estinguerle, e la qualità del bevuto vino, pareva si fossero riuniti per eccitarmi ad orinare; il che feci in copia tale, e con tanta desterità, per rapporto a’luoghi che presi io avea di mira, che in tre minuti il fuoco onnina mensmorzossi, e il rimanente del superbo Edifizio, onde la struttura costati aveva tanti secoli, felicemente si conservò.

Cominciava ad albeggiare il giorno, quando fui di ritorno al mio domicilio, senza aver praticati i dovuti complimenti di congratulazione con l’Imperadore; poichè, non ostante che gli avessi prestato un servigio importantissimo, non era io accertato che ei si fosse compiaciuto del modo: essendo che, per Legge fondamentale dell’lmperio, è un delitto capitale l’orinare nel ricinto del Palagio, e ciò senza distinzione nè di grado, nè di nascimento. Ma alquanto respirai, a vendo avuta il Monarca la bontà di farmi intendere, che avrebbe egli rilasciato un ordine perchè io fossi provveduto di Patenti di suppressione, che tuttavia non ho mai ottenute. E fummi detto sotto sigillo di segretezza, che l’Imperadrice avea conceputo un tal orrore per ciò che io operato avea, che si era ella ritirata nell’altro angolo del Palagio, con ferma risoluzione che in verun tempo non si sarebbe riparato in uso di lei, l’Appartamento danneggiato dal fuoco, Si aggiunse, ch’ella eziandio pensava di vendicarsi di me; ma che a’soli suoi più intimi confidenti, comunicato aveva il suo disegno.

CAPITOLO VI.

Scienze, Leggi, e Costumanze degli Abitanti di Lilliput. Maniera di allevare i loro Figliuoli. Un qual modo vivesse in quel Paese l’Autore. Giustificazione d’una delle principali Dame della Corte.

TUtto che io serba a un particolare Trattato la descrizione di quell’Imperio, non lasciero nulla di meno di offrirne qualche generale idea a’miei Leggitori. La statura de’naturali del Paese non è affatto affatto di sei pollici: e la proporzione medesima di piccolezza ha luogo, rispetto agli altri animali tutti, del pari che agli alberi ed alle piante. Per esempio: i Cavalli ed i Buoi più grandi che io abbia veduti, più alti non erano di quattro o cinque pollici; ed i Castrati, d’un pollice e mezzo, poco più, poco meno. Le lor Oche sono della grandezza delle nostre Allodole; e così del resto perfino a’loro animali più minuti, che scappavano a’miei sguardi; ma la Natura ha proporzionati gli occhj de’_Lilliputziani_ agli oggetti ond’ella gli ha circondati. E’acutissima la loro vista, ma non troppo si allunga: e per ispiegare con qual esatezza ravvisan eglino le più piccole cose, purchè non ne sieno lontani, vidi un giorno, con piacere sensibilissimo, un Cuciniere spiumando un’Allodola, che era più piccola d’una Mosca ordinaria d’_Europa_; e una donzella passando un filo invisibile di seta, pel buco d’un’aguglia altresì invisibile. Sette piedi d’altezza anno i lor alberi più eminenti; voglio dire, que’del gran Parco Reale; alla cui sommità poteva io arrivar per appunto col pugno chiuso. Trovansi nella proporzione medesima gli altri vegetabili: ma è d’uopo che anche il Leggitore s’immagini qualche cosa.

Parlerò ora qualche poco delle Scienze, che da molti Secoli presso loro fioriscono. E’singolarissimo il loro modo di scrivere; non già dalla sinistra alla destra, come fanno gli _Europei_; nè della destra alla sinistra, come gli _Arabi_; nè dall’alto al basso, come i _Chinesi_; nè dal basso all’alto, come i _Cascajani_; ma in traverso, da un angolo all’altro, come le Dame in _Inhgilterra_.

Seppelliscono i loro morti co’piedi in alto, e la testa al basso, essendo opinione invalsa, che in undici mila Lune tutti risorgeranno; che in questo frattempo, la Terra (che essi credono essere una superficie tutta piana,) si rivolgera sossopra, e che per tal mezzo, al tempo della Risurrezione, tutti si troveranno in piedi. Confessano pero i loro Saggj, che è assurda cotale Dottrina, ma il costume è sempre il medesimo, per compiacenza del Volgo.

Avvi in quell’Imperio alcune Leggi d’un genere assai singolare, onde io patirei la tentazione di farne l’Apologia, se direttamente a quelle della prediletta mia Patria non contrariassero. Risguarda i Querelanti la prima, di cui ne faro menzione. Col più severo rigore si puniscono tutti i delitti di Stato; ma se la persona accusata produce chiare pruove della propria innocenza, a una morte ignominosa è condannato l’Accusatore, e i suoi beni servono a risarcire l’imputato del perdimento di tempo di lui, del risico che egli ha corso, de’disagj del carcere, e delle spese fatte per la propia difesa: Che se non bastano gli averi del Dinunziante, ha la cura di supplirvi l’Imperadore. Sua Maestà eziandio concede al giustificato qualche sonoro contrassegno di favore; e con pubblico Bando; dell’innocenza di lui tutta la Città n’è instruita.

Appo que’Popoli è spacciata la frode come un misfatto, più enorme del furto, e perciò, quasi sempre, ella è punita con pena capitale. Mercè che mi dicevano alcuni, con un poco di accortezza, e di lume di ragione, può l’uomo guardarsi dalle ruberie; ma infinitamente è più difficile il guarentirsi dagl’inganni: e come il Commerzio è un de’principali vincoli della Società: se premessa fosse, o tollerata la frode, un Mercatante guidone sempre avrebbe un gran vantaggio sul galantuomo. Ricordomi che un giorno intercedei presso Sua Imperial Maestà, a favore d’un criminoso, il quale avea asportata al suo Padrone una gran somma di danajo, che egli ricevuta avea per ordine di lui. Per minorare il suo mancamento, mi avvertj di dire, che tutto il suo male consisteva nell’aver abusato della fidanza del Padrone: ma l’Imperadore trovò essere una mia mostruosita, allegare per difesa l’aggravio medesimo del delitto, e negar non posso che mi vidi alle strette di ricorrere, per soddisfattoria risposta, al comune passo: _che ogni Nazione ha le sue usanze_: e tuttavia non potei allegarlo senza arrossirne.

Comechè per ordinario noi chiamiamo ricompensa e gastigo, i due massimi perni onde aggirasi tutto il Governo, confesso che i _Lillipuziani_ sono il solo Popolo, appo cui io abbia veduta in uso una tale instituzione. Chiunque può dar pruove di aver esattamente osservate la Leggi del suo Paese per lo spazio di settanta e tre Lune, ha il diritto di certi Privilegj a misura della propia qualità, e del propio stato; e riceve una tal qual somma di danajo a proporzione. Resta egli altresì onorato col titolo di _Snilpall_; che disegna la fedeltà, con la quale ha egli osservate le Leggi; ma questo titolo alla posterità di lui non discende. Risguarda quella Nazione come un prodigioso difetto fra di noi, che l’osservanza delle Leggi, dalle sole punizioni, senza ricompensa di sorta, sia sostenuta. E per questa ragione nelle Corti di Giustizia di quell’Imperio, è dipinta con sei occhj dinanzi questa Divinità, con altrettanti al di dietro, e con uno per ciascun lato, per rappresentare la sua circonspezione: e con un sacco riempiuto d’oro nella sua destra mano; e nella sinistra una spada nel fodero, per dimostrare che ella più inclina a’premj, che a’gastighi.

Nella scelta che fan que’Popoli delle persone destinate a qualunque impiego, più badano alla virtù, che all’abilità; mercè che, poichè è necessario che fra gli uomini vi abbia un Governo; credon essi che una ordinaria misura d’intelligenza sia sufficente per supplirvi; e che non fu mai intenzione della Provvidenza, che l’amministrazione de’Pubblici affari fosse un enigma, il cui termine, essere non potesse indovinato che da un picciol numero di persone d’un genio superiore, che cadaun secolo, una, o due ne produce appena: ma suppongono che ogni uomo ha la potestà d’astenersi dalla menzogna, e di praticar gli obblighi, che gli sono perscritti. Or la pratica di questi obblighi, di con essi, fiancheggiata da un poco di esperienza, e da una somma dritta intenzione, renderà qualunque uomo capace di servire al proprio Paese, purché quel solo picciol numero d’impieghi se n’esenti, che dello studio ricercano. Ma, essi aggiungono, sì poco è vero che da talenti superiori possa essere supplito un difetto di virtù, che, pel contrario, non possono mai i grand’impieghi cader in mani più pericolose, quanto in quelle d’uno scellerato di abilità; perchè inclinato a far del male, possiede tutta l’autorità, e tutta la necessaria industria per rendere soddisfatto un prurito sì abbominevole.

An eglino un’altra assai riguardevole Legge; ed è questa, di non ammettere a runa Pubblica Carica coloro che ni egano una Provvidenza: imperocchè; se protestano i Principi d’essere della Provvidenza i soli Luogotenenti; i _Lillipuziani_ dicono, che è una cosa la più assurda del mondo per un Principe, l’impiegar uomini che non confessano quell’autorità medesima, sotto cui egli opera.

In riferendo tutte queste Leggi, io non parlo che delle Instituzioni primitive; non potendosi, per altro negare, che da molti anni in qua estremamente quel Popolo degenerato non abbia. Per esempio; la costumanza infame d’elevarsi ad eminenti Cariche, e d’essere onorato co’più luminosi caratteri di distinzione, per essersi esercitato a ben danzare sopra la corda, a saltare al di sopra del bastone, e al guizzarvisi pel di sotto, non si era introdotta che dall’Avolo dell’Imperadore Regnante; e non era pervenuta al segno onde io la vidi, che per le fazioni che lo Stato laceravano, e che tutte a segnalarsi con la più vile delle destrezze, andavano in traccia.

E’fra loro l’ingratitudine un delitto capitale; provando essi con la Ragione, che ogni uomo, che mal corrisponde col suo Benefattore, deesi per necessità riputare come l’inimico del Genere umano in generale, onde questi ricevuta non ha veruna beneficenza, e che per conseguenza quegli è indegno di vivere.