Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani
Part 4
Due o tre giorni prima che io ricuperassi la libertà, in tempo che me ne stava divertendo la Corte con tutte queste maraviglie, capitò espresso un Masseggiere per informare l’Imperadore, che alcuni de’suoi Suggetti, sollazzandosi nel sito medesimo ove io era stato trovato, scoperta aveano una gran cosa, che giacevasene a terra, d’una assai bizzarra figura; i cui margini si stendevano in cerchio, e che nel mezzo era all’altezza d’un uomo; avendo; per altro, poco più, o meno, l’estensione medesima che la camera da letto di Sua Maestà: che non era questa una creatura vivente, come da principio si avea temuto; poichè praticatisi d’intorno a lei diversi giri, non avea ella esibiti indizj veruni del menomo movimento: che in montando in sulle spalle degli altri, alcuni d’essi erano pervenuti sino alla sommità, la qual’era molto piana; e che col battere d’un piede, trovato aveano che la macchina era al di dentro vota: che sembrava loro verisimile che ella dovesse appartenere all’_Uom-Montagna_; e che se fosse in grado di Sua Maestà, ne avrebber eglino impreso il trasporto alla Corte, purchè fossero loro somministrati cinque cavalli. Immediate compresi ciò che dir volessero, e giubilai nel mio cuore per la recata novella. E’probabil cosa, che dopo d’essermi salvato a terra dal mio naufragio, talmente stordito io fossi, che prima d’arrivare al luogo ove mi addormentai, il mio cappello, che io aveva legato al collo in tempo che me ne stava remando, e che tenne fermo per tutto lo spazio del mio nuotare, caduto fosse senza che me ne avvedessi. Supplicai Sua Imperial Maestà di comandarne il pontuale trasporto, e ne le descrissi la natura, e l’uso. L’ebbi il giorno dietro, ma in pessima condizione; mercechè, a un pollice e mezzo di distanza dal di lui margine, vi avean coloro praticaci due fori, ed a questi, attaccati due uncini, pe’quali passata aveano una lunga fune, per legar meglio il povero mio cappello alle tirella de’Cavalli: e con tal apparecchio ei fece più d’una mezza lega d’Inghilterra. Ma come il terreno di quel Paese è molto piano, non restonne danneggiato quanto sorse avrei creduto.
Due giorni dopo quest’avventura, l’Imperadore, avendo intimato a quella parte di sue milizie che si trovava dentro, e d’intorno alla sua Capitale, di tenersi lesta al primo ordine, immagino un assai singolare divertimento. Egli s’invogliò che io me ne stessi come un _Colosso_, con le gambe larghe per quanto mi fosse possibile. Comandò allora al suo Generale, il qual era un gran Capitano, e mio amicissimo, di mettere in buona ordinanza gli Squadroni, e di fargli marciare di sotto a me formando l’Infanteria una fronte di venti quattro, e la Cavalleria di sedici, tamburi battenti, insegne spiegate, ed alte le picche. In questo modo mi passarono fra le gambe tre mila Fanti, e mille Cavalieri. Sotto pena di morte promulgò Sua Maestà, che ogni Soldato nella sua marcia osservasse le regole più esatte della decenza a mio riguardo. Con tutto ciò, un tal ordine non impedì che alcuni giovinastri Uffiziali non levassero in alto gli occhj in passandomi pel disotto. E per dir vero, erano allora sì laceri i miei calzoni, che per lo meno traveder facevano alcuni argomenti di beffe, e d’ammirazione.
Furono tante, e tali le mie suppliche per ottenere la libertà, che finalmente fu messo sul tappeto l’affare, prima nel Gabinetto di Sua Maestà, e poscia in pien Senato. Non vi fu chi si opponesse se si eccettua _SKyresh Bolgolam_; il quale, senza che gliene avessi dato suggetto di sorta, fece scoppiare contra di me una mortale aversione: Ma al suo dispetto, tutto il Consiglio decise a mio favore, e la decisione dall’Imperadore restò ratificata. Quest’atrocissimo nemico era il _Galbet_; e vale a dire, l’Ammiraglio del Regno, gran Favorito del Monarca, e oltracciò, versatissimo negli affari, ma d’un aspro temperamento, ed importuno d’umore. Cedette alla fine; ma nel tempo stesso se gli acaccordò, che lui medesimo quegli sarebbe che stendesse gli articoli, e le condizioni onde dipendesse la mia libertà, e la cui manutenzione convalidata fosse dal mio giuramento. _Skyresh Bolgolam_ stesso, accompagnato da due sotto Segretarj, e da alcune altre persone ragguardevoli, recommi queste condizioni. Seguita la lettura, dovetti giurarne l’osservanza, primieramente secondo lo stile del mio Paese, e poscia secondo quello che le loro Leggi prescrivono, il qual era di tenere il piede mio dritto nella mia manca mano, di porre il dito di mezzo della mia mano destra sulla sommità della mia testa, ed il pollice sull’estremità superiore della dritta mia orecchia. Come forse può essere curioso il Leggitore di concepir qualche idea dello stile, e della maniera di parlare di quel Popolo, e di aver eziandio il raguaglio delle condizioni, alle quali mi su renduta la libertà, ho creduto ch’ei mal volentieri non ne vedrebbe la traduzione, che ho procurato di fare con la più possibile fedeltà, ed eccola per appunto. Golbasto Momaren Eulame Gurdilo Shefin Mully Gue, Potentissimo Imperadore di _Lilliput_, le Delizie, ed il Terrore dell’Universo, le cui Regioni an di estensione cinque mila _Blustrugs_, (dodici miglia in circa di circuito) e che altri limiti noti anno che quelli della Terra: Monarca de’Monarchi, più grande, che i Figliuoli degli Uomini, i cui piedi posano sul centro della terra, e la cui testa arriva perfino al Sole: che con una occhiata sola fa tremare i Principi del Mondo, Amabile come la Primavera, Giocondo come la state, Fecondo come l’Autunno, e Terribile come l’Inverno. La Sublimissima Maestà sua propone all’_Uomo Montagna_ capitato da qualche tempo nel formidabile Imperio di Lei, i seguenti Articoli, la cui osservanza ei con giuramento dovrà promettere.
Primieramente; l’_Uomo-Montagna_ non uscirà de’nostri Stati senza averne una permissione suggellata col gran Suggello.
II. Senza espresso nostro ordine non entrerà egli nella nostra Capitale; e quando vi verrà, gli Abitanti due ore prima ne saranno avvertiti, perchè abbiano il tempo di ritirarsi nelle loro Case.
III. Il sudetto _Uomo-Montagna_ limiterà il suo passeggio alle principali strade maestre e si guarderà dal trattenersi, o dal mettersi a dormire in una Prateria, o in un Campo di biade.
IV. Quando si tratterà nelle Strade Maestre, avrà esatta attenzione di non camminare sul corpo di alcuno de’nostri diletti sudditi, nè sopra i loro cavalli, e le loro carrette; non potrà pure prendere in sua mano veruno degli stessi nostri suggetti, se pero eglino non ci consentissero.
V. Se avviene che all’improvviso si abbia la necessità di spedire per qualche parte un Messaggere, l’_Uomo-Montagna_ sarà obbligato, una volta per cadauna Luna, di trasportare il Messaggiere stesso nella sua tasca alla distanza di sei giornate di cammino, e (se egli ne fosse richiesto,) di riportarlo sano, e salvo in presenza di Sua Maestà.
VI. Sarà egli ammesso alla nostra confederazione contra gli Abitanti dell’Isola di _Blefuscu_, e farà tutti i suoi sforzi per distruggere l’Armata Navale, con cui coloro si apparecchiano di fare uno sbarco nel nostro Imperio.
VII. Nell’ore di sua comodità, sarà egli tenuto d’ajutare a’nostri Operaj a levare alcune grosse pietre, che servir deggiono alla costruzione della muraglia del nostro gran Parco, e a quelle di alcuni Palaggi Reali.
VIII. L’_Uomo-Montagna_ suddetto, nel termine di due Lune esibirà una diligente descrizione del circuito del nostro Imperio, e in questo calcolo serviranno di misura i suoi passi.
Finalmente quando l’_Uomo-Montagna_ avrà giurato solennomente d’osservare tutti questi Articoli, gli sarà cadaun giorno somministrata tanta quantità di cibi, e di bevande, quanta bastar possa per l’alimento di 1724. de’nostri Suggetti: e oltracciò egli avrà sempre un libero accesso alla Nostra Imperial Persona, con altri contrassegni della grazia nostra. Dato nel Nostro Palazzo di _Belfaborac_, il giorno duodecimo della novantesima prima Luna del nostro Regno.
Io soscrissi, e giurai con sommo piacere l’osservanza di tali Articoli, tutto che ve ne fossero alcuni di non troppo mio onore, e che io attribuir non poteva che al pessimo genio del Grand’Ammiraglio _Shyresh Bolgolam_: Dopo ciò, mi furono immediate tolte le catene, e l’Imperadore medesimo m’impartì lo spezioso onore d’essere presente a tutta la cerimonia. Mi prostrai a’piedi di lui per avanzargli i miei ringraziamenti, ma egli m’impose il levarmi; e dopo di avermi dette alcune cose, che la mia moderazione, e il timore d’essere tacciato di vanità non mi permettono di ripetere, ei soggiunse che confidava molto che io fossi per adempiere scrupolosamente qualunque mio dovere, e che fossi per rendermi degno delle grazie di già ricevute, e di quelle ancora che d’impartirmi ei disegnava.
Si risovviene già il Leggitore, che nell’ultimo Articolo, onde io giurata aveva l’osservanza, l’Imperadore mi avea assegnata, ciascun giorno, una quantità di cibi, e di bevande, che avrebbe potuto esser bastevole a 1724. _Lillipuziani_. Qualche tempo dopo interrogai un Amico mio di Corte, per quale ragione si era un tal numero precisamente determinato: egli mi rispose, che i Matematici di Sua Maestà, avendo presa l’altezza del mio corpo pel mezzo d’un quarto di Cerchio, e trovando che con loro vi era la proporzione di dodici ad uno, conchiuso aveano da cio, che i loro corpi, ed il mio, erano somiglianti, che conveniva che il mio contenesse 1724. de’loro, e che per conseguenza egli avesse bisogno di tanta nutritura, quanta ne bisognava al numero menzionato di _Lillipuziani_. Il che basta per esibire a’miei Leggitori una idea dell’industria di quel Popolo, e altresì della prudente, ed esattissima economia del Gran Principe che il governa.
CAPITOLO IV.
Descrizione della Città Capitale di Lilliput, nomata Mildendo, e del Palagio dell’lmperadore. Conversazione dell’Autore con uno de’primi Segretarj degli affari dell’Imperio. Offresi l’Autore di servir al Monarca contro agl’inimici di Lui.
LA prima supplica che io presentai dopo di aver conseguita la libertà, fu di avere la permissione di veder _Mildendo_, la Capitale. Acconsentivi di buon gusto l’Imperadore, raccomandandomi a chiare note non inferir male alcuno a’Cittadini, nè alcun pregiudizio alle loro Case. Con pubblico Editto si fece saper al Popolo la vicina mia andata alla Dominante. Alta due piedi e mezzo, e al più, undeci grosse dita larga, e la muraglia, onde _Mildendo_ sta circondata; cosicché sulla sommità della muraglia stessa, puossi in Carozza far il giro della Città. In distanza di dieci piedi, l’une dall’altre, regnanvi forti Torri, che in caso d’assalimento, un gran soccorso per difesa della Piazza recherebbono. Con una largata di gambe passai al di sopra della gran Porta che risguarda l’Occidente, e trascorsi con la più possibile agilità le due principali strade, non avendo indosso che la semplice mia camiscia, per timore di danneggiar i tetti, e i gocciolatoj delle abitazioni co’lembi de’miei vestiti. Me ne andava con tutta l’immaginabile cautela, per non mettere il piede sopra qualcuno che a caso si fosse dimenticato nelle strade; tutto che l’ordine fosse formallissimo, che chiunque si trovasse fuori di casa, correrebbe il risico a propio suo conto. Contenevano un sì gran numero di spettatori le finestre de’Granari, e delle parti superiori delle fabbriche, che non mi ricordo di aver veduto mai in una sola volta tanto Popolo. E’costrutta in quadro la Città, avendo cadaun lato della muraglia in lunghezza cinquecento piedi. Le due strade maestre che s’incrocicchiano, e dividonla in quattro parti, sono cinque piedi larghe. Le altre strade più strette, nelle quali entrar non potei, ma che solamente vidi in passando, stendonsi in larghezza da dodeci perfino a’diciotto pollici. Di cinquecento milla anime, o circa, sarà capevole quella Città; essendo le sue Case fabbricate da’due Solai insino a’cinque; e abbondando d’ogni cosa i suoi Mercati, e le sue Botteghe.
Nel centro della Città, e sul crocicchio delle due grandi strade, è situato l’Imperial Palagio. Egli è cinto da una muraglia alta due piedi, e disgiunta dalle altre fabbriche per lo spazio di venti. Avea mi permesso sua Maestà di sormontare con un allargar di gambe questo muro, e come era assai vasto il tramezzo tra il Palagio ed esso, ebbi l’opportunità di considerare quello, da tutti i lati. L’esterior Corte è un quadrato di quaranta piedi, e contiene due altre Corti. Nella più interiore son fondati gl’Imperiali Appartamenti, che con impazienza io bramava di vedere; il che però mi riuscì con terribile stento; essendo che gli uscj maggiori, pei quali si entra da un quadrato all’altro, non aveano di altezza che diciotto pollici, e di soli sette erano larghi. Ora, gli Edifizj della Corte esteriore eran alti, per lo meno, cinque piedi, e perciò riuscivami impossibile il passarvi di sopra a gambe larghe, senza risico che la fabbrica restasse estremamente danneggiata; non ostante che le muraglie, che erano di pietra, solidissimamente fossero costrutte, ed a vessero di grossezza quattro pollici. L’Imperadore era allora invaghito che io ammirassi il suo Palagio; ma non fuvvi il modo, che tre giorni dopo, che io impiegar dovetti atagliare col mio coltello alcuni de’più grand’alberi del Regio Parco, il quale, per cento Verghe, o circa, era discosto dalla Città. Formai di questi alberi due sedili, alto ciascuno di tre piedi, e bastevolmente forte per sostenermi. Una seconda volta avvertito il Popolo, fui di nuovo per la Città alla Regia, co’miei due sedili alla mano. Arrivato al margine della esteriore Corte, montai sopra un sedile, tenendo nelle mani l’altro. Levai in alto questo quì, e nello spazio che si frammette fra la prima, e la seconda Corte, e che all’incirca è largo d’otto piedi, il collocai. Fummi allora più che agevole l’allargar le gambe, e da un sedile all’altro passar al di sopra degli Edifizj, e pel mezzo d’un bastone, onde l’estremità era armata d’un uncino, ritirar poscia l’altro sedile presso di me. Col favore di cotale invenzione, penetrai fin nella Corte più interiore, e corcatomi sopra un fianco, mi avvicinai alle finestre del piano di mezzo, a bella posta lasciate aperte, e restai sorpreso dagli oggetti de’più magnifici Appartamenti, che può formarsi l’idea. Ravvisai l’Imperadrice, e le Principesse, attorniate dalle loro Dame d’onore. Sua Imperial Maestà compiacquesi farmi un sorriso il più grazioso del mondo, e fuor del balcone presentommi la destra perchè la baciassi.
Non mi andrò già perdendo in un racconto più diffuso, e in descrizioni di questa fatta, poichè le serbo per un’opera più voluminosa, che ben presto vedrà la luce, e che conterrà una Generale Storia di quell’Imperio. Niuna cosa vi sarà ommessa: io rimonterò perfino alla prima origine, e dopo che avrò scorsi i fatti più memorabili delle vite de’diversi Principi che il governarono, parlerò delle guerre sostenute da quest’Imperadore; delle massime di Politica, e delle Leggi che vi si osservano; delle Costumanze, e delle Scienze che più vi si praticano, e della Religione che vi si professa. Il mio presente disegno si è, di sol narrare alcuni avvenimenti succeduti in quell’imperio, per lo spazio di nove mesi che vi dimorai.
Una mattina, quindici giorni, più, meno, dopo la ricuperata mia libertà, _Keldersal_, Primo Segretario (come essi il chiamano) degli affari segreti, venne a trovarmi, accompagnato da un solo servidore. Diede egli ordine che a una certa distanza lo attendesse alla sua Carozza, e mi pregò di accordargli udienza per un’ora, il che feci volentierissimo, avuto riguardo non solo alla qualità di lui, e al suo merito personale, ma eziandio a’buoni uffizj che nelle mie sollecitazioni mi avea renduti. Volli corcarmi a terra, perchè lui fosse più a portata di farsi intendere; ma desiderò piuttosto che io il tenesi in mano per tutto il tempo della nostra conversazione. Diede principio da’complimenti in proposito alla mia liberazione; "a cui, _diceva egli_, io ho contribuito con tutte le mie forze; tutto che principalmente voi ne siate debitore alle circostanze, onde rinvienesi il nostro Imperio: mercechè, (_ei soggiunse continuando il suo discorso_,) per quanto formidabile sembrar possa agli Stranieri il nostro Dominio, egli è affievolito da due spaventevoli mali; da una violenta Fazione al di dentro, e da un terribile nemico al di fuori. Quanto al primo di questi mali, saper dovete, che da più di settanta Lune in quà, trovasi l’Imperio squarciato da due Partiti, sotto i nomi di _TramecKsan_, e di _SlameKsan_; nomi, che dalla diversa altezza de’talloni delle scarpe loro, son derivati. Per dir vero, negar non si potrebbe che l’uso di portare alti talloni non sia il più antico: ma che che siane in tal proposito, Sua Maestà decretò non doversi impiegare nell’amministrazion del Governo, ed investire delle Cariche dipendenti dalla Corona, che que’soli che porteranno talloni bassi, come voi medesimo potuto avrete osservarlo, e se ci fate buona attenzione, vedrete che i talloni di Sua Imperial Maestà sono più bassi d’un _Drurr_, (_misura che presso poco riviene alla quarta decima parte, d’un grosso dito_) che verun altro de, suoi Cortigiani. Va a un tal segno l’astio di queste due Fazioni, che elleno non consentirebbono nè di mangiare, nè di bere, e neppur di parlare insieme. Gli TramecKsan, o sien quelli che portano alti talloni, sono in maggior numero che noi, ma militano dal nostro canto la possanza, e l’autorità. Temmiamo che Sua Altezza Imperiale, l’Erede della Corona, non abbia qualche inclinazione per gli talloni alti: ciò che vi ha di certo si è, che uno de’suoi talloni cresce un pocchettino più che l’altro; il che cagiona che in camminando ei alquanto zoppichi.
"Nel mezzo di cotali intestine divisioni, siam noi minacciati d’un assalimento dal canto degli Abitanti dell’Isola di _Blefuscu_, che è l’altro grand’Imperio dell’Universo, e per lo meno così dilatato, e così potente, che quello di _Lilliput_. Essendo che, voi ci raccontaste che nel Mondo sienvi altri Regni popolati da Creature umane del vostro taglio, si rivoca in dubbio da’nostri Filosofi, i quali sospettano piuttosto che voi siate caduto dalla Luna, o da qualche Stella; poichè è cosa incontrastabile che un centinajo d’uomini di vostra corporatura, in poco tempo, tutte le frutte, e tutti i greggi di quest’Imperio consumerebbe. Oltre di che, la nostra Storia, che rimonta fin a sei mila Lune, di verun’altra Regione non parla, che delle due smisurate Monarchie di _Lilliput_, e di _Blefuscu_: le quali, per quel che già io cominciava a dirvene, sono trenta, e sei Lune, che si fanno una guerra crudele: ed eccone per appunto il motivo. Non ha che opporre il Mondo tutto, che anticamente, quando si volea mangiar delle vova, si rompevan queste dalla più larga estremità. Or accadde un giorno, che l’Avolo dell’Imperadore Regnante, essendo per anche giovinetto, e volendo, secondo il costume antico rompere un vovo, tagliossi un dito. E perciò l’Imperadore, Padre di lui, fece pubblicare un Bando, onde egli commetteva a’suoi suggetti sotto gravissime pene, di rompere in avvenire le vova loro, dalla estremità più stretta. Sdegnossi talmente il Popolo per un tal Editto, che le nostre Storie fan menzione di sei cagionate rebellioni; avendo queste ribellioni costata la vita ad un Imperadore, e la Corona all’altro. I Monarchi di _Blefuscu_, che an sempre accordato l’asilo a’Ribelli che abbandonavano l’Imperio di _Lilliput_, an fomentato queste domestiche dissensioni. A conto fatto, undeci mila persone in tempi differenti, anzi che rompere le loro vova dalla estremità più stretta, vollero piuttosto perire. Molte centinaja di Volumi in proposito a questa controversia sono state pubblicate; ma da molto tempo in qua sono stati proibiti i Libri degli ostinati a rompere le loro vova secondo il rito antico, e con una solenne Legge fu il Partito dichiarato incapace di riempire veruna Carica.
"Nel frattempo di tali turbolenze, gl’Imperadori di _Blefuscu_, colla voce de’loro Ambasciadori si sono di frequente lamentati, che noi producessimo uno Scisma nella Religione, rovesciando una fondamentale dottrina del nostro gran Profeta _Lustrog_, contenuta nel Capitolo cinquantesimo quarto del _Brundecral_, (_che è l’Alcorano loro_.) Ma una querela somigliante, non ha altro fondamento che una vana glosa sopra il Testo, onde eccone i precisi termini: Tutti i veri Credenti romperanno le lor vova dalla estremità convenevole: Ora, a quel che me ne pare, alla coscienza d’ognuno, od anche al Sovrano, appartiene di determinare qual esser deggia quest’estremità. Ma il maggior male si è che i Partigiaui dell’antico metodo di rompere le vova, che sono rifugiti alla Corte di _Blefuscu_, anno avuto tanto credito presso quell’Imperadore: e con tanta forza sono stati assistiti da que’del partito loro rimastisi nella propria patria, che da trenta e sei Lune in qua, si è accesa fra’due Imperj una sanguinosa guerra, onde l’evento non corrispose sempre a’nostri desiderj; imperocché, non ostante che sieno state grandi, più che le nostre, le perdite degl’Inimici, vi abbiam però sgraziatamente lasciati quaranta Vascelli del primo ordine, e un maggior numero d’altri men riguardevoli, con trenta mila de’nostri più valorosi Soldati, e migliori Marinaj. Eperò; tutto che la somma de’loro morti trascenda quella della nostra parte, anno eglino in questi giorni allestita una numerosa Armata marittima, e stanno per effettuare uno sbarco nel nostro Paese. In tali angustie, Sua Imperial Maestà, la qual è prevenuta dalle più avvantaggiose idee della vostra forza; e del vostro coraggio, mi comandò d’esporvi lo stato de’nostri affari."
Io pregai il Segretario di assicurare Sua Maestà de’profondissimi miei rispetti; e di rappresentarle, che non sembravami cosa di buon ordine, che io, Forestiere, mi rimescolassi negli affari di Partito; con tutto ciò, che io era pronto ad esporre la vita per la Persona, e per gli Stati di Lei, contra chiunque avesse la temerità di fare una incursione nell’imperio.
CAPITOLO V.
Con uno stratagemma inudito l’Autore perviene una incursione. Titolo d’onore che viengli conferito. L’Imperadore di Blefuscu spedisce Ambasciadori ter chiedere la pace. Appicciasi il fuoco all’Appartamento dell’Imperedrice; ma col soccorso dell’Autore resta estinto.